Condivido la scoperta che ho appena fatto, passando per caso in libreria.
L'editore Arcana ha ristampato la mia "Breve storia del pianoforte
jazz", uscita in origine nel 2015 e passata pressoché sotto silenzio,
tranne per quegli happy few che l'hanno letta.
Sapevatelo. E, se volete, approfittàtene.
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martedì 11 settembre 2018
giovedì 30 giugno 2016
il re del jazz_un racconto di Donald Barthelme
Il Re del Jazz
Beh
adesso sono il re del jazz, pensò Hokie Mokie tra sé e sé mentre
oliava la coulisse del suo trombone. Non c'è stato un trombonista
come re del jazz da parecchi anni. Ma ora che Spicy MacLammermoor, il
vecchio re, è morto, mi sa che sono io. Forse farei bene a suonare
qualche nota fuori da questa finestra, per rassicurarmi.
“Wow”,
disse qualcuno che se ne stava sul marciapiedie. “Hai sentito?”
“Ho
sentito”, disse il suo compagno.
“Sei
capace di distinguere i musicisti jazz americani di casa nostra,
l'uno dall'altro?”
“In genere sì.”
“In genere sì.”
“E
allora chi era a suonare?”
“Mi
pare proprio Hokie Mokie. Quelle poche note perfettamente selezionate
hanno il vero bagliore epifanico.”
“Il
che?”
“Il
vero bagliore epifanico, quello che ottengono solo artisti del
calibro di Hokie Mokie, che viene da Pass Christian, Mississippi. È
il re del jazz, adesso che Spicy MacLammermoor se n'è andato.”
Hokie
Mokie mise il trombone nella custodia del trombone e andò a un
concerto. Al concerto tutti si inchinarono ai suoi piedi.
“Ciao
Bucky! Ciao Zoot! Ciao Freddie! Ciao George! Ciao Thad! Ciao Roy!
Ciao Dexter! Ciao Jo! Ciao Willie! Ciao Greens!”
“Che
suoniamo, Hokie? Sei tu il re del jazz adesso, decidi tu.”
“Che
ne dite di 'Smoke'?”
“Wow!”,
dissero tutti. “Hai sentito? Hokie Mokie può stendere chiunque,
solo per come pronuncia una parola. Che intonazione quel ragazzo! Dio
onnipotente!”
“Non
voglio suonare 'Smoke'”, disse qualcuno.
“Ti
dispiace ripetere, straniero?”
“Non
voglio suonare 'Smoke'. 'Smoke' è moscio. Non mi piacciono gli
accordi. Mi rifiuto di suonare 'Smoke'”.
“Si
rifiuta di suonare 'Smoke'! Ma Hokie Mokie è il re del jazz e ha
detto 'Smoke'!”
“Amico,
vieni da fuori città o cosa? Che significa che ti rifiuti di di
suonare 'Smoke'? E a proposito, come sei capitato qui? Chi ti ha
ingaggiato?”
“Sono
Hideo Yamaguchi, vengo da Tokyo, Giappone.”
“Oh, sei uno di quei giapponesi, eh?”
“Sì, sono il più grande trombonista di tutto il Giappone.”
“Beh, sei il benvenuto finché non ti sentiamo suonare. Dimmi, il Tennessee Tea Room è ancora il miglior posto per il jazz a Tokyo?”
“No, adesso il miglior posto a Tokyo è lo Square Box.”
“Carino. Ok, adesso suoniamo 'Smoke' come ha detto Hokie poc'anzi. Pronto, Hokie? Ok, te ne conto quattro. Uno! Due! Tre! Quattro!”
I due che se ne stavano sotto la finestra di Hokie l'hanno seguito nel club. Adesso dicono:
“Dio buono!”
“Si, quello è il famoso stile 'Alba Inglese' di Hokie. Suona con un sacco di raggi che vengono fuori, alcuni rossi, alcuni blu, alcuni verdi che partono da un centro viola, alcuni color oliva che partono da un centro bruno...”
“Anche quel giovanotto giapponese è bravino.”
“Sì, è proprio bravo. E tiene il trombone in un modo tutto particolare. Spesso quello è il segno dei grandi musicisti.”
“Tutto piegato con la testa tra le ginocchia... Dio buono, è sensazionale!”
È sensazionale, pensò Hokie. Forse dovrei ammazzarlo.
Ma in quel momento qualcuno entrò dalla porta di fronte a lui spingendo una marimba da quattro ottave e mezzo. Sì, era Fat Man Jones, e cominciò a suonare ancora prima di essere passato per la porta.
“Che stiamo suonando?”
“Billie's Bounce.”
“Proprio come pensavo. In che siamo?”
“Fa.”
“Proprio dove pensavo. Non suonavi con Maynard?”
“Sì, sono stato in quella band per un po' prima di finire in ospedale.”
“Per cosa?”
“Ero stanco.”
“Che cosa possiamo aggiungere alla fantastica musica di Hokie?”
“Che ne dici di un po' di pioggia o di stelle?”
“Forse un po' presuntuoso?”
“Chiedigli se gli dà noia.”
“Chiediglielo tu, io ho paura. Non si cincischia con il re del jazz. Anche quel giovanotto giapponese è bravino.”
“È sensazionale.”
“Credi stia suonando in giapponese?”
“Beh, non penso sia inglese.”
Sono trentacinque anni che questo trombone mi fa diventare verde il collo, pensò Hokie. Come mai devo ancora sostenere una sfida, alla mia età?
“Beh, Hideo...”
“Sì, Mister Hokie?”
