Visualizzazione post con etichetta roberto roversi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta roberto roversi. Mostra tutti i post

venerdì 2 agosto 2013

non mi voglio rassegnare



BOLOGNA 2 AGOSTO ORE 10.20

il cielo è un forno di pane pronto per la cottura
scappare sul mare di questa pianura e poi
approdare a isole azzurre felici ma tu

BOLOGNA 2 AGOSTO ORE 10.21

dicevi dicevi tu dicevi che hai bisogno di riflettere
se in questi giorni le parole hanno un senso
anche fra noi

BOLOGNA 2 AGOSTO ORE 10.22

d’accordo, non si può buttare via niente
d’altra parte non è possibile conservare tutto negli angoli della memoria
salvare l’indispensabile

BOLOGNA 2 AGOSTO ORE 10.23

lo so che non sono migliore o peggiore di tanti
cerco con gli anni di diventare diverso
ho fatto errori tremendi
ma non mi sono mai consolato
la vita non è una prova di formula uno
per guadagnare la prima griglia in partenza

BOLOGNA 2 AGOSTO ORE 10.24

dammi la tua mano
vivere una volta per tutte definitivamente

BOLOGNA 2 AGOSTO ORE 10.25

senza un fiato di vento il cielo ha buttato
un grido tremendo
un sole nero corre per le strade
io voglio provare i miei sentimenti come su una lastra di fuoco

BOLOGNA 2 AGOSTO ORE 10.26

ahi il cuore
piange piange adesso piange come un sasso che ha vita
chiamano contiamo i morti
la libertà è lì a terra ferita
non possiamo più dare
soltanto pietà
questa estate è finita

BOLOGNA 2 AGOSTO ORE 10.27

ma dammi la tua mano
io non mi rassegno non mi voglio rassegnare.


Roberto Roversi



(Questo testo fu pubblicato su "Paese Sera"
 il 6 agosto 1980, quattro giorni dopo la strage)

martedì 23 aprile 2013

all'italia (2)

 

Mai anni peggiori
di questi che noi viviamo,
né stagione più vile
coprì di rossore la fronte asciutta italiana;
cadavere fulminato
giace essa riversa sull’erba di una trazzera.
Così la sera del nostro vivere umano
quando la morte sprofonda nel fuoco della gola
e resta poca gente, sola,
a vegliare con gli occhi asciutti e a ricordare.

Cercare requie a un grande dolore.
Puntuale, atroce come una pestilenza
nella città medievale,
mentre s’abbattono sulle povere spalle
incubi, oscurità, strazianti segni,
sul rosso corallo dei pensieri
ciò che ieri era luce oggi si sfascia
in nembo nero, e una paura di morte,
la fatica di vivere, la sorte
che contrasta in grembo alla vecchissima terra:
tutto si aggruma come la tempesta.
Stridule sibille alzano voti,
vipere d’erba strisciano e inveiscono,
balenano le lame calabresi
e gli arbasini danzano perduti
nell’aria, gialle leggere futili farfalle,
a nulla intenti che allo splendido lume
nella sala addobbata.
I fuochi sono spenti.
Tutto sembra giusto ormai o sembra falso
e distrutto, in questo deserto,
alla fine di una lunga giornata.
Ma tutto ancora si può rovesciare.
Non può essere perso.

Roberto Roversi, da Dopo Campoformio, 1965

venerdì 1 febbraio 2013

io ve l'ho detto



Qualche mese fa, moriva Roberto Roversi, e io scrivevo
non so che cosa augurar-gli/mi: che entri nel mainstream, magari in un volume dello Specchio o dei Meridiani, rischiando di finire sepolto nel cicaleccio, oppure che rimanga lì, nel silenzio, come una voce sempre a disposizione di chi vuole ascoltarla.
Ecco: ora è a disposizione un sito dove si può leggere tutta (dico: tutta) la sua opera poetica, gratis.
Io ve l'ho detto, poi fate voi.

giovedì 20 settembre 2012

"i libri sono individui, parlano, cantano"



"Io mi sono sempre occupato personalmente delle spedizioni, facevo pacchi robustissimi. Un cliente giapponese mi scrisse estasiato per come gli avevo imballato una Treccani, un volume per volta con carte di colori diversi, volevo rivaleggiare con l’armonia del Sol Levante. Dai libri che partivano per l’estero, che dovevano affrontare un viaggio lungo e periglioso, mi congedavo con un rito speciale: scrivevo una piccola poesia per loro e la infilavo fra le pagine."

