mercoledì 4 febbraio 2009

il destino è un cammello cieco


"Zuhair, nella sua lirica, dice che nel trascorrere di ottant'anni di dolore e di gloria ha visto molte volte il destino colpire all'improvviso gli uomini, come un cammello cieco; Abdalmalik afferma che questa figura non può più meravigliare. A questa osservazione si potrebbero rispondere molte cose. La prima è che, se il fine della poesia fosse la meraviglia, il suo tempo non si misurerebbe a secoli, ma a giorni e a ore, e forse a minuti. La seconda, che un grande poeta è meno inventore che scopritore.
Per lodare Ibn-Sharaf di Berja, si è ripetuto che egli soltanto avrebbe potuto immaginare che le stelle all'alba cadono lentamente, come cadono le foglie degli alberi; se ciò fosse vero, dimostrerebbe che l'immagine è futile. L'immagine che un solo uomo può formare non tocca nessuno. Infinite sono le cose sulla terra; una qualunque di esse può essere paragonata a qualunque altra. Paragonare le stelle a foglie non è meno arbitrario che paragonarle a pesci o a uccelli. Tutti, invece, hanno sentito qualche volta che il destino è forte e stupido, innocente e inumano. Per questo sentimento, che può essere passeggero o costante, ma che nessuno elude, fu scritto il verso di Zuhair. Non si dirà meglio quel che li è detto.
Inoltre (e questo forse è l'essenziale delle mie riflessioni) il tempo, che dirocca i castelli, aggiunge forza ai versi. Quello di Zuhair, quando questi lo compose in Arabia, servì a paragonare due immagini, quella del vecchio cammello e quella del destino; ripetuto ora, serve a ricordare Zuhair e a confondere il nostro dolore con quello del poeta morto. La figura aveva due termini, ora ne ha quattro. Il tempo amplia l'orizzonte dei versi; ve ne sono alcuni che, come la musica, sono tutto per tutti gli uomini. Così, tormentato anni fa in Marrakesh dal ricordo di Cordova, mi compiacevo di ripetere l'apostrofe che Abdurrahmàn rivolse nei giardini di Ruzafa a una palma africana:

O palma! tu pure sei
in questo suolo straniera...

Singolare beneficio della poesia: le parole scritte da un re che anelava all'Oriente servirono a me, esiliato in Africa, per esprimere la mia nostalgia della Spagna."
Poi Averroè parlò dei primi poeti, di coloro che nel Tempo dell'Ignoranza, prima dell'Islam, già dissero tutte le cose, nell'infinito linguaggio dei deserti. Allarmato, non senza ragione, per le futilità di Ibn-Sharaf, disse che negli antichi e nel Corano era racchiusa tutta la poesia e condannò come vana e frutto d'ignoranza l'ambizione d'innovare. Gli altri ascoltarono con piacere, poiché difendeva la tradizione.
J. L. Borges, "La ricerca di Averroè" (da "L'Aleph")

7 commenti:

h. ha detto...

chi sei ? (sono un lettore capitato qui per caso, detesto Internet ma scrivi troppo bene)
h.

sergej ha detto...

Se intendi i dati anagrafici, mi chiamo Sergio Pasquandrea.
Scrivo di jazz (su Jazzit e su vari siti, tra cui Nazione Indiana e La poesia e lo spirito) e mi occupo di linguistica come ricercatore universitario.
Il resto (interessi, passioni, ecc.) puoi dedurlo facilmente dal blog...
Grazie per i complimenti.

h. ha detto...

grazie per questo chiarimento. tornerò a leggerti, naturalmente.
mi ha trattenuta qui "La città dei topi".
e altre cose, poi.
buon lavoro
h straniero

la madonna del petrolio ha detto...

sono curiosa: linguistica in che senso? cosa "ricerchi"?

sergej ha detto...

Questa è una domanda che mi mette sempre abbastanza in crisi.
In realtà io sono laureato in letteratura italiana (tesi sull'opera saggistica di Calvino), poi ho insegnato per qualche anno, poi quasi per caso ho fatto una specializzazione in didattica dell'italiano a stranieri e lì ho incontrato una prof che mi ha proposto di fare un dottorato in linguistica, al termine del quale ho avuto un assegno di ricerca (che non so quanto durerà).
Ciò di cui mi occupo è l'analisi della conversazione, una disciplina abbastanza particolare, che sta diciamo a metà strada tra la pragmatica e la sociolinguistica.
In poche parole, l'AC non si occupa della lingua come sistema astratto (come invece fa la maggior parte della linguistica), ma studia un particolare tipo di lingua (la conversazione, ossia l'interazione linguistica spontanea, soprattutto faccia-a-faccia) e esamina il modo in cui, attraverso l'interazione, noi coordiniamo le nostre azioni, perseguiamo i nostri scopi comunicativi, diamo un'immagine di noi stessi o ci formiamo un'immagine degli altri, ecc. ecc.
In pratica, l'AC parte dal presupposto che la conversazione sia uno dei mezzi con i quali strutturiamo la nostra interazione sociale quotidiana, e che essa sia in buona parte frutto di una negoziazione e co-costruzione tra i parlanti, che utilizzano una serie di strumenti e strategie che qui sarebbe troppo lungo riassumere.
(Spero che la spiegazione non sia troppo confusa).
Ho fatto la mia tesi di dottorato sugli italoamericani e ho studiato il modo in cui usano le diverse lingue (italiano, inglese, dialetto) per costruire l'immagine della loro "italianità" o "americanità".
Ora sto lavorando su un progetto di ricerca che riguarda l'interazione tra medici italiani e pazienti stranieri con presenza di interprete/mediatore.
Ho fatto anche qualcosa più nell'ambito della sociolinguistica e dell'analisi del discorso.

h ha detto...

tutto questo è stato interessantissimo anche per h straniera ! mi costringi a tornare sempre qui.

sergej ha detto...

Everybody's welcome. ;-)