“Hai suonato bene sia su 'Smoke' sia su 'Billie's Bounce'. Sei bravo quasi quanto me, mi dispiace dirlo. In effetti, ho deciso che sei *meglio* di me. Odio questa constatazione, ma così è. Sono stato il re del jazz soltanto per ventiquattr'ore, ma la spietata logica di quest'arte mi impone di inchinarmi alla Verità, quando la sento.”
“Forse si sbaglia?”
“No, le orecchie ce le ho. Non mi sbaglio. Hideo Yamaguchi è il nuovo re del jazz.”
“Vuol essere re emerito?”
“No, adesso metto via il trombone e sgattaiolo via. Il concerto è tuo, Hideo. Puoi scegliere il prossimo brano.”
“Che ne dice di 'Cream'?”
“Ok, avete sentito che cosa ha detto Hideo, è 'Cream'. Sei pronto, Hideo?”
“Hokie, non te ne devi andare. Puoi suonare anche tu. Spostati soltanto un po' da quella parte...”
“Grazie, Hideo, è molto gentile da parte tua. Penso che suonerò un pochino, dato che sono ancora qui. Pianissimo, ovviamente.”
“Hideo è strepitoso su 'Cream'!”
“Sì, immagino sia il suo pezzo forte.”
“Ma che cos'è questo suono che arriva da quell'angolo là?”
“Quale angolo?”
“A sinistra.”
“Vuoi dire quel suono che suona come l'avanguardia della vita? Quel suono come di orsi polari che attraversano le padelle di ghiaccio polari? Quel suono come una mandria di buoi muschiati a tutta velocità? Quel suono come di trichechi maschi che si tuffano sul fondo del mare? Quel suono come di soffioni che fumano sui versanti del Monte Katmai? Quel suono come di un tacchino selvatico che passeggia nelle soffici profondità di una foresta? Quel suono come di castori che masticano alberi negli acquitrini degli Appalachi? Quel suono come di un fungo ostrica che cresce sul tronco di un pioppo? Quel suono come di un cervo mulo che vaga sulle pendici della Sierra Nevada? Quel suono come di cani della prateria che fischiano? Quel suono come di erba che rotola sulle anse di un fiume? Quel suono come di lamantini che ruminano alghe a Cape Sable? Quel suono come di procioni che si muovono in branchi attraverso l'Arkansas? Quel suono come...”
“Dio buono, è Hokie! Persino con la sordina montata, sta buttando Hideo giù dal palco!”
“Adesso Hideo è in ginocchio! Dio buono, sta prendendo dalla cintura una grossa spada d'acciaio... Fermatelo!”
“Wow! È stata la 'Cream' più eccitante mai suonata! Hideo è a posto?”
“Sì, qualcuno gli sta portando un bicchier d'acqua.”
“Hokie, sei il mio eroe! È stata la cosa più cazzutevole che io abbia mai visto!”
“Sei di nuovo il re del jazz!”
“Hokie Mokie è lo spettacolo più spettacolare che c'è!”
“Sì, Mister Hokie, signore, devo ammettere che mi ha buttato giù dal palco. Mi accorgo che ho ancora tanti anni di lavoro e di studio davanti a me.”
“Non c'è problema, figliolo. Non ci pensare per niente. Capita ai migliori fra noi. O capita quasi ai migliori fra noi. Ora voglio che tutti si divertano perché suoneremo 'Flats'. 'Flats' è la prossima.”
“Con il suo permesso, signore, ritorno al mio hotel e faccio le valigie. Sono profondamente grato per tutto ciò che ho imparato qui.”
“Non c'è problema, Hideo. Buona giornata. Eh eh. E adesso, 'Flats'.”
“Oh, sei uno di quei giapponesi, eh?”
“Sì, sono il più grande trombonista di tutto il Giappone.”
“Beh, sei il benvenuto finché non ti sentiamo suonare. Dimmi, il Tennessee Tea Room è ancora il miglior posto per il jazz a Tokyo?”
“No, adesso il miglior posto a Tokyo è lo Square Box.”
“Carino. Ok, adesso suoniamo 'Smoke' come ha detto Hokie poc'anzi. Pronto, Hokie? Ok, te ne conto quattro. Uno! Due! Tre! Quattro!”
I due che se ne stavano sotto la finestra di Hokie l'hanno seguito nel club. Adesso dicono:
“Dio buono!”
“Si, quello è il famoso stile 'Alba Inglese' di Hokie. Suona con un sacco di raggi che vengono fuori, alcuni rossi, alcuni blu, alcuni verdi che partono da un centro viola, alcuni color oliva che partono da un centro bruno...”
“Anche quel giovanotto giapponese è bravino.”
“Sì, è proprio bravo. E tiene il trombone in un modo tutto particolare. Spesso quello è il segno dei grandi musicisti.”
“Tutto piegato con la testa tra le ginocchia... Dio buono, è sensazionale!”
È sensazionale, pensò Hokie. Forse dovrei ammazzarlo.
Ma in quel momento qualcuno entrò dalla porta di fronte a lui spingendo una marimba da quattro ottave e mezzo. Sì, era Fat Man Jones, e cominciò a suonare ancora prima di essere passato per la porta.
“Che stiamo suonando?”
“Billie's Bounce.”
“Proprio come pensavo. In che siamo?”
“Fa.”
“Proprio dove pensavo. Non suonavi con Maynard?”
“Sì, sono stato in quella band per un po' prima di finire in ospedale.”
“Per cosa?”
“Ero stanco.”
“Che cosa possiamo aggiungere alla fantastica musica di Hokie?”
“Che ne dici di un po' di pioggia o di stelle?”
“Forse un po' presuntuoso?”
“Chiedigli se gli dà noia.”
“Chiediglielo tu, io ho paura. Non si cincischia con il re del jazz. Anche quel giovanotto giapponese è bravino.”
“È sensazionale.”
