Visualizzazione post con etichetta poesia italiana. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta poesia italiana. Mostra tutti i post

sabato 7 aprile 2018

e se non mi volesse bene?

Un ricordo
Non dormo. Vedo una strada, un boschetto,
che sul mio cuore come un’ansia preme;
dove si andava, per star soli e insieme,
io e un altro ragazzetto.
Era la Pasqua; i riti lunghi e strani
dei vecchi. E se non mi volesse bene
pensavo e non venisse più domani?
E domani non venne. Fu un dolore,
uno spasimo verso la sera;
che un’amicizia (seppi poi) non era,
era quello un amore;
il primo; e quale e che felicità
n’ebbi, tra i colli e il mare di Trieste.
Ma perché non dormire, oggi, con queste
storie di, credo, quindici anni fa?

Umberto Saba

lunedì 17 luglio 2017

poeti e zanzare

Mentre in grembo a la madre Amore un giorno
dolcemente dormiva,
una zanzara zufolava intorno
per quella dolce riva;
disse allor, desto a quel sussurro, Amore:
«Da sì picciola forma
com'esce sì gran voce e tal rumore
che sveglia ogun che dorma?»
Con maniere vezzose
lusingandogli il sonno col suo canto
Venere gli rispose:
«E tu picciolo sei,
ma pur gli uomini in terra col tuo pianto
e 'n ciel desti gli dèi».

* * *

Questa lieve zanzara
quanto ha sorte migliore
de la farfalla che s'infiamma e more!
L'una di chiaro foco,
di gentil sangue è vaga
l'altra che vive di sì bella piaga.
Oh fortunato loco
tra 'l mento e 'l casto petto!
Altrove non fu mai maggior diletto.

* * *

Invidia la morte di una zanzara

Tu moristi in quel seno,
piccioletta zanzara,
dov'è si gran fortuna il venir meno.
Quando fin più beato
o ver tomba più cara
fu mai concessa da benigno fato?
Felice te, felice
più che nel rogo oriental Fenice!

(Torquato Tasso, Madrigali)

giovedì 27 ottobre 2016

con lieve moto

"...A queste piagge
Venga colui che d'esaltar con lode
Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
È il gener nostro in cura
All'amante natura. E la possanza
Qui con giusta misura
Anco estimar potrà dell'uman seme,
Cui la dura nutrice, ov'ei men teme,
Con lieve moto in un momento annulla
In parte, e può con moti
Poco men lievi ancor subitamente
Annichilare in tutto..."

martedì 27 settembre 2016

adolescente

Su te, vergine adolescente,
sta come un'ombra sacra.
Nulla è più misterioso
e adorabile e proprio
della tua carne spogliata.
Ma ti recludi nell'attenta veste
e abiti lontano
con la tua grazia
dove non sai chi ti raggiungerà.
Certo non io. Se ti veggo passare
a tanta regale distanza,
con la chioma sciolta
e tutta la persona astata,
la vertigine mi si porta via.
Sei l'imporosa e liscia creatura
cui preme nel suo respiro
l'oscuro gaudio della carne che appena
sopporta la sua pienezza.
Nel sangue, che ha diffusioni
di fiamma sulla tua faccia,
il cosmo fa le sue risa
come nell'occhio nero della rondine.
La tua pupilla è bruciata
dal sole che dentro vi sta.
La tua bocca è serrata.
Non sanno le mani tue bianche
il sudore umiliante dei contatti.
E penso come il tuo corpo
difficoltoso e vago
fa disperare l'amore
nel cuor dell'uomo!
 
