mercoledì 4 novembre 2009

in memoriam


"Barbaro è chi crede nella barbarie."

Claude Lévi-Strauss
(28 novembre 1908 - 30 ottobre 2009)

recensioni in pillole 41 - "Musica dentro"

Paolo Fresu, Musica dentro, Feltrinelli 2009 (185 pp., 14 €)

Uno dei capitoli più interessanti del recente libro di Claudio Sessa “Le età del jazz. I contemporanei” è quello sul jazz italiano. Sessa vi sostiene che i risultati migliori il jazz italiano li ha ottenuti negli anni '70 e soprattutto negli anni '80, quando furono prodotte le opere più interessanti e originali. Il prestigio e la fortuna degli ultimi 10-15 anni - nei quali i nostri jazzisti si sono guadagnati una posizione di indubbio privilegio in Europa, se non nel mondo - non sarebbero altro che l'onda lunga di quegli anni pionieristici, priva però di buona parte del mordente e dell'incisività.
Tra i protagonisti di quel periodo eroico c'è senz'altro Paolo Fresu, il quale, pur non avendo ancora compiuto i 50 anni, può vantare una carriera ormai quasi trentennale, iniziata nei primissimi anni '80. Il trombettista si era già raccontato a Enzo Gravante per "La Sardegna, il jazz" (Condaghes 2004) e a Luigi Onori in “Talkabout” (Stampa Alternativa 2007); ora sceglie di farlo in prima persona con questo “Musica dentro”.
“Una storia normale”, la definisce Fresu con il suo abituale understatement. In realtà è la storia di un ragazzo, figlio di pastori, cresciuto a Berchidda, paesino di tremila anime sperduto nel cuore della Sardegna, e arrivato ad essere uno dei più bravi, osannati e impegnati trombettisti jazz europei, leader di una dozzina di gruppi diversi, costantemente in viaggio, di casa in Francia come in Italia, con all'attivo una discografia imponente e una serie infinita di premi, riconoscimenti e collaborazioni illustri.
Il libro racconta l'infanzia contadina, la scoperta della musica nella banda del paese, l'amore per il jazz, i primi viaggi in continente all'inseguimento dei grandi maestri, i tanti incontri umani e musicali che hanno scandito le tappe della sua carriera. Lo fa in modo semplice, diretto, senza pose o divismi di sorta. La figura che emerge è quella di un uomo di grande intelligenza e apertura, e allo stesso tempo di un sardo profondamente legato alla sua terra (da più di vent'anni dirige a Berchidda “Time in Jazz”, uno dei festival più creativi dell'affollata scena estiva italiana).
Il racconto biografico si alterna a riflessioni sulla musica: l'importanza del suono, la fondamentale esperienza didattica (Fresu è anche fondatore e direttore dei corsi di jazz che si tengono ogni anno a Nuoro), fino a un capitolo – tra i più interessanti del libro – sul rapporto tra jazz e musiche etniche, in cui Fresu, con garbo ma anche con fermezza, stigmatizza la superficialità di tante operazioni di “contaminazione” più o meno modaiole.

martedì 3 novembre 2009

i racconti dell'età del jazz - "Le mani di Thelonious"

Sono quasi vent’anni che mi interesso di jazz, e ne ho sentite tante.
Ho sentito dire che il jazz è musica per intellettuali, che è complicato, incomprensibile, o nel migliore dei casi che è fico, cool, “un sacco yeah”, come diceva un mio amico.
Però spesso sfugge un particolare: che il jazz è musica di origine africana, quindi è musica che parte dal corpo e deve arrivare al corpo, deve farti muovere, farti battere il piede. Altrimenti è tutto inutile.
Prendiamo Thelonious Monk, per esempio: si è sempre detto che la sua musica è criptica, oscura, idiosincratica, cerebrale, e così via. Però si dimentica che spesso Monk, durante i concerti, si alzava e ballava. Sì, ballava, muovendosi come un grosso orso nero su e giù per il palcoscenico. Forse, a conti fatti, quella musica non era poi così cerebrale.

(...continua su "La poesia e lo spirito")

lunedì 2 novembre 2009

il ruggito del blogger


Ammazza, io mica lo sapevo di essere un "leone della tastiera", un "toro scatenato".
Così Gilda Policastro, sul "Manifesto" del 25 ottobre scorso, ha definito gli autori dei blog di argomento letterario.
Le ha risposto Carla Benedetti, l'altroieri, su "Il primo amore".

dio smette di sognarmi


http://www.youtube.com/watch?v=JytXR0qzsvs

Balada para mi muerte
Musica di Astor Piazzolla, parole di Horacio Ferrer

Morirò a Buenos Aires, sarà all'alba,
guarderò docilmente le cose della vita,
la mia piccola poesia di addii e di pallottole,
il mio tabacco, il mio tango, la mia manciata di spleen.

Mi metterò sulle spalle, come cappotto, tutta l'alba,
il mio penultimo whisky resterà non bevuto,
arriverà tangamente la mia morte innamorata,
io sarò morto, quando saranno le sei in punto.

Ora che Dio smette di sognarmi,
al mio oblio andrò per Santa Fe,
lo so che al nostro angolo ci sei già tu,
tutta vestita di tristezza, fino ai piedi.
Abbracciami forte che dentro
mi sento morti, vecchie morti,
che aggrediscono quel che amai.
Anima mia, ce ne andiamo,
arriva il giorno, non piangere.

(le prossime due strofe mancano nella versione cantata da Mina)

Morirò a Buenos Aires, sarà all'alba,
che è l'ora in cui muoiono quelli che sanno morire.
Galleggerà nel mio silenzio la muffa profumata
di quel verso che non ti ho mai saputo dire.

Andrò per tanti isolati e fino in Plaza Francia,
come ombre fuggite da uno stanco balletto,
ripetendo il tuo nome per una strada bianca,
se ne andranno in miei ricordi in punta di piedi.

Morirò a Buenos Aires, sarà all'alba,
guarderò docilmente le cose della vita,
la mia piccola poesia di addii e di pallottole,
il mio tabacco, il mio tango, la mia manciata di spleen.

Mi metterò sulle spalle, come cappotto, tutta l'alba,
il mio penultimo whisky resterà non bevuto,
arriverà tangamente la mia morte innamorata,
io sarò morto, quando saranno le sei in punto,
quando saranno le sei, quando saranno le sei.

Trasmesso dalla Rai il 13 maggio 1972, durante il programma "Studio 10".
Mina incise poi il brano in traduzione italiana (si può ascoltare qui).

"in questa triste e mesta ricorrenza..."


Non sarà mica che i morti aspettano una voce
un cenno umano? Me li immagino in attesa
come pulci sotto i battiscopa
o magari rintanati in fretta e furia lì
dove la morte li ha travolti – nella fuga
tra le giunture aperte di un viadotto
nelle erbacce sotto i tralicci del telefono. Mi chiedo
che cosa ci vuole
per fargli tirare fuori le testine scrocchiare le ginocchia
gettare fiochi richiami verso le nostre
teste annebbiate.

domenica 1 novembre 2009

le misanthrope


In fondo, l'unica vera differenza tra lo stare in compagnia dei libri o delle persone è che il 99% delle volte le persone sono insopportabili.