domenica 29 marzo 2020

libri che vi consiglio: "Le innocenti", di Valeria Ventura

  


Valeria Ventura, Le innocenti, Francesco Tozzuolo Editore (186 pp., € 18)

Perugia, 1520. La città è sotto la signoria dei Baglioni, ma le grandi casate aristocratiche continuano a scontrarsi in lotte e faide, sotto la costante minaccia del potere papale. Questo è lo sfondo: ma Valeria Ventura decide di concentrarsi piuttosto su tre storie "piccole", quotidiane, tutte e tre con protagoniste femminili.
Sarah è una giudea: suo marito David è stato ucciso da Ascanio, il rampollo di una nobile famiglia a cui aveva avuto l'ardire di richiedere la restituzione di un prestito. Tutti conoscono il colpevole, ma è inutile chiedere giustizia: la giustizia, per gli ebrei, non esiste.
Sempre Ascanio ha messo incinta Benedetta, una povera trovatella che lavorava come serva in casa sua. Ora la ragazza è disonorata, scacciata, senza più famiglia né mezzi.
E poi c'è la sorella di Ascanio, Domitilla, che fin dalla nascita è stata condannata alla monacazione forzata, per la quale non sente alcuna vocazione.
Tutte e tre sono vittime innocenti: Sarah del pregiudizio religioso, Benedetta della povertà, Domitilla delle spietate logiche economiche e familiari. L'autrice racconta le loro storie con mano sicura, con un'empatia che non sfocia mai nel patetismo e con un linguaggio che qua e là riecheggia - ma senza tentativi mimetici - l'italiano del Cinquecento.
Un bel libro, che consiglio non solo a chi conosce Perugia (e ha il piacere particolare di poter seguire con l'immaginazione i personaggi), ma a chiunque ami, come la amo io, la narrazione storica.

sabato 28 marzo 2020

Mario Benedetti (1955-2020)

"Ho freddo ma come se non fossi io."

Credo sia un verso emblematico della poesia di Mario Benedetti, con quella sua notazione sensoriale apparentemente immediata e banale, straniata però nella seconda parte. È questa la cosa che mi ha sempre colpito nei suoi testi: l'apparente discorsività colloquiale, quasi confessionale, spezzata da sincopi e fratture improvvise che rendono il discorso allo stesso tempo limpido e scosceso.

Mario Benedetti ha avuto una vicenda editoriale perlomeno bizzarra: l'esordio tardivo, a metà anni Ottanta, a trent'anni già compiuti, prima su riviste e poi in plaquette di piccoli editori.
La consacrazione, nel 2004, a cinquant'anni, con Umana gloria, uscito per Mondadori, un'auto-antologia che è molto più di un'antologia, perché dalla produzione precedente trasceglie con tagli drastici, fino a renderla tutt'altra cosa. Un libro che, di colpo, lo trasforma in classico già in vita.
Poi tre sillogi in dieci anni: il denso e raggelato Pitture nere su carta (Mondadori 2008), l'ibrido Materiali per un'identità (Transeuropa 2010) e infine l'estremo Tersa morte (Mondadori 2013), che è già una contemplazione del proprio addio.
Nel frattempo, una vita travagliata dalla malattia, fino all'ictus che nel 2014 l'ha sottratto al mondo.

Una poesia che, partendo da una realtà apparentemente dimessa e marginale, riesce ad arrivare con grande lucidità al cuore delle cose.

* * *

Che cos'è la solitudine

Ho portato con me delle vecchie cose per guardare gli alberi:
un inverno, le poche foglie sui rami, una panchina vuota.

Ho freddo ma come se non fossi io.

Ho portato un libro, mi dico di essermi pensato in un libro
come un uomo con un libro, ingenuamente.
Pareva un giorno lontano oggi, pensoso.
Mi pareva che tutti avessero visto il parco nei quadri,
il Natale nei racconti,
le stampe su questo parco come un suo spessore.

Che cos’è la solitudine.

La donna ha disteso la coperta sul pavimento per non sporcare,
si è distesa prendendo le forbici per colpirsi nel petto,
un martello perché non ne aveva la forza, un’oscenità grande.

L’ho letto in un foglio di giornale.
Scusatemi tutti.

(da Umana gloria, 2004)


giovedì 26 marzo 2020

poesia di primavera

Una poesia di Gillian Clarke, tradotta, illustrata e letta da me medesimo sottoscritto.
Buon ascolto e buona visione.


giovedì 19 marzo 2020

prima e dopo

Prima che questa follia scoppiasse, avevo rimesso in ordine le vecchie poesie (vecchie = 2015-2017 circa, poi ho praticamente smesso di scrivere) e mi ero accorto di avere del materiale inedito che, opportunamente rivisto e montato, poteva costituire una piccola plaquette.
L'avevo persino messa insieme e mi era abbastanza piaciuta, soprattutto perché era un libro piuttosto leggero, che parlava di primavera, di bambini, con un tono spesso ironico. Dopo la cupezza apocalittica di "Sono un deserto" (pubblicato l'anno scorso da Lietocolle), mi sembrava bello proporre qualcosa di un pochettino più ilare.
Adesso siamo in piena emergenza e, rileggendo quelle poesie, mi chiedo: che farne? È lecito parlare di fiori in tempo di peste?
Qualcuno potrebbe rispondere che no, è immorale, qualcun altro invece che sì, la vita va avanti nonostante il COVID-19.

La mattina apro la finestra e c'è il prunus tutto in fiore, una cascata di petali rosa pallido che già cominciano a staccarsi e a volare via, in queste giornate quasi primaverili, limpide e tiepide, senza motori e senza smog.
Mi tornano in mente i versi di Philip Larkin: "The trees are coming into leaf / Like something almost being said". Gli alberi rimettono le foglie, la gente si ammala, a volte guarisce, a volte muore.
Il mondo va avanti, con noi o senza di noi.