Pure qualcuno ti disfiorerà,
bocca di sorgiva.
Qualcuno che non lo saprà,
un pescatore di spugne,
avrà questa perla rara.
Gli sarà grazia e fortuna
il non averti cercata
e non sapere chi sei
e non poterti godere
con la sottile coscienza
che offende il geloso Iddio.
Oh sì, l'animale sarà
abbastanza ignaro
per non morire prima di toccarti.
E tutto è così.
Tu anche non sai chi sei.
E prendere ti lascerai,
ma per vedere come il gioco è fatto,
per ridere un poco insieme.
Come fiamma si perde nella luce,
al tocco della realtà
i misteri che tu prometti
si disciolgono in nulla.
Inconsumata passerà
tanta gioia!
Tu ti darai, tu ti perderai,
per il capriccio che non indovina
mai, col primo che ti piacerà.
Ama il tempo lo scherzo
che lo seconda,
non il cauto volere che indugia.
Così la fanciullezza
fa ruzzolare il mondo
e il saggio non è che un fanciullo
che si duole di essere cresciuto.
 
(Vincenzo Cardarelli)

domenica 18 settembre 2016

fai bene se t'astieni (rime di Argìa Sbolenfi)

Di Olindo Guerrini ho parlato qualche giorno fa, pubblicando le poesie del suo alter ego tisico-maudit Lorenzo Stecchetti. Oggi è la volta di un altro dei suoi pseudonimi: Argìa Sbolenfi, zitellona bolognese alla perpetua ricerca di un marito.

* * *

Si compiace delle prossime nozze
(sonetto sbolenfio)


Spero davvero che il mio fiero isterico
Male, che assale quale un fucil carico,
Cessi gli spessi accessi e il mio rammarico
Cada per strada e vada nel chimerico.

Bandito è il rito ed un vestito serico
Stato è tagliato, come ho dato incarico;
Del normal verginal segnai mi scarico,
Che l’ara cara già prepara il chierico.

Sposo! ed oso un focoso panegirico
In onor di chi al cor l’amor teorico,
(Che splende e non accende) or rende empirico.

Chi è matto affatto, questo fatto storico
Può far burlar nel suo ghignar satirico,
Ma intanto io canto e accanto a LUI mi corico!

* * *

Favolette morali

VII.

Un tonno innamorato
        Lesse i Promessi Sposi
        E tutto riscaldato
        Da sensi religiosi,
        Andò pianin pianino
        A farsi cappuccino.

Morale

Fai bene se t’astieni
        Dal legger libri osceni.


XXII.

La sega ed il ditale
        Sposi a dieci anni soli
        Dal nodo coniugale
        Non ebbero figliuoli,
        Perciò, con atto egregio,
        Fondarono un collegio.

Morale

Son sterili soventi
        Le nozze tra parenti.

* * *

La capretta

Florentem cytisum sequitur lasciva capella.
VIRG. Ecl. II, 64.



Quando trovo qualcun che me la mena,
        La mia capretta, a pascolar sul monte,
        Tutta la sento di dolcezza piena
        Guizzar pel gusto che le brilla in fronte:

E se poi qualchedun me la rimena,
        Corro tosto a lavarla ad una fonte,
        Indi l’asciugo e non è asciutta appena
        Che a trastullarsi ancor le voglie ha pronte.

Sempre sana e piacente, al caldo e al gelo
        Va intorno e cogli scherzi altrui diletta,
        Tanto la tenni e l’educai con zelo.

Eccola quì che una carezza aspetta,
        Fresca, pulita e non le pute il pelo.....
        Dite, chi vuol baciar la mia capretta?

* * *

Ad un orologio guasto

Poi che il pendolo tuo giù penzoloni
            Non ha più moto ed impotente stà
E gl’inutili pesi ha testimoni
            Della perduta sua vitalità,

Vecchio strumento, m’affatico invano
            A ridestar l’antica tua virtù;
Inutilmente con l’industre mano
            Tento la molla che non tira più.

Questa tua chiave, che ficcai si spesso
            Nel suo pertugio, inoperosa è già;
Rotto è il coperchio e libero l’ingresso
            Ad ogni più riposta cavità.

Deh, come baldanzoso un dì solevi
            L’ora dolce del gaudio a me segnar
E petulante l’ago tuo movevi
            Non mai spossato dal costante andar!

