Visualizzazione post con etichetta letteratura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta letteratura. Mostra tutti i post

lunedì 19 agosto 2013

izvini, Fëdor Michajlovič



Stavolta faccio outing.
Dunque: un, due, tre, vai! Con Dostoevskij, non ce la faccio proprio. Non è cosa mia.
Ci ho provato: Delitto e castigo, L'idiota, i Karamazov iniziati più volte e mai finiti, Le notti bianche, Le memorie del sottosuolo (non tutto), Il giocatore, L'eterno marito.
Niente da fare: non riesco a star dietro alla trama, mi perdo con quei dannati nomi russi (nomi propri, cognomi, patronimici, diminutivi, vezzeggiativi, onorifici e chi più ne ha più ne metta: mi succede anche con Tolstoj, Cechov, Turgenev, Bulgakov, ma con lui, chissà perché, di più). E poi non capisco i suoi personaggi: perché si agitano tanto? Perché se la prendono così per ogni quisquilia? Perché pensano una cosa, e due secondi dopo un'altra? E perché confessano i loro più intimi segreti, urlandoli al primo sconosciuto di passaggio? E si affannano tanto a cercare il senso della vita, quando anche i bambini dell'asilo sanno che la vita non ha senso?
E poi, la psicologia: con tutto il mondo che c'è là fuori, dobbiamo proprio perdere tempo con pochi centimetri cubi di materia grigia? Dobbiamo continuare a fantasticare l'anima, questo homunculus superbo e parassita?
E la grande anima russa? Il messianismo? Il mistero del male?
No, no, mi dispiace.
Sono fresco di lettura dell'Idiota, e non posso non ammettere che mi restano in mente scene folgoranti: le pagine iniziali, la descrizione del Cristo di Holbein, le sensazioni del principe Miskin prima dell'attacco epilettico. Ma sono lacerti, spersi in un mare di pagine in cui andavo avanti per pura forza di volontà.
Insomma, basta: io mi arrendo. Un genio, ma non parliamo la stessa lingua, e lì non esistono babelfishes che tengano.

venerdì 19 luglio 2013

lo stile, le cose



Avevo conosciuto Vincenzo Cerami. Cioè: conosciuto è troppo. L'avevo intervistato per una mezz'oretta, una decina d'anni fa, per un giornaletto locale di Perugia.
Era venuto per un incontro con gli studenti, in cui era stato simpatico e alla mano, mettendo in campo quella romanità non deteriore, fatta di ironia e umanità, senza la minima traccia becera, che sta diventando sempre più rara. Aveva raccontato dei suoi libri, dei suoi fumetti con Silvia Ziche, del suo rapporto con Pasolini che era stato suo insegnante alle scuole medie, a Ciampino.
Poi gli avevo chiesto l'intervista. Era tardi e io non ero nessuno, solo un ragazzetto con un registratore improbabile, ma lui si era fermato a chiacchierare, senza mostrare alcun segno di fastidio e senza mai smettere di sorridere.
Ora, i suoi ultimi film con Benigni non li avevo sopportati, però "Un borghese piccolo piccolo" è indispensabile per capire un pezzo di storia italiana, e tutti i suoi libri, i suoi racconti, le sue sceneggiature hanno sempre qualcosa da offrire. Lui stesso si definiva, con orgoglio, un artigiano della scrittura. Aveva uno sguardo limpido e intelligente, uno stile tutto cose, senza la minima civetteria letteraria. Proprio quel tipo di stile che io ho sempre inseguito, senza mai raggiungerlo.

venerdì 21 settembre 2012

piacere e ordalia



L'arte non si lascia disturbare dai suoi significati. E' stato Dumezil a raccomandare una volta il piacere di leggere l'Iliade di seguito "senza porsi domande", senza pensare a null'altro che alla storia raccontata, senza commenti, senza dizionari, dunque senza significati ulteriori. Quel piacere è la vera ordalia del testo. Ciò che regge a quella prova è salvo.
(Roberto Calasso)

domenica 6 maggio 2012

cose serie

"Non siamo del parere che tutto sia ammissibile in letteratura, e che questa possa essere il campo dei più capotici esperimenti; al contrario, ci sembra che alcune cose siano alla letteratura peculiari quanto necessarie, per non dire altro l'espressione, e non già appena (seppure) l'esigenza di essa. La letteratura, per esempio, non può avere la funzione di acquaio delle angosce, vero o false; le quali semmai (persin ci vergognamo di doversi riferire a una nozione tanto elementare) hanno da essere perfettamente dominate prima di passare sulla pagina. E, per dirla in breve, noi ci ostiniamo a credere, magari a ritroso degli anni e dei fati, che la letteratura sia una cosa seria."

 (Tommaso Landolfi) 

 (per leggere tutto il pezzo su "Il ponte lunare", clicca qui)

