sabato 5 settembre 2015

stagioni - 2

In me tu vedi quel tempo dell'anno
quando le foglie gialle, o poche, o nulla
tremando pende dai rami nel gelo,
nude rovine, un tempo gaie di uccelli.
In me del giorno tu vedi il crepuscolo
quando a sera svanisce ad occidente,
sprofonda a poco a poco nelle tenebre,
come in mortale sigillo di pace.
In me tu vedi balenare un fuoco
che giace in ceneri di gioventù
come nel letto in cui dovrà spirare
consumato da ciò che gli dà vita.
Questo tu vedi, e questo ti fa amare
più forte chi tra breve perderai.

William Shakespeare, Sonetto 73 – traduzione mia

venerdì 4 settembre 2015

ex ore vulgi

"O Rizziè, ma che ce vè a fa' 'n montagna? Guarda che te rompi i cojoni. Le giornate dilì en lunghe, dopo mpo' 'n sè più che fa'!"
"Guarda, io 'l sè che fo? Me porto 'n martello e me ciacco i diti, cussì 'mmannoio de sicuro!"

(sentita dal barbiere)

giovedì 3 settembre 2015

dicono di me

Una recensione di "Oltre il margine" da parte di Caterina Camporesi.

ceci est un poème (et rien d'autre que ça)


Una poesia non potrà dire altro che sé stessa.
Non la realtà – tanto per intenderci.
Rassegnatevi. Rassegniamoci.
Un poeta verrà detto dalle proprie poesie
che gli piaccia o no.
Una poesia non potrà dire la morte
solo la parola: morte.
Non è una differenza da poco. Per niente.
Oggi volevo scrivere una poesia
su un bambino morto.
Era in realtà una poesia
su di me che guardavo un bambino morto
e non diceva altro che sé stessa
nell'atto di dire me che guardavo
l'immagine di un bambino morto.
C'era tanta distanza tra quella poesia mai nata
e il bambino morto
che ho pensato fosse meglio piantarla
vestirmi per uscire
portare a spasso i miei bambini nell'ultimo sole estivo.

mercoledì 2 settembre 2015

les mauvaises mots


Le poesie dicono quel che gli pare
e non c'è modo di metterle a tacere.
Tranne ucciderle in culla ovviamente
ma non è mica facile
perché muoiono solo le più deboli
le altre ti perforano il petto
spalancano il becco
reclamando l'esistenza.
Devi sperare che prendano
presto il volo
per sbarazzarti del nido vuoto
e goderti un attimo di pace.

martedì 1 settembre 2015

recensioni in pillole - "Le sabbie di Marte"

Arthur C. Clarke, Le sabbie di Marte, Romanzi di Urania n. 150, luglio 2015 (edizione originale: 1951); 229 pp., € 6,50

Ammetto che le mie frequentazioni con la fantascienza sono piuttosto occasionali, però ogni tanto un bel libro me lo leggo volentieri.
Arthur C. Clarke (1917-2008), anzi sir Arthur, è ovviamente l'autore del romanzo che sta alla base di 2001: Odissea nello spazio, oltre che co-autore della sceneggiatura del film. Ma Clarke fu anche molto altro: autore di moltissimi libri di sci-fi (insieme a Heinlein e Asimov, è considerato uno dei maestri del genere), divulgatore scientifico sulla stampa e in TV, esploratore subacqueo, nonché laureato in matematica e fisica e, durante la II Guerra Mondiale, uno dei primi ad usare i nuovi radar antiaerei. Passò gli ultimi anni della sua vita in Sri Lanka, dedicandosi alla sua passione per le immersioni, e provate a chiamarlo scemo...
Ora, il mio problema con la fantascienza è che spesso suona irrimediabilmente datata: astronavi su cui non c'è traccia di computer, mondi futuribili sui quali si comunica via radio e telegrafo, calcolatori che funzionano a valvole, costumi anni Settanta, e così via.
Qui, Clarke riesce invece nell'impresa di costruire un romanzo di fantascienza perfettamente verosimile, che immagina le difficoltà dei primi coloni impegnati a rendere abitabile il pianeta Marte. Per tutto il testo, non ci sono quasi elementi spettacolari: niente duelli stellari, niente dischi volanti, niente alieni con le antennine verdi (i marziani in realtà ci sono, ma sono molto diversi da come li si immagina di solito), niente eroi in tute scintillanti. Piuttosto, descrizioni di laboratori, sistemi di produzione dell'ossigeno, cupole isolanti, respiratori, fuoristrada.
In effetti, un plot romanzesco c'è: la storia di uno scrittore di fantascienza, inviato su Marte per realizzare un reportage, e che lì troverà un nuovo senso per la sua vita e anche l'occasione per rimediare ad alcuni errori del passato. E poi c'è una sottotrama di fantapolitica: ma anche lì niente di epico o di mozzafiato.
Come tutto ciò risulti in un romanzo interessante e a tratti persino avvincente, lo si deve ovviamente alla penna di Clarke. Lettura estiva più che gradevole.