Quante volte su lui lo sguardo fiso
            Or tengo e penso al buon tempo che fu.
Se almen segnasse mezzodì preciso.....
            Ma sei e mezza!... e non si move più!




domenica 11 settembre 2016

a proposito di Lorenzo Stecchetti

Quando fu pubblicato, nel 1877, Postuma fece un successo strepitoso, tanto da battere – per dire – le Odi barbare di Carducci.
Sottotitolato Canzoniere di Lorenzo Stecchetti “Mercutio” edito a cura degli amici (e noto anche come Canto dell'odio, dalla sua poesia più celebre), veniva presentato come l'opera di un poeta morto giovane e – ovviamente – tisico, pubblicata ora dal cugino Olindo Guerrini. Sempre a nome di Stecchetti, uscirono nel 1878 altri due volumi, Polemica e Nova polemica.
Si trattava, in realtà, di apocrifi confezionati dallo stesso Olindo Guerrini (1845-1916), personaggio a dir poco bizzarro: poeta, erudito, bibliofilo, nonché appassionato di pseudonimi e di parodie. Fra le sue opere, figurano uno studio su Vita e opere di Giulio Cesare Croce (il primo studio filologicamente accurato sull'autore di Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno), una dotta dissertazione su La tavola e la cucina nei secooli XIV e XV, ma anche un trattato su L'arte di utilizzare gli avanzi della mensa e versi comici, sia in dialetto romagnolo e veneto, sia in italiano, tra i quali le Rime di Argìa Sbolenfi, che descrivono gli insaziabili desideri sessuali di una zitella e per i quali Guerrini inventò il sonetto sbolenfio, con un complicato schema di rime al mezzo.
In Postuma, Guerrini/Stecchetti si diverte a ricalcare i modi della più svenevole poesia romantica, ma anche a rifare il verso alla Scapigliatura, con le sue tematiche macabre e maledettistiche, alternando qua e là poesie di vena satirica e anticlericale. Il fascino del libro sta nel fatto che la mimesi è talmente sottile da non lasciare, spesso, distinguere il confine tra adesione e parodia.
Guerrini, comunque, è dotato di una indubbia facilità di versificazione, tanto che alcuni suoi versi divennero proverbiali (fu lui a inventare il celebre “Armiamoci e partite”).
Qui di seguito, una scelta di poesie da Postuma.
(Se vi interessa, su Wikisource c'è il testo integrale.)

* * *

XIX.

Questa notte allungai la passeggiata
Sino al balcon della fanciulla mia.
E vidi un’ombra bianca ed agitata
Accennar di lassù verso la via.

Un brivido mi corse sotto ai panni:
«È un’ora che ci amiamo e già m’inganni!

Perchè, perchè questa finzione orrenda?
Amor mio, che t’ho fatto...?» — Era la tenda.

* * *

XX.

Quando tu sarai vecchia e leggerai
Questi poveri versi accanto al fuoco,
Rivedrai colla mente a poco a poco,
           I giorni in che t’amai.

E ti cadrà sul petto il viso smorto,
Per la memoria del tuo tempo lieto:
A me ripenserai nel tuo segreto,
           A me che sarò morto.

E ti parrà d’udir la voce mia
Nel vento che di fuor suscita il verno
E ti parrà d’udir come uno scherno,
           Una bieca ironia.
E la voce dirà: «Te ne rammenti,
Te ne rammenti più? Com’eran belli
I tuoi capelli d’oro, i tuoi capelli
           Sul bianco sen fluenti!

Oh, come il tempo t’ha mutata! Oh, come
T’ha impresso in viso i suoi pallidi segni!
Dove son dunque i tuoi superbi sdegni
           E le tue bionde chiome?

Sola al tuo focolar siedi, piangendo
La giovanil tua morta leggiadria;
Io piango solo nella tomba mia;
           Vieni dunque: t’attendo!

Vieni e se in vita mi fallì la speme
Di viver teco i giorni miei sereni,
Ci sposeremo nella tomba. Vieni;
           Vi marciremo insieme.»

* * *

XXXVII.
Kennst du das Land...?
(GOETHE)




Conosci tu il paese
Dove non s’è mortali,
Dove alla fin del mese
Non scadon le cambiali?

Quell’Eden ben pasciuto
Pieno di facce grasse
Che non han mai veduto
L’agente delle tasse?

