giovedì 10 maggio 2018

due libri sul lavoro



Giorgio Falco, Ipotesi di una sconfitta, Einaudi, 2017 (384 pp., €19,50)
Francesco Dezio, La gente per bene, Terra Rossa, 2018 (210 pp., €15,00)

Apparentemente simili, in realtà diversissimi questi due libri.
Simili, perché simile è il tema: il lavoro, quello precario, polverizzato, risorseumanizzato dei giorni nostri. E simile anche il modo di svolgerlo, narrando in prima persona una sequela di lavori svolti dall'autore. Diversissimi invece gli ambienti, gli stili, i punti di vista.

Ipotesi di una sconfitta si apre con un lungo capitolo dedicato al padre del protagonista, siciliano emigrato a Milano (e quindi milanese al quadrato), impiegato per quarant'anni nell'azienda municipale dei trasporti (il vecchio, mitologico posto fisso), infine morto di tumore, proprio in coincidenza con la dismissione della stessa azienda.
Segue il resoconto dei tanti mestieri, più o meno improbabili, svolti da Falco: addetto al confezionamento di spillette con volti celebri, da Bruce Springsteen a Papa Woityla a Gesù (ma Gesù gratis, perché “con lui si va in perdita”); tabulatore di dati sui supermercati per conto di una rivista; venditore porta-a-porta di abbonamenti per la consegna domiciliare di un quotidiano; commesso in un negozio di abbigliamento; piazzista di scope in saggina; magazziniere; allenatore di basket; affissore di manifesti; fino alla discesa agli inferi: impiegato per un'azienda di telefonia mobile.
L'itinerario è una catabasi verso un lavoro sempre più alienante, disumanizzante, psicotizzante. L'ambiente è quello delle periferie milanesi, o del Veneto, o (per qualche pagina) delle borgate romane ai confini del Grande Raccordo Anulare: un panorama sempre più devastato, sfregiato, cementificato, invivibile. Un movimento discendente che non si arresta nemmeno di fronte all'ultima svolta: la scelta di dedicarsi alla scrittura e guadagnarsi da vivere con le scommesse calcistiche.
Tutto, in realtà, si svolge all'ombra di un tramonto: quello del Novecento, rappresentato dalla figura del padre. Il secolo è morto, insieme a tutti i suoi miti, e Giorgio Falco (classe 1967) appartiene alla generazione che ha vissuto quell'agonia.
Prendo in prestito le parole di Daniele Giglioli (da Le parole e le cose):
C’è un [...] mito a cui il secolo scorso ha sacrificato. [...] Era il mito secondo cui la vera vita è appunto l’arte, la letteratura, redenzione di quella che ci sfugge nello scialo dei giorni. [...] Quel mito tenta forse anche Falco, che però non gli cede. Il lettore non troverà da nessuna parte la volgarità terra terra del “ce l’ho fatta”, né quella tanto più volgare del “che importa, in fondo, se tutto ciò ha fatto nascere una scrittura?” Ci sono scrittori per i quali, di qualsiasi cosa parlino, fa premio comunque su tutto il ribaldo, avventuroso, amorale piacere di esprimersi. Falco è troppo onesto per questo. Tra cosa e stile la fusione è senza resti. La bellezza, la verità di questo libro, il lettore deve guadagnarsela a sue spese. Dentro, ma anche fuori dal libro.
Non c'è traccia di autofiction in “Ipotesi di una sconfitta”, ma una sincerità e un realismo senza remore, serviti da uno stile compatto, implacabile.

Apparentemente simile, dicevo, La gente per bene. Anche qui abbiamo uno scrittore nato nell'ultimo scorcio del Novecento (1970), che fa i conti con un lavoro trasformato in sfruttamento senza più alcuna possibilità di riscatto.
Lo scenario, stavolta, è il Sud: in particolare, il Sud della Murgia barese, terra di capannoni, piccole ditte a gestione familiare, discariche clandestine, palazzinari, padroni arricchitisi sullo sfruttamento spregiudicato degli operai. E anche Dezio racconta la propria odissea nel lavoro: il diploma all'Industriale, le esperienze come grafico addetto ad Autocad e SolidWorks, l'economia rampante dei divanifici Natuzzi che, negli anni Ottanta e Novanta, sembrava aver trasformato quel lembo di Puglia nella Svizzera del Meridione, il fallimento non solo personale, ma di un'intera società.
Tuttavia, il libro è quanto di più diverso si possa concepire, rispetto a quello di Giorgio Falco. Perché Dezio sceglie una forma ibrida, volutamente disomogenea, anzi trae la propria forza proprio dalle fratture nel tessuto stilistico e narrativo. E così, ogni capitolo sembra prendere una direzione diversa dal precedente, rendendo La gente per bene un oggetto letterario di difficile collocazione: autobiografia? autofiction? romanzo d'inchiesta e di denuncia? Lo stile incorpora il parlato, il dialetto, ma anche il linguaggio burocratico, le copie dei CV e delle lettere di licenziamento.
Alla fine, una vaga speranza sembra intravvedersi, ma sta solo nella fuga da un Sud che, dopo sessant'anni, ancora offre ai suoi figli l'unica strada dell'emigrazione.

