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mercoledì 18 settembre 2013

mi è sembrato di sentire un rumore



Ventitré anni fa, Bennato sbottava: sono solo canzonette ("non mettetemi alle strette"). Lo diceva ai cantautori seriosoni, ai critici politiconi, agli “impresari di partito”. Allora, c'erano da una parte i parrucconi, dall'altra un clown scanzonato. Io tifo per il clown, ovvio.
Oggi, in tempi di zuppa neuronale globale, gli intellettuali si sono auto-estinti, i partiti sono diventati traslucidi e volatili, i clown hanno occupato il campo visivo.
In mezzo, ci sono ancora i cantanti, che continuano a fare canzonette, pre-confezionandole sotto forma di pilloline in comodo formato FaceBook-compatibile.
Il pensiero liofilizzato di Jovanotti.
Il rock prostatico di Ligabue.
Il rhythm'n'blues della bisnonna di Tiziano Ferro.
Le vociferazioni e i “feat.” dei rapper finto-truzzi.
Le sculettate e slinguazzate di un'ex-divetta per bambini che ha ritenuto giunto il momento di inzoccolirsi.
Il circo equestre degli Amici e degli X-Factors, melismi al servizio del Nulla.
In mezzo al frastuono, c'è chi continua a fare musica. Il problema è riuscire a sentirlo.

domenica 19 febbraio 2012

sono solo canzonette?



«E i messaggi, cosa si può dire dei messaggi delle canzoni? Che sono tanti, differenziati, complessi e si nascondono là dove meno te li aspetti, se è vero che un poeta come Roberto Roversi ha potuto compiere su "Rinascita" del 25 novembre '83 un'analisi assai approfondita e ricca di spunti di due brani all'apparenza banalissimi, quel Vamos a la playa dei Righeira e quel Tropicana del Gruppo Italiano che hanno furoreggiato nel corso dell'estate 1983. La catastrofe atomica - dice Roversi - è già sopravvenuta, noi siamo i superstiti di questa catastrofe. Quindi non è più in atto il terrore dell'attesa e il conseguente impegno per prevenirlo. Ogni azione è conclusa, ogni progetto è annientato, ogni parola bruciata. Non c'è più nulla da raccontare in quanto tutto è già stato visto. Per questo le due canzoni sono "terribili" per l'assenza e non "catastrofiche" per la violenza, perché non promettono ma constatano; e si appoggiano a relitti o a reperti geologici che galleggiano su un mare ancora ribollente, ma che si sta progressivamente quietando, dopo non una sola, ma dopo le esplosioni atomiche di una guerra. Le parole cantate si capiscono male; arrivano a spizzichi, a intermittenze, sono tanti piccoli bagliori/segnali accesi, spenti.

Distesi, affiancati, non rassegnati ma esangui, i due protagonisti non guardano il mare, ma un grande grigiore che riflette e trascrive mare disastro e calme e ogni immagine o panorama è filtrato attraverso il video, che li consuma. Dunque, le bombe sono già cadute; i residui bagliori nucleari lontani aiutano ad abbronzare; legioni di nuotatori scatenati da una vitalità ossessionata combattono sul surf; l'onda ci alimenta con pizze radioattive. E quell' "Oh!" ripetuto per quattro capoversi risuona come l'incitamento con cui Ulisse spronava le pecore perché uscissero dalla caverna di Polifemo. Andiamo al mare, il peggio è già concluso.