Conosci tu il paese
Che non conosce i preti,
Le bettole, le chiese,
Le ciarle dei poeti?

Dove non c’è soldati,
Dove non c’è catene,
Dove gl’innamorati
Si voglion sempre bene?

Ivi nessun ha detto
Che donna dice danno,
Perchè lassù l’affetto
Esse scontar non sanno.

Oh, chi trovar sapesse
Un’anima cortese
Qualunque, che potesse
Mandarti a quel paese?

* * *

XXXVIII.

MEMORIE BOLOGNESI

[…]

Fu all’ombra de’ tuoi viali, o San Michele,
Ch’io la trovai, la donna del mio core,
La giovinetta che mi fu fedele
         Quasi ventiquattr’ore!

Coi gomiti sul ponte ella volgea,
Come una santa al ciel le luci belle,
Ed io, poichè l’amor già mi tenea,
         Chiesi — guarda le stelle? —

Ella chinando gli occhi di colomba,
Gli occhioni di colomba innamorata,
Rispose — no; sto qui a sentir la tromba
         Suonar la ritirata. —

Era bionda e pareva un’angioletta,
Una cosa di ciel che non ha nome
E come un casto odor di mammoletta
         Uscia dalle sue chiome.

Io le dissi — fanciulla, Iddio ci sente:
La gran parola in faccia a lui diciamo!
Di’, giovinetta bionda ed innocente,
         Di’, vuoi tu amarmi? Io t’amo. —

Ella rispose — come sei gentile!
Stiamo in Sant’Isaia, numero tale,
La porticina in fondo del cortile,
         Su due rami di scale —

[…]

* * *

LIII.

Emma, ti lascio a tavola
Ed io ritorno a casa a prender fiato.
Bevi, bevi a tuo comodo,
Sta pur tranquilla, il conto è già pagato.

Son diventato pallido?
Ci son avvezzo: non è nulla, taci:
M’han guastato lo stomaco
Le polpette dell’oste ed i tuoi baci.

* * *

LXI.

T'ho fatto il precettore,
Ragazza, e ne son stanco;
Non t’ha fatta migliore
La scuola e me nemmanco.

Io mi volea l’amore
Non la lussuria al fianco,
Io ci voleva un core
Sotto al tuo seno bianco,

Ma tu la poesia
La cerchi nei conviti
Grassi alla trattoria.

Dunque finiam le liti:
Scappa ragazza mia:
Noi non ci siam capiti.

venerdì 9 settembre 2016

dubbi

E pur mi sento nel cervello anch'io
Qualche cosa che vive e che lavora,
E pur quest'aura che il mio volto sfiora
L'alito par dell'agitante Iddio!

Talor cedendo a' sogni miei m'avvio
Pe' floridi sentier che il mondo ignora;
Salgono i canti alle mie labbra allora
E spero e credo nell'ingegno mio.

Ma quando il dubbio mi risveglia, quando
Via per la nebbia del mattin tranquille
Sfuman le larve che seguii sognando,

Colle man mi fo velo alle pupille,
E mi guardo nel core e mi domando:
Sono un poeta o sono un imbecille?

Lorenzo Stecchetti (Olindo Guerrini), "Postuma", VII

lunedì 15 febbraio 2016

Giuseppe Ungaretti: due poesie d'amore e di fiori

Giugno

Quando
mi morirà
questa notte
e come un altro
potrò guardarla
e mi addormenterò
al fruscio
delle onde
che finiscono
di avvoltolarsi
alla cinta di gaggie
della mia casa

Quando mi risveglierò
nel tuo corpo
che si modula
come la voce dell'usignolo

Si estenua
come il colore
rilucente
del grano maturo

Nella trasparenza
dell'acqua
l'oro velino
della tua pelle
si brinerà di moro

Librata
dalle lastre
squillanti
dell'aria sarai
come una
pantera

Ai tagli
mobili
dell'ombra
ti sfoglierai

Ruggendo
muta in
quella polvere
mi soffocherai

Poi
socchiuderai le palpebre

Vedremo il nostro amore reclinarsi
come sera

Poi vedrò
rasserenato
nell'orizzonte di bitume

delle tue iridi morirmi
le pupille

Ora
il sereno è chiuso
come
a quest'ora
nel mio paese d'Affrica
i gelsumini

Ho perso il sonno

Oscillo
al canto d'una strada
come una lucciola

Mi morirà
questa notte?

