giovedì 25 agosto 2016

camminare, urinare, defecare

"Non c'è nulla di più difficile da capire della psicologia umana. Non riesco assolutamente a rendermi conto se in questi giorni il mio padrone sia di cattivo umore, se invece sia allegro, o se cerchi parole rassicuranti negli scritti di qualche vecchio filosofo. Non ho la minima idea di cosa gli passi per la mente, se si faccia beffe della società umana o desideri avere rapporti con i suoi simili, se sia irritato per qualche ragione banale o ancora se si tenga al di sopra di ogni preoccupazione mondana. In queste cose noi gatti siamo molto più semplici. Se abbiamo fame mangiamo, se abbiamo sonno dormiamo, quando ci arrabbiamo andiamo su tutte le furie, quando piangiamo lo facciamo con tutta l'anima. Tanto per cominciare, non teniamo cose inutili come un diario. Perché non ne abbiamo bisogno. È probabile che le persone che hanno due facce, come il padrone, sentano la necessità di esternare gli aspetti del proprio carattere che non vogliono mostrare a nessuno scrivendo un diario nell'intimità della loro stanza, ma per quanto concerne noi gatti, le nostre quattro posture fondamentali - camminare, stare fermi, stare seduti e stare sdraiati, oltre a urinare e defecare - costituiscono già in sé un autentico diario, quindi siamo esonerati dalla seccatura di tenerne uno per conservare la nostra identità. Se uno ha il tempo di scrivere un diario, tanto vale che se ne stia a dormire nella veranda."

Natsume Sōseki, "Io sono un gatto" (1905)



(Ovviamente, quanto sopra rimane valido se si sostituisce a "diario" la parola "blog"...)

mercoledì 24 agosto 2016

riflessioni pre-inizio dell'anno scolastico

La mia esperienza scolastica si è svolta dal 1980 (prima elementare, o meglio primina perché sono di marzo) al 1993 (diploma), in una cittadina della provincia pugliese.
Non recentissima, ma insomma nemmeno la preistoria.

Nelle aule, la presenza di stranieri era praticamente zero (oggi nella mia scuola - un Liceo delle Scienze Umane - in una classe di 25 è normale avere almeno 4-5 studenti con famiglie di origine straniera; nei nidi e alle materne, si sfiora tranquillamente il 40-50%).

La percentuale di alunni che non seguivano Religione era minima, quasi inesistente (oggi ho classi dove un terzo e più degli alunni "non si avvalgono", come si dice in gergo). Ogni Natale e Pasqua, i professori ci portavano ad assistere alla Messa di precetto nella chiesa accanto alla scuola, cosa oggi impensabile.
Non ricordo compagni di scuola con genitori divorziati o separati (oggi uno dei refrain nei consigli di classe è che l'alunno X ha problemi in famiglia, che in genere significa divorzio o separazione in corso).

Si pagava in lire, si andava in Francia con il passaporto e l'Europa era Giochi senza frontiere. Gli aerei costavano un occhio della testa, ma c'era l'Interrail (che io, comunque, non ho mai fatto). Esisteva ancora la Cortina di Ferro, la Russia si chiamava U.R.S.S. e chi voleva votare a sinistra votava P.C.I. Berlusconi era un miliardario con connessioni mafiose e massoniche e i canali TV erano una decina in tutto.

La musica si ascoltava sugli LP in vinile o sulle musicassette. I dischi si ordinavano nell'apposito negozio e spesso per quelli esteri o rari bisognava aspettare settimane. Il cd faceva la sua timida apparizione, ma non si sarebbe diffuso in massa prima dei tardi anni Ottanta-primi anni Novanta. Se qualcuno ci avesse parlato di MP3, avremmo pensato a un film di James Bond.

Internet era sconosciuto, Facebook, Whatsapp e tutti gli altri social network non erano ancora stati inventati, delle e-mail non esisteva nemmeno la parola, Skype manco a parlarne. Per chiamarsi, si usava il telefono (addirittura quello a rotella, pesantissimo, di bachelite grigia) e le cabine telefoniche (prima a gettoni, poi con la carta telefonica) ed era ancora normale scriversi lettere e mandarsi cartoline. Quando comparvero i primi cellulari, negli anni Novanta, si trattava di affari grossi come walkie-talkie, con antenne lunghe mezzo metro che rischiavano di accecare i vicini.
Le ricerche non si facevano su Wikipedia ma sulle enciclopedie di carta, a casa propria oppure in biblioteca.