"Dimmi, dimmi non ti senti come al cinema?" La domanda è in Tropicana. Anche lì l'acqua che ribolle (quindi un mare è vicino), una esplosione che si sta spegnendo dolce (quindi la violenza c'è già stata); infatti si accenna ad una abbronzatura atomica, alla lava incandescente, all'uragano (conseguenza dell'esplosione) che travolge i bungalows. "Dimmi, dimmi non ti senti come al cinema?". Non le hai già viste queste cose? Questa violenza, dopotutto, non ti annoia?
I giovani non temono più il diluvio ma si dispongono a ricevere ciò che resterà del mondo dopo l'esplosione finale. Non molto, se ci sarà qualcosa. La violenza di chi urla correndo sulle onde. I bungalows che bruciano. E su quella parte di sabbia che resta disponibile, personaggi piallati e calcificati, con una passata di spray rosso azzurro sulla faccia, sono sdraiati in una lucida fissità, bersagliati dal riverbero dinamico dei colori che si riversano dai monitor come l'impeto di un'acqua che si sparpaglia intorno e brucia sabbia o erbe. Così cominciano a vivere un poco. Senza contare i morti. Che sono cenere... "perché il sole ha una forza tremenda / e Mara sa che può distruggere il sole e l'universo / e sta vedendo davanti a sé la forza come il film di Guerre Stellari ecc. ecc.".
Non è stato del resto proprio Roversi a scrivere una volta che la canzone è filosofia e festa e tenerezza, e che la verità passa più spesso attraverso la cruna di un ago piuttosto che imboccare con stivali di cuoio i saloni dell'accademia?»

Gianni Borgna, "Storia della canzone italiana", Laterza 1985, pp. 219-221


giovedì 8 luglio 2010

le donne di francesco 1 - alice


"Alice" è la canzone che mi ha fatto innamorare di De Gregori. E ancor oggi la considero il suo capolavoro, la sua canzone più perfetta.
La ascoltai forse a 13 o 14 anni, quando De Gregori non sapevo neanche chi fosse, e ci capii poco o niente, ma che importa? Quelle figure femminili sfuggenti, enigmatiche mi si impressero subito in maniera indelebile.
Per qualche anno, credo dai 14 ai 17 o giù di lì, ascoltai De Gregori quasi ossessivamente. Il primo lp suo che comprai fu Miramare (1989), che è un disco un po' strano, un po' di transizione se vogliamo, forse non del tutto risolto, ma secondo me ancora affascinante. Poi recuperai tutti i suoi lavori precedenti, e continuai a seguirlo fino al '92 o '93.
Poi uscì Canzoni d'amore, che non mi piacque (e continua a non piacermi), e contemporaneamente scoprii il jazz, quindi lasciai indietro De Gregori per farmi prendere da altre passioni.
Però l'imprinting di "Alice" dev'essermi rimasto, perché ancor oggi una delle cose che più mi piacciono di lui sono i suoi ritratti di donna.
E dunque, ecco il primo post della serie.

I riferimenti, per quel che serve: "Alice" esce su Alice non lo sa (1973), il primo disco a suo nome. De Gregori la porta a "Un disco per l'estate" e arriva ultimo tra gli ultimi.
Irene è la protagonista di un'altra canzone dello stesso disco; Cesare è Pavese, che realmente si innamorò di una ballerina e si buscò una polmonite per averla aspettata sei ore sotto la pioggia; lo sposo continua a emettere il suo grido muto, tra l'indifferenza dei parenti.
In origine, il "qualcosa" che il mendicante arabo ha nel cappello era "un cancro", ma la censura non accettò di far passare un verso cotanto scandaloso. Altri tempi (o forse no?).
Ma Alice (in Wonderland?), con i suoi gatti pigri, tutto questo "non lo sa".
Buon ascolto.




http://www.youtube.com/watch?v=6WdopDCbr3Q


Alice guarda i gatti e i gatti guardano nel sole
mentre il mondo sta girando senza fretta.
Irene al quarto piano è lì tranquilla
che si guarda nello specchio
e accende un'altra sigaretta.
E Lilì Marlene bella più che mai
sorride e non ti dice la sua età
ma tutto questo Alice non lo sa.

Ma io non ci sto più
gridò lo sposo e poi
tutti pensarono dietro ai cappelli
lo sposo è impazzito oppure ha bevuto
ma la sposa aspetta un figlio e lui lo sa
non è così che se ne andrà.

Alice guarda i gatti e i gatti muoiono nel sole
mentre il sole a poco a poco si avvicina
e Cesare perduto nella pioggia
sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina
E rimane lì
a bagnarsi ancora un po'
e il tram di mezzanotte se ne va
ma tutto questo Alice non lo sa.