sabato 31 dicembre 2011

una favola per l'anno nuovo


Esisteva un tempo in cui non c’era letteratura. Oh, non fu un tempo lungo. Diciamo tra i diecimila e tremilioni di anni. Il tempo per la terra di cambiare il trucco tre volte, andare due volte a teatro, cinque al cinema, e iniziare una analisi. Riesco ad immaginare un tempo senza auto, senza locomotive, senza bandiere, primi ministri, preti, zoo, valige ventiquattrore, televisione e dischi microsolco, ma non riesco ad immaginare un mondo, un tempo, una serie, un rosario di generazioni senza letteratura. Non posso non considerare che quegli uomini, quelle donne, avevano assolutamente tutto per fare della letteratura: avevano parole, cimiteri, esclamazioni, malattie, fame, incertezza del domani, fuoco caldo, fuoco ustionante, innamoramenti e disamori, famiglie e adulteri, aborti e stragi, ma non potevano avere la letteratura. Mancavano di cose vilissime che si possono comprare in una tabaccheria; ma i nostri antenati, i pre-Agatha Christie, non avevano tabaccherie. Non avevano carte, né matite, né penne, e anche se le avessero avute non avevano l’alfabeto, e anche se avessero avuto l’alfabeto non avrebbero avuto editori, rilegatori, tipografi, librerie, biblioteche, recensori, premi, titoli, cataloghi, eccetera. Dal mio punto di vista – un po’ limitato, ma onestamente fazioso – per qualche migliaio di generazioni la vita sulla terra dové essere estremamente noiosa. O forse no, non è questa la parola esatta. Dopo tutto c’era da lavorare per campare, ammazzare bestioni, cuocere bestioni, mangiare bestioni, fare i primi passi verso l’Artusi. C’erano caverne molto mistiche e non del tutto comode, e fuori c’erano furibonde estati, secolari inverni, un mondo percorso da angeli della neve, o da infuocati elfi vestiti di rosso. Ma tutto era così lento. La mancanza di giornali aboliva la storia; secolari migrazioni tra abeti e betulle procedevano come processioni, ma nessuno ne sapeva niente, forse nemmeno coloro che migravano. Eppure ho parlato di noia. In realtà solo la letteratura può renderci possibile vivere nel nostro mondo, e tra noi e la catastrofe c’è una tenue barriera non di capolavori, ma di libri modesti, mal stampati, tradotti per pochi soldi; gli innumerevoli opuscoli ai quali, dal tempo di Ramsete, affidiamo la nostra paura di morire, il nostro desiderio di uccidere, il nostro terrore del domani. Domani. A ben considerare, gli orologi sono un genere letterario. Sono scritti, sono eventuali, sono dei contenitori deserti, segneranno con la stessa tranquillità l’ora della nostra nascita, del primo innamoramento, della guerra, della morte. Gli orologi sfogliano la nostra vita. Se è vero che essi appartengono alla letteratura, è anche vero il contrario, cioè che noi siamo la letteratura degli orologi. Gli orologi, suppongo, non credono alla nostra esistenza. Siamo dei “personaggi”, niente altro. Forse ci discutono, e di notte si scambiano recensioni. Si consigliano letture. Quando qualcuno muore, non di rado gli orologi si fermano; no, non sono cani fedeli che muoiono sulla tomba del padrone; semplicemente hanno chiuso un libro-“noi” e ora passano, con le loro ventiquattrore – la valigetta – a leggere un altro. Sono pazienti, e trovano ugualmente interessanti tutti gli eventi cui danno un numero d’ordine. Sono degli stilisti. Le sveglie sono, a mio avviso, cattivi lettori; quelli che vogliono che accada sempre qualcosa e che, a differenza degli orologi, non sanno leggere i sogni. Le sveglie sono i lettori che ci dimenticano in treno, e che fanno un segno piegando ad orecchio la pagina cui sono arrivati.
Dunque, gli uomini di “allora” non avevano orologi; campavano di albe e tramonti, che sarebbe un nobile campare, avendo letteratura, ma non avendola tengono del monotono, ripetitivo, e consiglia a dare nel misticheggiante. Ogni tanto, si fanno film in cui si vede un giovane muscoloso che saluta l’aurora, magari con un torbido suono di canna legnosa, una conchiglia. Naturalmente è tutto falso, perché il concetto di alba e di tramonto sono squisitamente letterari, e al massimo quei signori potevano compiacersi dell’apparire di una luce che consentiva di sapere di esistere. Tenete presente che, come l’alba e il tramonto, molte, o tutte le cose naturali, sono sommamente innaturali ed esistono solo in quanto sono state adoperate come condimento di generi letterari; ad esempio, sebbene la terra brulicasse di fiori e farfalle, non esistevano né fiori né farfalle. Non avevano una esistenza mentale, non erano adoperati all’interno di un grande amore, nessuno sospirava perché, a ben vedere, non c’è nessun motivo per sospirare a causa di un fiore, o di una farfalla, a meno che non si siano letti quei cattivi libri che ci parlano di fiori e di farfalle, e ci aiutano a vivere. No, non voglio dire che quegli uomini fossero insensibili alla autentica bellezza, la bellezza sofisticata, maliziosa, trista, saputa, tracotante, virtuosa, schifiltosa, arzigogolata, incattivita, raffinata, sàdica, equivoca, notturna, teratologica, epifanica, scostante. Quindicimila anni fa un signore analfabeta, non potendo consultare il Liddel e Scott, incise su di un osso un capro che salta, di fronte; lo si può vedere in una grotta dei Pirenei. Ecco, quello era un bizantino, un precettore di Porfirio Optaziano, o di Nonno Panoplita. Mi domando come lo avranno trattato; male non credo, perché un signore capace di incidere quel capro in dodici centimetri d’osso faceva paura. Io ne ho paura anche oggi. Eppure per quell’uomo esistevano i capri e, se fate attenzione, i capri per noi non esistono più, a meno che non siamo grecisti, o psicanalisti alla Hillman. Noi abbiamo i fiori. Per dire “ditelo con i fiori”, bisogna scrivere “ditelo con i fiori”. Letteratura, pessima letteratura.
Il signore che incise il capro, quell’uomo mirabile e scostante, mi fa pensare quel che segue: che gli uomini di allora sapessero che a loro mancava la letteratura. Naturalmente, non sapevano che si chiamava letteratura, né, se lo avessero saputo, avrebbero mai immaginato in che cosa consisteva; ma essi erano privi di qualcosa, qualcosa di decisivo; e quando cercavano, vanamente, di prendere a calci una rara farfalla, la loro ira era mossa, ignara, dalla brama occulta di trovare una rima; ma le rime non c’erano; e se qualcuno, parlando, produceva una rima, lo guardavano come se avesse prodotto un rumore sconveniente. Ora, supponiamo che, nel loro complesso, quei signori sapessero che nelle loro vite, e per molti secoli e millenni nelle vite dei loro figli qualcosa sarebbe mancato, qualcosa che avrebbe cambiato il mondo, senza neppure toccarlo. No, non era una magia, ma qualcosa di magico lo aveva. Allora, come adesso, la maggioranza di coloro che si occupano di letteratura doveva essere fatta di lettori. Come tutti coloro che, a qualsiasi titolo, hanno a che fare con la letteratura, i lettori, anche ‘quei’ lettori che non avevano niente da leggere, anzi ancor di più, non potevano essere uomini normali. Più esattamente, avevano del demente. Certo si aggiravano per le caverne, per le foreste, con gli occhi allucinati, e con una oscura brama che non sapevano decifrare. Ad esempio, si sdraiavano nei pressi di un fiumiciattolo – non potevano sdraiarsi nei pressi di un ruscello perché il ruscello è già letteratura – e cadevano in smanie, parlavano da soli, sfogliavano fiori, non già per amore del fiore, la cui inesistenza abbiamo già acclarata, ma per amore dello ‘sfogliare’; strappavano i fili d’erba, e li guardavano intensamente, ma potevano solo rendersi conto che quel che facevano era simile a quello che volevano fare, ma non più che simile, e neanche tanto. Qualche volta, durante quei loro lenti pasti di carne compatta e ustionata, un tale mosso da un oscuro impulso, avrà pur detto: “Vorrei proprio sapere chi è l’assassino”.
“L’assassino di chi?” avrà chiesto un guerriero ‘veramente’ analfabeta. Quel tale avrà balbettato qualche scusa, avrà cercato di cambiare discorso, giacché lui stesso non sapeva che cosa mai aveva voluto dire. Non è impossibile che ne siano uscite risse, e quel signore che aveva solo bisogno di un onesto libro giallo, sarà stato preso per matto, e matto era, ma non più degli attuali lettori di libri gialli. E ci sarà stata la fanciulla che aveva sospirato: “Chissà se lui la sposa”, e magari a quel tempo non c’era nemmeno il matrimonio, e certo non c’era il grande amore, che non è pensabile prima dei trovatori. I lettori di quel tempo si appartavano in un angolo, un anfratto, tra due alberi, e si annoiavano; parlavano da soli, a vanvera, piangevano, muovevano le mani come per sfogliare inesistenti libri, facevano nodi con i fili d’erba per non perdere il segno, e lentamente sprofondavano in una mite follia. Innocui, accudivano ai bambini, mentre i cacciatori andavano in giro in cerca di animali robusti e grassi, e ai ‘lettori’ toccavano razioni modeste, scarti, ossa da rosicchiare. Le naturali affinità elettive spingevano lettori e lettrici a confortarsi e far prole, e vaneggiando insieme nelle lunghe notti di perfette tenebre coltivarono nei secoli quella dolce e ritmica demenza che è propria di coloro che amano la letteratura. Mi chiedo se i lettori venissero perseguitati; o se forse non venissero affidati loro compiti di basso culto, o magari di raccogliere erbe odorose per gli arrosti, compito nel quale i lettori senza letteratura provavano un piacere misterioso a tutti, a cominciare da loro stessi. Non è impossibile che qualcuno di quei lettori abbia intuito che la coda del mammut era un’allusione all’indice, ma non poté chiarire a se stesso il concetto, giacché il mammut, precursore delle saghe familiari e dei romanzi fiume, era, ed è rimasto, discretamente scomparendo, un animale illeggibile.