Il massimo della tecnologia era una calcolatrice scientifica (ricercatissime quelle che tracciavano i grafici delle funzioni) e magari qualcuno dei primi, preistorici personal computer.
Credo di non aver mai visto un modem prima dei vent'anni, e si trattava di quelli che fischiavano e scricchiolavano per mezz'ora prima di connettersi, e poi ci mettevano altrettanto per scaricarti un'immagine.
I videogiochi erano, a paragone di quelli di oggi, quello che l'aereo dei fratelli Wright è rispetto allo Space Shuttle.

Per accedere alla pornografia, o semplicemente alla visione di un corpo femminile nudo, bisognava sottrarre surrettiziamente le riviste ai fratelli maggiori, oppure cercare, sulle TV private, qualche commediaccia con Edvige Feneh o Gloria Guida, o una puntata di Colpo Grosso.
Non ho dati statisticamente attendibili, ma credo di poter affermare con una certa sicurezza che pochissimi fra i miei coetanei abbiano avuto rapporti sessuali prima dei diciotto-diciannove anni.

Cominciavano ad arrivare i primi segni della globalizzazione, ma la prima volta che ho visto un McDonald è stato a sedici anni, durante una vacanza-studio in Inghilterra.

Eppure, ogni anno, ho sempre più forte la certezza che gli adolescenti di oggi - globalizzati, bombardati di informazioni, frastornati dai social network, schiavi dei telefonini, abituati ad accedere senza problemi ad archivi online contenenti terabyte di pornografia di ogni genere - siano sostanzialmente identici a com'eravamo noi alla loro età, anche se a noi adulti fa più comodo pensare il contrario.

sabato 13 agosto 2016

comme te si ncantata...

Maggio. Na tavernella
ncopp’ ‘Antignano: ‘addore
d’ ‘anèpeta nuvella;
‘o cane d’ ‘o trattore

c’abbaia: ‘o fusto ‘e vino
nnanz’ ‘a porta: ‘a gallina
ca strilla ‘o pulicino:
e n’aria fresca e ffina

ca vene ‘a copp’ ‘e monte,
ca se mmesca c’ ‘o viento,
e a sti capille nfronte
nun fa truvà cchiù abbiento…

Stammo a na tavulella
tutte e dduie. Chiano chiano
s’allonga sta manella
e mm’accarezza ‘a mano…

Ma ‘o bbì ca dint’ ‘o piatto
se fa fredda ‘a frettata ?…
Comme me sò distratto !
Comme te sì ncantata !…

Salvatore Di Giacomo
(da "Vierze nuove", 1901)

venerdì 12 agosto 2016

quattro poesie (in versi e in prosa) di Jaime Sabines

Che cazzo posso fare con il mio ginocchio,
con la mia gamba così lunga e così debole,
con le mie braccia, con la mia lingua,
con i miei occhi deboli?
Che c'entro io con questo casino
di idioti di buona volontà?
Che c'entro io con intelligenti putrefatti
e con dolci bambine che non vogliono un uomo ma solo poesia?
Cosa posso io tra poeti uniformati
dall'accademia o dal comunismo?
Cosa, tra venditori o politici
o pastori di anime?
Che cazzo ci posso fare, Tarumba,
se non sono un santo, né un eroe, né un bandito,
né un adoratore dell'arte,
né un farmacista,
né un ribelle?
Che ci posso fare se posso fare tutto
e non voglio fare altro che guardare e guardare?

(da “Tarumba, 1956)

* * *

Ti amo alle dieci del mattino, e alle undici, e a mezzogiorno. Ti amo con tutta l'anima e con tutto il mio corpo, a volte, nei pomeriggi di pioggia. Però alle due del pomeriggio, o alle tre, quando mi metto a pensare a noi due, e tu pensi al pranzo o alle faccende domestiche o ai diversivi che non hani, comincio a odiarti sordamente, con la metà dell'odio che ho per me.
Poi ti amo di nuovo, quando dormiamo e sento che sei fatta per me, che in qualche modo me lo dicono il tuo ginocchio e il tuo centre, le mie mani me ne convincono, e non esiste altro luogo dove io venga, dove io vada, migliore del tuo corpo. Tu mi accogli con tutta te stessa, ed entrambi scompariamo un istante, ci mettiamo nella bocca di Dio, fino a che non ti dico che ho fame o sonno.
Tutti i giorni ti amo e ti odio irrimediabilmente. E ci sono anche giorni, ci sono ore, in cui non ti conosco, in cui mi sei estranea come la donna di un altro. Mi preoccupo degli uomini, mi preoccupo di me, mi distraggono le mie pene. È probabile che non penserò a te per molto tempo. Chi potrebbe amarti meno di me, amore mio?

