venerdì 1 agosto 2014

diario toscano - sesto giorno

Giovedì 31 luglio – sesto giorno

Sesto? Di già?

Ho da leggere e – possibilmente – anche da scrivere. E dormo poco. E il wireless del campeggio funziona bene solo la mattina presto. Tre ottimi motivi per svegliarmi di buon'ora.
Se il tempo è bello, è anche piacevole mettersi a leggere fuori, sul gazebo, mentre la pineta poco a poco si risveglia. Speriamo bene.

Pensavo a Eli che l'altro giorno pretendeva di portarsi dietro la torcia elettrica perché, mentre noi andavamo a buttare l'immondizia, lei così avrebbe continuato a leggere il suo libro. Di notte, camminando al buio. Il rischio di una capocciata contro un albero è nulla, di fronte all'ansia di finire il capitolo. La genetica a volte fa brutti scherzi.
Pensavo anche a Lorenzo, che con tutta la sua vivacità ciclonica poi non sta volentieri con i bambini suoi coetanei. È anche vero che gioca tutto il tempo con la sorellina e che i due sono molto legati. Forse lo frena il fatto che il suo linguaggio è ancora articolato in modo molto personale, con frequenti sostituzioni di consonanti che lo rendono difficilmente intelleggibile ai non-iniziati (“pelò petté la notta tata tta tulla ttata?”, frase tipo). Lo so, è piccolo, quattro anni e mezzo, e per il resto le frasi – lessico, sintassi – sono formulate benissimo, e quando glieli si chiede, con un po' di sforzo, i suoni mancanti riesce più o meno ad articolarli; ma a settembre dovremo vedere se consultare un logopedista o lasciare che la natura faccia il suo corso. La seconda probabilmente. Però, allo stesso tempo, il problema lo limita nei rapporti con sociali, perché gli altri bimbi spesso non lo capiscono, o lo prendono in giro. Del resto, a correggerlo noi rischiamo di far peggio.
Insomma, it's a Dad's life.

- Sul giornale c'è un articolo che si chiama “L'indifferenza che uccide”. L'hai letto?
- No, ovviamente.
(Scene di teatro dell'assurdo in casa Pasquandrea)

“Dieu, qui m'a créé faible, me reprochera-t-Il un jour ma faiblesse?”
(Amin Maalouf, “Léon l'Africain”)
("Dio, che mi ha creato debole, mi rimprovererà un giorno per la mia debolezza?")

Dopo un'intera giornata in felpa e jeans lunghi, mettersi a spazzare il piazzale a torso nudo è una bella soddisfazione.

“Fermati un attimo”, mi dice la gente che mi vede sempre con il naso in un libro.
“Rilassati, divertiti”, mi dice mia moglie quando, durante i pranzi in famiglia, staziono per ore su una sedia in silenzio, con gli occhi bassi e il muso lungo.
Non si rendono conto che gli altri chiamano “divertimento” ciò che per me è noia: smettere di pensare, ripetere gli stessi atti e le stesse parole (le da me detestatissime “tradizioni”, ossia la coazione a ripetere elevata a norma sociale). Detesto le repliche, le persone superficialmente spiritose, i discorsi già sentiti, i chiacchieroni, i luoghi comuni, i “signora mia”. Odio essere rassicurato. Mi diverte la novità, lo stimolo intellettuale, l'ostacolo da superare, il pensiero che ribalta il luogo comune.
In fondo, ho la fortuna di divertirmi lavorando.

Giornata estiva, finalmente.
La mattina, l'aria ancora limpida per le piogge dei giorni precedenti permette di distinguere tutto il cerchio della costa fino a Piombino (una quindicina di chilometri, in linea d'aria). Dall'Elba, si distacca il profilo di un'isoletta che credo sia Cèrboli.

Dopo pranzo, comincio ad avvertire un mal di testa accompagnato da nausea e un leggero capogiro. Un colpo di calore? Strano, perché il caldo è moderato e poi io sono come le lucertole: con il caldo mi rianimo. Comunque, un'oretta sul letto del bungalow risolve tutto.
Tornato alla spiaggia, trovo Lorenzo seduto sulla battigia, con l'aria insonnolita. La mamma sguazza lì davanti, nell'acqua bassa, mentre Eli gioca con una bimba, qualche metro più in là.
“Stavamo giocando a palla”, racconta la mamma, “quando quella bambina si è avvicinata e hanno cominciato a giocare. A quel punto, Eli si è girata verso di me e mi ha detto: Va bene, mamma, adesso puoi anche andare”.

