lunedì 16 novembre 2009

le dimensioni contano


Anche il più enorme dei telescopi deve avere all'estremità una lente non più grande di un occhio.
(Ludwig Wittgenstein)

domenica 15 novembre 2009

recensioni in pillole 44 - "La religione del mio tempo"

Pier Paolo Pasolini, La religione del mio tempo, Garzanti 1976 (prima ed. 1961)

Le poesie che compongono "La religione del mio tempo" furono scritte tra il 1955 e il 1960. Sono anni cruciali per Pasolini: la pubblicazione di "Una vita violenta" (1958), le prime esperienze cinematografiche, l'impegno per la rivista "Officina" (insieme a Roversi, Leonetti, Fortini), il processo per oscenità contro "Ragazzi di vita", la scrittura dei saggi poi confluiti in "Passione e ideologia" (1960).
Ma soprattutto sono gli anni in cui prende forma quella "mutazione antropologica" che diventerà il leitmotiv della sua produzione successiva.
Il libro riflette tutto ciò: un libro denso, quindi, anche contraddittorio, ma singolarmente ricco di fermenti.
Il lungo poema “La ricchezza” (1955-59), insieme a quello eponimo, del 1957-59, suonano come un'approfondimento e insieme una rilettura (auto)critica de “Le ceneri di Gramsci”, un bilancio dei suoi anni romani e un'amara constatazione del fallimento di tutte le speranze che avevano animato la sua generazione nel dopoguerra (“il doloroso stupore / di sapere che tutta quella luce, / per cui vivemmo, fu soltanto un sogno / ingiustificato, inoggettivo, fonte / ora di solitarie, vergognose lacrime.”).
In “A un ragazzo” (1956-57), uno dei vertici lirici del libro, tornano le immagini struggenti del passato friulano e il ricordo del fratello Guido, partito per unirsi ai partigiani e morto il 7 febbraio 1945, nel famigerato eccidio di Porzus.
Gli affilati, irosi versi di “Umiliato e offeso” (1958) e di “Nuovi epigrammi” (1958-59) profilano già il Pasolini degli anni Sessanta, il polemista infuocato e apocalittico, che si rivela appieno nelle cinque “Poesie incivili” (luglio 1960) che chiudono il volume.
L'ultimo verso dell'ultima poesia termina con la parola “rabbia”, ma il senso che aleggia su tutto è quello della tragedia, della sconfitta, del vuoto. Il capitalismo ha trionfato, l'Eden contadino della giovinezza friulana è ormai scomparso, la Resistenza è già dimenticata, il proletariato innocente e pagano vagheggiato negli anni Cinquanta non si è dimostrato diverso dalla borghesia a cui avrebbe dovuto opporsi.
Il fallimento delle ideologie si incrocia e sovrappone al fallimento interiore, privato, e più volte si affaccia un senso di disfatta, un cupio dissolvi che la passione – politica e umana – fa sempre più fatica a combattere.

sabato 14 novembre 2009

recensioni in pillole 43 - "Sgt. Kirk. Rinnegato!"

Hugo Pratt / Héctor Oesterheld, Sgt. Kirk. Rinnegato!, Rizzoli/Lizard 2009 (192 pp., € 22)

Si dice sempre che il western revisionista comincia nel 1970, con “Soldato Blu”, “Piccolo grande uomo” e “Un uomo chiamato cavallo”. Beh, non è mica vero.
Ad esempio ci sono i fumetti: a parte il fatto che già nel 1950 lo sceneggiatore Gian Luigi Bonelli, il creatore di Tex Willer, aveva fatto sposare il suo personaggio con una donna indiana e aveva rappresentato gli indiani in una luce positiva del tutto inconsueta per l'epoca, c'è stato anche il “Sergente Kirk”, uscito in Argentina a partire dal 1953.
Ora viene ristampato, e questo è il primo volume di una collana che dovebbe comprenderne cinque, arrivando a contenere tutte le storie del personaggio.
I disegni sono di un Hugo Pratt appena venticinquenne, i testi del grandissimo Héctor Oesterheld, l'uomo che quattro anni dopo avrebbe firmato la sceneggiatura de “L'Eternauta”, uno dei capolavori del fumetto di ogni tempo e paese. Il protagonista è un sergente del Settimo Cavalleria che, sconvolto da un massacro di pellerossa innocenti, decide di disertare e si unisce all'immaginaria tribù dei Tchatoogas.
Kirk è, per certi versi, un eroe classico (forte, imbattibile con i pugni e la pistola, retto, onesto, idealista), ma per molti altri aspetti anticipa personaggi più moderni e tormentati. La scena che chiude il volume è emblematica: Kirk ha aiutato i suoi amici indiani a conquistare un fortino occupato da cattivissimi banditi, ma una volta entrato si accorge con raccapriccio di aver combattuto in realtà contro i suoi vecchi commilitoni del Settimo Cavalleria. Insomma, il personaggio si muove in un mondo nel quale il bene e il male non stanno mai da una parte sola; a volte sbaglia, spesso si pone interrogativi morali e non sempre sa risolverli.
Le storie sono bellissime e i disegni mostrano un Pratt ancora alla ricerca del suo stile (il segno, ricco di particolari e tratteggi, è ancora lontano da quello splendidamente sintetico della maturità), ma già capace di delineare i personaggi e gli ambienti con grande dinamismo e sottigliezza.
Un capolavoro da recuperare assolutamente.