(leggi qui tutta l'intervista a Roberto Roversi)

domenica 16 settembre 2012

tu parlavi una lingua meravigliosa



(In Memoriam Roberto Roversi, 1923-2012)

Dicono che canzone e poesia sono due cose diverse, e forse hanno ragione. Lui però, almeno, ci ha provato. Con esiti altissimi.
Poi è sparito dalla vista pubblica, si è stampato i libri da solo, fuori dalla grande distribuzione (questo, per esempio). Non è mai sceso a compromessi. Come dice anche Antonio, forse era l'ultimo uomo di un'altra epoca, non so se migliore o peggiore.
Adesso, non so che cosa augurar-gli/mi: che entri nel mainstream, magari in un volume dello Specchio o dei Meridiani, rischiando di finire sepolto nel cicaleccio, oppure che rimanga lì, nel silenzio, come una voce sempre a disposizione di chi vuole ascoltarla.

domenica 19 febbraio 2012

sono solo canzonette?



«E i messaggi, cosa si può dire dei messaggi delle canzoni? Che sono tanti, differenziati, complessi e si nascondono là dove meno te li aspetti, se è vero che un poeta come Roberto Roversi ha potuto compiere su "Rinascita" del 25 novembre '83 un'analisi assai approfondita e ricca di spunti di due brani all'apparenza banalissimi, quel Vamos a la playa dei Righeira e quel Tropicana del Gruppo Italiano che hanno furoreggiato nel corso dell'estate 1983. La catastrofe atomica - dice Roversi - è già sopravvenuta, noi siamo i superstiti di questa catastrofe. Quindi non è più in atto il terrore dell'attesa e il conseguente impegno per prevenirlo. Ogni azione è conclusa, ogni progetto è annientato, ogni parola bruciata. Non c'è più nulla da raccontare in quanto tutto è già stato visto. Per questo le due canzoni sono "terribili" per l'assenza e non "catastrofiche" per la violenza, perché non promettono ma constatano; e si appoggiano a relitti o a reperti geologici che galleggiano su un mare ancora ribollente, ma che si sta progressivamente quietando, dopo non una sola, ma dopo le esplosioni atomiche di una guerra. Le parole cantate si capiscono male; arrivano a spizzichi, a intermittenze, sono tanti piccoli bagliori/segnali accesi, spenti.

Distesi, affiancati, non rassegnati ma esangui, i due protagonisti non guardano il mare, ma un grande grigiore che riflette e trascrive mare disastro e calme e ogni immagine o panorama è filtrato attraverso il video, che li consuma. Dunque, le bombe sono già cadute; i residui bagliori nucleari lontani aiutano ad abbronzare; legioni di nuotatori scatenati da una vitalità ossessionata combattono sul surf; l'onda ci alimenta con pizze radioattive. E quell' "Oh!" ripetuto per quattro capoversi risuona come l'incitamento con cui Ulisse spronava le pecore perché uscissero dalla caverna di Polifemo. Andiamo al mare, il peggio è già concluso.