L'abbronzatura procede secondo i piani: alla fase “mozzarella” è succeduta la fase “gambero”, che poi sarà seguita da quella finale, “leggermente brunito” (il massimo che mi consente la mia carnagione).

Problemi di socialità.
La nuova amichetta di Eli non vuole ballare, invece la bimba con cui ha fatto amicizia l'altroieri sì. Lei si divide diplomaticamente tra la pista da ballo e il parco-giochi.
Lorenzo: “Ma non capitti, mamma, è quetto il pobblema! Io non potto fale amititia, petté non pallo bene!”

Okay, finché si tratta di guardare Eli che si diverte con la baby-dance, ci sto pure. Ma i balli di gruppo per adulti con l'istruttrice di zumba: no, no, no e ancora no.
Approfittando del fatto che Lorenzo è crollato addormentato, me la svigno al bungalow.
(Mi pare d'essere tornato ai miei quindici anni...)


(...qui le puntate precedenti)

giovedì 31 luglio 2014

pelli clandestine (una poesia di Moira Egan)

D'habidute

“Dio, gli umani sono creature dell'abitudine”,
dico a nessuno in particolare,
me stessa, l'uomo che chiama sé stesso il mio
amante, dietro di me nella stanza accanto.

Il modo in cui ridiamo quando pigiamo l'interruttore
sapendo che non c'è elettricità,
o giriamo il rubinetto per lavarci le mani,
e comunque, idraulici dabbasso, niente acqua.

Fa' ciò che hai sempre fatto, e otterrai
ciò che hai sempre ottenuto. Questa è la nostra
omelia in questi giorni, e io
ci credo. Dio, umani, creature, eccoci qui

sistemati nella catena cosmica dell'essere
lui nella stanza accanto, io al lavoro.
lui legge, in silenzio, poesie
che lo fanno gemere. È dolce perché

sono le mie. Lui, ovviamente, non lo è.
C'è una donna a qualche chilometro da qui
che è ancora qui con noi, un angolo
della stanza e la nostra coscienza solo

per lei. Mi pare di essere sempre stata il terzo
angolo del triangolo, il caos
a forma di cuore creato da un sì
nato da un no. E ciò che so adesso

è che lo voglio da sola, il lento gemito
mio, niente più occhi nell'ombra che scrutano
negli angoli, dalle persiane. Fa' cio che hai fatto
sempre? sempre, traccerò pelli clandestine.

Moira Egan


traduzione mia - l'originale qui


diario toscano - quinto giorno

Mercoledì 30 luglio – quinto giorno

La pioggia ha continuato a venir giù, a secchiate, per buona parte della notte.
La mattina alle sei e mezzo, quando metto il naso fuori dal bungalow, tavoli e sedie sotto il gazebo sono fradici, il piazzale è cospaso di un misto di sabbia, aghi e corteccia di pino triturata, le strade del campeggio sono costellate dalle pozzanghere. Scopro che non mi serve solo la felpa, ma anche un giubbotto, perché l'aria punge.
Per fortuna, il cielo sembra limpido e le poche nuvole sono di un color rosa tenero e rassicurante. Le cime dei pini sono lambite da una luce dorata e i gridi rauchi delle ghiandaie si inseguono di ramo in ramo, sopra il basso continuo delle tortore. Soltanto verso il mare c'è un grosso fronte nuvoloso nerastro, che però non vedo chiaramente, semicoperto com'è dalla pineta.

Le misteriose vie del firewall. Mi blocca il sito della Repubblica, ma non quelli del Corriere, de La Stampa, l'Unità, il Manifesto, il Giornale ecc. Considera “pericoloso” anche il blog di un mio amico, che si chiama “Guardare e leggere” e si occupa perlopiù di semiotica.

Okay, come non detto. Ore 7:11, ricomincia a piovere.

I traffici degli uccelli.
Un minuscolo passero si posa, sotto la pioggia, sul filo dei panni. Getta piccoli zirli acuti e spaziati.
Una ghiandaia atterra a un metro da me, si guarda attorno con i grandi occhi rotondi, poi raccoglie una briciola di pane e va a mangiarsela su un ramo basso, poco più in là. Ne arriva subito una seconda, ma la prima si rizza, gonfia il petto, innalza una cresta di penne sulla cima del capo e la scaccia con un grido e un paio di beccate energiche e precise. La vincitrice rimane lì per un minuto, poi vola via, mentre la sconfitta resta a lungo per terra, con aria afflitta.