venerdì 13 novembre 2009

i racconti dell'ispettore - madonne (2)

Io ho ripreso a illustrare: che comunque non si insediano solo in campagna, ma ce ne possono essere sui campanili, in mezzo alle rocce, nel cavo di un albero, e anche nei posti più strani, come dirò.
Tra di loro le madonne sono molto aggressive e difendono il territorio precipitandosi sulle intruse all'improvviso, da dietro le spalle. E sfoderano un becco che non ci si aspetta, e non si direbbe che l'hanno. E poi se l'altra non fugge dopo due o tre mosse di sfida, arrivano a far del baccano e a spennarsi a vicenda, in mezzo a un gran polverone spettacolare.
Invece con le altre razze, ad esempio con gli uomini, sono dolcissime, quasi contente che le si vada a trovare; e tengono infatti quel contegno serafico che tutti ricordano poi con grande piacere.
[...]
Come abitudini, comunque, dicevo al prefetto, la madonna non è chiaro che abitudini abbia, prima di tutto in campo alimentare. Ad esempio è difficile che ceni o che sia stata vista mangiare qualcosa, anche qualcosa di molto leggero. Quindi la sua alimentazione è veramente un mistero che ancora non si è potuto sciogliere.
[...]
Non dovrebbe comunque avere organi interni e viscere, ma è probabile che sia un tutto omogeneo, di materia leggera. E che a sezionarla, se uno ad esempio volesse, si troverebbe sempre la stessa sostanza io credo, spugnosa come un polmone, ma dappertutto, nelle braccia, nelle gambe, nel tronco, dentro la testa. E è senza ossa, quindi come un corpo di gomma, della durezza della gomma da cancellare.
Poi nessuno l'ha vista di dietro o di mezzo profilo. Arriva in genere sempre di faccia e rimane di faccia, perché questa dev'essere la sua prerogativa e non solo una sua abitudine. Si può dire che la madonna sia assolutamente intransigente sul verso che deve mostrare. E non sappiamo con sicurezza che cos'abbia di dietro. Qui si possono fare ipotesi per quanto si può verosimili.
Probabilmente la madonna di dietro ha la stessa soffa del vestito che si può vedere davanti.
Forse con una piega ampia e una certa ricchezza in vita, dalle scapole in giù. Perché nel davanti sembra che l'abito sia in genere tagliato a loden senza le spalle, senza imbottitura, e poi giù dritto, liscio fino alle caviglie.
Nessuno ha mai visto bottoni o alamari, e la stoffa a occhio e croce è pannetto leggero o un gabardin di cotone piuttosto floscio. Si tratta dunque senz'altro di una divisa, che varia di taglia e nei modelli da estate e da inverno, o forse ammette qualche fronzolo supplementare o qualche versione fastosa da parata o di rappresentanza.
Ad esempio veli di crespo con oro e argento trapunto; o scialli orlati di una frappina.
A Borgoforte ho voluto chiedere ancora, per esser sicuro; e lì una donna abbastanza vecchia di età dice che per lei la madonna è sempre inamidata e rigida, e non muove la bocca anche se parla. In questi casi credo si possa dire che se vuole la madonna è ventriloqua, e sta immobile e si sente la voce, perché fa come se fosse per natura una statua da chiesa.
Può darsi che ricorra all'amido, e non si può dare una spiegazione di questo, perché ci sia a volte l'amido e a volte no. Escludo sia legato all'orario o alla stagione dell'anno.

