giovedì 9 luglio 2009

jazz people 1 - la firma famosa

E' una Firma Famosa, una delle più famose nel giornalismo jazzistico italiano. Lo chiamerò dunque FF.
FF ha esordito in tempi nei quali la critica jazz era un'attività da pionieri e la sua infarinatura pasticciata poteva passare per competenza. Da quarant'anni capitalizza sul fatto di aver conosciuto e frequentato un vecchio maestro. Oggi è entrato a pieno titolo fra i "decani".
La prima volta che incrociai FF fu a un concerto di Umbria Jazz. Andò via dopo dieci minuti e l'indomani scrisse una recensione in cui sbagliò i titoli di tutti i pezzi.
Qualche giorno dopo lo rividi a un concerto di Uri Caine. Era seduto nella fila davanti a me e sparlava di Stefano Bollani perché, sosteneva, “dopo tanti anni che ci abbiamo messo noi per far capire che il jazz è una cosa seria, ti arriva questo qui a far tutte 'ste buffonate”. Quando uscì la sua recensione di Umbria Jazz, ritrovai la frase para para, ma era attribuita a “qualche vecchio appassionato”. Quando si dice il coraggio delle proprie idee.
Dopo il concerto, insieme a un altro paio di giornalisti facevo la fila per intervistare Uri Caine. Arrivò FF, ci passò davanti e, senza bussare, entrò nel camerino. Poi si voltò, vide le nostre facce costernate e ci fece: “Solo un momento, saluto Uri”. Stette dentro mezz'ora. Il giorno dopo uscì un'intervista su tre colonne.
Qualche mese dopo lo reincrociai a un concerto, sempre qui a Perugia. Era annunciata una cantante dal nome tedesco, del tutto sconosciuta. FF salì sul palco e la presentò, dicendo che questa cantante “seguiva una tendenza del jazz di oggi: quella di eseguire le musiche così come sono sullo spartito”. Risultò che la tizia, peraltro piuttosto belloccia, e accompagnata da un ottimo gruppo di jazz tradizionale, era una soprano lirica che non aveva la minima idea di che cosa fosse il jazz. Cantava gli standard come fossero la Traviata. Se volete figurarvi l'effetto, provate a immaginare la Callas che canta “Satisfaction”.
L'organizzatore del concerto mi confessò che la tizia era l'amante di FF.
Un amico mi raccontò di aver sentito una conferenza di FF, il quale aveva annunciato con gran pompa che avrebbe parlato delle “influenze operistiche in Armstrong”, con ascolti di assolo commentati. Risultò poi che aveva portato tutti i dischi sbagliati e non si poterono ascoltare gli assolo.
Dopo la conferenza, in pizzeria, FF parlò tutto il tempo del proprio coso. “No, non posso prendere la pizza con i peperoni, perché senno poi LUI non mi funziona”. “Perché sai, LUI ha la metà dei miei anni, ne ha trenta”. FF aveva passato già da un po' la settantina.

la carne


Una celebrazione dell'amore fisico, in tutta la sua gioia brutale. Un inno eversivo, un “make love, not war” ante litteram. Ben prima degli hippies, dei sessantottini, degli indiani metropolitani, dei situazionisti e dei no global. E anche con molto più stile.


Properzio, Elegie, II, 7

Gioia! Notte che fu tutta luce! E anche tu,
lettuccio che il piacere ha reso beato!
Quante ce ne siamo raccontate a luce accesa,
e poi, al buio, che battaglie!
Lottava con me a seno nudo
poi coperta dalla veste riposava.
Coi baci mi apriva gli occhi già vinti dal sonno:
“Così ti addormenti, sfaticato?”.
Quante volte ci siamo scambiati nell'abbraccio, quanti
baci ho posato sulle tue labbra!
Non si deve guastare l'amore brancolando al buio:
sono gli occhi, sàppilo, a guidare Venere.
Dicono che Paride si accese a vedere la Spartana nuda
alzarsi dal letto di Menelao,
nudo Endimione conquistò la sorella del Sole
e con lui giacque nuda la dea.
E se ti ostini a venire a letto vestita
ti ritroverai la veste a brandelli:
anzi, se l'ira mi farà andare oltre
mostrerai a tua madre i lividi sulle braccia.
Non hai ancora i seni cadenti a proibirti i giochi d'amore:
a questo bàdino quelle che han partorito.
Finché lo concede il destino, saziamoci gli occhi d'amore:
anche per te arriverà la notte senza più giorno.
Oh, se tu volessi una catena a stringerci per sempre,
che mai alcun giorno possa più sciogliere!
Prendi come esempio le colombe in amore,
maschio e femmina, una sola carne.
Sbaglia chi cerca la fine di un amore folle:
il vero amore non conosce misura.
L'aratore ingannerà la terra con false promesse
e il sole spingerà più veloci i cavalli neri
e i fiumi richiameranno le acque alla foce
e il pesce starà all'asciutto nel gorgo arido,
prima che io consoli altrove le mie pene:
suo sarò da vivo, suo da morto.
E se vorrà concedermi qualcuna di queste notti
anche un solo anno di vita sarà lungo.
Se poi me ne darà molte, in esse io sarò immortale:
chiunque in una notte può essere un dio.
Se tutti gli uomini volessero trascorrere così la vita,
giacendo con le membra spossate dal vino,
non ci sarebbe ferro crudele né nave da guerra,
né il mare d'Azio trascinerebbe le nostre ossa,
né Roma, assediata dai propri stessi trionfi,
si sarebbe stancata di sciogliere i capelli nel lutto.
Di me questo i posteri potranno lodare di sicuro:
i miei brindisi non offesero mai gli dei.
E finché hai luce, gusta i frutti della vita!
Se pure mi darai tutti i tuoi baci, saran sempre pochi.
E come i petali abbandonano le corolle inaridite,
e li vedi galleggiare sparsi nelle coppe,
così forse noi, che oggi ci gloriamo nell'amore,
domani saremo ostaggi del giorno fatale.