Lorenzo, spaparanzato sul letto in attesa della colazione:
“Ah, com'è bella la libertà!”

Piove piove piove. “Gesù, e comme chiove...”
Piove a scroscio, a catinelle, a secchiate. A sgrullate, come dicono a Perugia.
Piove come Dio (o chi per lui) la manda.
“Piove / in assenza di Ermione / se Dio vuole”.
Piove e una gazza risale le biforcazioni di un pino fino a perdersi nella chioma.

“Mamma, ciò una fame da bàlbalo!”

Ore undici e trentacinque.
La pioggia non smette, né sembra averne la minima intenzione. Aumenta, anzi.
I bambini giocano sul lettone, come su un enorme transatlantico assediato dagli squali.
(Lo squalo è, ovviamente, il papà).

- Per entrare, dovete dire la parola d'ordine!
- E qual è?
- “Per favore, posso entrare?”

Il wireless del campeggio oggi è lentissimo, nonostante il segnale si prenda chiaramente. La banda sarà occupata da orde di turisti tappati in casa dal maltempo.

Osservando la faccia di Daniela mentre, per la centesima volta, provo maldestramente a suonare il riff di “Tutta n'ata storia”, improvvisamente provo compassione per i nostri poveri vicini di bungalow.

“Con un tempo così, l'unica è mangiare”.
(Saggezza femminile.)

Verso le cinque e mezza, dopo dieci ore ininterrotte d'iradiddio, la furia degli elementi si placa, il cielo si apre, il sole spunta a far la conta dei danni. I campeggiatori rimettono la testa fuori da tende, camper e bungalow, come chiocciole dal guscio.
Ne approfittiamo per una passeggiata prima di cena.

mercoledì 30 luglio 2014

diario toscano - quarto giorno

Martedì 29 luglio 2014 – quarto giorno

Nottata di sogni frenetici, di cui ricordo molti particolari. Infatti*, quando mi sveglio scopro che il tempo è cambiato. Il cielo è grigio e quando esco sento il bisogno di una felpa. Un ticchettio sulla cima dei bungalow si trasforma ben presto in una pioggerella monotona e insistente, che mette a tacere persino l'eterno “uh-UH-uh” dei piccioni.

* Per comprendere questa congiunzione dichiarativa, bisogna sapere che di solito il mio sonno ha una consistenza granitica e quando ne riemergo non ricordo mai nulla dei sogni che ho fatto. Se li ricordo, significa che ho dormito male, e una delle cause può essere un improvviso cambiamento nel tempo, al quale, da bravo meteoropatico, sono estremamente sensibile.

Alla pioggia si aggiunge una notizia triste. È scomparso, a ottantaquattro anni, uno dei pionieri del jazz europeo: Giorgio Gaslini.
Non posso riassumere in poche righe la sua attività, che spazia lungo settant'anni di jazz e di musica contemporanea. Fu, tra l'altro, il primo a insegnare jazz in Conservatorio (poi il corso fu chiuso per eccesso di iscritti; eh, sì...). L'avevo intervistato un paio di mesi fa, per un servizio su Steve Lacy; era stato gentilissimo, di una lucidità e precisione invidiabili. Un vero signore, con tocco di narcisismo da artista, che non guastava. Parlava, come se niente fosse, di cene e chiacchierate con gente come Max Roach, Don Cherry, Cecil Taylor.
Chi non segue il jazz, ma ha almeno un minimo di interesse per il cinema, lo ricorderà ne “La notte” di Antonioni. Tutta l'ultima sequenza del film ha il suo gruppo che suona in scena, dal vivo. L'ultimissima scena è scandita dal suo lacerato “Blues all'alba”.

(Ah, sì, Gaslini ha scritto il temino di “Profondo Rosso”. Che peraltro a Dario Argento non piacque e lo fece rielaborare il stile progressive da quel gruppetto di carneadi. Ovviamente, su tutti i giornali c'è scritto solo quello. Vabbè...).

Pulchra enim sunt ubera quae paululum supereminent et tument modice, nec fluitantia licenter, sed leniter restricta, repressa sed non depressa.*” (Gilberto di Hoyland, XII sec., citato nel “Nome della rosa”)
Questi medievali sì, che se ne intendevano...

* “Belli dunque sono i seni che sporgono un poco e si gonfiano leggermente, e non dondolano a piacere, ma sono un po' trattenuti, contenuti non schiacciati”. (Un vero peana al seno piccolo e sodo, che personalmente sottoscrivo in pieno).