Eppure, lo si sarà capito, qualcosa di simile i due libri ce l'hanno: dipingono in maniera spietata lo sfacelo ineluttabile del mondo occidentale contemporaneo. In questo, i capannoni della Brianza somigliano tragicamente a quelli delle Murge.

lunedì 7 maggio 2018

un'educazione russa

Nel XIII secolo, a Novgorod, nella Russia dominata dai variaghi (i discendenti dei vichinghi arrivati lì secoli prima discendendo il corso del Volga), era difficile trovare la carta – invenzione recente – e tantomeno la pergamena, rara e preziosa. Per scrivere, si usava la materia più a buon mercato, ossia la morbida corteccia delle tante betulle che crescevano nei boschi circostanti.
Gli archeologi hanno ritrovato centinaia di queste iscrizioni, perfettamente conservate grazie al suolo argilloso che circonda la città. Esiste persino una branca della paleografia slava, nota come berestologia (dal russo “beresta”, corteccia di betulla), che si occupa di studiarle. Il gran numero di iscrizioni e di attrezzi scrittori ritrovati attesta un'inaspettata diffusione dell'alfabetizzazione tra la popolazione locale.

Uno dei reperti più straordinari sono una dozzina di pezzi, realizzati da un bambino di sei o sette anni che si firmava Onfim. Sono esercizi scolastici, frammenti d'alfabeto, brani di salmi, preghiere (“Signore, aiuta il tuo servo Onfim”), dediche agli amici (“Saluti a Danilo da Onfim”) e disegni.
In uno, c'è un cavaliere che, dall'alto del suo destriero trafigge con la sua lancia un nemico disteso a terra. Altri sono ritratti suoi e dei suoi amici, oppure scene di battaglia. Un altro è un drago che sputa fuoco, accompagnato dalla scritta “io sono una bestia selvaggia”.
C'è persino un ritratto di Onfim con il suo papà; la didascalia recita: "Questo è il mio papà. Lui è un guerriero. Quando sarò grande voglio diventare come lui".
Gli scritti e i disegni di Onfim sono un eccezionale spaccato nell'immaginario di un ragazzo russo medievale, e perciò costituiscono un documento di inestimabile valore storico.

Per saperne di più, si può dare un'occhiata qui.
Sotto, i disegni di Onfim.

 Esercizi di scrittura e il drago con la didascalia "io sono una bestia"

L'originale di un frammento di betulla

 Cavalieri al galoppo

 Onfim e i suoi amici a scuola
 Bambini che giocano 
(a destra, nascondino?)

Un autoritratto?
 Onfim e il suo papà

 Altri disegni con scene di battaglia e figure umane

 Un cavaliere che trafigge il nemico



martedì 1 maggio 2018

cosette mie in giro

Su Carte Sensibili, celebro la primavera parlando di madrigali, Monteverdi e Petrarca.

Su Versante Ripido di maggio, un'intervista di Paolo Polvani con alcuni testi tratti da Approssimazioni e convergenze (Pietre Vive, 2017).

venerdì 27 aprile 2018

consigli di lettura_fantascienza e litomanzia

Mario Soldati, Lo smeraldo, Club degli Editori, 1975 (370 pp., 3600 lire)

