giovedì 14 giugno 2018

ogni tanto qualche verso

Mi aspettano al rientro gli inquilini segreti
sulla porta del garage – bloccati nel fascio di luce
due grosse blatte una limaccia
sul vaso di surfinie una chiocciola
che scollo a fatica e proietto nel buio
e in alto sul pianerottolo un millepiedi
(il giorno dopo è ancora lì
avvolto a spirale – poco cerimoniosamente
lo scacco a colpi di scopa – in attesa
del prossimo assedio).

martedì 5 giugno 2018

sabbia

Più passa il tempo, più il mondo mi pare fatto di sabbia. Uno sfarinio di fatti atomici, particellari, che non trovano una forma stabile. O, se la trovano, è un'architettura filiforme, asimmetrica, simile a quelle che costruivo sulla spiaggia facendo colare la sabbia umida dalla mano a imbuto, e che duravano finche il sole non le seccava restituendole alla fluidità.
Penso agli insetti – vespe, mosche, scarabei – che mi divertivo a seppellire sotto una manciata di sabbia, per aspettare che riemergessero, lottando contro la materia cedevole che li circondava. Oppure ai formicaleoni (da quanto tempo non ne vedo uno?) acquattati in fondo alle loro microscopiche doline di sabbia, in attesa che la formica vi scivolasse dentro, precipitando verso le mandibole acuminate pronte a squarciarla.
Come la sabbia, il mondo mi appare il risultato di un'erosione lentissima, che ha disgregato le rocce, ha avuto la meglio sulla compattezza, l'ha sbriciolata fino a una dimensione granulare, un brulicare incalcolabile, uno smottamento senza fine.

domenica 3 giugno 2018

si intervista me (o un altro, chissà)

Agata Spinelli* mi ha intervistato su Facebook.
Per chi non ha Facebook, ecco qui sotto l'intervista.

(* Voi non sapete chi sia Agata Spinelli perché si rifiuta di pubblicare le cose - secondo me molto belle, da quel che ho letto - che scrive.)

* * *

Sergio Pasquandrea, tu chi sei?
Chi sono per chi?, sarebbe la domanda giusta da fare. Perché, a seconda dell'occasione, della compagnia, del giorno e dell'ora, io sono un professore di lettere, un critico musicale, un pianista dilettante, uno a cui ogni tanto capita di scrivere poesie ("poeta" mi pare un parolone), un papà, un marito, uno che si diverte a disegnare, un ex-ricercatore universitario... e potrei andare avanti a lungo. Si potrebbe dire che coltivo una sana forma di schizofrenia con personalità multiple. Oppure che, come ogni essere umano, sono un aggregato di identità diverse, la cui convivenza si regge su equilibri precari, sempre pronti a slittare e a mescidarsi.
Se poi vuoi una descrizione oggettiva: 43 anni, maschio, pugliese di nascita, umbro d'adozione ormai da un quarto di secolo, 1 metro e 89 per 95 chili, occhi e capelli color castano scuro; segni particolari: fossetta sul mento. Professione: insegnante, stato civile: coniugato. Potrei aggiungere codice fiscale, indirizzo e numero di carta d'identità, volendo. L'oggettività si ferma qui. 

E la soggettività? Ne esiste ancora una? La tua dove si è annidata? C'è un comune denominatore in tutta questa molteplicità?
"Je est un autre", diceva Rimbaud. Il Buddha affermava che non esiste alcun Sé, alcuna personalità, perché si tratta semplicemente di interazione tra fenomeni effimeri, di equilibri dinamici. Non credo che ci sia un comune denominatore, ci sono solo infinite contraddizioni che coesistono.
"Io" chi sono? La mia mente, che può partorire pensieri opposti? La mia coscienza, che è solo una minima parte della mia mente? I miei ricordi, che sono più effimeri dei sogni? Il mio corpo, che muta nel tempo? Nessuna di queste cose. E allora:
“Sono Nessuno! E tu? / Nessuno – anche tu? / Allora siamo in due! / Non dirlo! Spargerebbero la voce! // Com'è banale – essere Qualcuno! / Volgare – come una Rana – / Che dice il proprio nome – per tutto Giugno – / A un pantano di ammiratori!” (Emily Dickinson) 

Da quello che dici a me sembra - e spero di non sbagliare - che lo spazio dell'esistenza è praticamente quello della relazione. E quindi della comunicazione. Quanta fiducia hai ancora nel linguaggio?
Io ho fiducia nel silenzio. Anche perché il mio scopo, il mio desiderio segreto, non è esistere, ma sparire. Lathe biosas. Vivere a bassa intensità. Fare meno rumore possibile. Parlare solo se è strettamente necessario e non dire una parola in più dell'indispensabile.
  