Finito il libro di Tournier. Pausa di meditazione per scegliere il prossimo da leggere.
Finito di riguardare, per documentazione, “Il jazz classico. Gli anni Venti” di Schuller e “Il jazz e l'Africa” di Luigi Onori. Riguardo qualche capitolo della “Storia del jazz” di Zenni. Ho anche attaccato il tomone di “The Music of Black Americans” della Southern, e forse questa è la volta che me lo leggo tutto da cima a fondo.

Bene, nuovo libro scelto. “Léon l'Africain” di Amin Maalouf, pescato su una bancarella dell'usato qualche settimana fa. La biografia semi-romanzata di un personaggio straordinario: al-Hassan ibn Muhammad al-Wazzan al-Fasi, alias Leo Africanus, o Leone l'Africano, o Leone de' Medici. Se non sapete chi è, chiedete a Wiki.

Mattinata di relax. Tra una pausa e l'altra della pioggia i bambini giocano sul piazzale, la mamma sbriga qualche faccenda, il papà studia. Eli fa qualche compitino di inglese per le vacanze.
Dopo pranzo, in uno sprazzo di sereno, passeggiata sulla spiaggia. Il cielo è ancora rimescolato dal temporale. Nuvoloni sfrangiati color grigio scuro occupano un grande semicerchio proprio sopra la spiagga, aprendosi un po' solo verso il largo, in direzione dell'Elba. Il mare è una lastra di metallo grigio e increspato.

Lorenzo vede la sua prima libellula; quasi trasparente tanto è sottile. Ogni volta che le vedo, mi chiedo come facciano a tenersi insieme questi organismi all'apparenza così delicati, i cui corpi sono tanto estesi in lunghezza e tanto poco in larghezza; le paragono alla struttura massiccia dei coleotteri, alle elitre spesse, agli addomi corazzati. Eppure, le libellule sono fra gli esseri più antichi sulla faccia della Terra, praticamente immutate da milioni di anni.

Leggo sulla pagina Facebook del musicologo Stefano Zenni che il TG1 ha avuto la bella idea di celebrare Giorgio Gaslini con un filmato di repertorio. Peccato che a suonare ci fosse non Gaslini, ma Enrico Intra, da lui cordialmente detestato.
Manco da morti si può aver pace...

Lorenzo corre sulla riva del mare, minuscolo con le sue ciabattone e con il suo caschetto di capelli biondi. La spiaggia è stata ripulita dalle onde, ma lui è fiero del tesoro che ha raccolto: due mezzi gusci di tellina, che a casa mostra tutto orgoglioso alla mamma e alla sorella.

“Lorenzo, che fai con quel sasso?”
“Ammazzo una fommica.”
“Ma perché, poveretta?”
“Pecché pottava da mangiare ai tuoi bambini.”
“E adesso?”
“Muoiono pule i bambini.”

Dopo la cena e il rituale salto alla baby-dance (Eli è una ballerina scatenata, Lorenzo invece, nonostante i suoi modi da teppa, è molto restio a stringere amicizie) facciamo appena in tempo a tornare al bungalow. Ci dà la buonanotte la pioggia che ha ripreso a scrosciare.

martedì 29 luglio 2014

diario toscano - terzo giorno

Lunedì 28 luglio 2014 – terzo giorno

I grossi uccelli di cui è popolata la pineta (che poi, in realtà, solo pineta non è, dato che conserva esemplari sparsi di querce da sughero, che erano la vegetazione originaria di queste coste, prima che l'uomo vi impiantasse i pini marittimi). “Gli uccelloni”, come li chiama Lorenzo. Hanno il corpo di un color caffellatte che sfuma nel violetto, le punte delle ali e della coda a strisce bianche e nere, un tozzo becco anch'esso nero. Il verso è simile a quello delle cornacchie. Ma il tratto più caratteristico è la striscia di piume blu elettrico, picchiettate di nero, sul lato esterno dell'ala.
Scopro trattarsi di ghiandaie (Garrulus glandarius).

Di notte leoni, di mattina coglioni. Si sa, no? Ma a sei anni?