(Campolongo, il 5 luglio 1917)

* * *

Fase

Cammina cammina
ho ritrovato
il pozzo d'amore

Nell'occhio
di mill'una notte
ho riposato

Agli abbandonati giardini
ella approdava
come una colomba

Fra l'aria
del meriggio
ch'era uno svenimento
le ho colto
arance e gelsumini

(Mariano, il 25 giugno 1916)
 
 

(da "Il porto sepolto", ne "L'allegria")

giovedì 8 ottobre 2015

chi teme più?

Senza più peso
(a Ottone Rosai)

Per un Iddio che rida come un bimbo,
Tanti gridi di passeri,
Tante danze nei rami,

Un'anima si fa senza più peso,
I prati hanno una tale tenerezza,
Tale pudore negli occhi rivive,

Le mani come foglie
S'incantano nell'aria...

Chi teme più, chi giudica?

(Giuseppe Ungaretti, da "Sentimento del tempo")

venerdì 2 ottobre 2015

non c'è premio

Niente da aspettare
niente da temere
niente chiedere – e tutto dare
non andare
ma permanere.
Non c'è premio – non c'è posa.
La vita è tutta una dura cosa.


(Carlo Michelstaedter)

sabato 19 settembre 2015

chi (non) sono?

Io non son come gli altri e mi dispiace.
Io non son come gli altri, è un mio sconforto.
Io non son come gli altri, io so chi piace.
Io non son come gli altri, io vedo storto.

Io non son come gli altri, amo chi giace.
Io non son come gli altri, io penso all'orto.
Io non son come gli altri e non ho pace.
Io non son come gli altri e son già morto.

(Marino Moretti)

domenica 6 settembre 2015

stagioni - 3

Ecco il fanciullo acquatico e felice
ecco il fanciullo gravido di luce
più limpido del verso che lo dice.
Dolce stagione di silenzio e sole
e questa festa di parole in me.

Sandro Penna

lunedì 8 giugno 2015

cangiar non posso

Per qual mordace lima
discresce e manca ognor tuo stanca spoglia,
anima inferma? or quando fie ti scioglia
da quella il tempo, e torni ov’eri, in cielo,
candida e lieta prima,
deposto il periglioso e mortal velo?
Ch’ancor ch’i’ cangi ’l pelo
per gli ultim’anni e corti,
cangiar non posso il vecchio mie antico uso,
che con più giorni più mi sforza e preme.
Amore, a te nol celo,
ch’i’ porto invidia a’ morti,
sbigottito e confuso,
sì di sé meco l’alma trema e teme.
Signor, nell’ore streme,
stendi ver’ me le tuo pietose braccia,
tomm’a me stesso e famm’un che ti piaccia.


Michelangelo Buonarroti
(Rime, CLXI)

lunedì 14 ottobre 2013

una poesia di Saverio Bafaro



Toccate le cortecce grigie
non bastano più i passaggi furtivi
c'è bisogno di vivere lì:
gli alberi studiati nelle pose
vestono sempre due stagioni,
le mani hanno dimenticato
quei fuochi appiccati
per disfarsi di semplici foglie
quando i crepuscoli d'oro
sono saturi di opere ben più grandi
e l'odore del giorno compiuto
si innamora dei velluti scuri,
i detentori sacri della sera
invocano diamanti
che solo alcuni vedono.


nell'immagine: Pierre Puvis de Chavanne, Le bagnanti

lunedì 7 ottobre 2013

la buona voglia




Voglia mi prende d'una buona ragazza
docile, che non faccia tante storie
di bianche cosce e di poppe tranquille.

Quando soffia la stufa e nel camino
fa lume rosso il fuoco e fuori è sera
sulla neve dei boschi e dei paesi
e piano sfilano i torrenti.