Cosa ritieni indispensabile che vuoi dire, che vuoi far sapere, che vuoi sia chiaro?
Indispensabile è il contrario di banale, risaputo, già sentito. Per esempio: non scrivo nulla da mesi, perché mi sono accorto che tutto ciò che scrivevo in realtà l'avevo già scritto, quindi perché ripetersi?
Quando sono in compagnia sto quasi sempre zitto, perché sono totalmente inadatto alla comunicazione fàtica, non riesco a pronunciare frasi di circostanza, complimenti, flatus vocis. Mi pare di sprecare fiato. Dico qualcosa solo se davvero lo penso e se sono sicuro di averci pensato bene, a lungo. È una regola d'igiene. Anche a costo di sembrare antipatico, o scontroso.

C'è più esattezza in quello che si può esprimere con la musica o con i colori rispetto al linguaggio verbale oppure no?
Sono linguaggi totalmente diversi, non comparabili l'uno con l'altro. Io li frequento tutti e tre, ma tendo a tenerli separati; anzi, per meglio dire: ho difficoltà ad unirli.
Per rispondere alla tua domanda: bisognerebbe prima intendersi su che cosa significhi "esattezza". Una parola non è mai perfettamente esatta perché è, per sua natura, frutto di convenzioni, in quanto unione arbitraria di segno e significato: e quindi rimarrà sempre un margine di indeterminatezza, che però è anche la sua forza. Un'immagine è forse più immediata, e quindi in questo senso più "esatta", perché dà l'impressione di essere più vicina al suo oggetto; ma anche qui andrei cauto, perché anche le immagini sono soggette a codifiche culturali, quindi diranno cose diverse a diversi spettatori (noi non vediamo un'icona bizantina con gli stessi occhi con cui la guardava un uomo del Medioevo; tutta la nostra nozione di prospettiva è in realtà una convenzione; e così via). La musica non ha, per sua natura, un referente esterno a sé stessa, quindi non credo le si possa applicare la nozione di "esattezza" (a meno che non la si intenda in modo radicalmente diverso: la musica di Bach, ad esempio, per me è "esatta" in quanto risponde a una perfezione di tipo matematico, quasi mistico, a una sua necessità interna).
Insomma: "esatto" rispetto a cosa? Rispetto a ciò che si voleva esprimere? Ma i libri li fanno i lettori, non gli autori, così come le immagini le fanno gli spettatori e le musiche gli ascotatori. L'autore è padrone della sua opera solo finché non la pubblica, poi appartiene al mondo. "Esatto" rispetto a un canone, a una norma imposta? Oppure "esatto" perché - come capita spesso con i capolavori - dà l'impressione di non poterne cambiare un singolo elemento senza che tutto crolli?
A seconda di come si considera la domanda, cambia la risposta.
Se poi vogliamo metterla sul soggettivo, direi che quanto a "esattezza" rispetto ai risultati che mi attendo, il medium con cui ho più difficoltà, al momento, è proprio quello linguistico, in particolare la poesia, che infatti sto frequentando sempre meno, sia come autore che come lettore.

giovedì 31 maggio 2018

consigli di lettura_Ursula LeGuin

Ursula K. LeGuin, I reietti dell'altro pianeta. Un'ambigua utopia, Oscar Mondadori, 2014 (339 pp., €10); traduzione di Riccardo Valla

Sono un frequentatore occasionale della fantascienza, ma la leggo volentieri, soprattutto quando – come accade qui – raggiunge lo stesso grado di complessità e raffinatezza della letteratura cosiddetta “alta”. E, come ben sanno gli appassionati, Ursula LeGuin (1929-2018) è un'autrice per la quale la fantascienza è banco di prova per un pensiero di stampo libertario, anarchico e femminista.