Alice guarda i gatti e i gatti girano nel sole
mentre il sole fa l'amore con la luna.
Il mendicante arabo ha qualcosa nel cappello
ma è convinto che sia un portafortuna.
Non ti chiede mai
pane e carità
e un posto per dormire non ce l'ha
ma tutto questo Alice non lo sa.

Ma io non ci sto più
gridò lo sposo e poi
tutti pensarono dietro i cappelli
lo sposo è impazzito oppure ha bevuto
ma la sposa aspetta un figlio e lui lo sa
non è così
che se ne andrà.

giovedì 10 dicembre 2009

chapeau

Mina, devo confessarlo, mi è sempre stata sommamente antipatica.
Ma davanti a certe cose bisogna arrendersi.
Giù il cappello, signori.





lunedì 9 novembre 2009

amarcord musicale 4 - un'estate al mare

Non ho mai amato particolarmente Battiato, ma una cosa gli va riconosciuta: ha (o almeno, aveva) la capacità di scrivere pezzi che suonano come canzonette senza esserlo affatto.
Un esempio è Un'estate al mare, che io per anni ho considerato una delle tante canzonette estive, prima di rendermi conto che parlava di prostitute che bivaccano sull'autostrada bruciando copertoni e offrendosi a chiunque passa. L'estate al mare del titolo è un sogno, un'evasione fantastica, grottesca nella sua spensieratezza pop (e infatti il ritornello, gaio e solare, contrasta acutamente con la cupezza delle strofe).
Presumo che di questa ambiguità, come me, non se ne saranno accorti in tanti, tant'è vero che la canzone diventò un tormentone estivo.
Tanto per curiosità, pare che nella versione originale le "fantastiche illusioni" fossero delle (più realistiche) "fantastiche erezioni".


http://www.youtube.com/watch?v=7o7aJEu-3xo


Un'estate al mare (1982)
testo di Franco Battiato, musica di Giustino Pio

Per le strade mercenarie del sesso
Che procurano fantastiche illusioni
Senti la mia pelle com'è vellutata
Ti farà cadere in tentazioni

Per regalo voglio un harmonizer
Con quel trucco che mi sdoppia la voce
Quest'estate ce ne andremo al mare
Per le vacanze

Un'estate al mare
Voglia di remare
Fare il bagno al largo
Per vedere da lontano gli ombrelloni-oni-oni
Un'estate al mare
Stile balneare
Con il salvagente per paura di affogare

Sopra i ponti delle autostrade
C'è qualcuno fermo che ci saluta
Senti questa pelle com'è profumata
Mi ricorda l'olio di Tahiti

Nelle sere quando c'era freddo
Si bruciavano le gomme di automobili
Quest'estate voglio divertirmi
Per le vacanze

Un'estate al mare
Voglia di remare
Fare il bagno al largo
Per vedere da lontano gli ombrelloni-oni-oni
Un'estate al mare
Stile balneare
Con il salvagente per paura di affogare

Quest'estate ce ne andremo al mare
Con la voglia pazza di remare
Fare un po’ di bagni al largo
Per vedere da lontano gli ombrelloni-oni-oni

Un'estate al mare
Stile balneare
Toglimi il bikini...

martedì 6 ottobre 2009

quando ancora non portava il parrucchino...

...Lucio Dalla era un mezzo genio.
Dedicato a tutti quelli che non lo sanno.


http://www.youtube.com/watch?v=KkqirmyTXNU


Anidride solforosa
(1975)

testo di Roberto Roversi, musica di Lucio Dalla

Sono andata via
perché rimanere sempre a Faenza non è che mi interessasse troppo.
Non puoi sempre rifugiarti nella foresta e sulla spiaggia del mare:
l'ombra si scioglie e ti fa disperare.
Ero una ragazza un po' nervosa ma intelligente,
però di calcio non capivo niente.
Per questo non mi sono sposata, va'.
Ma io guardavo il mondo,
piangendo perché ero contenta,
perché ero contenta,
perché ero contenta.