Giorgio Manganelli, da "Discorso dell’ombra e dello stemma"
(Milano, Rizzoli “La Scala”, 1982)

giovedì 23 settembre 2010

gogna


Gogna, vergogna e pubblico ludibrio per gli autori delle antologie* del liceo.
Con che faccia si riciclano i cascami più stantii dello strutturalismo, esausti da almeno trent'anni, e li si propina per "didattica della letteratura"?
E poi ci si lamenta che "i giovani non leggono".
Gogna, gogna e ancora gogna...




P.S.: Le metafore sono importanti, ci insegna Lakoff. "Antologia", da άνθος, "fiore", e λέγειν, "raccogliere". La metafora è che la letteratura sia un arbusto dal quale si colgono i fiori più belli. Il risultato è che ci si trova con, da una parte, un arbusto spogliato, dall'altra una collezione di cadaverini.

venerdì 6 novembre 2009

i racconti del prefetto 1 - macedonia

“Lo dicono i libri di storia; che per seguir[e] [Alessandro Magno] in oriente e arrivare dove finisce la terra, i macedoni hanno marciato per tanti anni che non si può saper quanti. E han traversato tutti i popoli immaginabili, le montagne e i deserti; ogni tanto facendo la guerra e ogni tanto fermandosi a riposare in mezzo a genti sconosciute dai costumi inverosimili. E andavano sempre di più verso levante.
Io credo anche che sposassero ogni tanto le donne che incontravano lungo la strada; e senza volere imparavano le frasi del luogo, per poter chiacchierare di notte e capire i discorsi d'amore.
Finché dovevano partire di nuovo.
E Alessandro, anche lui, prendeva le figlie dei re, e per non esser scortese si faceva insegnare le buone maniere e si faceva vestire secondo l'eleganza locale.
Così, per imitazione, assumevano i modi e le fogge di ogni popolo che traversavano.
Ad esempio vedendo gli Armeni qualcuno già si era disfatto dell'elmo, che in quei climi fa bollire la testa, e portava un turbante. Qualche altro preferiva una rete di vimini allo scudo di bronzo. Alcuni, invece del giavellotto, avevano un falco o un grifone sopra una spalla, e altri come corazza portavano squame di pesce, altri della corteccia o le foglie di dattero; altri si coprivano di fango seccato.
Mangiavano le salamandre come i Cimmeri, le formiche, le scimmie; e un formaggio di latte munto da una specie di pino. Usava così tra i Sauromati. Non parliamo poi dei vestiti: chi si vestiva di cuoio, chi di tela, chi di pelli di chinghiale o leopardo; e portavano drappi di seta, anelli, anellini, o la testa rasata; pantofole, sari, mazze ferrate, piume di ibis e fenicotteri a colori sgargianti. E alcuni si pitturavano con la radice del betel, altri avevano tutta la pelle arabescata.
Quando il ghibli gli spazzava la testa, qualcuno si chiudeva in un palanchino caricato su un bue.
Ormai erano in pochi a cavalcare i cavalli, e invece, come avevan veduto, montavano struzzi, elefanti, antilopi, zebre, caproni, cammelli; e qualcuno che aveva catturato uno schiavo dell'Arabia felice o un etiope, che sono famosi per correr fortissimo, gli aveva messo una specie di sella e lo spingeva al galoppo a tutta furia, a suon di frustate.
Così ogni battaglia era un pandemonio incredibile; e continuavano a vincere perché i nemici non ne capivano la strategia militare: se avessero avuto di fronte la famosa falange, forse l'avrebbero anche affrontata, ma così, dicevano, non era più una battaglia leale, era una buffonata. E abbandonavano il campo dopo averli riempiti d'insulti. Cosicché i macedoni non hanno trovato più ostacoli, e avanzavano.
Ma era sempre peggio, e Alessandro non voleva tornare.
Così a poco a poco hanno anche smesso di capirsi tra loro, perché non riuscivano più a fare un discorso filato e ci mettevano dentro di tutto: le sillabe tronche dei Massageti, la cantilena degli Alizoni, le parole di ogni città in cui s'eran fermati, mischiate.
Quando sono arrivati a Lahore sembravano dei balbuzienti, e per parlare ci pensavano tanto che alla fine rimanevano muti. Avevano visto tutti i paesei, ma ormai non gli serviva più a niente perché non sapevano più come dirlo.
La gente correva a guardarli passare, e i bambini restavano impressionati.
Appena partiti per la spedizione, la loro forza era la disciplina, e s'intendevano perfettamente. Alla fine era una carovana di scervellati senza patria né legge”.
Il prefetto qui si è interrotto, allora gli dico:
“Ecco, sì, è proprio la stessa cosa. È la questione di essere apolidi che fa far la figura di esser dementi.”
“Sì, – dice lui – i macedoni avrebbero potuto fare un impero, ma nessuno li prendeva sul serio.”
“Come i bilingui che dico io.”
E il prefetto:
“Nessuno ha più pensato di sfidarli a battaglia, anzi, ogni città li invitava ad esntrare, perché facessero un po' di spettacolo. E dopo che Alessandro è morto in una di quelle regioni lontane, hanno percorso in lungo e in largo l'India e l'Assam, facendo salti mortali in groppa agli struzzi e esercizi pericolosissimi sulle zanne degli elefanti. Ma erano considerati incoscienti.”
“E come è finita?”
“Beh, col passare del tempo uno a uno morivano; però prendevano sempre altri animali; ormai cavalcavano orsi, ippopotami, pecore, e dicono che perfino avevano tentato di metter le redini a un grosso pitone e di farsi portare. Coi coccodrilli c'eran riusciti e ci galoppavano sopra anche in tre. Del resto per essere comodi avevano sistemato sui cammelli divani dai piedi d'argento, e sugli elefanti torri a due piani e palmizi per essere all'ombra.
Alla fine poi si sono estinti, lasciando dei discendenti che hanno formato una casta di domatori.”