Veniamo al libro.
Ci sono due pianeti gemelli, Urras e Anarres. Urras è un mondo ricco di acqua e di risorse naturali; è diviso in tre stati: A-Io ha un'economia di tipo capitalista, una ricca borghesia e un miserevole proletariato, una struttura sociale rigidamente patriarcale (una sorta di Inghilterra dickensiana, per intenderci); Thu è un totalitarismo di stampo socialista; Benbili sembrerebbe una sorta di paese del Terzo Mondo. Fra i tre, è A-Io quello descritto con maggior dovizia di particolari.
Poi c'è Anarres, il pianeta gemello, che gli urrasiani considerano semplicemente una luna. Un mondo arido, desertico, con pochissime risorse tranne quelle minerarie; le specie animali autoctone sono scarse e quelle vegetali si riducono a pochi arbusti. Qui, un paio di secoli prima dei fatti narrati nel libro, si è trasferito da A-Io un gruppo noto come “odoniani”, seguaci di una filosofia di stampo anarchico.
La società costruita su Anarres dagli odoniani è priva di autorità: non sono ammesse strutture gerarchiche di nessun tipo, comprese quelle familiari. Non esiste religione e vige la più completa uguaglianza tra i cittadini, senza alcuna discriminazione tra i sessi. Tutto viene suddiviso equamente, nessun uomo possiede nulla (“proprietarista” è un sanguinoso insulto), né può obbligare un altro a fare qualcosa contro la propria volontà; le coppie restano assieme solo finché sussiste il reciproco accordo e i figli, dopo una certe età, vengono cresciuti in dormitori comuni. 
La società odoniana si regge sul mutuo senso di responsabilità e sulla disapprovazione collettiva che colpisce chi provi ad affermare la propria personalità su quella degli altri (“egoizzare” è una parola usata con significato fortemente negativo). Ognuno ha il dovere morale di prestare la propria opera per ogni servizio ritenuto indispensabile alla comunità, da quelli intellettuali a quelli di tipo pratico.
Gli odoniani hanno addirittura inventato una lingua, il pravico, che è diventato l'idioma ufficiale di Anarres: in pravico non esistono possessivi né termini per indicare la proprietà, l'autorità e i rapporti gerarchici o familiari. Persino i nomi, su Anarres, sono assegnati in modo casuale da un computer ed esistono solo i nomi propri, senza alcun cognome.
Da due secoli, non sussistono quasi contatti tra Urras e Anarres, se non quelli strettamente indispensabili al secondo per rifornirsi dei beni che gli mancano, in cambio di materie prime. Anzi, per gli anarresiani c'è una sorta di tabù nei confronti di Urras: essi temono di essere contaminati dal “proprietarismo” e guardano agli urrasiani come all'incarnazione stessa del male.
Anarres è un'utopia? Fino a un certo punto, come denuncia il sottotitolo.

Gli eventi del libro prendono le mosse quando il protagonista, Shevek, abbandona Anarres per trasferirsi – fatto inaudito – su Urras. Shevek è un fisico geniale e sta elaborando una teoria dello spazio-tempo che potrebbe mutare le intere sorti dell'universo (e le muterà, come si vede nei restanti romanzi del ciclo*).
I motivi per cui egli debba trasferirsi sull'altro pianeta sono complessi e non posso raccontarli senza spoilerare buona parte della trama. Basti sapere che il soggiorno su Urras lo porterà a rivedere buona parte delle sue convizioni per quanto riguarda sia il suo mondo, sia il mondo gemello.
Nel libro tornano alcuni dei temi fondamentali di Ursula LeGuin: l'anarchismo, il femminismo, la riflessione sulla società contemporanea attraverso il filtro della fantascienza.
Lettura piacevolissima e stimolante.



* I reietti dell'altro pianeta (pubblicato anche con il titolo Quelli di Anarres; il titolo originale è Dispossessed. An ambiguous utopia) fa parte di una serie, nota come “ciclo dell'Ecumene” o “ciclo hainita” e composta da sette romanzi e una dozzina di racconti. Questo, uscito originariamente nel 1974, è il quinto volume in ordine di pubblicazione, ma il primo per quanto riguarda la sequenza cronologica degli avvenimenti narrati. È considerato uno dei vertici della narrativa di Ursula LeGuin, insieme a La mano sinistra delle tenebre (che, per inciso, in italiano è fuori catalogo ormai da parecchi anni).
Le trame sono correlate l'una con l'altra in un affresco unitario, ma i singoli libri sono autosufficienti e si possono leggere anche senza conoscere gli altri.