Ieri la città si vedeva a malapena;
oggi la città si vede tutta intera.
Ieri il mare si scuoteva da fare pena;
oggi il mare ha la barba tutta nera.
Gli elaboratori hanno per sorte
di aiutare l'uomo a vincere la morte.
Infatti se il vento dell'inquinamento
tende a salire, l'aiutano a morire.
E aiutano anche l'amministrazione
e il patrimonio forestale in distruzione.

Verrò, verrò: è fuori discussione,
perché qualcosa deve pur accadere.
In giro c'è molta rivoluzione;
tu sbagli sempre tutto, e soprattutto non mi dai attenzione.
Non vedi tu, non vedi come il mondo sembra brutto,
però posso incontrarti, posso vederti,
posso rivederti in un giorno della settimana,
anche se abiti in una città lontana?
L'uomo, l'uomo si serve degli elaboratori, per migliorare il mondo in cui si vive!
Percentuali di particelle solide presenti nell'atmosfera.
Tutti i dati raccolti sono trasmessi all'elaboratore.

Sapremo quante volte fare l'amore,
o quante volte i fiumi, in Italia, traboccano.
Ma i cittadini di Philadelphia
vivono sotto un cielo pulito.
Io ti segno a dito;
tu segna pure me: sono felice.

domenica 22 febbraio 2009

visto da lontano


In genere non lo vedo, Sanremo. E non per snobismo o spocchia, ma perché quattro giorni, quattro ore al giorno, proprio non le reggo. Se poi c'è Bonolis, non reggo nemmeno quattro minuti.
Anzi, per la precisione: in genere mi capita di fermarmi ogni tanto sul Festival, se sto vedendo la TV, nella speranza di beccare qualche bella canzone (capita anche questo), poi recupero solo la parte musicale, tramite la radio o internet.
Quest'anno è successo che ero in giro per lavoro tutta la settimana, quindi non ho proprio visto niente. Perciò ho deciso di fare un'esperimento: vedere che cosa mi sarebbe comunque arrivato del festival.
Dunque, questo è quello che ho captato, dall'esterno:
- Bonolis non ha perso la parlantina e continua a lanciarsi in acrobazie sintattiche come "abbiamo tentato di salvaguardare l'attivazione per i giovani della possibilità di accedere alla partecipazione al festival";
- Luca Laurenti canta meglio della maggior parte dei cantanti;
- hanno vinto, come al solito, le canzoni più brutte, in ordine decrescente di bruttezza dalla prima alla terza;
- la vincitrice della sezione giovani è identica a Chicken Little;
- i giovani: una era la figlia di Zucchero, una era la figlia di uno dei Pooh (ma non bastava DJ Francesco?), un'altra cantava con Dalla e aveva sessant'anni, due erano figlie di extracomunitari ed erano quelle che cantavano meglio;
- i giovani sono più vecchi dei vecchi;
- quelli che negli anni Sessanta erano giovani ora sono vecchi, ma sono sempre lì;
- Patty Pravo ha mostrato le tette;
- una ballerina ha mostrato le tette;
- una pornostar è salita sul palco travestita da pantera e ha mostrato le tette;
- Iva Zanicchi ha chiesto di essere trombata a lungo;
- Al Bano andrebbe pietosamente soppresso;
- Marco Carta non esiste;
- Marco Masini è ancora convinto che dire "coglione" e "merda" faccia tanto "ggente";
- non è colpa di Bonolis se gli hanno offerto un milione di euro, ma è responsabilità sua aver affermato che si tratta di "un compenso equo";
- qualcuno dei cantanti ha duettato con una soprano e questo dimostra che è stato un festival di "alto profilo artistico";
- Benigni non è completamente rincoglionito; stavolta perlomeno non si è portato dietro quel torso di cavolo della moglie;
- De Andrè è diventato un santino buono da esibire per tutte le occasioni;
- Luca era gay, ora sta con lei, ma era gay solo per sfuggire a una madre oppressiva e a un padre alcolista, leggeva Freud e non trovava risposte, ora è un altro uomo, dall'omosessualità si può guarire;
- un ottantaduenne piuttosto malridotto, Viagra-dipendente, si è fatto accompagnare all'Ariston da un paio di troiette in cerca di fama e, per ragioni sconosciute, è stato intervistato;
- c'è gente convinta, davvero convinta, che Mino Reitano, buonanima, fosse un grande artista;
- c'è gente convinta, davvero convinta, che Giovanni Allevi sia un musicista;
- Bonolis continua a starmi sul cazzo;
- Bonolis piace agli italiani: forse è per questo che gli italiani non piacciono a me.