“Lo incuriosiva l'armeggio di un imenottero maschio che visitava solo una certa varietà di orchidea ma non sembrava preoccuparsi in alcun modo di predarne il polline. Passò lunghe ore armato di lente per cercar di decifrare il comportamento dell'animaletto. Scoperse anzitutto che il fiore riproduceva esattamente in materia vegetale l'addome della femmina di questo insetto al punto di presentare una specie di vagina che molto probabilmente emanava lo specifico odore afrodisiaco atto ad attirare e sedurre l'innamorato. L'insetto non predava il fiore, lo stuzzicava, poi lo possedeva secondo i riti di fecondazione propri della sua specie. Nel far ciò si trovava in posizione adatta a che il polline riunito in due ricettacoli venisse a applicarglisi sulla fronte grazie a due capsulette vischiose, e ornato di questo paio di corna vegetali il beffato amatore continuava a passare da fiore maschile a fiore femminile e si affannava per il futuro dell'orchdea credendo di servire la propria specie. Simile parossismo di astuzia ingegnosa poteva far sorgere dubbi sulla serietà del Creatore. A modellare la natura era stato dunque un Dio infinitamente saggio e maestoso, o un demiurgo barocco spinto alle combinazioni più folli dall'angelo della stramberia? Respingendo tali scrupoli, Robinson immaginò che certi alberi dell'isola avrebbero potuto decidere di servirsi di lui – come le orchidee utilizzavano gl'imenotteri – per trasportare il polline. Allora i rami di quegli alberi si sarebbero trasformati in donne lascive e profumate dai corpi inarcati pronti ad accoglierlo.
Percorrendo l'isola in tutti i sensi, finì per scoprire infatti una quillaja il cui tronco – probabilmente abbattuto dal fulmine o dal vento – strisciava a poca distanza dal suolo dividendosi in due grosse ramificazioni principali. La scorza era tiepida e liscia, anzi soffice all'interno della biforcazione la cui ascella era rivestita d'un lichene fine e morbido come seta.
Per molti giorni Robinson esitò sulla soglia di quella che avrebbe chiamato in seguito la via vegetale. Tornava a girellare con aria subdola attorno alla quillaja, riuscendo a trovare un sottinteso in quei rami che si allargavano sotto l'erba come due enormi cosce nere. Infine si stese nudo sull'albero fulminato stringendone il tronco con le braccia, e il suo sesso si avventurò nella piccola cavità muschiosa che si apriva alla giuntura dei due rami. Una inerzia beata lo intorpidì. Con li occhi socchiusi vedeva una pioggia di fiori dalle carni cremose le cui corolle versavano pesanti effluvi che gli davano alla testa. Socchiudendo le umide mucose quei fiori sembravano aspettare un dono del cielo solcato dal pigro volo degl'insetti. Non era Robinson l'ultimo essere della stirpe umana chiamato a un ritorno alle origini vegetali della vita? Il fiore è il sesso della pianta, e la pianta offre a chiunque il suo sesso come ciò che ha di più billante e di più odoroso. Robinson immaginava un'umanità nuova in cui ognuno portasse sulla testa i propri attributi maschili o femminili – enormi, luminosi, profumati...
Ebbe lunghi mesi di relazioni felici con Quillaja”.
(M. Tournier, "Venerdì o il limbo del Pacifico", pp. 117-118)

“Bravo, amore, avete fatto un castello con il papà! E ora, che stai costruendo?”
“No, io dittluggo!”

“Lorenzo, mettiti il cappello, sennò ti cuoci il cervellino e stasera lo mangiamo per cena.”
“Ah ah! Ma tta nella tetta! Come facete a cuocìrlo?”

Utilità pedagogica dei castelli di sabbia, che forniscono nozioni di:
- architettura;
- geometrica teorica e applicata;
- meccanica;
- idraulica;
oltre ad allenare alla collaborazione, alla decisione democratica e al senso delle gerarchie.
Ovviamente, il senso profondo del tutto consiste nel fatto che a divertirsi più di tutti è il papà.

L'essenza della vacanza consiste innanzi tutto in un cambiamento nell'estensione del tempo, direi in una sua espansione elastica. Al tempo frammentario, nevrotico della vita normale si sostituiscono vasti territori di tempo uniformi, orizzontali, privi di cesure.
Esempio: ho cominciato il libro di Tournier sabato e sono (alle 16,30 di lunedì) a pagina 182. Non mi succedeva dai tempi dell'adolescenza, il cui tempo era ugualmente vasto, suddivisibile all'infinito e impiegabile a piacimento, senza che mai si esaurisse.