lunedì 31 agosto 2015

visioni - noterelle sparse su "Un uomo da marciapiede"

Un uomo da marciapiede (Midnight Cowboy), di John Schlesinger (U.S.A., 1969); con John Voight e Dustin Hoffman; 113 min.
(Premio Oscar 1969 come miglior film, miglior regia e miglior sceneggiatura non originale).

Punto primo: la circolarità.
Il film si apre con un Joe Buck smagliante, bardato con le sue giacche a frange e le sue camicie ricamate, che prende il Greyhound per New York. Si chiude con un Joe Buck terrorizzato, in un'anonima camicia a quadri giallo canarino, che sorregge il cadavere dell'amico mentre l'autista del Greyhound rassicura i passeggeri che tutto è a posto e li porta verso il mare di Miami.
Già questo sarebbe da Oscar.

Punto secondo: l'Oscar.
Nel 1969, vince l'Oscar (tre Oscar!) un film cupo, sardonico, pessimista, per di più classificato come X-Rated (solo per adulti), che per la maggior parte si svolge in baretti lerci, appartamenti luridi infestati dagli scarafaggi, strade urbane popolate di reietti, e che insomma è una caustica negazione del Grande Sogno Americano.
O tempora! O mores!

Punto terzo: il doppiaggio.
Ecco, non per dire che io, sì, insomma, so le lingue, ma il film l'ho visto in inglese (con i sottotitoli pure in inglese). Ed è tutto un altro pianeta.
Nel doppiaggio italiano, a parte il fatto che ovviamente si perde il marcato accento texano di Joe,  ma Ferruccio Amendola (pace all'anima sua) regala a Hoffman/Ratso un petulante accento pseudonapoletano, fin troppo tracotante e sicuro di sé. E la voce, in fin dei conti, è sempre quella di Ferruccio Amendola: se chiudi gli occhi non vedi Hoffman (o De Niro, o Stallone), vedi Ferruccio Amendola. Dustin Hoffman, invece, si inventa una vocina chiocchia, sottile, nasale (veramente da “ratto”), che ispira allo stesso tempo fastidio e pietà.
La prova di Hoffmann è immensa. Intendiamoci, anche Voight è bravissimo nel caratterizzare questo braciolone che parte alla conquista del mondo e si becca solo mazzate sulla testa, ma Hoffman – ripeto – è su un altro pianeta.

Punto quarto: l'omosessualità.
Nel 1969, l'omosessualità è una cosa che si fa di nascosto, in cinema di quart'ordine, in topaie sgangherate, e i gay sono studentelli frustrati con gli occhiali a fondo di bottiglia, o ripugnanti vecchiardi con manie sadico-religiose.Il linguaggio stesso è apertamente omofobico: jackies, faggots, tuttifrutti (non so come siano stati resi in italiano).
Altri tempi (per fortuna).

(Ah già, la trama: ma quella, presumo, la saprete tutti.
Il ragazzone Joe Buck sbarca a New York, convinto che lì tutte le donne cadranno ai piedi dello stallone texano con gli stivali e la giacca a frange. Invece si trova a far combriccola con Rico “Ratso” Rizzo, ladruncolo da quattro soldi, truffatore, e per di più tisico, che nel suo appartamento abusivo sogna di rifarsi una vita sotto il sole della Florida. Ecco, direi che la trama più o meno è tutta qui. Basta e avanza.)