Ermanno Cavazzoni, Il poema dei lunatici,
Bollati Boringhieri 1987, pp. 97-99

domenica 22 febbraio 2009

moderno, non-moderno


Una breve riflessione di Giulio Mozzi sul concetto di "modernità" in letteratura e in arte. Da vibrisse.

domenica 15 febbraio 2009

scritture femminili


Quando si parla di scritture femminili, si parla sempre di tenerezza, di sensibilità, di psicologia, di "piccole cose", di effusione lirica, di memoria, di autobiografia, emozioni, fantasia, soggettività, interiorità, anima. Eppure a me piacciono molto anche le voci femminili ferme, nitide, taglienti: Marianne Moore, Sylvia Plath, l'Emily Dickinson più asciutta e metafisica.
Per esempio, adoro Lalla Romano, ma non sono mai riuscito a farmi piacere davvero Elsa Morante.
Ho trovato in un'antologia queste due poesie: tutte e due di scrittrici, tutte e due del Novecento e tutte e due di un'area eccentrica della letteratura inglese (Judith Wright è australiana, Fleur Adcock neozelandese).
Tutte e due molto belle, ma io preferisco la seconda. E' meno rassicurante.

* * *

DA DONNA A UOMO

Il cieco lavoratore della notte,
il seme senza io e senza forma che porto,
travaglia per il suo giorno di resurrezione -
silente e svelto e nascosto alla vista
presagisce un'inimmaginata luce.

Questo non è bimbo con viso da bambino;
questo non ha nome con cui nominarlo;
eppure tu ed io l'abbiamo ben conosciuto.
Questo è il nostro cacciatore e la nostra preda,
il terzo a giacere tra il nostro abbraccio.

Questa è la forza che il tuo braccio conosce,
l'arco di carne che è il mio seno,
i precisi cristalli dei nostri occhi.
Questo è il selvaggio albero di sangue che nutre
l'intricata e avviluppata rosa.

Questo è il fattore e il fatto;
questa è la domanda e la risposta;
la cieca testa che spinge contro il buco,
la vampa di luce lungo la lama.
Oh, stringimi, che ho paura.

Judith Wright (1915-2000)

* * *

CONSIGLI A UN AMANTE ABBANDONATO

Prova a pensarci: se trovassi un uccello morto,
non solo morto, non solo caduto,
ma pieno di vermi: proveresti
più pena o più disgusto?

La pena è per il momento della morte,
e per quelli successivi. Si trasforma
con la decomposizione, col fetore insinuante
e i vermi saprofaghi che ingrassano e si dimenano.

Se torni più tardi, invece, troverai
una figurina d'ossa linde, alcune penne,
simbolo inoffensivo di ciò
che un tempo visse. Niente di raccapricciante.

Ti è chiaro adesso? Ma forse trovi
che l'analogia che ho scelto
per la nostra storia finita sia piuttosto macabra -
un paragone spiacevole.

L'ho scelto apposta. In te
vedo i bachi vicino alla superficie

sei divorato dal vittimismo
e strisci sgradevole e patetico.

Se ti toccassi sentirei sotto le dita
pelle di verme grassa e umidiccia.
Non chiedermi pietà adesso:
sta' lontano finché le tue ossa non sono pulite.

Fleur Adcock (n. 1934)

sabato 14 febbraio 2009

recensioni in pillole 7: "American Gods"


Neil Gaiman, "American Gods", Mondadori 2002

Parola usurata, "affabulatore": però è la più adatta a definire Gaiman, creatore di trame a orologeria, che tengono il lettore incatenato alla classica poltrona.
Lo spunto iniziale sembrerebbe quello di un qualunque B-movie: a Shadow, il protagonista, mancano pochi giorni per finire di scontare tre anni di carcere. Lo aspettano la moglie Laura e un amico che gli offrirà un lavoro, e Shadow non ha voglia di altro che di una vita tranquilla. Ma Laura e l'amico muoiono in un incidente stradale, e come se non bastasse si scopre che erano amanti.
A Shadow crolla il mondo addosso, ma è solo l'inizio: nel viaggio di ritorno uno strano personaggio, Mister Wednesday, gli offre un misterioso lavoro come guardia del corpo.
La verità si svelerà di lì a poco: Wednesday non è altro che il dio Odino, arrivato in America insieme ai primi vichinghi. Insieme a lui vivono negli Stati Uniti tutte le divinità dei popoli sbarcati lì: dèi celtici, africani, egizi, germanici.
Ma l'America non è terreno fertile per gli dèi, che senza più fedeli, senza preghiere, senza sacrifici si sono ridotti a vivere come emarginati: Anubis ha un'agenzia di pompe funebri a Cairo (Illinois), il dio slavo Chernobog lavora al macello di Chicago, la dea germanica Eoster abita in mezzo agli hippies di San Francisco, Odino vive di piccole truffe. Ora gli dèi sono in pericolo, perché nuove divinità sono intenzionate a distruggerli: gli dèi della nuova America, gli dèi della TV, della tecnologia, del denaro, dei mass media. Odino vuole riunire tutti gli antichi dèi per affrontare la minaccia.
O almeno così sembra: perché nel corso delle oltre 500 pagine del libro si svelerà pian piano una verità diversa, e Shadow (l'uomo-ombra, che aveva vissuto tutta la sua vita senza mai veramente viverla, senza conoscere il suo passato e senza mai sentirsi parte di nulla) scoprirà di essere una pedina centrale in una enorme, inquietante macchinazione divina.
Questa la trama: ma forse il fascino del libro sta altrove. Ad esempio, nei racconti-nel-racconto, che narrano l'arrivo e la vita delle diverse divinità in America; oppure nella trama da road-movie, con Wednesday e Shadow che attraversano un'America invernale, gelida e desolata, per rintracciare gli antichi dèi e per sfuggire alla caccia spietata da parte degli dèi nuovi.
Se la funzione del romanzo è di costruire un universo e piombarci dentro il lettore, allora non c'è dubbio: "American Gods" è un gran bel romanzo.