“Credi stia suonando in giapponese?”
“Beh, non penso sia inglese.”
Sono trentacinque anni che questo trombone mi fa diventare verde il collo, pensò Hokie. Come mai devo ancora sostenere una sfida, alla mia età?
“Beh, Hideo...”
“Sì, Mister Hokie?”
“Hai suonato bene sia su 'Smoke' sia su 'Billie's Bounce'. Sei bravo quasi quanto me, mi dispiace dirlo. In effetti, ho deciso che sei *meglio* di me. Odio questa constatazione, ma così è. Sono stato il re del jazz soltanto per ventiquattr'ore, ma la spietata logica di quest'arte mi impone di inchinarmi alla Verità, quando la sento.”
“Forse si sbaglia?”
“No, le orecchie ce le ho. Non mi sbaglio. Hideo Yamaguchi è il nuovo re del jazz.”
“Vuol essere re emerito?”
“No, adesso metto via il trombone e sgattaiolo via. Il concerto è tuo, Hideo. Puoi scegliere il prossimo brano.”
“Che ne dice di 'Cream'?”
“Ok, avete sentito che cosa ha detto Hideo, è 'Cream'. Sei pronto, Hideo?”
“Hokie, non te ne devi andare. Puoi suonare anche tu. Spostati soltanto un po' da quella parte...”
“Grazie, Hideo, è molto gentile da parte tua. Penso che suonerò un pochino, dato che sono ancora qui. Pianissimo, ovviamente.”
“Hideo è strepitoso su 'Cream'!”
“Sì, immagino sia il suo pezzo forte.”
“Ma che cos'è questo suono che arriva da quell'angolo là?”
“Quale angolo?”
“A sinistra.”
“Vuoi dire quel suono che suona come l'avanguardia della vita? Quel suono come di orsi polari che attraversano le padelle di ghiaccio polari? Quel suono come una mandria di buoi muschiati a tutta velocità? Quel suono come di trichechi maschi che si tuffano sul fondo del mare? Quel suono come di soffioni che fumano sui versanti del Monte Katmai? Quel suono come di un tacchino selvatico che passeggia nelle soffici profondità di una foresta? Quel suono come di castori che masticano alberi negli acquitrini degli Appalachi? Quel suono come di un fungo ostrica che cresce sul tronco di un pioppo? Quel suono come di un cervo mulo che vaga sulle pendici della Sierra Nevada? Quel suono come di cani della prateria che fischiano? Quel suono come di erba che rotola sulle anse di un fiume? Quel suono come di lamantini che ruminano alghe a Cape Sable? Quel suono come di procioni che si muovono in branchi attraverso l'Arkansas? Quel suono come...”
“Dio buono, è Hokie! Persino con la sordina montata, sta buttando Hideo giù dal palco!”
“Adesso Hideo è in ginocchio! Dio buono, sta prendendo dalla cintura una grossa spada d'acciaio... Fermatelo!”
“Wow! È stata la 'Cream' più eccitante mai suonata! Hideo è a posto?”
“Sì, qualcuno gli sta portando un bicchier d'acqua.”
“Hokie, sei il mio eroe! È stata la cosa più cazzutevole che io abbia mai visto!”
“Sei di nuovo il re del jazz!”
“Hokie Mokie è lo spettacolo più spettacolare che c'è!”
“Sì, Mister Hokie, signore, devo ammettere che mi ha buttato giù dal palco. Mi accorgo che ho ancora tanti anni di lavoro e di studio davanti a me.”
“Non c'è problema, figliolo. Non ci pensare per niente. Capita ai migliori fra noi. O capita quasi ai migliori fra noi. Ora voglio che tutti si divertano perché suoneremo 'Flats'. 'Flats' è la prossima.”
“Con il suo permesso, signore, ritorno al mio hotel e faccio le valigie. Sono profondamente grato per tutto ciò che ho imparato qui.”
“Non c'è problema, Hideo. Buona giornata. Eh eh. E adesso, 'Flats'.”
(traduzione mia)
mercoledì 6 gennaio 2016
l'alternativa o il fondamento
Un vecchio amico*
Sveglio alle tre di mattina. C'era qualcosa di sbagliato. La casa fredda. Mi sentivo strano. Mi sono arreso all'insonnia, ho acceso il computer. R.I.P. Paul Bley.
...
Ci sono colpi da cui è impossibile riprendersi, specialmente quando sono travestiti da liberazione. Me lo ricordo come se fosse ieri, quando ho scartato la mia copia di Hot di Paul Bley e l'ho messa sul giradischi. L'assolo di pianoforte iniziale, surreale e motivico, su "When Will the Blues Leave", mi entrò dentro come un'iniezione di adrenalina.
La genenerazione prima della mia l'aveva presa con Footloose (1962), universalmente considerato uno dei migliori dischi di Bley. Nel Wisconsin nel 1986 non c'era un cavolo di Footloose da nessuna parte. Ho dovuto prenderla da Hot (1985), che bizzarramente ha quasi lo stesso esatto repertorio di Footloose.
La generazione prima della mia avrebbe saputo che Bley era semplicemente un'alternativa. Io, che ero posizionato nell'epoca sbagliata e in mezzo alla natura selvaggia, ero libero di considerarlo come il fondamento. In un certo senso, tutta la mia carriera è consistita nel fare i conti con questo errore.
* Nell'originale, main man, espressione che indica qualcosa tra un amico fidato e un mentore, una persona per la quale si prova rispetto e ammirazione.
Ethan Iverson, dal bel blog Do The Math
(che vi consiglio di leggere, a prescindere)
domenica 27 dicembre 2015
le jazz a ses raisons...