"Dimmi, dimmi non ti senti come al cinema?" La domanda è in Tropicana. Anche lì l'acqua che ribolle (quindi un mare è vicino), una esplosione che si sta spegnendo dolce (quindi la violenza c'è già stata); infatti si accenna ad una abbronzatura atomica, alla lava incandescente, all'uragano (conseguenza dell'esplosione) che travolge i bungalows. "Dimmi, dimmi non ti senti come al cinema?". Non le hai già viste queste cose? Questa violenza, dopotutto, non ti annoia?
I giovani non temono più il diluvio ma si dispongono a ricevere ciò che resterà del mondo dopo l'esplosione finale. Non molto, se ci sarà qualcosa. La violenza di chi urla correndo sulle onde. I bungalows che bruciano. E su quella parte di sabbia che resta disponibile, personaggi piallati e calcificati, con una passata di spray rosso azzurro sulla faccia, sono sdraiati in una lucida fissità, bersagliati dal riverbero dinamico dei colori che si riversano dai monitor come l'impeto di un'acqua che si sparpaglia intorno e brucia sabbia o erbe. Così cominciano a vivere un poco. Senza contare i morti. Che sono cenere... "perché il sole ha una forza tremenda / e Mara sa che può distruggere il sole e l'universo / e sta vedendo davanti a sé la forza come il film di Guerre Stellari ecc. ecc.".
Non è stato del resto proprio Roversi a scrivere una volta che la canzone è filosofia e festa e tenerezza, e che la verità passa più spesso attraverso la cruna di un ago piuttosto che imboccare con stivali di cuoio i saloni dell'accademia?»

Gianni Borgna, "Storia della canzone italiana", Laterza 1985, pp. 219-221


martedì 26 luglio 2011

non mi ricordo più il mare



Testo di Roberto Roversi, musica di Gaetano Curreri (1984)


Se vuoi toccare sulla fronte il tempo che passa volando
in un marzo di polvere di fuoco
e come il nonno di oggi sia stato il ragazzo di ieri
Se vuoi ascoltare non solo per gioco il passo di mille pensieri
chiedi chi erano i Beatles
chiedi chi erano i Beatles

Se vuoi sentire sul braccio il giorno che corre lontano
e come una corda di canapa è stata tirata
o come la nebbia inchiodata tra giorni sempre più brevi
Se vuoi toccare col dito il cuore delle ultime nevi
chiedi chi erano i Beatles
chiedi chi erano i Beatles

Chiedilo a una ragazza di quindici anni di età
chiedi chi erano i Beatles
e lei ti risponderà
La ragazzina bellina col suo naso garbato
gli occhiali e con la vocina
ma chi erano mai questi Beatles?
Lei ti risponderà

I Beatles non li conosco
neanche il mondo conosco
sì sì conosco Hiroshima
ma del resto ne so molto poco
ne so proprio poco
Ha detto mio padre l'Europa bruciava nel fuoco
dobbiamo ancora imparare
noi siamo nati ieri
siamo nati ieri

Dopo le ferie di Agosto non mi ricordo più il mare
non mi ricordo la musica
fatico a spiegarmi le cose
per restare tranquilla scatto a mia nonna le ultime pose
ma chi erano mai questi Beatles
ma chi erano mai questi Beatles?

Voi che li avete girati nei giradischi e gridati
voi che li avete aspettati e ascoltati
bruciati e poi scordati
voi dovete insegnarci con tutte le cose non solo a parole
chi erano mai questi Beatles
ma chi erano mai questi Beatles?

Perché la pioggia che cade è presto asciugata dal sole
un fiume scorre su un divano di pelle
ma chi erano mai questi Beatles?
Le auto hanno brusche fermate le radio private
mettono in onda la nebbia e le vecchie paure
chi erano mai questi Beatles?