giovedì 12 febbraio 2009

perché non posso non dirmi deamicisiano


Cercando la parola "deamicisiano" in vari dizionari, cartacei o on-line, si trovano definizioni come: "(di tono, stile): patetico, sentimentale; sentimentalistico; moralista, moralistico" (De Mauro); "pervaso di patetismo e di buoni sentimenti" (Sabatini-Coletti); "che ha toni patetici e moralistici" (www.dizi.it); "indica, in un discorso, brano, o saggio, la presenta di caratteri di pateticità e/o moralismo" (http://it.wiktionary.org/wiki), eccetera eccetera.
Tutto vero, per carità.
Sentimentale, patetico, moralistico non sono termini che invoglino alla lettura di un libro, specie di questi tempi in cui i "sentimenti" sembrano monopolio dei vari Cucuzza e Grandifratelli e la morale è un accessorio antiquato almeno quanto le ghette e il borsello per uomini.
Eppure, eppure.
Se penso a "Cuore" - o meglio, "al libro Cuore", come credo venga ancora, chissà perché, sempre chiamato - mi torna in mente la vecchissima edizione rilegata in tela rossa posseduta da mio nonno, che me la leggeva per pomeriggi interi, in una stanza che ormai sopravvive solo nella mia memoria (la casa venduta, ristrutturata, i mobili regalati ai robivecchi, il libro finito chissà dove insieme ai tanti altri dai quali ho probabilmente contratto il virus che mi spinge a comprare dalle bancarelle volumi dalle pagine ingiallite, corrose ai margini, dalle rilegature sgangherate e macchiate di umido, volumi che mi costringono a una continua guerra di posizione tra mia moglie, che vorrebbe relegarli negli angoli più nascosti della casa, e me, che vorrei farli risalire il più possibile a portata degli occhi - e del naso, perché di quei libri amo soprattutto l'odore).
Mi torna in mente anche l'Istituto Edmondo De Amicis (o, come si esprimono più concisamente i miei compaesani, u deàmiciss), che da decenni, con la sua severa facciata umbertina, sovrintende allo struscio serale dei sanseveresi.
Soprattutto, mi tornano in mente intere frasi del libro: "quell'infame sorrise", "alza un banco con una mano", "non dire mai di un operaio che torna dal lavoro: è sudicio; dì: egli porta i segni della sua fatica", "io non ho più famiglia, la mia famiglia siete voi; mostratemi che siete ragazzi di cuore", "l'amico fece le quattro giravolte", "il quadrato del Quarantanove". E i personaggi: il muratorino, Stardi, Franti, Garrone, Nobis, Derossi, il calabrese, quello che salvava il bambino sotto all'omnibus, la maestrina dalla penna rossa, il papà che stringe la mano al re e poi accarezza il figlio ("questa è una carezza del re": a proposito, se ne sarà mica ricordato Papa Giovanni?), l'eroico Ferruccio di "Sangue romagnolo", il piccolo emigrante di "Dagli Appennini alle Ande", l'intermiere di tata.
Ora, si potrà dire tutto il male possibile di De Amicis. Il suo italiano è spesso un po' affettato, i giri di frase lievitano in una retorica impettita (però, altrettanto spesso, hanno una vivacità e un'ironia inconfondibili); i suoi protagonisti, i bambini soprattutto, sono afflitti da una sfiga apocalittica; il suo pathos oggi lo classificheremmo tout-court come ingenuo buonismo; la sua visione di un'Italia unita dal Risorgimento e dal lavoro paga lo scotto dell'incapacità di concepire il cambiamento, di un volemose bene collettivo tutto sentimenti ed elemosina, alla fine del quale i ricchi restano ricchi e i poveri restano a tossire nelle soffitte (però l'uomo non era affatto stupido, e nella sua produzione più tarda ripudiò quell'ingenuo nazionalismo per una visione sociale più complessa e matura); le sue famiglie sono occhiute, patriarcalmente oppressive (i genitori, e persino la sorella maggiore, che vanno a leggere il diario di Enrico e ci scrivono sopra i loro predicozzi); per non parlare dell'assoluta assenza di qualunque dimensione erotica (i personaggi sono tutti amici, padri, figli, fratelli, sorelle, in una sorta di casto, asessuato eden infantile).
Però sta di fatto che quelle pagine si sono inchiavardate da qualche parte nella mia memoria. Avrà forse contribuito anche lo sceneggiato di Comencini, datato 1984 (io avevo nove anni, cioè ero ancora nell'età in cui non si hanno barriere intellettuali e le cose, se colpiscono, colpiscono a fondo), con Johnny Dorelli che disegnava un maestro di grande tenerezza e con qualche piccola, perfida modifica nei caratteri dei personaggi: un Franti sociologicamente motivato ("ognuno ha una sua parte, io ho quella del cattivo"), un Enrico vigliacchetto, un Derossi insopportabilmente secchione e vanesio, al posto del figurino bello buono e generoso del libro.
Ultimamente ho ritrovato "Cuore" sul web, nella biblioteca virtuale di LiberLiber. L'ho riletto, e ho pianto come un vitello, come non mi succedeva da anni.
Insomma, "Cuore" è lì, da qualche parte. Posso provare a fare il blasé, il cinico, a deriderlo come il reperto ammuffito di un'Italietta grigia e trombona. Però le lacrime non mentono.

E concludo con un consiglio: del vecchio Edmondo, leggetevi "Amore e ginnastica" (1892), racconto tra i più fini del nostro Ottocento.
Ci troverete un'analisi sottilissima dei moti dell'animo, una grande vivacità narrativa e un erotismo del tutto inaspettato (il tema centrale è l'attrazione di un uomo debole e gracile per una donna-virago, persino con divertiti spunti di feticismo e voyeurismo).
Italo Calvino, che se ne intendeva, definì il libro "probabilmente il più bello, certo il più ricco di humour, malizia, sensualità, acutezza psicologica che mai scrisse Edmondo De Amici", e lo pubblicò nella sua collana Centopagine.
Cercàtelo: ne vale la pena.