Pensavo che, forse, la ragione per cui non riesco a scrivere un racconto
jazz, o una poesia jazz, è la stessa per cui non sono mai riuscito a
suonare il jazz, sebbene ci abbia provato a lungo.
Forse amo il jazz come si amano quelle persone che sono completamente diverse da noi, e la nostra parte razionale continua a dirci che non c'è speranza, nello stesso preciso momento in cui il cuore è già in corsa per inseguirle.
Forse amo il jazz come si amano quelle persone che sono completamente diverse da noi, e la nostra parte razionale continua a dirci che non c'è speranza, nello stesso preciso momento in cui il cuore è già in corsa per inseguirle.
mercoledì 14 ottobre 2015
recensioni: Marcello Piras, "Dentro le note" (con un'appendice pubblicitaria)
Marcello Piras, Dentro le note. Il jazz
al microscopio (Arcana, 2015); 240 pp., € 19,50
Chi ha una sia pur minima
frequentazione del jazz sa chi è Marcello Piras.
Per chi non ce l'ha, Piras è un
critico e musicologo fra i più acuti e originali in Italia,
firma storica di “Musica Jazz” negli anni Ottanta e Novanta. Allo stesso tempo, però, Piras è
una personalità socratica, che ha sempre preferito affidare le
proprie idee alle conferenze (è uno dei conferenzieri più brillanti
che io conosca) o ad articoli e saggi, sparsi qua e là. A mia
memoria, ma potrei sbagliarmi, questo è solo il terzo libro uscito a suo intero nome (gli altri due sono una guida al jazz per Editori Riuniti e un bellissimo volumetto su John Coltrane pubblicato
oltre vent'anni fa da Stampa Alternativa; entrambi, credo, ormai introvabili se non fra l'usato; ma se li trovate, comprateli, specialmente il secondo).
“Dentro le note” raccoglie quaranta
brevi saggi; uno è inedito, gli altri apparvero nell'omonima rubrica di “Musica Jazz” e sono
pubblicati qui con piccole revisioni e aggiustamenti. Ognuno parte da
un brano, lo analizza dal punto di vista formale, ne rivela i segreti
più minuti, quelli che sfuggono a un ascolto superficiale o
distratto (da cui il sottotitolo del libro).
Si tratta, è bene dirlo, di analisi
piuttosto tecniche, adatte a un lettore che abbia una familiarità
almeno elementare con la teoria musicale e con il jazz. Non roba per
principianti assoluti, insomma. Ma attenzione: non sono affatto testi aridamente tecnici, e ciò per due motivi: il primo
è lo stile di Piras, che, da splendido divulgatore qual è, riesce a
veicolare anche i concetti più ardui con un linguaggio piano,
scorrevole e ricco di ironia; il secondo è che Piras non si ferma
mai al dato meramente tecnico, ma lo usa sempre come punto di
partenza per spaziare oltre.
Chi ha ascoltato parlare Piras, o ha
letto qualcuno dei suoi saggi, riconoscerà in questi brevi pezzi
alcuni dei temi che da sempre hanno innervato la sua ricerca:
l'aspetto strutturale-compositivo del jazz, i suoi legami con il
vasto bacino delle musiche afroamericane da una parte e con la
tradizione eurocolta dall'altra, l'interesse per tutta la storia di
questa musica, a trecentosessanta gradi (i brani analizzati spaziano
dal ragtime al free, dal bebop al cool, fino ad autori apparentemente
fuori dal canone strettamente jazzistico come George Gershwin e Hoagy
Carmichael).
Permettetemi di concludere con un
piccolo spazio pubblicitario: lunedì prossimo, Marcello Piras sarà
a Perugia per una conferenza. Considerato che vive da anni in
Messico, sentirlo in Italia è un'occasione rara. Se potete,
veniteci: ne vale la pena (e lo dico con un pizzico d'orgoglio,
perché fra gli organizzatori dell'evento ci sono anch'io).
La conferenza si terrà lunedì 19
ottobre alle ore 18 presso la Scuola di Musica “La Maggiore”, c/o
Scuola Media “San Paolo”, viale Roma (Perugia).
Ingresso: 7
euro. Per informazioni: 075 5736460; http://www.scuolamusicalamaggiore.pg.it
giovedì 16 luglio 2015
e poi...
...un articoletto sul jazz, appena uscito su Words Social Forum.
Si parla di un bel disco di una brava musicista, Caterina Palazzi.
Si parla di un bel disco di una brava musicista, Caterina Palazzi.
mercoledì 15 aprile 2015
domenica 12 aprile 2015
è passata la cicogna
(Il libro dovrebbe già essere in libreria e sui principali siti di vendita online.
Qui una presentazione.)
Qui una presentazione.)
sabato 4 aprile 2015
venerdì 9 gennaio 2015
martedì 6 gennaio 2015
robetta mia su "Jazz nel pomeriggio"
Non tanto per la roba mia, ma si parla di Duke Ellington.
No, dico...
No, dico...
mercoledì 12 novembre 2014
il blues delle pompe antincendio
'Round Midnight
Quella strada dove la mezzanotte
è rotonda, la luna piatta
& blu, dove fanno assoli le pompe anticendio
& si aggirano certi jazzofili e osservano
è il mondo di Monk
Quando l'ho visto l'ultima volta, girandomi
esaltato da un 78giri, ringhiando
un paesaggio di funk strafatto
Quando gli ho parlato l'ultima volta, uscendo
dal Vanguard, mi ha aggiurnato sui
miei stessi segreti, come Nat
ha afferrato i numeri & le lettere
che soffiano attraverso l'erba
iniziali e invocazioni del passato
A tutte le domande che gli ho rivolto Monk ha
risposto inizialmente
con un basco in testa. Perché
un gran sacerdote ci stava fissando
Perché i tasti neri erano importanti. E chi era
avvolto nella comune magia
come una strada svuotata i ogni cosa
tranne che di strani uccelli
L'ultima volta che Monk ha sorriso io ho letto
il diario del pianoforte. Quelle dita
in cui collezionava i tuoi sentimenti
La misura segnata con un cerchietto per sottolineare
La risata anonima di fumo
& manifesti
Monk portava con sé equazioni che ti ballava in faccia.