sabato 21 febbraio 2009

sono solo canzonette?

La vecchia e dibattuta questione, se la canzone (d'autore? o magari anche la canzonetta?) sia o non sia poesia, è un classico esempio di domanda mal posta.
Tant'è vero che sarebbe del tutto legittimo rispondere con una tautologia: la canzone non è poesia, perché è canzone.
In realtà, la domanda è solo il mascheramento di un'altra: se la canzone sia/possa essere arte.
Molti cantautori si schermiscono di fronte a queste domande (che, oltretutto, aprirebbero un dibattito vertiginosamente impervio su che cosa sia o non sia l'arte): De Gregori, ad esempio, ha affermato più volte che dire "la canzone è poesia" significa non aver capito niente né della canzone né della poesia; De Andrè sosteneva che solo due tipi di persone continuano a scrivere poesia dopo i vent'anni, i poeti e gli idioti, e che per questo lui aveva preferito fare il cantautore.
Altri si rifugiano dietro formule come "il mio è semplice artigianato", rivendicando il nobile e per niente scontato mestiere necessario a confezionare un successo pop(olare). "Una leggera perfezione", la chiamava un mio amico che fa il critico musicale, e la formula si adatta magnificamente a piccoli gioielli come Peg degli Steely Dan, I'll Never Fall in Love Again di Burt Bacharach, Um Indio di Caetano Veloso, You Are the Sunshine of My Life di Stevie Wonder, The Boxer di Simon & Garfunkel, All I Want di Joni Mitchell o Samba do Aviao di Jobim e De Moraes.
Ma tornando a noi: la canzone è poesia?
Direi di no. Per il semplice fatto che il testo di una canzone raramente ha una sua autonomia metrica, ritmica, fonetica. Spesso anche i testi migliori, a una semplice lettura priva della musica, suonano goffi, sordi, zoppicanti. Hanno bisogno di incastrarsi in una scansione musicale per trovare una vera efficacia. Del resto, basta pensare a che cosa è riuscito a fare Vincenzo Bellini con il testo di Casta diva: trasformare una marcetta di ottonari, zompettanti come un reggimento di marmittoni ("Casta diva che inargenti / queste sacre antiche piante / a noi volgi il bel sembiante / senza nube e senza vel") in una delle effusioni melodiche più pure e ipnotiche dell'intera storia della musica occidentale.
(E il riferimento al melodramma non è casuale: la romanza, l'aria d'opera, sono una delle fonti della musica leggera italiana, insieme a quel miracolo musicale e poetico che è la canzone napoletana; per il pop americano, al posto dell'opera c'è quello che è un po' il suo equivalente d'oltreoceano: il musical di Broadway e la canzone di Tin Pan Alley, su cui si innesta la robusta matrice della tradizione afroamericana, dal blues al rhythm'n'blues e via dicendo).
Insomma, il testo di una canzone raramente funziona da solo (mentre, chissà perché, è più frequente che la musica lo faccia: forse perché la musica, priva di contenuto semantico, è forzata ad obbedire alle proprie regole sintattiche, anche più rigide di quelle metriche).
Se invece la domanda è: "la canzone è (può essere) arte?", allora la risposta è "sì". George Brassens, Jacques Brel, Leonard Cohen, Tom Waits, Joan Manuel Serrat, Victor Jara, Luigi Tenco, Piero Ciampi, Ivano Fossati, Vinicio Capossela, Pino Daniele, Gianmaria Testa, Mogol e Battisti (sebbene io non ami particolarmente Mogol) hanno scritto canzoni che attingono senz'altro alla sfera dell'arte.
Solo che quest'arte non è "poesia", né soltanto "musica", ma qualcos'altro che si chiama, per l'appunto, "canzone".