mercoledì 8 luglio 2009

work in progress

Parte I
Era una notte buia e tempestosa. All'improvviso, echeggiò uno sparo. Una porta sbattè. La fanciulla urlò.
All'improvviso, una nave pirata apparve all'orizzonte.
Mentre milioni di persone morivano di fame, il re viveva nel lusso. Nel frattempo, in una piccola fattoria del Kansas, un ragazzo cresceva.

Parte II
Cadeva una neve leggera, e la ragazzina dallo scialle rattoppato non aveva venduto una violetta in tutta la giornata.
In quello stesso momento, un giovane tirocinante all'ospedale cittadino stava facendo un'importante scoperta. La misteriosa paziente nella stanza 213 si era finalmente svegliata. Emise un fioco lamento.
Poteva darsi che fosse la sorella del ragazzo del Kansas che amava la ragazzina dallo scialle rattoppato che era la figlia della fanciulla scampata ai pirati?
Il tirocinante aggrottò la fronte.
“Mandria in fuga!” urlò il capo dei mandriani, e quarantamila capi di bestiame si precipitaronmo con fragore nel piccolo accampamento. I due uomini rotolarono a terra annaspando sotto gli zoccoli assassini. Un destro e un sinistro. Un sinistro. Un altro destro e sinistro. Un gancio alla mascella. La lotta era finita. E così il ranch fu salvo.
Il giovane tirocinante sedeva da solo in un angolo della caffetteria. Aveva imparato qualcosa sulla medicina, ma, cosa ancor più importante, aveva imparato qualcosa sulla vita.

FINE

(qui il testo originale)

come cambiano i tempi

martedì 7 luglio 2009

fisiognomica

Da un'intuizione di Sergio Garufi:

frivolezze

Okay, diamo per scontato che quella che vi propongo è una bellissima canzone (si chiama Dança da solidão, per la cronaca), che a cantarla è una delle più brave cantautrici brasiliane, Marisa Monte, e a suonarla è Paulinho Da Viola, l'autore, nonché una delle leggende della musica brasiliana contemporanea.
Ma il punto è che ho un contenzioso con un amico. Da anni lui sostiene che Marisa Monte è brutta, secca come un chiodo, con il nasone e i dentoni e assomiglia a Morticia Addams.
Io la trovo bellissima.
Voi che ne pensate?

domenica 5 luglio 2009

un eremita in california

Robinson Jeffers (Allegheny, Pennsylvania, 10 gennaio 1887 – Carmel, California, 20 gennaio 1962) è una figura singolare e, allo stesso tempo, esemplare nella poesia americana del Novecento.
Studiò in Europa e fu un profondo conoscitore della poesia greca e latina, ma la sua produzione poetica assume le cadenze epiche, profetiche della grande tradizione whithmaniana (anche se non mancano i rimandi, più o meno espliciti, a Lucrezio, Omero o Euripide).
Anticonformista anche nella vita, amava abitare nella solitudine, in mezzo alla natura incontaminata. Fece scandalo la sua relazione con Una Call Kuster, moglie di un celebre avvocato di Los Angeles e tre anni più vecchia di lui: Jeffers la conobbe all'Università, nel 1906, la sposò nel 1913 e i due rimasero insieme fino alla morte di lei, nel 1950.
Nel 1913 Jeffers si trasferì a Carmel, sulla costa della California, dove trascorse il resto della vita e si costruì con le sue stesse mani una casa di pietra, in cima a una scogliera a picco sul mare.
La sua poesia si ispira alla natura selvaggia, non toccata dall'uomo, e trasmette spesso un senso di bellezza tragica, primigenia. Il suo tema centrale è l'abbandono dell'egocentrismo e dell'antropocentrismo: non a caso, è considerato una sorta di ecologista ante litteram.
Non per questo fu alieno dalle vicende politiche, anzi le sue posizioni pacifiste e la sua opposizione all'entrata in guerra degli Stati Uniti dopo Pearl Harbour gli alienarono il favore del pubblico e della critica.
Non posso, per ragioni di spazio, pubblicare i suoi testi più lunghi, che arrivano spesso a contare varie centinaia di versi, quindi mi limito a quattro brevi poesie tratte dalla raccolta del 1948 "The Double Axe and Other Poems" (edizione italiana “La bipenne e altre poesie”, Guanda 1969, traduzione di Mary de Rachelwiltz).
Comprai il libro tanti anni fa, appena arrivato a Perugia, in una libreria che vendeva libri usati e che ora non esiste più. Ne “La bipenne” c'è anche uno dei capolavori di Jeffers, il lungo poema narrativo “Campofame”, dal quale Andrea Pazienza trasse uno dei suoi fumetti più belli e intensi, forse il suo canto del cigno.