"Che succede?" Dicevamo, mentre lui si lanciava & roteava. "Che succede?"
"Tutto. Sempre.
Ad ogni infinitesima frazione
di secondo".
Come una porta, che aveva aperto, senza scomparire
eppure restando un profilo distante
di rivelazione confidenziale.
Ehi, dico! Adesso Trane piaceva proprio a monk
senza un chaser da bere fino all'ultima
goccia. & Trane avvistato all'altezza del sesto o settimo
pianeta della
Theloniousfera.
Dove le pompe antincendio urlavano i blues
& la notte aveva una bocca lucente
& scacciava robe volanti.
(Amiri Baraka)
venerdì 17 ottobre 2014
mercoledì 15 ottobre 2014
è che certe volte mi fisso
Il bel tomo nella foto qui sopra è Howard Hoagland "Hoagy" Carmichael (1899-1981), ossia l'autore di Stardust e di Georgia On My Mind. Già questo basterebbe ad assicurargli un posto imperituro nel canone della musica americana del Novecento.
Ma Carmichael era anche un ottimo pianista e cantante, compositore prolifico, nonché sincero estimatore e praticante del jazz (fu amico di Bix Beiderbecke, e pare che la melodia di Stardust sia proprio basata su roba che Bix suonava al pianoforte).
Nel 1939, Carmichael lesse per caso una poesia, firmata semplicemente "J.B.". Gli piacque e decise di metterla in musica. Ne venne fuori, pensate un po', un capolavoro: I Get Along Without You Very Well (Except Sometimes).
I Get Along è quella che in genere si chiama una torch song: una canzone d'amore disperato e infelice. Però è illuminata da un'ironia sottile e asprigna. Insomma, io mi ci sono fissato.
La storia ha anche un seguito: Carmichael decise di fare una ricerca per scoprire l'autore dei versi e lanciò un annuncio su radio e giornali. Risultò che erano di una certa Jane Brown Thompson, una vedova settantunenne residente a Philadelphia. Fu firmato un accordo per farle avere la sua percentuale sui diritti d'autore, ma la povera Jane morì proprio il giorno prima che la canzone debuttasse alla radio.
Non è un bel finale, ma pazienza.
(Per i curiosi, l'intera storia è raccontata qui).
* * *
Vado avanti benissimo senza di te (tranne qualche volta)
Vado avanti benissimo senza di te
Certo che lo faccio
Tranne quando cade una pioggia leggera
E scivola dalle foglie, allora mi ricordo
Il brivido di trovare rifugio nelle tue braccia
Certo che lo faccio
Ma vado avanti benissimo senza di te.
Ti ho dimenticato proprio come avevo detto
Certo che l'ho fatto
Tranne forse quando sento il tuo nome
O qualcuno ride che è lo stesso
Ma ti ho dimenticato come dovevo.
Che tipo
Che stupida sono
A pensare che il mio cuore spezzato potesse ingannare la luna
E adesso? Dovrei chiamare ancora una volta?
No, meglio tenersi stretta a questa canzone.
Vado avanti benissimo senza di te
Certo che lo faccio
Tranne forse in primavera
Ma non dovrei mai pensare alla primavera
Perché di sicuro mi spezzerebbe in due il cuore.
* * *
Qui la canta Nina Simone. E io, come al solito, piango come un fanciullino:
Dopo la donna con il vocione, l'uomo con la vocina:
The Voice in persona:
L'atomica Jane Russell, con l'autore al pianoforte, dal film "Las Vegas Story" (1952).
(Sì, Jane Russell, quella che ne "Gli uomini preferiscono le bionde" era una cinquantina di volte più sexy di Marilyn...):
(Sì, Jane Russell, quella che ne "Gli uomini preferiscono le bionde" era una cinquantina di volte più sexy di Marilyn...):
Versione non jazz, ma bella comunque:
Diana Krall, che non ha solo un bel paio di gambe:
Rosemary Clooney, swingante (e un po' fuori luogo, secondo me):
C'è anche una versione di Peggy Lee a ritmo di cha-cha-cha, ma non la trovo né sul Tubo né su altri siti web; comunque, è sul disco "If You Go" (Capitol, 1961).
Poi c'è una versione della tarda Billie Holiday, da "Lady in Satin" (1959), ma scusatemi, io quella Billie non riesco proprio ad ascoltarla, mi fa troppo male.
venerdì 10 ottobre 2014
in qualche punto dello spazio
Il buio è pieno di lacrime
Quando Albert è tornato dalla
tomba, non aveva il sax. Ci
ha chiesto di cercarlo &
noi gli abbiamo detto di sì.
Ha detto che sarebbe tornato appena
lo trovavamo. Lui era in qualche punto
dello spazio, drogato da Religione
& Mafia.
Gli ho chiesto se era stato
ammazzato.
"Certo", però avrebbe
risposto a tante domande allo stesso modo.
"Ammazzato da Dio! Sono stato
stupido a credere
in lui!"
(Amiri Baraka)
mercoledì 8 ottobre 2014
oops... I did it again!
...e non è neanche la prima volta, quest'anno.
E, se tutto va bene, non sarà neanche l'ultima.
E, se tutto va bene, non sarà neanche l'ultima.