Io guarderei le braccia tonde e i gomiti
svincolando le sottovesti e oh bella
con qualche riso la treccia le cade!

Di me contenta, io contento di lei,
mi direbbe con una voce saggia:
«stai un po' buono» - e anche vorrei
che parlasse senese o perugino.

Molte cose mi dimenticherei
se avessi con me quella buona ragazza spogliata
con le due braccia lisce sul cuscino
un poco addormentata e un poco sveglia.

Franco Fortini
(da "Foglio di via", 1946)



nell'immagine: Boris Kustodiev, Venere Russa

giovedì 30 agosto 2012

il mal petrarchesco



Voglio raccontarti, già che ci sono, quello che mi è accaduto, ancora uno di questi giorni, con un giovane letterato, persona a te nota, ed a me carissima.
Ero seduto con lui al Caffè; egli leggeva alcune delle Mediterranee, che avevo appena, con amorosa cura, ordinate e trascritte. Ulisse era una di queste poesie. La poesia, nel suo complesso, gli piacque. Ma ecco che, come ne rileggeva il primo verso, vidi Aldo Borlenghi fermarsi ed arricciare il naso. Il verso dice:

Nella mia giovaneza ho navigato

Gli chiesi il perché del suo visibile disappunto. Mi rispose che il verso non era «bello»; lo trovava anche troppo «scoperto». Ora quel verso (tecnicamente ineccepibile) non è, in sé stesso preso, né bello né brutto; è solo un inizio, che vive in funzione del componimento di cui fa parte, dei dodici versi che lo seguono, ai quali dà e dai quali prende rilievo. Non è né «brutto» né «scoperto»; è semplicemente «immediato», non cioè passato attraverso nessun alambicco di nessuna, più o meno sapiente, più o meno di moda, deformazione letteraria. Dice, con rara spontaneità, quello che deve dire, nel modo più semplice e diretto possibile. Diventa bello (molto bello anche, e felice) quando, nella memoria del lettore, fa corpo col resto della poesia.
Guardavo la faccia del mio interlocutore. Bella era; e, nel senso nobile della parola, mediterranea. Consunta, logorata e segnata da qualche interna difficoltà a vivere; negli occhi — dietro gli occhiali, chiarissimi — un estremo d’intelligenza sembrava unirsi ad un estremo di malinconia. La sua faccia — che mi ricordava uno di quei paesaggi toscani troppo e da troppi secoli elaborati dalla mano dell’uomo, diventati avari — concordava esattamente col suo giudizio. Quell’uomo doveva necessariamente aver paura di un’immediatezza come di una bomba; ammirare — come egli stesso volentieri confessa — assai più Petrarca che Dante. Era, in una parola, un petrarchista. Soffriva di un male, europeo per estensione, ma italiano alle origini; e di questo male almeno, io, nato agli estremi confini della patria, o non ho mai sofferto, o solo, e non in profondità, nella mia prima giovanezza. Attraverso l’innocente verso citato e la disapprovazione che esso suscitava in Aldo Borlenghi, mi sono persuaso una ultima volta che gli italiani (che sono nella loro vita istintiva e — vedi Verdi — nella musica, uno dei popoli più immediati della terra) non sopportano, in poesia, la vita, senza averla preventivamente uccisa e mummificata. Perché poi questo processo (che essi chiamano di «astrazione lirica», ed io di «congelamento» o di «involuzione») sia avvenuto proprio per la poesia, oggi come oggi, o non lo so ancora, o non voglio ancora dirlo. Ma che sia avvenuto è certo; come pure è certo che va cercata in esso una delle ragioni sia, in generale, del loro — sotto la varietà delle apparenze univoco — petrarchismo, sia, in particolare, della, fino a ieri almeno, contrastata fortuna della mia poesia. Altre, per quanto mi riguarda, ve ne furono; ma di queste mi propongo di parlare nel difficile libro che sto per te scrivendo, e che s’intitolerà Storia e cronistoria del “Canzoniere”.
Ti saluto, caro Alberto. E faccio voti che non ti preoccupi troppo della «crisi». Anche questa passerà, la gente ritornerà a comperare libri, e tu venderai perfino Scorciatoie e Raccontini del tuo
aff. Umberto
Milano, maggio 1946.