Si potrebbe obiettare che il legame tra poesia e musica è antichissimo, che i poemi omerici e le tragedie greche venivano intonate, così come le saghe norrene, le improvvisazioni in ottava rima dei poeti toscani o sardi, e in generale quasi tutta l'epica popolare di quasi tutte le tradizioni del mondo.
Però, nella cultura occidentale, questo legame tra poesia e musica si è perso ormai da secoli. Gli ultimi, forse, furono i trovatori provenzali, ma già un paio di generazioni dopo, ai tempi della scuola siciliana e di Dante Alighieri, la poesia era diventata un affare scritto, al massimo declamato, ma non più intonato.
Tutt'al più poteva succedere che si mettessero in musica poesie preesistenti: i madrigali dell'Ars Nova, il celebre episodio di Casella nel Purgatorio, le tante poesie di Petrarca o di Tasso musicate dai grandi compositori del Rinascimento, da Orlando di Lasso a Luca Marenzio o Gesualdo da Venosa, giù giù fino al lieder romantico.
Ma il testo non nasceva più insieme alla musica o per la musica, come invece accade per la canzone. Che, proprio per questo, può essere un'arte alla pari della poesia, ma non è, di per sé, "poesia".

domenica 23 novembre 2008

'nu poco 'e sentimento


...come cantava Pino quando era ancora Pino.
Quando riusciva a unire, in una miscela di inaudita potenza, la passione melodica napoletana e la ruvida energia del blues, la raffinatezza tecnica e armonica del jazz e la capacità poetica di cogliere l'essenziale, di renderlo in pochi tratti sapienti e definitivi.
Il Pino che sperimentava sul linguaggio, che mescolava dialetto, italiano, inglese, spagnolo, che si inventava un grammelot linguistico-musicale tra i più originali di tutta la musica leggera italiana.
Dov'è finito? Chi si è fregato il Pino Daniele lucido di sudore in piazza Plebiscito nel 1981, davanti a 200mila persone; il Pino che si circondava di una masnada di magnifici musicisti (James Senese, Enzo Avitabile, Rino e Marco Zurzolo, Agostino Marangolo, Tullio De Piscopo, Tony Esposito, Joe Amoruso, Wayne Shorter, Alphonso Johnson, Nana Vasconcelos...), che indossava canottiere da tamarro e si legava la debordante zazzera con fasce dai colori inverosimili? Chi l'ha sostituito con quel manichino phonato, con quella macchietta blaterante che oggi usurpa il suo nome?
Aridatecelo, vi prego, vi supplico. Solo cinque minuti, ma aridatecelo.


Lazzari felici (da "Musicante", 1984)

Simmo lazzari felici
gente ca nun trova cchiù pace
quanno canta se dispiace
è sempe pronta a se vuttà
pe' nun perdere l'addore.

Simmo lazzari felici
male 'e rine ma nun se dice
musicanti senza permesso 'e ce guarda'
e cu 'e spalle sotto 'e casce
nun se sente cchiù l'addore 'e mare
c'o volto santo 'mpietto
e 'a guerra dint'e mmane
sapenno ca è fernuto.

Si haje asci' po' fatte 'a croce
cammenanno nun po' fa' pace
aiza 'a capa e so' tutte 'nciuce
ca nun se ponno acchiappà
e cu 'a faccia già scippata
'a chesta musica ca è mariola
ca dinto 'e carusielle s'arrobba 'a vita e sona
sapenno ca è fernuta.

E intanto passa 'stu noveciento
passammo nuje s'acconcia 'o tiempo
si arape 'o stipo saje addo' staje
e nun t'o scuorde maje.
E intanto passa 'stu noveciento
cammisa 'a fora 'ncuorpo t'o ssiente
e rieste all'erta tutt'a nuttata
penzanno addo' si' stato
sapenno addo' si' stato...