Non cercatelo in libreria, tanto non ci arriverà mai. Se vi interessa, si può acquistare qui.
martedì 22 luglio 2014
miiiinchia, il gezz!
Confesso: ho sempre trovato Renzo Arbore sostanzialmente simpatico. Le sue trasmissioni, con la loro allegria caciarona, hanno portato aria nuova nella TV italiana, e l'uomo ha senza dubbio una cultura musicale superiore alla media dei suoi colleghi (non che ci voglia molto, ma vabbè). Anche la sua musica – che sia ggezz o canzone napoletana o una delle solite goliardate – può riuscire gradevole, se la si prende per quello che è, nella sua simpatia macchiettistica.
Il problema è quando una macchietta viene elevata a metrapensé. E la gente, poi, gli dà retta.
Ad esempio “Da Palermo a New Orleans... e fu subito jazz” è, senza mezzi termini, una porcata. Perché pretende di demolire in un solo colpo, a suon di battutine, disinformazione, mezze verità e falsi ideologici, decenni di seria ricerca musicologica, che hanno dimostrato l'enorme e sostanziale apporto afroamericano alla musica del Novecento.
Su "Tracce di jazz" comparirà, ogni lunedì a partire da questa settimana e a cadenza bisettimanale, un lungo saggio di Gianni Morelenbaum Gualberto sull'argomento (qui la prima puntata e qui una sua lettera comparsa a suo tempo sul Correre della Sera). Non sto a spiegarvi chi è Gualberto: vi dico solo che è un uomo dal carattere pieno di spigoli, ma anche uno studioso dalla competenza sconfinata per estensione e profondità, una vera enciclopedia vivente in ogni campo della musica – e non solo.
Il problema è: quanta gente darà ascolto alle fanfaronate di Arbore, e quanta alle argomentazioni di Gualberto? Lo so, è una domanda retorica, ma io che ci posso fare?
martedì 15 luglio 2014
il cuore umano del contrabbasso (per Charlie Haden)
Venerdì scorso, 11 luglio 2014, se n'è andato, a settantasei anni, Charlie Haden.
Non sto a spiegarvi chi era, tanto di necrologi sul web ce ne sono a bizzeffe. Vi risparmio coccodrilli, discografie consigliate e memorie personali. Lascio la parola ad altri.
I più fedeli tra i miei ventiquattro lettori ricorderanno che tempo fa mi ero cimentato in qualche prova di traduzione dello splendido romanzo jazz di Rafi Zabor "The Bear Comes Home". Bene, nel libro compaiono diversi personaggi reali, tra i quali Haden, protagonista di una delle sequenze più estese e più riuscite: quasi quaranta pagine, che descrivono una lunga seduta di registrazione.
Ne traduco qui sotto due brevi estratti.
So long, Charlie.
* * *
Mentre l'Orso si faceva stada nel corridoio, osservava la scena come se stesse esplorando il posto in cerca di pericoli. Non si vedeva nessuno. Un tizio magro, dall'aria allarmata, con una camicia a quadri, capelli ben tagliati e barba, azionava un cursore su un pannello di controllo che sembrava la plancia di comando dell'Enterprise, e il suono del contrabbasso di Charlie Haden arrivava dagli enormi altoparlanti attaccati al muro, sopra la finestra panoramica che si apriva sulla sala di registrazione. L'Orso si curvò per guardare dalla finestra – era posta un paio di scalini più in basso del pannello di controllo – nello studio e vide Charlie Haden curvo sul suo strumento – un contrabbasso francese, si accorse l'Orso, del tardo diciottesimo secolo. Vide la batteria di Billy [Hart] in un gabbiotto dietro Haden, dall'altra parte della grande sala rivestita di legno di pino, dall'asimmetrica forma ottagonale – c'era talmente tanto legno grezzo che l'Orso poteva sentirne l'odore così chiaramente da sapere che non era soltanto pino – distingueva almeno due altre distinte linfe ma non poteva dar loro un nome con tutto quel poliuretano di mezzo, e poi lui era un orso di città e non conosceva abbastanza nomi di alberi. Cercò con lo sguardo Billy, ma il batterista non si vedeva da nessuna parte.
“Mi chiamo James”, disse il tecnico del suono, guardandolo in su dal pannello di controllo. “Sto controllando un po' di livelli”.
“Ciao”, disse l'Orso. “ Anch'io”. Adesso si sentiva abbastanza a suo agio da ascoltare ciò che faceva Haden. Il contrabbassista stava scendendo ciclicamente con una serie di triadi, la tonica pefettamente intonata e le note superiori rese infinitesimamente crescenti, per dare agli accordi un tono indagatorio. Quando Haden fu arrivato al fondo del ciclo, staccò una di quelle sue note basse che sembravano arrivare dal nocciolo terrestre e la piegò con un potente lavoro di dita, finché la nota si inarcò in una tale bellezza da devastare il cuore di un Orso ormai completamente assorto. L'Orso non poteva quasi credere di stare davvero per suonare con lui.
“Ehi, man”, la voce di Haden gli arrivò dagli altoparlanti. L'Orso aprì gli occhi e vide Haden che gli sorrideva dietro il vetro. “Hai già ucciso qualcuno oggi?”
“È ancora presto”, disse l'Orso.
“Eh?”
“Aspetta, ti apro un microfono”, disse James dalla sua postazione.
“Nah”, disse l'Orso, spinse la pesante porta della sala di controllo e avanzò lentamente nello studio vero e proprio. Haden stava inclinando delicatamente il suo contrabbasso su un fianco, appoggiandolo su un rettangolo di tappeto. Il contrabbassista lo guardò dal basso in alto e sorrise.