mercoledì 4 febbraio 2009

il destino è un cammello cieco


"Zuhair, nella sua lirica, dice che nel trascorrere di ottant'anni di dolore e di gloria ha visto molte volte il destino colpire all'improvviso gli uomini, come un cammello cieco; Abdalmalik afferma che questa figura non può più meravigliare. A questa osservazione si potrebbero rispondere molte cose. La prima è che, se il fine della poesia fosse la meraviglia, il suo tempo non si misurerebbe a secoli, ma a giorni e a ore, e forse a minuti. La seconda, che un grande poeta è meno inventore che scopritore.
Per lodare Ibn-Sharaf di Berja, si è ripetuto che egli soltanto avrebbe potuto immaginare che le stelle all'alba cadono lentamente, come cadono le foglie degli alberi; se ciò fosse vero, dimostrerebbe che l'immagine è futile. L'immagine che un solo uomo può formare non tocca nessuno. Infinite sono le cose sulla terra; una qualunque di esse può essere paragonata a qualunque altra. Paragonare le stelle a foglie non è meno arbitrario che paragonarle a pesci o a uccelli. Tutti, invece, hanno sentito qualche volta che il destino è forte e stupido, innocente e inumano. Per questo sentimento, che può essere passeggero o costante, ma che nessuno elude, fu scritto il verso di Zuhair. Non si dirà meglio quel che li è detto.
Inoltre (e questo forse è l'essenziale delle mie riflessioni) il tempo, che dirocca i castelli, aggiunge forza ai versi. Quello di Zuhair, quando questi lo compose in Arabia, servì a paragonare due immagini, quella del vecchio cammello e quella del destino; ripetuto ora, serve a ricordare Zuhair e a confondere il nostro dolore con quello del poeta morto. La figura aveva due termini, ora ne ha quattro. Il tempo amplia l'orizzonte dei versi; ve ne sono alcuni che, come la musica, sono tutto per tutti gli uomini. Così, tormentato anni fa in Marrakesh dal ricordo di Cordova, mi compiacevo di ripetere l'apostrofe che Abdurrahmàn rivolse nei giardini di Ruzafa a una palma africana:

O palma! tu pure sei
in questo suolo straniera...

Singolare beneficio della poesia: le parole scritte da un re che anelava all'Oriente servirono a me, esiliato in Africa, per esprimere la mia nostalgia della Spagna."
Poi Averroè parlò dei primi poeti, di coloro che nel Tempo dell'Ignoranza, prima dell'Islam, già dissero tutte le cose, nell'infinito linguaggio dei deserti. Allarmato, non senza ragione, per le futilità di Ibn-Sharaf, disse che negli antichi e nel Corano era racchiusa tutta la poesia e condannò come vana e frutto d'ignoranza l'ambizione d'innovare. Gli altri ascoltarono con piacere, poiché difendeva la tradizione.
J. L. Borges, "La ricerca di Averroè" (da "L'Aleph")

nuove strade (appunti di estetica)


Il mito dell'innovazione, il nuovo come valore in sé ("il faut être absolument moderne": ma l'arte fa i conti con il proprio tempo o con l'eternità?).

Essere "innovativi" è sempre e comunque un valore?
Non c'è nulla di più ortodosso di uno sperimentatore ad oltranza.
Il "nuovo" smette presto di essere nuovo (che cosa c'è di più banale, oggi, che scrivere una poesia mettendo una parola per verso?), il classico non smette mai di esserlo (anche se può metterci molto a diventarlo).
Il "nuovo" rischia di essere una prigione ancora più costrittiva della tradizione.

"Aprire nuove strade" è di per sé meglio che lavorare nella tradizione?
L'Ulysses è intrinsecamente meglio dei Buddenbrook? O, piuttosto, l'Ulysses ha senso perché viene dopo la grande tradizione del romanzo ottocentesco (che a sua volta nasce come espressione eversiva rispetto alle regole classiche)?

Pochi grandi innovatori sono nati tali.
Schoenberg, prima di creare il sistema dodecafonico, si sentì in dovere di scrivere un ponderoso trattato di armonia. E Coltrane, prima di lanciarsi in "My Favorite Things", esplorò il vocabolario bebop e hardbop fino a produrre "Giant Steps", che ne è l'estremizzazione. Poi lo distrusse e passò ad altro.

Calvino scriveva che l'unico modo per evadere da una prigione è conoscerne la mappa ("Il conte di Montecristo", da "Ti con zero", 1967). Non puoi aprire una porta se prima non ti rendi conto di dov'è, altrimenti ci sbatti il muso senza accorgertene.

C'è chi a 5 anni compone sinfonie e chi a 18 anni scrive "Le illuminazioni", però non si tratta di nascere dal nulla, piuttosto di precocità, di bruciare le tappe.
Ma i geni sono pochi, i presuntuosi tanti.

venerdì 23 gennaio 2009

recensioni in pillole 4: "Ho freddo"


Gianfranco Manfredi, “Ho freddo”, Gargoyle, 2008

Un cadavere dissepolto e squartato, i cui organi semiputrefatti vengono estratti e bruciati. È bella forte, la scena che apre “Ho freddo”, il romanzo nel quale Gianfranco Manfredi ha riletto il mito dei vampiri.
Ma andiamo per ordine.
Nell'ultimo scorcio del Settecento, la vita di Cumberland, pacifica comunità del New England, è movimentata dall'arrivo di due aristocratici francesi, Valcour e Aline de Valmont, fratelli gemelli, colti e raffinati, entrambi dediti alla scienza (lui medico, lei biologa).
Ai due si aggiunge il pastore battista Jan Voos, venuto a guidare la comunità di fedeli locali. Giovane, impetuoso, dal fisico colossale e dalla forza erculea, Jan non tarderà a stringere una complicata amicizia con Valcour e un'ancor più complicata attrazione amorosa con Aline.
Ma la quiete del New England è scossa da una serie di morti misteriose: ragazze che si spengono, consumate da febbri incurabili, e che sembrano risorgere dalla tomba per reclamare le vite dei propri parenti. La paura si diffonde nel villaggio, emergono antiche superstizioni (le streghe di Salem, cupe leggende indiane) che spingono a sanguinarie profanazioni di cadaveri.
Qual è il legame tra la “consuzione” che uccide le giovani e la “peste vampirica”? Perché Valcour e Aline sembrano prenderla tanto a cuore? Quale oscuro passato cela l'inquieto reverendo Voos?
Potrebbe sembrare un horror qualsiasi, con l'unica originalità dell'ambientazione americana. Ma non è così, perché Manfredi costruisce “Ho freddo” come un'opera a più livelli: romanzo nero, con tutto il corollario di morbosità, ma anche saggio storico minuziosamente documentato, ma anche riflessione sull'epoca dei Lumi al tramonto e opera metaletteraria (aleggiano i fantasmi di Poe, Lovercraft, Hawthorne e della letteratura libertina settecentesca).
Il finale è tra i più spiazzanti che mi sia capitato di leggere: più che aperto, sospeso sull'abisso. Manfredi lascia monchi molti dei fili narrativi: la vera natura dei vampiri, il legame con l'oscura vicenda della famiglia Hermann e con le misteriose apparizioni dell'isola di Block, gli eventi (follia o maleficio soprannaturale?) che hanno portato alla morte i genitori di Aline e Valcour.
In fondo, il vero filo conduttore del romanzo si rivela essere la paura, l'odio, l'oscurità che alberga in fondo al cuore umano e che né la Ragione illuministica di Valcour e Aline, né la fede religiosa di Jan riescono a dissipare.

sabato 3 gennaio 2009

recensioni in pillole 2: "I ragazzi di Anansi"


Neil Gaiman, I ragazzi di Anansi (Mondadori, 2005, 9 €) (edizione originale: Anansi Boys, 2003).