martedì 29 maggio 2018

punto fermo

Ho praticamente concluso il lavoro di revisione del mio prossimo libro di versi. Contiene 52 poesie, scritte perlopiù tra il 2015 e il 2016 (ma ce ne sono alcune molto vecchie, di una decina-quindicina d'anni fa).
Potrebbe essere - anzi, mi auguro che sia - il mio ultimo, almeno per un po'. Rileggendolo, direi che sarebbe coerente se fosse davvero il mio ultimo.
Il contratto con l'editore è già firmato. Andrà in lavorazione nei prossimi mesi e dovrebbe uscire tra la fine del 2018 e i primi del 2019.
Poi, giuro, mi fermo.

giovedì 10 maggio 2018

due libri sul lavoro



Giorgio Falco, Ipotesi di una sconfitta, Einaudi, 2017 (384 pp., €19,50)
Francesco Dezio, La gente per bene, Terra Rossa, 2018 (210 pp., €15,00)

Apparentemente simili, in realtà diversissimi questi due libri.
Simili, perché simile è il tema: il lavoro, quello precario, polverizzato, risorseumanizzato dei giorni nostri. E simile anche il modo di svolgerlo, narrando in prima persona una sequela di lavori svolti dall'autore. Diversissimi invece gli ambienti, gli stili, i punti di vista.

Ipotesi di una sconfitta si apre con un lungo capitolo dedicato al padre del protagonista, siciliano emigrato a Milano (e quindi milanese al quadrato), impiegato per quarant'anni nell'azienda municipale dei trasporti (il vecchio, mitologico posto fisso), infine morto di tumore, proprio in coincidenza con la dismissione della stessa azienda.
Segue il resoconto dei tanti mestieri, più o meno improbabili, svolti da Falco: addetto al confezionamento di spillette con volti celebri, da Bruce Springsteen a Papa Woityla a Gesù (ma Gesù gratis, perché “con lui si va in perdita”); tabulatore di dati sui supermercati per conto di una rivista; venditore porta-a-porta di abbonamenti per la consegna domiciliare di un quotidiano; commesso in un negozio di abbigliamento; piazzista di scope in saggina; magazziniere; allenatore di basket; affissore di manifesti; fino alla discesa agli inferi: impiegato per un'azienda di telefonia mobile.
L'itinerario è una catabasi verso un lavoro sempre più alienante, disumanizzante, psicotizzante. L'ambiente è quello delle periferie milanesi, o del Veneto, o (per qualche pagina) delle borgate romane ai confini del Grande Raccordo Anulare: un panorama sempre più devastato, sfregiato, cementificato, invivibile. Un movimento discendente che non si arresta nemmeno di fronte all'ultima svolta: la scelta di dedicarsi alla scrittura e guadagnarsi da vivere con le scommesse calcistiche.
Tutto, in realtà, si svolge all'ombra di un tramonto: quello del Novecento, rappresentato dalla figura del padre. Il secolo è morto, insieme a tutti i suoi miti, e Giorgio Falco (classe 1967) appartiene alla generazione che ha vissuto quell'agonia.
Prendo in prestito le parole di Daniele Giglioli (da Le parole e le cose):
C’è un [...] mito a cui il secolo scorso ha sacrificato. [...] Era il mito secondo cui la vera vita è appunto l’arte, la letteratura, redenzione di quella che ci sfugge nello scialo dei giorni. [...] Quel mito tenta forse anche Falco, che però non gli cede. Il lettore non troverà da nessuna parte la volgarità terra terra del “ce l’ho fatta”, né quella tanto più volgare del “che importa, in fondo, se tutto ciò ha fatto nascere una scrittura?” Ci sono scrittori per i quali, di qualsiasi cosa parlino, fa premio comunque su tutto il ribaldo, avventuroso, amorale piacere di esprimersi. Falco è troppo onesto per questo. Tra cosa e stile la fusione è senza resti. La bellezza, la verità di questo libro, il lettore deve guadagnarsela a sue spese. Dentro, ma anche fuori dal libro.
Non c'è traccia di autofiction in “Ipotesi di una sconfitta”, ma una sincerità e un realismo senza remore, serviti da uno stile compatto, implacabile.