L'Orso aveva visto un sacco di persone venirgli incontro nel corso degli anni, ma nessuno l'aveva fatto come Charlie Haden. Di solito, specialmente ai primi tentativi, c'era qualcosa di terrorizzato in loro, che fosse o no coperto dall'ironia o dalla spavalderia, ma Haden, così come alla prova dell'altro giorno, gli venne incontro in maniera più semplice di quanto qualunque altro umano avesse mai fatto, con un sorriso socievole che gli ammorbidiva i lineamenti e uno sguardo di interesse negli occhi. Haden sporse la mano e l'Orso la prese saldamente con la zampa.
“È davvero un piacere vederti, man”, disse Haden con la sua ondeggiante voce di tenore.
“Non sono...” cominciò a dire l'Orso, il suo solito riff, ma poi lasciò perdere. “È bello essere visto. Voglio dire è bello vederti. Tutti e due. Insomma”. Haden era una delle poche persone che avesse mai conosciuto, ad avere il potere di disarmarlo in modo più o meno totale.
Sbrigati i preliminare, Haden concesse a un ghigno diabolico di sbucare e distendersi sui suoi lineamenti. “Ho suonato con un sacco di animali, man, ma questa è veramente la prima”.
L'Orso si unì alla sua risata senza pensarci due volte. Il nostro primo duetto.
All'improvviso Haden fu preso da un pizzico d'ansia. “Non volevo intendere niente di offensivo”.
“No, va bene”, gli disse l'Orso. “Ho capito. So che cosa volevi dire”.
“Avevo paura, ehm, di aver fatto quello che si potrebbe definire un'affermazione umanista”.
L'Orso fu costretto a ridacchiare. “È la prima volta che sento questa parola usata in quel senso”, disse.
“Beh, non sarà l'ultima”. Haden annuì con una certa serietà meditativa.
[...]
“Buono”, disse Hatwell. “Siamo già più o meno a metà del disco”.
“Charlie”, chiese l'Orso. “E se suonassimo un duo su qualcosa di lento e poi ci prendessimo una pausa?”
“Buffo”, rispose Haden. “Dopo aver quasi fatto quella prova, l'altro giorno, ho scritto una ballad per te nella mia camera d'albergo. Vuoi darci un'occhiata?”
La suonarono insieme, dopo tre false partenze in cui l'Orso non riusciva a trovare il modo migliore per fraseggiare la melodia scritta da Haden. Una volta che si fu sciolto per bene, l'Orso si lasciò blandire dal lirico tocco di Haden sulle corde fino a mari più profondi di quelli che attraversava di solito. Ogni volta che l'Orso suonava una melodia, Haden trovava sul contrabbasso qualcosa di più grande da dire al proposito e l'Orso doveva sottomettersi all'autorità di ciò che gli veniva proposto. Haden lo circondava come un'orchestra di contrabbassi, adescava musiche sconosciute dalla sua luce vitale, lo costringeva ad acconsentire a una bellezza che stava oltre l'orlo dei suoi limitanti problemi momentanei. L'Orso suonava bene? Può darsi. Stava sui cambi d'accordo? In effetti, l'Orso pensava di sì. Quando l'Orso si fermò, Haden prese un assolo, accarezzando fuori dalle corde una ricchezza melodica che era un tributo alla bellezza del basso e alla sua profonda natura umana. Di conseguenza, quando Haden finì il suo assolo, l'Orso suonò il tema scritto da Haden con inusuale accuratezza e modestia, e tutto fu finito.
“Oh, man”, disse Haden dopo la necessaria pausa.
“Davvero?” disse l'Orso. “Era proprio così buono?”
Tutti erano d'accordo, perlomeno, che fosse ora di una pausa. Pareva che qualcuno avesse ordinato del cibo cinese e Charlie voleva assicurarsi che ci fossero abbastanza verdure. L'Orso voleva mangiare qualcosa?
“No”.
Parecchie persone uscivano per andare al bagno e alla macchinetta del caffè. L'Orso non voleva nulla di entrambi. Notò di non avere necessità fisiche: niente fame, nonostante non avesse preso niente dopo il caffè e le ciambelle della mattina, nessun bisogno del bagno nonostante i precedenti minacciosi gorgoglii e la quantità di caffè forte e nero che aveva ingoiato a colazione. Non sembrava avere alcun tipo di bisogno. Nemmeno alcuna emozione riconoscibile. Senza dubbio se non avesse dovuto suonare il sassofono non avrebbe nemmeno respirato.
mercoledì 28 maggio 2014
roba mia su "Jazz nel pomeriggio"
Si parla di un unsung hero: il grande Steve Lacy, di cui quest'anno ricorre il decennale della morte.
Clicca qui per leggere.
(Per inciso, detesto gli anniversari e le ricorrenze, ma se servono a riportare sotto la luce dei riflettori personalità ingiustamente trascurate, ben vengano).
giovedì 24 aprile 2014
il ritorno dell'orso (esercizio di traduzione) - parte prima
Sto leggendo "The Bear Comes Home" di Rafi Zabor, che passa (e in effetti è) come uno dei più bei romanzi sul jazz mai scritti.
L'autore è un batterista e critico musicale. Cominciò a lavorare al romanzo negli anni Settanta, ne diffuse alcuni capitoli isolati nel 1979, poi lo abbandonò per anni e infine lo completò e pubblicò nel 1997. Da allora, ha scritto un solo altro libro, che a quanto ne so è stato un totale insuccesso.
"The Bear Comes Home" ha per protagonista un orso. Un normale orso, un plantigrado della famiglia degli Ursidi, che vive nella New York degli anni Settanta. L'Orso (così viene chiamato, senza altra specificazione) in realtà non è poi tanto comune, perché ha due particolarità: parla e ragiona come un uomo, e ama il jazz. Anzi, lo suona: per la precisione, è un sassofonista con il culto di Charlie Parker e di Ornette Coleman. Un vero hip-bear, insomma.