Charlie Nancy, detto "Ciccio Charlie", è la persona più qualunque del mondo: timido, imbranato, patologicamente insicuro. Più di ogni altra cosa, Charlie teme l'imbarazzo, e per questo è scappato dalla natia Florida e si è trovato un grigio lavoro da contabile a Londra. Perché in Florida vive suo padre, la persona più imbarazzante che possa esistere: scioperato, impenitente dongiovanni, bugiardo, terribile burlone. Proprio lui ha appioppato al figlio il nomignolo di "Ciccio" che da allora in poi lo perseguita.
All'inizio del romanzo, Charlie apprende che il padre è morto (in maniera imbarazzante: mentre si esibiva in un karaoke, gli è venuto un infarto ed è cascato dritto nella scollatura di una prosperosa turista che aveva appena rimorchiato).
Ma soprattutto apprende due altre cose: la prima è che il padre non era un essere umano, ma l'incarnazione di un dio. Nella fattispecie, di Anansi, il dio-ragno della tradizione africana, il dio fanfarone, dissacratore, contaballe, padrone di tutte le storie e di tutte le menzogne.
La seconda - e peggiore - rivelazione è che Charlie ha un fratello di nome Spider. "Peggiore", perché Spider si rivela la fotocopia peggiorata del padre; piomba in casa di Charlie e gli sconvolge la vita: lo fa ubriacare, gli mette contro il cinico capoufficio che per vendetta lo accusa di frode fiscale, si porta a letto la sua ragazza e praticamente lo sfratta.
Incapace di scacciare il malefico fratello, Charlie cerca l'aiuto di una cricca di vecchiette esperte di voodoo, che lo spediscono a fare un patto con l'enigmatica Donna-Uccello. Ma il rimedio sarà peggiore del male, e su tutta la vicenda si stende, sempre più minacciosa, un'ombra felina.

La soluzione arriverà grazie a una fidanzata in crisi, a una tremenda suocera, a una bella poliziotta, a una donna fantasma e a un'isola tropicale.

Neil Gaiman è lo sceneggiatore di Sandman, uno dei fumetti più geniali degli ultimi vent'anni. Il tema della commistione tra mito e vita quotidiana c'era in Sandman e c'era anche nel precedente (e fortunatissimo) romanzo di Gaiman, "American Gods".

“I ragazzi di Anansi” è una delle letture più originali degli ultimi tempi: un mix riuscitissimo di ironia, comicità, fantasia e horror. Era da tempo che non mi divertivo tanto con un libro. E sia chiaro che la parola "divertirsi" ha una forte connessione con la parola "intelligenza".

venerdì 2 gennaio 2009

recensioni in pillole 1: "Il generale Della Rovere"


Comincio qui una serie di post in cui recensirò quello che via via leggo.
Mi sono dato un limite massimo: 2500 battute. Vedremo se riuscirò a rispettarlo.


Indro Montanelli, Il generale Della Rovere (1959)

Vivere da cialtrone, morire da eroe. Così si potrebbe riassumere la vita di Giovanni Bertone, come la racconta Montanelli in questo libro.
Avventuriero, giocatore d'azzardo, abituato a vivere di piccole truffe, Bertone viene ingaggiato dai tedeschi per impersonare Fortebraccio Della Rovere, alto graduato dell'esercito badogliano arrestato mentre cercava di prendere contatti con la Resistenza. In realtà il vero Della Rovere è stato ucciso, ma il comando tedesco spera che il falso generale saprà conquistarsi la fiducia dei compagni di prigionia, per poi fare da delatore.
E Bertone ci riesce, fin troppo bene: il personaggio di Della Rovere finisce per prendere il sopravvento su di lui. L'ammirazione tributatagli dai compagni e il loro coraggio nel sopportare la prigionia e le torture fanno breccia nella scorza cinica del truffatore, che alla fine, sconvolto dal suicidio di un prigioniero che si taglia le vene pur di non parlare, decide di affrontare la sua sorte fino in fondo. Finirà fucilato e saprà affrontare la morte con dignità.
Montanelli aveva conosciuto il falso generale Della Rovere nel 1944, durante la sua prigionia a San Vittore, ma decide di darne un resoconto romanzato, tradendo in molti punti la verità storica (ad esempio, il vero nome era Bertoni e pare che non fosse affatto idolatrato dai compagni, che anzi lo smascherarono presto come spia).
La misura del racconto lungo – un centinaio di pagine – è affrontata con esemplare equilibrio. Lo stile è asciutto, la narrazione si concentra sulla crisi di coscienza di Bertone, i personaggi secondari sono tratteggiati con tocchi rapidi ed efficaci, evitando le cadute nel macchiettismo.
Montanelli non lo dice mai, ma la storia di Bertone finisce per risultare emblematica della sorte di tanti italiani che furono capaci di non piegare la testa davanti alla barbarie nazifascista, di riscattare con una morte eroica un ventennio di acquiescenza.
Dalla stessa vicenda fu tratto il film omonimo di Rossellini (1959), con Vittorio De Sica protagonista. Montanelli partecipò alla sceneggiatura insieme a Rossellini e a Sergio Amidei, anche se poi si dissociò dal film che giudicò troppo viziato politicamente. Libro e film furono oggetto di numerose polemiche per le presunte distorsioni della realtà.
Montanelli dichiarò che "il libro è una storia, non una pagina di Storia".

domenica 21 dicembre 2008

"fannomi onore, e di ciò fanno bene" (Inf., IV, 93)


"Dante non vuole riconoscere che la Commedia è un frutto della fantasia, della sua insuperabile fantasia. Il poema, invece, è la verità, universale e non temporale. Ciò che il pellegrino Dante vede e dice nel racconto del poeta Dante mira a persuaderci di continuo dell'inevitabilità poetica e religiosa di Aligheri. Gli atti di umiltà del poema, da parte del pellegrino o del poeta, stupiscono gli studiosi, ma sono assai meno persuasivi del sovvertimento di tutti gli altri poeti compiuto dalla Divina Commedia e della sua tenacia nel dare risalto al potenziale apocalittico di Dante".