Nel libro di Tournier, Venerdì spezza la dialettica padrone-schiavo facendo – involontariamente, ma fatalmente – saltare in aria l'isola e tutte le ordinate costruzioni e coltivazioni impiantate da Robinson. Il quale osserva la rovina con un senso di liberazione, quasi di sollievo.
Sempre più mi convinco che i libri Tournier abbiano per me un valore oracolare.

Il “pùttalop”. Ossia, il bungalow, in lorenzese.

Pescare alla cieca, con le mani, nella sabbia del fondale. Trovare una tellina, spaccare il guscio con i denti, mangiarla ancora viva, condita solo con acqua di mare.
Gesti che riportano all'infanzia.

Ricordo d'infanzia: un gruppo di teppistelli che si divertivano a sfondare i castelli di sabbia a calci. Io che un giorno trovo un mattone ci costruisco intorno una splendida torre di sabbia.
Unico rammarico: non essere rimasto lì per assistere allo spettacolo.

In effetti la casa dei doganieri non è il limite estremo della cala.
Lo sperone roccioso è ricoperto di macchia mediterranea (riconosco pini, agavi, fichidindia, forse dei ginepri o dei lentischi, più altre a cui le mie carenze botaniche mi impediscono di assegnare un nome) ed è separato dalla spiaggia da una scogliera artificiale, dietro cui si incunea la foce di un fiume dalle acque verdi, trasparenti e freddissime, popolate da granchi e da pescetti che si muovono in banchi disciplinati.
Al di là, c'è un'altra spiaggetta, e poi un'altra punta rocciosa, molto più grande, massiccia ed avanzata. Ancora dopo ci sono (ma da qui non si vedono) Cala Violina e Cala Martina, raggiungibili solo a piedi da una mulattiera (ci andammo con Daniela in una delle nostre prime vacanze qui: non c'erano i bambini, forse nemmeno eravamo ancora sposati). In fondo, si intavede Follonica, e più oltre un azzurreggiare di alture sempre più trasparenti nella distanza, che arrivano fino a Piombino.
Le ultime propaggini vanno quasi a fondersi con l'estremità dell'Elba, che con il suo profilo domina metà dell'orizzonte.

lunedì 28 luglio 2014

contest poetico: sabbia

Orologio molesto

Poca polve inquïeta, a l'onda, ai venti
tolta nel lido e 'n vetro imprigionata,
de la vita il cammin, breve giornata,
vai misurando ai miseri viventi.

Orologio molesto, in muti accenti
mi conti i danni de l'età passata,
e de la Morte pallida e gelata
numeri i passi taciti e non lenti.

Io non ho da lasciar porpora ed oro:
sol di travagli nel morir mi privo;
finirà con la vita il mio martoro.

Io so ben che 'l mio spirto è fuggitivo,
che sarò come tu, polve, s'io mòro,
e che son come tu, vetro, s'io vivo.

Ciro di Pers

* * *

La sabbia del tempo

Come scorrea la calda sabbia lieve
per entro il cavo della mano in ozio,
il cor sentì che il giorno era più breve.

E un'ansia repentina il cor m'assalse
per l'appressar dell'umido equinozio
che offusca l'oro delle piagge salse.

Alla sabbia del Tempo urna la mano
era, clessidra il cor mio palpitante,
l'ombra crescente d'ogni stelo vano
quasi ombra d'ago in tacito quadrante.

Gabriele D'Annunzio

* * *

Variazioni su nulla

Quel nonnulla di sabbia che trascorre
Dalla clessidra muto e va posandosi,
E, fugaci, le impronte sul carnato,
Sul carnato che muore, d'una nube...

Poi mano che rovescia la clessidra,
Il ritorno per muoversi, di sabbia,
Il farsi argentea tacito di nube
Ai primi brevi lividi dell'alba...

La mano in ombra la clessidra volse,
E, di sabbia, il nonnulla che trascorre
Silente, è unica cosa che ormai s'oda
E, essendo udita, in buio non scompaia.

Giuseppe Ungaretti

diario toscano - secondo giorno

27 luglio 2014 – secondo giorno

La mamma ha l'allergia. Elena pure. E Lorenzo è raffreddato. Ma il vero problema è che la sinfonia dei nasi soffiati è profondamente aritmica. Prima o poi il papà dovrà decidersi a dare ordine al tutto. Una bella partitura scritta è quel che ci vuole.

Il profumo dei pini alle sette e mezza del mattino. Oh, adesso cominciamo a ragionare...

“Mamma, lo tai? La tella sembla neve, ma neve mallone!”.