(da “Diario settimanale e poesie in prosa”, 1961)

* * *

Si dice, si vocifera, dicono nei salotti, alle feste, uno o pochi informati, che Jaime Sabines è un grande poeta. O almeno un buon poeta. O un poeta decente, stimato. O semplicemente un vero poeta.
La notiza giunge a Jaime e lui si rallegra: che bellezza! Sono un poeta! Sono un poeta importante! Sono un grande poeta!
Convinto esce fuori, o va a casa, convinto. Ma per strada nessuno, e a casa ancora meno: nesuno si rende conto che è un poeta. Perché i poeti non hanno una stella sulla fronte o una luce visibile o un raggio che gli esce dalle orecchie?
Mio Dio!, dice Jaime. Devo essere un papà un marito, o lavorare in una fabbrica come uno qualsiasi, o camminare, come uno qualsiasi, come un pedone.
Proprio così!, dice Jaime. Non sono un poeta: sono un pedone.
E questa volta se ne sta sdraiato sul letto con un'allegria dolce e tranquilla.

(da “Altre poesie libere”, 1973-74)

* * *

Adoro Dio. È un vecchio magnifico che non si prende sul serio. Gli piace giocare e gioca, e a volte perde definitivamente il controllo e ci rompe una gamba o ci schiaccia definitivamente. Però questo succede solo perché non vede bene ed è abbastanza goffo con le mani.
Ci ha inviato dei tipi eccezionali come Buddha o Cristo o Maometto, o mia zia Chofi, affinché ci dicano di comportarci bene. Ma lui non se ne preoccupa molto: ci conosce. Sa che il pesce grande mangia il pesce piccolo, che la lucertola grande mangia quella piccola, che l'uomo mangia l'uomo. E per questo ha inventato la morte: perché la vita – non tu né io – la vita sia per sempre.
Adesso gli scienziati se ne escono con la loro teoria del Big Bang... Però che importanza ha se l'universo si estende infinitamente o si contrae? Questo è un fatto che interessa solamente alle agenzie di viaggio.
Adoro Dio. Ha messo in ordine le galassie e distribuisce bene il traffico sul cammino delle formiche. Ed è così giocherellone e dispettoso che l'altro giorno ho scoperto che ha inventato – contro l'attacco degli antibiotici – dei batteri mutanti.
Vecchio saggio o bambino esploratore, quando smette di giocare con i suoi soldatini di piombo edi carne e ossa, crea campi di fiori o dipinge il cielo in modo incredibile.
Muove una mano e crea il mare, ne muove un'altra e crea le montagne. E quando passa sopra di noi, restano le nubi, pezzi del suo alito.
Dicono che a volte s'infuria e crea terremoti, e manda tempeste, flussi di fuoco, venti scatenati, acque sporche, castihi e disastri. Ma è tutto falso. È la terra che cambia – e si agita e cresce – quando Dio si allontana.
Dio è sempre di buon umore. Per questo è il preferito dei miei genitori, il prescelto dei miei figli, il più caro dei miei fratelli, la donna più amata, il cagnolino e la pulce, la pietra più antica, il petalo più tenero, l'aroma più dolce, la notte insondabile, lo sfarfallio della luce, la sorgente che sono.
Mi piace Dio, lo adoro. Che Dio benedica Dio.
(da “Altre poesie libere”, 1973-74)


Jaime Sabines (Tuxtla Gutiérrez, Chiapas, 1926 – Città del Messico, 1999)
Le traduzioni sono di Angela Saliani, da “Poesia”, XXIX, 315 (maggio 2016)

giovedì 11 agosto 2016

pantere e giaguari

La pantera
Nel Jardin des Plantes, Parigi

Il suo sguardo, scorrendo sulle sbarre,
è così stanco, che nulla lo ferma:
come se intorno avesse mille sbarre
e dietro mille sbarre, nessun mondo.

Morbido il passo, flessuoso e forte,
gira in cerchi più stretti, ancor più stretti,
come una forza danza intorno a un centro,
dove un'enorme volontà è in letargo.

Ogni tanto, in silenzio, si alza il velo
dalle pupille: e penetra un'immagine,
per la quiete tesa delle membra
va a posarsi nel cuore.