(Harold Bloom, Il canone occidentale)

giovedì 11 dicembre 2008

un colpo magistrale


Dall'autobiografia di Giovanni Battista Bugatti, detto Mastro Titta, boia dello Stato Pontificio dal 1796 al 1864. Fra supplizi ed esecuzioni capitali, per le sue mani passarono 516 persone.

Esordii nella mia carriera di giustiziere di Sua Santità, impiccando e squartando a Foligno Nicola Gentilucci, un giovinotto che, tratto dalla gelosia, aveva ucciso prima un prete e il suo cocchiere, poi, costretto a buttarsi alla macchia, grassato due frati. Giunto a Foligno incominciai a conoscere le prime difficoltà del mestiere: non trovai alcuno che volesse vendermi il legname necessario per rizzare la forca e dovetti andar la notte a sfondare la porta d'un magazzino per provvedermelo. Ma non per questo mi scoraggiai e in quattr'ore di lavoro assiduo ebbi preparata la brava forca e le quattro scale che mi servivano. Nicola Gentilucci frattanto, a due ore di notte, dopo avergli rasata la barba e datogli a vestire una candida camicia di bucato e un paio di calzoni nuovi, venne condotto coi polsi stretti da leggere manette, nella gran sala comunale, poiché volevasi dare la massima solennità all'esecuzione, stante la gravità del suo delitto, superiore a qualsiasi altro, trattandosi dell'uccisione di un curato e di due frati. La compagnia dei Penitenti Bianchi in abito di cerimonia, col cappuccio calato sul volto, schierata in due file, dalla porta all'estremità opposta l'attendeva. In faccia alla porta era stato collocato un grande crocifisso con due confrati ai lati, e una schiera di religiosi, invitati a confortare il paziente. Il bargello e gli sbirri che lo conducevano, giunti alla porta della sala, bussarono e questa venne aperta. Quella scena commosse vivamente il Gentilucci, nondimeno entrò. Non appena ebbe fatti pochi passi il balio, aiutante del cancelliere, che ne porta gli emblemi, gli presentò una carta dicendogli:

- Nicola Gentilucci, io ti cito a morte per domattina.

Il complimento poco gentile impressionò il condannato per modo che si lasciò sfuggire di mano la carta, e sarebbe caduto egli stesso svenuto, se non lo avessero sorretto il confessore e i confortatori, i quali lo condussero poi in una sala vicina, dove, sdraiato su di un materasso posto per terra, lo lasciarono dormire. Due ore innanzi lo spuntare del giorno susseguente lo svegliarono per fargli ascoltare la messa: il confessore gli parlò e gli impartì l'assoluzione e l'indulgenza in articulo mortis che il papa soleva concedere in tali circostanze. Confessato e comunicato, i confortatori gli apprestarono l'asciolvere. Gentilucci mangiò, bevve e si trovò alquanto rinfrancato d'animo. Nondimeno il confessore lo confortò ancora, assicurandolo che egli stava per avviarsi al cielo. Il condannato avrebbe forse desiderato di differire d'un altro mezzo secolo il viaggio, ma assicurato che non avrebbe che differita la sua felicità, si preparò a farlo allegramente. Mi presentai in quel mentre e togliendomi il cappello ossequiosamente offersi una moneta al Gentilucci, come di rito, perché facesse celebrare una messa per la sua anima. Quindi, ricopertomi il capo, gli legai le mani e le braccia in modo che non potesse fare alcun movimento tenendone i capi nelle mie mani per di dietro. La Confraternita della Morte aperse il corteo. I confrati indossavano il loro saio ed avevano il viso coperto. Essi salmodiavano in tetro tono il Miserere. Venivano poi i Penitenti Azzurri, ultimi i Penitenti Bianchi ai quali era serbato il posto d'onore: cantavano pur essi nel medesimo tono il salmo stesso, seguendo gli uni agli altri, per non interrompersi, di guisa che quando gli uni cantavano gli altri tacevano.

Dopo le confraternite v'erano i bargelli delle città vicine e gli sbirri in grande uniforme, e a questi teneva dietro il paziente, condotto pei capi della fune da me stesso, - umile ma pur raggiante in tanta gloria - circondato dai confortatori e dal confessore. Giunto sulla spianata ove doveva aver luogo l'esecuzione, Nicola Gentilucci fu fatto avvicinare ad un piccolo altare eretto di fronte alla forca e quivi recitò un'ultima preghiera. Poi, rialzatosi, lo condussi verso il patibolo a reni volte, perché non lo vedesse e fatto salire su una delle scale, mentre io ascendevo per un'altra vicinissima. Giunto alla richiesta altezza, passai intorno al collo del paziente due corde, già previamente attaccate alla forca, una più grossa e più lenta, detta la corda di soccorso, la quale doveva servire se mai s'avesse a rompere la più piccola, detta mortale, perché è questa che effettivamente strozza il delinquente. Il confessore e i confortatori intanto, saliti sulle due scale laterali, gli prodigavano le loro consolanti parole. Gli altri confortatori in ginocchio recitavano ad alta voce il Pater noster e l'Ave Maria e il Gentilucci rispondeva. Ma appena ebbe pronunziato l'ultimo Amen, con un colpo magistrale lo lanciai nel vuoto e gli saltai sulle spalle, strangolandolo perfettamente e facendo eseguire alla salma del paziente parecchie eleganti piroette. La folla restò ammirata dal contegno severo, coraggioso e forte di Nicola Gentilucci, non meno che della veramente straordinaria destrezza con cui avevo compiuto quella prima esecuzione. Staccato il cadavere, gli spiccai innanzitutto la testa dal busto e infilzata sulla punta d'una lancia la rizzai sulla sommità del patibolo. Quindi con un accetta gli spaccai il petto e l'addome, divisi il corpo in quattro parti, con franchezza e precisione, come avrebbe potuto fare il più esperto macellaio, li appesi in mostra intorno al patibolo, dando prova così di un sangue freddo veramente eccezionale e quale si richiedeva a un esecutore, perché le sue giustizie riuscissero per davvero esemplari. Avevo allora diciassette anni compiti, e l'animo mio non provò emozione alcuna.

venerdì 21 novembre 2008

perdere l'innocenza


È ora di perdere
per sempre l'innocenza: questo
stupore delle creature che ancora
non sono riuscite a caricarsi della memoria
del mondo al quale sono nate
.
(Francisco Urondo)

Questi versi li lessi, tanti anni fa, in esergo a "Il mare verticale" di Giorgio Saviane.
E dato che ci siamo: perché nessuno parla mai di lui? Né di questo romanzo, che nella mia mente di quindicenne si stampò come un capolavoro?

(Colonna sonora:
Paolo Benvegnù, Il mare verticale)