“Papà... pecché i camion che tlappottano la tella tlappottano la tella?”.

Pagine e pagine di appunti, che non finiranno mai nel libro, ma che ne costituiscono una parte essenziale.

Un grazie al meteo, che rende infinitamente ricche di sorprese le nostre giornate. Tempo così-così alle 7,30, nero cupo alle 9, magnificamente soleggiato a mezzogiorno.

“Lo slancio di allegria puerile che aveva trascinato Robinson ricadde mentre si dissipava anche quella specie di ebbrezza in cui lo aveva trattenuto il suo lavoro forsennato. Si sentiva sprofondare in un abisso di sconfortante abbandono, nudo e solo, senz'altra compagnia che quella di due cadaveri in putrefazione sul ponte di un relitto. Solo più tardi avrebbe capito la portata di quell'esperimento di nudità che faceva per la prima volta. Certo, né la temperatura né un qualsiasi senso del pudore l'obbligavano a portare abiti da uomo civile. Ma se fino ad allora li aveva conservati per abitudine, ora provava attraverso la disperazione il valore di quell'armatura di lana e di tela con cui la società umana lo teneva avvolto fino a un momento prima. La nudità è un lusso che solo l'uomo caldamente attorniato dalla moltitudine dei suoi simili può offrirsi senza pericolo. Per Robinson, fino a quando non avesse cambiato anima, era una prova mortalmente temeraria. Spoglia di quelle povere vesti – consunte, lacere, imbrattate, ma nate da molti millenni di civiltà e impregnate di umanità –, la sua carne era offerta vulnearabile e bianca all'infuriare degli elementi bruti. Il vento, gli spini, le pietre e perfino quella luce spietata accerchiavano, aggredivano e straziavano una preda indifesa. Robinson si sentì morire. Quale creatura umana era stata mai sottoposta a una prova tanto crudele?”
(Michel Tournier, “Venerdì o il limbo del Pacifico”, pagg. 32-33)

Mens sana in corpore sano. Quanti si rendono conto che non si tratta di un semplice complemento di luogo, bensì di una relazione causale?

Schiaccia e finocchiona. Il bouquet dei sapori estivi è quasi completo.

Non abbiamo TV: per scelta. La connessione è limitata dalla lentezza del mio computer e dalla limitata banda del wireless offerto dal campeggio. Pochi vestiti, pasti essenziali, spazi abitativi spartani, molta aria aperta. La costa, qui, è quasi sempre ventilata.
La patina della civiltà poco a poco si assottiglia. La mente comincia a levigasi, i pensieri si fanno più precisi.

“Qui non si tratta soltanto di sopravvivere. Sopravvivere equivale a morire. Occorre costruire, oganizzare, ordinare, pazientemente e senza tregua. Ogni fermata è un passo indietro”.
(Michel Tournier, ib., pag. 52)

“Oggi mi accorgo di quanto sia folle e malvagio chi calunnia questa istituzione divina: il denaro! Esso spiritualizza tutto quello che tocca dandogli una dimensione razionale – commensurabile – e nello stesso tempo universale – poiché un bene calcolato in denaro diventa spiritualmente accessibile per tutti gli uomini. La venalità è una virtù cardinale: l'uomo venale sa far tacere i propri istinti omicidi e asociali – senso dell'onore, amor proprio, patriottismo, ambizione politica, fanatismo religioso, razzismo – per lasciar parlare soltanto la propensione a cooperare, il gusto degli scambi fruttiferi, il senso della solidarietà umana. L'espressione età dell'oro va presa alla lettera, e ben vedo che l'umanità la raggiungerebbe rapidamente se alla sua guida vi fosseo soltanto uomini venali. Disgraziatamente, son quasi sempre uomini disinteressati quelli che fanno la storia, ed ecco il fuoco distruggere tutto, ecco il sangue scorrere a fiotti. I grandi mercanti di Venezia ci dànno l'esempio della felicità fastosa di uno Stato guidato dalla sola legge del lucro, mentre i lupi famelici dell'Inquisizione ci mostrano di quali infamie siano capaci gli uomini che hanno perduto il gusto dei beni materiali. Gli unni si sarebbero in breve fermati nella loro rovinosa irruzione, se avessero saputo profittare delle ricchezze conquistate. Appesantiti da queste si sarebbero stabiliti per goderne meglio e le cose avrebbero ripreso il suo corso naturale. Ma erano bruti disinteessati che disprezzavano l'oro. E si precipitavano sempre avanti, bruciando tutto lungo il loro passaggio.”
(ib., pp. 62-63)

