venerdì 6 maggio 2016

le Muse su una quercia

Sulla collina

Io certo vidi le Muse
Appollaiate tra le foglie.
Io vidi allora le Muse
Tra le foglie larghe delle querce
Mangiare ghiande e coccole.
Vidi le Muse su una quercia
Secolare che gracchiavano.
Meravigliato il mio cuore
Chiesi al mio cuore meravigliato
Io dissi al mio cuore la meraviglia.


(Leonardo Sinisgalli)

giovedì 5 maggio 2016

i deserti del sonno

I went into the deserts of dim sleep –
That world which, like an unknown wilderness,
Bounds this with its recesses wide and deep – 


* * *

Entrai nei fiochi deserti del sonno:
quel mondo che, selvaggio inesplorato,
cinge il nostro con vasti antri profondi...

(Percy Bysshe Shelley - frammento; traduzione mia)

mercoledì 4 maggio 2016

sono uscito (quasi) vivo dagli anni Ottanta



Io me li ricordo gli anni Ottanta.
Quando tutti eravamo fighissimi, ci bevevamo Milano con il sottofondo dei Weather Report (anch'io che sono astemio), fumavamo le pestifere Muratti (anch'io che non ho mai fatto un tiro di sigaretta in vita mia, giuro), e vestivamo camicie coloratissime con enormi spalline e jeans strizzapalle (anch'io che ho sempre girato con i maglioni fatti a mano dalla nonna e dei vecchissimi Levi's a bracarella).
Quando le donne si facevano la doccia ignude nei box ermeticamente sigillati con Saratoga, i capelli delle rockstar assumevano fogge e colori impensabili e noi, nella più profonda delle province, per cogliere un capezzolo o un'impressione di pelo dovevamo sfogliare le pagine dell'intimo femminile sul catalogo Postalmarket. Oppure aspettare, di nascosto dai genitori, che in TV passassero Colpo Grosso o le commediacce con Lino Banfi.
Lo so: da qualche parte nel mondo, i Killing Joke, i Diaframma, i Cure, gli Smiths, i Joy Division cantavano il lato oscuro dei lustrini. Ma di tutto ciò a me arrivava poco o nulla.
Eppure oggi, a riascoltarle, riconosco – chissà come – tutte quelle canzoni, anche quelle che credevo di non aver mai sentito e che invece, evidentemente, ho assorbito per osmosi, nei lunghi pomeriggi passati a guardare Bim Bum Bam e ad aspettare che Fujiko esibisse le sue inverosimili tettone biconiche.
Per molto tempo ho pensato di odiare gli anni Ottanta. Poi mi sono reso conto che non è vero, anzi per meglio dire: non è esatto. È vero che provo una repulsione di natura estetica per gran parte di quel decennio, ma allo stesso tempo non posso fare a meno di provare affetto per quei suoni, quelle atmosfere, quello stile. Sono la mia infanzia e la mia prima adolescenza, non posso farci nulla. Di tutto il contesto storico-politico (odioso anzichenò) ho la consapevolezza nebulosa che poteva averne un bambino o un ragazzo.
Odio, invece, gli anni Novanta. Perché nel 1990 avevo quindici anni e cominciavo a rendermi conto del mondo che mi circondava. Ricordo benissimo Mani pulite, Tangentopoli, la fine ignominiosa della Prima Repubblica, Berlusconi sceso in campo, le rivoluzioni nell'Est Europa, la guerra in Jugoslavia, i primi sbarchi di albanesi, il genocidio del Ruanda, la morte del PCI. Ecco, quelle cose sì: le odio.
Quanto alla musica degli anni Novanta, l'ho letteralmente rimossa. Anche qui c'è una ragione: cominciavo ad avere i miei gusti musicali, amavo i cantautori ed ero un talebano del jazz. I Nirvana, il grunge, gli Oasis, il brit-pop, l'hip-hop, l'indie li ho recuperati molto dopo, a mente fredda. Alcune cose mi piacciono, altre no: ma per nessuna provo quell'odio-amore così viscerale che provo per gli anni Ottanta.
È come con i ricordi d'infanzia, in fondo: così sfocati eppure così intensi; così diversi dalle memorie più nitide, ma più fredde, dell'età adulta.