* * *

FALCHI FERITI (II)

Preferirei, salvo le penalità, uccidere un uono che un falco; ma al grande codirosso
Non restava che impotente miseria
L'osso troppo fratturato per risanare, l'ala strascinava sotto gli artigli se si muoveva.
Lo nutrimmo per sei settimane, poi lo misi in libertà,
S'aggirò pei colli del promontorio e a sera tornò, chiedendomi la morte,
Non come mendicante, negli occhi c'era la vecchia
Indomita arroganza. Gli feci dono del piombo nel crepuscolo. Ciò che cadde era languido,
Piume di civetta, morbide penne femminee; ma quello che
Si librò, il guizzo impetuoso: gli aironi notturni lungo il fiume in piena strepitarono di paura quando si levò,
Prima che fosse del tutto spoglio di realtà.



AMA IL CIGNO SELVATICO

"Odio i miei versi, ogni riga, ogni parola.
Oh pallide fragili matite a cimentarvi con la curva
D'un solo filo d'erba, o con la gola d'un uccello
Appoggiata al ramo, arruffata contro il cielo bianco.
Oh specchi incrinati e opachi, provatevi ad afferrare
Un solo colore, un fuggevole lampo, o lo splendore delle cose.
Cacciatore sfortunato, pallottole di cera,
La bellezza leonina, le ali del cigno selvatico, la tempesta d'ali".
- Questo cigno selvatico, il mondo, non è preda di cacciatore,
Pallottole migliori delle tue non colpirebbero il petto bianco,
Specchi migliori dei tuoi si frantumerebbero nella fiamma.
Che importa se tu odi... te stesso? Ama almeno
I tuoi occhi che vedono, la tua mente che intende
La musica, il tuono delle ali. Ama il cigno selvatico.



PUNTA CARMEL

La pazienza straordinaria delle cose!
Questo bel luogo deturpato da un mucchio di case da periferia -
Tanto bello la prima volta che lo vedemmo,
Vergine campo di papaveri e di lupina murato da lisci scogli;
Soli intrusi due o tre cavalli al pascolo,
O qualche vacca a fregare i fianchi sulle rocce sporgenti -
Ora è arrivato il guastatore: che importa?
Nulla. Può attendere. Sa che la gente è una marea
Che cresce e a suo tempo decrescerà, e tutta la sua opera
Sarà dissolta. Intanto l'immagine della prisca bellezza
Continua a vivere nella venatura del granito,
Al sicuro come l'oceano infinito che s'inerpica sugli scogli. - In quanto a noi:
Dobbiamo distogliere le nostre menti da noi stessi;
Disumanizzare un poco i nostri punti di vista, ed essere fiduciosi,
Come la roccia o l'oceano da cui fummo ricavati.



UCCELLI E PESCI

D'ottobre a milioni verso riva vengono i pesciolini
Lungo la costa granitica del continente
Nella loro stagione: ma che pacchia per gli uccelli marini.
Che stregoneria d'ali fantasmagoriche
Nasconde l'acqua scura. Pesanti i pellicani gridano "Ha!" come il corsiero dell'amico di Giobbe,
E si tuffano dall'alto, i cormorani lunghi
E neri scivolano sott'acqua e cacciano come lupi nell'opaco verde. I gabbiani stridono, attenti,
Avidi e invidiosi protestano e beccano. Ingordigia isterica!
Nel rimpinzarsi isterico - una massa quasi umana -
Questi uccelli innocui! Come se trovassero oro
Per strada. Meglio dell'oro, si può mangiare: e chi
Tra questi volatili selvaggi ha pietà dei pesci?
Non uno di certo. Misericordia e giustizia
Sono sogni umani, non riguardano gli uccelli né i pesci né il Padre Eterno.
Ma prima di andartene, guarda bene,
Le ali, le bocche fameliche, i pesciolini plasmati dalle onde, lucidi veloci molluschi
Vivono di paura per morire nel tormento -
Loro destino e degli uomini - le isole rocciose, l'oceano immenso e Lobos sull'imbrunire
Sopra la baia: non è forse bello?