Nella sua multiforme attività di poligrafo (narratore, sceneggiatore, regista, critico d'arte), Mario Soldati scrisse anche questo bizzarro romanzo di fantascienza.
“Bizzarro”, innanzi tutto, perché rispetta poco o nulla le regole canoniche del genere. All'inizio c'è uno scrittore, chiaro alter ego dell'autore (autofiction ante litteram?), il quale a New York, in un giorno del 1974, conosce un ambiguo personaggio che si fa chiamare Count Cagliani e che, attraverso strani riti esoterici, gli fa una predizione: se andrà in un certo posto della Francia e cercherà una certa pietra preziosa – lo smeraldo del titolo – avrà in premio una “rivelazione profetica”.
Lo scrittore obbedisce: va in un paesino della Provenza, nell'albergo indicatogli da Cagliani, e cade in una specie di trance, o sogno, o visione che sia. Si ritrova nei panni, anzi nella pelle di un altro uomo, un pittore di nome André Tellarini, che vive in una distopica Italia del futuro. C'è stata una guerra atomica e il mondo è diviso in due zone: una a nord, amministrata da russi e americani, e una a sud, dove comanda una confederazione di cinesi, africani e musulmani. La zona nord è un'opprimente civiltà tecnocratica, quella a sud è una sorta di teocrazia di matrice islamica, dove però convivono varie etnie e culture. Il controllo delle nascite è ferreo, i figli vengono sottratti alla nascita e cresciuti dallo stato, l'omossessualità è non solo tollerata, ma incoraggiata.
Fra le due zone c'è la Linea, una fascia inquinata dalle radiazioni, dove l'accesso è severamente proibito. L'Italia è tagliata in due: dalla Toscana in su, è nella zona nord, da Napoli in giù in quella sud. Il centro è una landa desolata.
Nel sogno, Tellarini si impossesserà dello smeraldo e lo userà per partire alla ricerca di una donna un tempo amata, Mariolina, in un intreccio sempre più intricato di realtà e allucinazione.
Bizzarro romanzo, dicevo: con una trama piena di elementi irrisolti, un finale stranamente tronco e tanti (troppi?) fili lasciati in sospeso. Comunque, una lettura interessante.

P.S.: Soldati, uno dei grandi dimenticati della nostra letteratura. Infatti questo romanzo, uscito per Mondadori nel 1974, è fuori catalogo da anni (che mi risulti, l'ultima edizione è del 2007, dopo anni di oblio). Io ho recuperato, su internet, un'edizione del 1975.

domenica 22 aprile 2018

virtuous misunderstandings / malendendus virtueux

Il disagio dell'artista nei confronti del critico è spesso il disagio di essere frainteso.
Ma l'arte nasce per essere fraintesa.

martedì 17 aprile 2018

consigli di lettura

Antonella Giacon, Qualcosa di speciale (Edizioni Corsare, Bastia Umbra, 2017; 207 pagine, € 12,00)

Di un libro di narrativa, la prima cosa che mi colpisce è la voce dell’autore. Che è altra cosa dallo stile: è la capacità di calare il lettore nel mondo narrato, di farglielo sentire e respirare.
“Qualcosa di speciale” quella voce ce l’ha: ed è la voce di Demis, il protagonista-narratore. Un undicenne goffo, sovrappeso, che vive in un paesino della provincia umbra, frequenta la quinta elementare, gioca per strada con i suoi amichetti – italiani, ma anche tanti stranieri –, gira in bicicletta e aiuta i genitori a gestire una pizzeria con i conti sempre in rosso.
Insomma, niente di speciale; tranne una cosa: che Demis ama scrivere, annotando sul proprio diario le storie che gli accadono intorno. Nel diario c’è il suo mondo: c’è Bruno, che è il suo migliore amico ma anche un ragazzo “difficile”, come li chiamano spesso; c’è il vecchio Gino che vive con la compagna ucraina, Ania, e sa riparare qualunque cosa; ci sono i teppistelli che di notte vengono a fare casino sulla piazza e non si riesce a cacciarli; i clienti della pizzeria; i gatti e i cani che sono anch’essi personaggi; i “carrismatici” che tengono i loro strani riti nella chiesa del paese; Aurora, di cui forse è innamorato ma si sa, queste cose son difficili sempre, figuriamoci a undici anni. Insomma, tutto un microcosmo che, attraverso lo sguardo limpido di Demis, vediamo nella sua evidenza, ora comica, ora tragica.
“Qualcosa di speciale” porta l'indicazione di lettura “da 11 anni”, ma non è un “libro per ragazzi” nell'accezione più banale. Contiene scene genuinamente divertenti accanto ad altre serie, malinconiche, drammatiche.
Perché Antonella Giacon – che essendo maestra elementare con i bambini ha a che fare tutti i giorni – sa benissimo che l’infanzia non è affatto l’età della felicità; o almeno non soltanto: è l’età in cui il mondo ci viene addosso con tutto il suo peso soverchiante.
Solo che poi, quando cresciamo, dimentichiamo. Servono i libri per ricordarcelo.

lunedì 16 aprile 2018

Mission Accomplished

Son l'armi chimiche
sì inopportune
che chi le adopera
saper non fa;

ma Assad non reputi
di uscirne impune,
ché lo sorvegliano
gli U-Esse-A,

che san benissimo
dove nasconde
le bombe improbe,
le bombe immonde:

han conservato
dopo la vendita
tutte le cedole
di proprietà!