martedì 3 maggio 2016

insonnia

Di notte i gatti sembrano bambini
o viceversa. Io non prendo sonno
perciò compongo a mente i primi versi
di questa poesia mentre un gatto
giù nel giardino miagola e oltre il muro
i miei bimbi respirano. I gatti
si leccano con cura poi dormono
sonni compatti – forse lo farebbero
anche i bambini (di leccarsi dico).
Il mio corpo non smette di parlarmi
lo fa con fitte in zona cervicale
che si diramano lungo le braccia.
Non è più un servo docile il mio corpo
come lo era quando da ragazzo
lo domavo stancandolo. Ma forse
è sempre stato tutto com’è ora
e io sono abitato dal mio corpo
di cui credevo d’essere il signore.
Adesso il gatto ha smesso di frignare
e in casa non si sentono rumori.
Devo concludere questa poesia
spero di ricordarla domattina
quando la luce mi restituirà
all’illusione di essere me stesso.

lunedì 2 maggio 2016

note fiorentine

1.
Oratorio dei Buonomini
lunette del Ghirlandaio (scuola)
le Sette Opere di Misericordia
nitido Quattrocento – una brocca
di vino sulla mensola una spada
inclinata appiè del letto
fiaschi impagliati un pollo arrosto
un notaio nell'atto di rogare – tutto
in verde e giallo e rosso mattone
e azzurro piombo – Madonna
di allievo del Perugino – icona
e il solito tondo dei Della Robbia
“finestra a tromba per distribuire pane
Anno della peste M.D.XXII”
dietro l'angolo della casa
(falsa) dell'Alighieri – “aperto”
mi dice la custode “due ore il mattino
altrettante il pomeriggio” a offerta libera
per i bisognosi della confraternita.
(Sul cotto dei pavimenti
osservavo il pomeriggio declinare
la schiena contro l'intonaco macchiato
mente un ragno riparava la tela
dietro le finestre opache).

2.
La casa di Dante non è sua.
La chiesa dove incontrò Bice (forse) nemmeno.
“Dantesca” è il laboratorio di un artigiano del cuoio.
Esistono ancora gli Hare Krishna.
I passeri beccano le briciole cadute ai turisti.
Ai Giardini di Boboli abita un airone.
Il Museo del Bargello chiude alle sedici e venti.
Il colore di Firenze è il grigio.
In via de' Calzaiuoli i turisti aggirano una cacca di cavallo.
I capelli di Agnolo Doni sono ognuno
un'unica finissima pennellata.
La bellezza è un bene deperibile.

3.
Firenze in fondo è tutta un déja vu
i mendicanti benedicono e imprecano
come ovunque nonostante lo sfondo
ritagliato dai testi scolastici
(sono anche loro citazione
del Miracolo di Pietro o di qualche pala
che adesso non ricordo)
e le chiese come ovunque servono
ai turisti per far sgonfiare le caviglie
nei Giardini di Boboli però
più di preciso al Museo delle Porcellane
ho trovato un Ratto d'Europa in stile Impero
il piede minuscolo con il secondo
dito sporgente oltre l'alluce
dai fianchi larghi fioriva il busto
i seni appena rilevati
e anche un Compianto su Cristo morto
a San Carlo dei Lombardi – così
severamente simmetrico da rimettermi
in pace con il mondo (e con la mia cervicale).

domenica 1 maggio 2016

trilingue

Nigra replent insecta album.
Petra non labitur. Illic manet
cum omnibus procellae ruinis.
Pulveres vagant pavores.
Quot mentis fragmenta consumpserit
labor diuturnus rerum nemo
scit. Deinde verborum
nitet nix
ad non moriendum.