Apparentemente simile, dicevo, La gente per bene. Anche qui abbiamo uno scrittore nato nell'ultimo scorcio del Novecento (1970), che fa i conti con un lavoro trasformato in sfruttamento senza più alcuna possibilità di riscatto.
Lo scenario, stavolta, è il Sud: in particolare, il Sud della Murgia barese, terra di capannoni, piccole ditte a gestione familiare, discariche clandestine, palazzinari, padroni arricchitisi sullo sfruttamento spregiudicato degli operai. E anche Dezio racconta la propria odissea nel lavoro: il diploma all'Industriale, le esperienze come grafico addetto ad Autocad e SolidWorks, l'economia rampante dei divanifici Natuzzi che, negli anni Ottanta e Novanta, sembrava aver trasformato quel lembo di Puglia nella Svizzera del Meridione, il fallimento non solo personale, ma di un'intera società.
Tuttavia, il libro è quanto di più diverso si possa concepire, rispetto a quello di Giorgio Falco. Perché Dezio sceglie una forma ibrida, volutamente disomogenea, anzi trae la propria forza proprio dalle fratture nel tessuto stilistico e narrativo. E così, ogni capitolo sembra prendere una direzione diversa dal precedente, rendendo La gente per bene un oggetto letterario di difficile collocazione: autobiografia? autofiction? romanzo d'inchiesta e di denuncia? Lo stile incorpora il parlato, il dialetto, ma anche il linguaggio burocratico, le copie dei CV e delle lettere di licenziamento.
Alla fine, una vaga speranza sembra intravvedersi, ma sta solo nella fuga da un Sud che, dopo sessant'anni, ancora offre ai suoi figli l'unica strada dell'emigrazione.

Eppure, lo si sarà capito, qualcosa di simile i due libri ce l'hanno: dipingono in maniera spietata lo sfacelo ineluttabile del mondo occidentale contemporaneo. In questo, i capannoni della Brianza somigliano tragicamente a quelli delle Murge.

lunedì 7 maggio 2018

un'educazione russa

Nel XIII secolo, a Novgorod, nella Russia dominata dai variaghi (i discendenti dei vichinghi arrivati lì secoli prima discendendo il corso del Volga), era difficile trovare la carta – invenzione recente – e tantomeno la pergamena, rara e preziosa. Per scrivere, si usava la materia più a buon mercato, ossia la morbida corteccia delle tante betulle che crescevano nei boschi circostanti.
Gli archeologi hanno ritrovato centinaia di queste iscrizioni, perfettamente conservate grazie al suolo argilloso che circonda la città. Esiste persino una branca della paleografia slava, nota come berestologia (dal russo “beresta”, corteccia di betulla), che si occupa di studiarle. Il gran numero di iscrizioni e di attrezzi scrittori ritrovati attesta un'inaspettata diffusione dell'alfabetizzazione tra la popolazione locale.

Uno dei reperti più straordinari sono una dozzina di pezzi, realizzati da un bambino di sei o sette anni che si firmava Onfim. Sono esercizi scolastici, frammenti d'alfabeto, brani di salmi, preghiere (“Signore, aiuta il tuo servo Onfim”), dediche agli amici (“Saluti a Danilo da Onfim”) e disegni.
In uno, c'è un cavaliere che, dall'alto del suo destriero trafigge con la sua lancia un nemico disteso a terra. Altri sono ritratti suoi e dei suoi amici, oppure scene di battaglia. Un altro è un drago che sputa fuoco, accompagnato dalla scritta “io sono una bestia selvaggia”.
C'è persino un ritratto di Onfim con il suo papà; la didascalia recita: "Questo è il mio papà. Lui è un guerriero. Quando sarò grande voglio diventare come lui".
Gli scritti e i disegni di Onfim sono un eccezionale spaccato nell'immaginario di un ragazzo russo medievale, e perciò costituiscono un documento di inestimabile valore storico.

Per saperne di più, si può dare un'occhiata qui.
Sotto, i disegni di Onfim.

 Esercizi di scrittura e il drago con la didascalia "io sono una bestia"

L'originale di un frammento di betulla

 Cavalieri al galoppo

 Onfim e i suoi amici a scuola
 Bambini che giocano 
(a destra, nascondino?)

Un autoritratto?
 Onfim e il suo papà

 Altri disegni con scene di battaglia e figure umane

 Un cavaliere che trafigge il nemico