Ermanno Cavazzoni, Il poema dei lunatici, Bollati Boringhieri 1987, pp. 130-133

giovedì 12 novembre 2009

Canzoniere brasiliano 4 – Uragano Elis

Elis Regina è uno dei motivi per cui quest’universo merita di esistere.
Bambina-prodigio, firmò il suo primo contratto a 13 anni e a 15 aveva già registrato un disco ed era diventata una celebrità nella sua città natale, Porto Alegre. Nei primi anni Sessanta si trasferì a Rio de Janeiro e cominciò a farsi notare nei locali di Beco das Garrafas, la strada di Copacabana dove si poteva ascoltare la miglior musica del Brasile. Il successo arrivò quasi immediato.
Per tutti gli anni Sessanta e Settanta Elis fu la musa di Antonio Carlos Jobim, Vinicius De Moraes, Edu Lôbo, Carlos Lyra, Baden Powell, e poi anche dei nuovi autori come Caetano Veloso, Gilberto Gil e Milton Nascimento. Come molti altri artisti brasiliani, criticò apertamente il regime militare che dominò il Brasile a partire dal 1964, e solo la sua enorme popolarità le risparmiò l’esilio, che toccò invece a Veloso, Gil, Buarque e molti altri.
Elis fu, per certi aspetti, quello che in Italia, negli stessi anni, era Mina...
(continua su Nazione Indiana)

che ne pensa il vecchio tom


http://www.youtube.com/watch?v=JeAP1KyPDzM

Tom Waits, "November"
da: The Black Rider (1993)

Niente ombre niente stelle
niente luna niente auto
novembre

Crede soltanto
in una pila di foglie morte
e una luna che ha il colore dell'osso

Niente preghiere per novembre
perché indugi ancora
tirate le cuoia
li sgozzeremo tutti

Novembre mi ha legato
a un vecchio albero morto
chiamate aprile per salvarmi

La fredda catena di novembre
fatta di stivali bagnati e di pioggia
e lucidi corvi neri su strade di fuliggine

Novembre è strano
tu sei il mio plotone d'esecuzione
novembre

Con i capelli tirati indietro
con gelatina andata a male
con il sangue di un fagiano
e l'osso di una lepre
legato alle corna di un capriolo maschio
lasciato a ondeggiare nel legname
come una bandiera impallinata

Andate via musi di pioggia
andate via bruciatevi il cervello
novembre

per carità, qualcuno dia una padellata in testa a quest'uomo

Corona: "Non mi pento di nulla. E se mi condannano scappo in Brasile"

Roma, 11 nov. (Adnkronos)
"Non mi pento di nulla, non chiedo scusa a nessuno. E credo che il processo non finirà bene. Finirà molto bene. Ma se mi condannano scappo in Brasile. Perdere Belen sarebbe una perdita immensa. Lei e Carlos sono gli unici sorrisi in una vita fatta di m… e di lavoro". In un'intervista al settimanale 'Oggi', in edicola oggi, Fabrizio Corona annuncia la sua intenzione di non rispettare le conseguenze penali di un'eventuale condanna (al processo in primo grado, in corso a Milano, il pm ha chiesto 7 anni e 2 mesi di reclusione).
A 'Oggi', Corona confida anche quella che per lui è più che una speranza: entrare nel cast del prossimo film di 007. "I produttori mi hanno visto in Videocracy (il documentario di Erik Gandini sulle miserie della Tv italiana, ndr) ho fatto una grande impressione, dicono che sono un attore nato. Mi hanno spedito la sceneggiatura e un coach con cui mi alleno due ore al giorno - racconta -. Siamo agli ultimi provini, ce la farò. Interpreterò uno dei cattivi. E' una parte vera, con tante 'pose', mica le comparsate che hanno fatto la Cucinotta e la Murino". E alla domanda se ha già provato a piazzare Belen come Bond Girl, Corona risponde: "La porto a tutte le cene coi produttori: non possono non rimanerne colpiti. Però la carriera se la sta fabbricando da sola. E benone, direi".
Poi punzecchia l'ex della sua fidanzata: "In settimana firmo e divento presidente della Sangiustese, squadra marchigiana di C2, i tifosi sono già in delirio. E sa quale sarà il mio primo colpo di mercato? Compro Borriello".