Di notte sogno città che non hanno mai fine
sento tante voci cantare
e laggiù gente risponde
Nuoto tra onde di sole e cammino nel cielo del mare
ma chi erano mai questi Beatles
ma chi erano mai questi Beatles?

lunedì 25 aprile 2011

liberazione


VIII. Tutto bruciato

Marco appare. "Il paese bruciato.
Guarda le case, tronchi senza vita,
macerie, polvere.
La forte gioventù morta, fuggita".
Il sole indora la campagna,
cade dai nevai;
odore di un fuoco calmo dentro al vento.
La gente ferma sulla piazza.
M'azzanna il cuore una vespa infuriata.
"I mongoli affamati
dànno alla nostra carne questi morsi.
I tedeschi li armano, li avventano
ubriacandoli; bruciati dalla grappa
cadono urlando sulla strada,
prendono le donne come cani.
Pecore siamo nell'Italia morta".
M'avvio nella valle solcata
da un fiume, con cime fuggenti,
stormire d'alberi,
ruscelli stenti migrano, fra onde
di foglie i castelli persi nelle ombre.
Case incendiate specchiano le nubi;
dentro ai paesi occhi e ossa d'uomini
tendono la mano, pellegrini
vinti da una sciagura.
Pendono le travi delle case.
"Le donne uccise", dicono, "o scampate
al massacro, spente di paura
giacciono nel buio delle stalle.
Da uscio a uscio per fienili e case
i mongoli cercarono, fra le balle
di paglia, carrette rovesciate;
bruciò il paese, fuggono le donne
rauche disfatte pazze di terrore".
I vigorosi uomini lontani.
Pagarono le donne con la vita
la breve età felice
e i neri capelli.
Tornano adesso i giovani strisciando
lungo le siepi della valle.

[...]

X. La piazza è in festa

Carri armati posano
sotto gli alberi, i negri
ridono, stendono le mani,
la gente nelle vie,
tutte le finestre al sole.
Giorno sacro d'aprile. Alti vocianti
feroci uomini nuovi.
"E' finita la guerra", questo
il popolo grida; gli anni si frantumano,
un mondo nuovo affiora ribollendo
dalle schiuma aspra del dolore.
La piazza bianca di calce, bianca nell'aria d'aprile,
tacque; un uomo apparve sul palco,
parlò poche parole aprendo
la nuova storia.

Roberto Roversi, "Il tedesco imperatore"
(da Dopo Campoformio, 1962)

martedì 6 ottobre 2009

quando ancora non portava il parrucchino...

...Lucio Dalla era un mezzo genio.
Dedicato a tutti quelli che non lo sanno.


http://www.youtube.com/watch?v=KkqirmyTXNU


Anidride solforosa
(1975)

testo di Roberto Roversi, musica di Lucio Dalla

Sono andata via
perché rimanere sempre a Faenza non è che mi interessasse troppo.
Non puoi sempre rifugiarti nella foresta e sulla spiaggia del mare:
l'ombra si scioglie e ti fa disperare.
Ero una ragazza un po' nervosa ma intelligente,
però di calcio non capivo niente.
Per questo non mi sono sposata, va'.
Ma io guardavo il mondo,
piangendo perché ero contenta,
perché ero contenta,
perché ero contenta.

Ieri la città si vedeva a malapena;
oggi la città si vede tutta intera.
Ieri il mare si scuoteva da fare pena;
oggi il mare ha la barba tutta nera.
Gli elaboratori hanno per sorte
di aiutare l'uomo a vincere la morte.
Infatti se il vento dell'inquinamento
tende a salire, l'aiutano a morire.
E aiutano anche l'amministrazione
e il patrimonio forestale in distruzione.

Verrò, verrò: è fuori discussione,
perché qualcosa deve pur accadere.
In giro c'è molta rivoluzione;
tu sbagli sempre tutto, e soprattutto non mi dai attenzione.
Non vedi tu, non vedi come il mondo sembra brutto,
però posso incontrarti, posso vederti,
posso rivederti in un giorno della settimana,
anche se abiti in una città lontana?
L'uomo, l'uomo si serve degli elaboratori, per migliorare il mondo in cui si vive!
Percentuali di particelle solide presenti nell'atmosfera.
Tutti i dati raccolti sono trasmessi all'elaboratore.

Sapremo quante volte fare l'amore,
o quante volte i fiumi, in Italia, traboccano.
Ma i cittadini di Philadelphia
vivono sotto un cielo pulito.
Io ti segno a dito;
tu segna pure me: sono felice.