Queste le premesse, che danno il pretesto per un acuto (e spesso esilarante) ritratto della subcultura jazzistica newyorkese.
"The Bear Comes Home", che io sappia, non è mai stato tradotto in italiano. Quella che trovate qui sotto è una mia prova di traduzione, tratta dalle prime pagine del libro.
Un altro estratto domani, su queste stesse pagine.
* * *
“Sai”, disse [l'Orso], “non devo nemmeno
suonare un mucchio di strana roba fuori tonalità per essere felice.
C'è così tanta saggezza nel bebop che basta per una vita intera.
Tutte le cose che devi sapere per far funzionare un singolo chorus
nel modo giusto. Devi conoscere la vita proprio bene. Per non parlare
dello strumento.”
“Tu suoni bene.”
“Lo so che suono bene. Forse non di prim'ordine, non di livello mondiale, ma bravo abbastanza per guadagnarmi da vivere a New York.”
“Hai un bel fraseggio.”
“Certo che ho un bel fraseggio. Gli orsi sono gente piena d'anima e di fantasia. Siamo amichevoli, siamo creativi, e siamo fighi. Ma il mondo,” disse a Jones, “non ci conosce.”
“Io ti conosco.”
“Tu. Certo. Tu mi conosci”. L'Orso si mise il sassofono in bocca ed eseguì degli arpeggi su un tipico cambio d'accordi assassino alla Coltrane fine anni Cinquanta: do maggiore settima, mi bemolle settima, la bemolle maggiore verso si settima, mi maggiore verso sol settima, e concluse su un do risonante, che bemollizzò leggermente per metterlo in risalto. “Prova tu a farlo con le zampe, stronzo. Prova tu a sviluppare un'imboccatura adatta a un grugno. Sì, tu mi conosci. Certo. Saresti capace, tu?”
“Bistecca alla tartara”, disse Jones, ponendogli davanti un piatto di carne trita cruda, ricoperta da una spolverata di paprika e mescolata a spezie verdi fresche. “Sei di un umore schifoso”.
“Scusami”, disse l'Orso. “È che mi sento così frustrato. Vuoi una mano con gli spaghetti?”
“Nah. Grazie”.
“Posso darti una mano con gli spaghetti”.
“Va bene così”. Jones si schiarì la voce e si mise una mano sulla clavicola. “Mi piace cucinare.”
L'Orso suonò delle scale a toni interi mentre Jones sminuzzava cipolle, aglio, peperoncini secchi e prezzemolo. Jones scaldò l'olio d'oliva e ci versò le spezie a soffriggere, tenendo da parte l'aglio. L'Orso passò a dei fraseggi in legato su un re minore dorico e Jones mise dieci pomodori freschi in una pentola d'acqua bollente. “Vuoi andare giù a Woodstock questo fine settimana per suonare un po' con Julius? Julius è forte. Posso chiamare Julius”.
“Tu suoni bene.”
“Lo so che suono bene. Forse non di prim'ordine, non di livello mondiale, ma bravo abbastanza per guadagnarmi da vivere a New York.”
“Hai un bel fraseggio.”
“Certo che ho un bel fraseggio. Gli orsi sono gente piena d'anima e di fantasia. Siamo amichevoli, siamo creativi, e siamo fighi. Ma il mondo,” disse a Jones, “non ci conosce.”
“Io ti conosco.”
“Tu. Certo. Tu mi conosci”. L'Orso si mise il sassofono in bocca ed eseguì degli arpeggi su un tipico cambio d'accordi assassino alla Coltrane fine anni Cinquanta: do maggiore settima, mi bemolle settima, la bemolle maggiore verso si settima, mi maggiore verso sol settima, e concluse su un do risonante, che bemollizzò leggermente per metterlo in risalto. “Prova tu a farlo con le zampe, stronzo. Prova tu a sviluppare un'imboccatura adatta a un grugno. Sì, tu mi conosci. Certo. Saresti capace, tu?”
“Bistecca alla tartara”, disse Jones, ponendogli davanti un piatto di carne trita cruda, ricoperta da una spolverata di paprika e mescolata a spezie verdi fresche. “Sei di un umore schifoso”.
“Scusami”, disse l'Orso. “È che mi sento così frustrato. Vuoi una mano con gli spaghetti?”
“Nah. Grazie”.
“Posso darti una mano con gli spaghetti”.
“Va bene così”. Jones si schiarì la voce e si mise una mano sulla clavicola. “Mi piace cucinare.”
L'Orso suonò delle scale a toni interi mentre Jones sminuzzava cipolle, aglio, peperoncini secchi e prezzemolo. Jones scaldò l'olio d'oliva e ci versò le spezie a soffriggere, tenendo da parte l'aglio. L'Orso passò a dei fraseggi in legato su un re minore dorico e Jones mise dieci pomodori freschi in una pentola d'acqua bollente. “Vuoi andare giù a Woodstock questo fine settimana per suonare un po' con Julius? Julius è forte. Posso chiamare Julius”.
“Sì, Julius è forte”, disse
l'Orso, mettendo giù il sax, “ma quando arriva un ospite devo
andare in cortile e comportarmi come una bestia”.
“Possiamo andarci”.
“E mi sa che Julius è in Europa
questo mese”.
“Buon per Julius”, disse Jones,
mettendo l'aglio nella padella e cominciando a pelare i pomodori che
aveva estratto dall'acqua con un cucchiaio.
“Già. Buon per Julius. Abbiamo del
vino decente in casa?”
“Credo un rosso italiano niente
male”.
“Proviamo questo rosso italiano
niente male”, disse l'Orso stancamente.
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