Rainer Maria Rilke

* * *


Il giaguaro

Le scimmie sbadigliano e si adorano le pulci al sole.
I pappagalli strillano come fossero in fiamme, o passeggiano
come sgualdrine da due soldi per ottenere una nocciolina.
Stremati dall'indolenza, il leone e la tigre

giacciono immobili al sole. Le spire del boa constrictor
sono fossili. Gabbia dopo gabbia pare vuoto, oppure
la paglia respira con il puzzo dei dormienti.
Sembra il dipinto sul muro di un asilo.

Ma chi, come gli altri, corre oltre, arriva a una gabbia
dove la folla sosta, osserva, ipnotizzata, come un bambino
in sogno, un giaguaro infuriato seguire in corsa
i suoi occhi che perforano il buio della prigione

brevi feroci spolette. Non per noia –
gli occhi contenti di essere ciechi in fiamme,
sordo l'orecchio per lo scoppio del sangue nel cervello –
si avvolge tra le sbarre, ma non c'è gabbia per lui

come non lo è la cella per il visionario:
il suo passo è giungle di libertà:
il mondo rotola alla lunga spinta del suo tallone.
Oltre il soffitto della gabbia viene l'orizzonte.

Ted Hughes

(traduzioni mie)

martedì 9 agosto 2016

estiva

Distesa estate,
stagione dei densi climi
dei grandi mattini
dell’albe senza rumore –
ci si risveglia come in un acquario –
dei giorni identici, astrali,
stagione la meno dolente
d’oscuramenti e di crisi,
felicità degli spazi,
nessuna promessa terrena
può dare pace al mio cuore
quanto la certezza di sole
che dal tuo cielo trabocca,
stagione estrema, che cadi
prostrata in riposi enormi,
dai oro ai più vasti sogni,
stagione che porti la luce
a distendere il tempo
di là dai confini del giorno,
e sembri mettere a volte
nell’ordine che procede
qualche cadenza dell’indugio eterno.

(Vincenzo Cardarelli)

venerdì 5 agosto 2016

my sweetest choice



Henry Purcell (1659-95), O solitude my sweetest choice Z. 406

Andreas Scholl, controtenore; Ensemble Artaserse
registrato dal vivo a Parigi, 11 dicembre 2010

Da un testo di Katherine Fowler Philips (1631-1664), ispirato a un'elegia di Marc-Antoine Girard, sieur de Saint-Amant (1594-1661)

Testo inglese



O solitude, my sweetest choice!
Places devoted to the night,
Remote from tumult and from noise,
How ye my restless thoughts delight!
O solitude, my sweetest choice!

O heav’ns! what content is mine
To see these trees, which have appear’d
From the nativity of time,
And which all ages have rever’d,
To look today as fresh and green
As when their beauties first were seen.


O, how agreeable a sight
These hanging mountains do appear,
Which th’ unhappy would invite
To finish all their sorrows here,
When their hard fate makes them endure
Such woes as only death can cure.

O, how I solitude adore!
That element of noblest wit,
Where I have learnt Apollo’s lore,
Without the pains to study it.


For thy sake I in love am grown
With what thy fancy does pursue;
But when I think upon my own,
I hate it for that reason too,
Because it needs must hinder me
From seeing and from serving thee.

O solitude, O how I solitude adore!

* * *

Testo originale (tradotto in francese moderno)


Ô Solitude
Ô que j’aime la solitude !
Que ces lieux consacrés à la nuit.
Éloignés du monde et du bruit,
Plaisent à mon inquiétude !
Ô que j’aime la solitude !

Mon Dieu ! que mes yeux sont contents
De voir ces bois, qui se trouvèrent
À la nativité du temps,
Et que tous les siècles révèrent,
Être encore aussi beaux et verts
Qu’aux premiers jours de l’univers !


Que je prends de plaisir à voir
Ces monts pendants en précipices.
Qui, pour les coups du désespoir.
Sont aux malheureux si propices.
Quand la cruauté de leur sort.
Les force à rechercher la mort.

Oh ! que j’aime la solitude !
C’est l’élément des bons esprits,
C’est par elle que j’ai compris
L’art d’Apollon sans nulle étude.


Je l’aime pour l’amour de toi,
Connaissant que ton humeur l’aime ;
Mais quand je pense bien à moi.
Je la hais pour la raison même :
Car elle pourrait me ravir
L’heur de te voir et te servir.

Ô que j’aime la solitude !