“Venerdì o il limbo del Pacifico” è una riscrittura del “Robinson Crusoe”. Giuro che non l'ho scelto di proposito (il libro dormiva sullo scaffale da anni, da dove l'ho prelevato in base a un richiamo impellente, che ormai non tento nemmeno più di spiegarmi), ma è una lettura marina, singolarmente adeguata all'estate.
Per inciso: sempre più considero Tournier uno dei grandi del Novecento, soprattutto per come riesce a coniugare una forma all'apparenza tradizionale con la sperimentazione più raffianta, la concretezza realistica con la più ardua speculazione filosofica e la più febbrile elaborazione fantastica.
Forse il romanzo ha ancora frecce al suo arco e il secondo Novecento l'ha dichiarato morto troppo prematuramente. Di suo ho letto “Gilles e Jeanne” e “Il re degli ontani”, e dopo questo già mi aspetta “Lo specchio delle idee”.
Capisco anche perché Calvino amasse Tournier (è tramite suo che l'ho scoperto), e in particolare questo romanzo. Il Robinson di Tournier è l'eroe dell'esattezza geometrica contro la natura molle e avvolgente dell'isola tropicale. Tema calviniano quant'altri mai (vedi G. C. Ferretti, "Le capre di Bikini").

“Quel concetto di profondità di cui non avevo mai pensato a esaminare l'uso che se ne fa in espressioni come 'una mente profonda', 'un amore profondo'... Strano patito preso che valorizza ciecamente la profondità a scapito della superficie, pretendendo che 'superficiale' significhi non già 'di vasta estensione', ma 'di poca profondità', mentre invece 'profondo' vuol dire 'di gande profondità' e non 'di superficie ristretta'. Eppure un sentimento come l'amore si misura, mi sembra – ammesso di poterlo misurare – molto meglio dall'importanza della sua superficie che non dal suo grado di profondità. Così misuro il mio amore per una donna dal fatto che amo egualmente le sue mani, gli occhi, il passo, le vesti consuete, gli oggetti familiari, quelli che tocca di continuo, i paesaggi dove l'ho veduta muoversi, il mare dove ha preso il bagno... Tutto ciò è superficie, mi sembra! E invece un sentimento mediocre mira direttamente – in profondità – soltanto al sesso, lasciando tutto il resto in una penombra indifferente”.
(Michel Tournier, ib., pag. 69)

Ore quindici. Il cielo è diviso esattamente a metà. Sopra di noi e verso sud c'è una giornata estiva completamente serena, mentre verso nord-est il cielo è plumbeo ed emette minacciosi brontolii di tuono. Il confine tra le due metà coincide con il lato estremo della grande insenatura a semicerchio su cui si distende la spiaggia, e in particolare con l'alto e scosceso sperone di roccia che la delimita a nord, coperto i pini e di enormi agavi, sulla cui sommità sorge una vecchia casa (forse una villa? non l'ho mai capito) dotata di una sorta di tozzo torrione, che a me ha sempre fatto venire in mente la casa dei doganieri di Montale (“sul rialzo a strapiombo sulla scogliera”).

Il contatto diretto della pelle con la sabbia, senza il filtro dell'asciugamano, senza le palafitte delle sdraio. I bambini lo fanno naturalmente, per gli adulti serve uno sforzo razionale, in senso uguale e contrario alla trazione esercitata dalle abitudini civilizzate.

L'ozio affina i pensieri. L'otium.

Temporale improvviso, accompagnato da sole e frinire di cicale. Torniamo al bungalow e ne approfittiamo per un giretto in bici per il campeggio.

La stanchezza che si sente dopo una giornata di mare. Un particolare tipo di stanchezza. Non quella nervosa e anchilosante di un giorno lavorativo, piuttosto un torpore diffuso, languido, odoroso di sale. La doccia lo trasforma in un placido invito a sprofondare nel sonno.

Vabbè, noi italiani saremo mammoni. Ma voi ce lo mandereste un bambino di sei anni a prendere l'acqua alla fontana, da solo, di sera, con il buio? Che poi si perde e piange disperato, povera creatura.

Per qualche strano motivo, suonare la chitarra, che strimpello atrocemente, mi dà più piacere che non suonare il pianoforte, strumento dal quale – con un po' di impegno – riesco a tirar fuori qualcosa di vagamente ascoltabile.