* * *

Il bianco invaso da mosche.
La pietra non va via. Resta là
con il gran turbinio del maltempo.
I calcinacci e le paure.
Chissà quanti pensieri
ha scucito il rosicchiamento
delle cose nel buio. Poi
Il bianco delle parole
per non morire.

* * *

’U ghianco chino ’i moscole.
Nun passa ’a preta. Stò llò
cu tutt’ ’u rrevuóto r’ ’u malotiémpo.
’I sfravecature e ’i paure.
Chisape quanta penziére
à scusato ’u rusecamiénto
r’ ’i ccose ’int’ ’u scuro. Po’
’u ghianco r’ ’i parole
pe’ nun murì.

(Michele Sovente)

sabato 30 aprile 2016

quattro poesie di Kate Clanchy

Posa

Ora faccio sedere mio figlio
sull'anca e reggo
il suo peso con la curva
della vita, come un albero
diviso da una forcella,
come amanti inclinati in un valzer.

Niente è perduto. Mai stata
una di quelle ragazze
rimaste magre come un fuscello.
Ai balli spesso ero da sola.

* * *

Amore

Non ne avevo mai incontrati così prima.
Una faccia da sollievo – davvero,
come una battuta su suo padre – sfocata
come da anni di lucidatura;
mani aggrinzite come foglie secche;

il calore sregolato che emetteva,
emetteva, i suoi respiri corti,
prudenti: pensavo
che i suoi filamenti esplodessero,
pensavo fosse un imperatore,

morente su cuscini di seta.
Non sapevo come tenerlo
avvolto, non sapevo
come allattarlo, non avevo
alcuna idea su di lui. Di notte

cercavo di ricordare la sensazione
della sua testa sul mio collo, il cranio
piccolo come un gatto, quell'affetto
caldo come un soldo fuso,
e i capelli, la peluria, fine
come lo strato più interno nel pelo
di qualche rara creatura delle nevi,
un'aureola di pelliccia, se mai
incontrassi una bestia così potresti
andarci vicino. Ho cominciato da lì.

* * *

Il ponte oltre il confine

Qui, dovrei senz'altro pensare a casa:
il mio paese e la città ripida e pulita
dove sono cresciuta: i suoi banchi di nubi,
i venti e la luce cangiante, teatrale,
i suoi scrosci di pioggia burbera e gelida, o altrimenti,

la volta che il treno rimase qui un'ora e mezza.
Era caldo, per una volta. Il motore sembrava
borbottare e respirare con noi,
e nel silenzio, il suonatore sul retro
strimpellava Scotland the Brave. C'era

una luce dorata, da film, e l'uomo di fronte
soffriva, diceva, per amore.
Vide un paese nei miei occhi.
Ma era di Los Angeles,
e io pensavo a un altro ponte.

Era ottobre. Io correvo a incontrare un uomo
con cui le cose non erano proprio stabili,
e in effetti non lo sarebbero mai state, e mi fermai
a mezza strada per guardare gli uccelli – rondini
in lontane migliaia, trascinate

verso l'Africa, o il caldo, o la casa, senza sapere
cosa, ma certamente come. Scivolavano sul cielo di carta
erano croci sui grafici del mercato azionaio,
erano sabbia in un canestro scosso,
e io le fissavo, come a setacciare l'oro.

* * *

Un uomo sposato

L'uomo sposato la notte scorsa sognava
di una casa che gli era stata lasciata:
una casa come quelle che hai nei sogni,

mille stanze, un corridoio. Vagava
in giro da solo, mi disse, sorrideva
con suo sorriso quieto e interiore. Trovavo

un giardino segreto, mura alte, chiuso, uno strano
verde vellutato. Lì, una finestra guardava
verso l'oceano. Piegava le mani pallide,

avevo, diceva, la chiave. Sua moglie toccava
la figlia addormentata, pesante lussuoso animale,
e lo guardava, d'intesa, soddisfatta.

(traduzioni mie)