(da una lettera di Umberto Saba ad Alberto Mondadori)

martedì 3 luglio 2012

più spesso è l'inferno


Fanciulla nuda

Nuda in piedi, le mani dietro il dorso,
come se in lacci strette
tu gliele avessi. Erette
le mammelle, che ben possono al morso

come ai baci allettar. Salda fanciulla
cui fascia l'amorosa
zona selvetta ombrosa,
vago pudore di natura. Nulla,

altro non ha. Due ancora tondeggianti
poma con grazia unite
pare chiamino il mite
castigo della fanciullezza. Oh, quanti

vorrebbero per sé ai suoi occhi il lampo
del piacere promesso,
che paradiso è spesso,
e più spesso è l'inferno senza scampo.

Umberto Saba

martedì 1 giugno 2010

esiste la primavera


Vorrei che i vostri occhi potessero vedere
questo cielo sereno che si è aperto,
la calma delle tegole, la dedizione
del rivo d’acqua che si scalda.

La parola è questa: esiste la primavera,
la perfezione congiunta all’imperfetto.
Il fianco della barca asciutta beve
l’olio della vernice, il ragno trotta.

Diremo più tardi quello che deve essere detto.
Per ora guardate la bella curva dell’oleandro,
i lampi della magnolia.

Franco Fortini

venerdì 27 novembre 2009

memento (2)



Tutti si giurano puri:
puri nella lingua... naturalmente:
segno che l'anima è sporca.
È stato sempre
così. Per mentire non bisogna essere oscuri.
[...]
Sono infiniti i dialetti, i gerghi,
le pronunce, perché è infinita
la forma della vita:
non bisogna tacerli, bisogna possederli:
ma voi non li volete
perché non volete la storia, superbi
monopolisti della morte: i poeti
parlano come preti, e, profetiche,

urlano vittora, tutt'intorno
le Cassandre: è passato il tempo delle speranze!
Avevano ragione loro, nascoste
dentro le parrocchie.
Adesso riescono alla luce del giorno,
cornacchie delle privilegiate angoscie,
delle libere speranze imposte
dalla forza del capitale che non si estingue.
[...]

Non c'è via di scampo, anche chi si oppone
è quell'uomo, miserabile, empio,
stupido, freddo, ironico,
che rende faziosa ogni sua più seria
passione, che non crede all'altrui passione...
E in questo accomunano i giorni della distensione
nemici e amici: ricomincia la guerra vile
del discredito, della malizia, della
cecità di cellula
o sacrestia: e ritorna lo stile
di un tempo, nei cuori
come nei versi: ed è meglio morire.

Pier Paolo Pasolini, “La reazione stilistica” (1960)
(da: La religione del mio tempo)

(Nell'immagine: il cadavere di Pasolini, così come fu ritrovato all'Idroscalo di Ostia, la mattina del 2 novembre 1975)

domenica 15 novembre 2009

recensioni in pillole 44 - "La religione del mio tempo"

Pier Paolo Pasolini, La religione del mio tempo, Garzanti 1976 (prima ed. 1961)

Le poesie che compongono "La religione del mio tempo" furono scritte tra il 1955 e il 1960. Sono anni cruciali per Pasolini: la pubblicazione di "Una vita violenta" (1958), le prime esperienze cinematografiche, l'impegno per la rivista "Officina" (insieme a Roversi, Leonetti, Fortini), il processo per oscenità contro "Ragazzi di vita", la scrittura dei saggi poi confluiti in "Passione e ideologia" (1960).
Ma soprattutto sono gli anni in cui prende forma quella "mutazione antropologica" che diventerà il leitmotiv della sua produzione successiva.
Il libro riflette tutto ciò: un libro denso, quindi, anche contraddittorio, ma singolarmente ricco di fermenti.
Il lungo poema “La ricchezza” (1955-59), insieme a quello eponimo, del 1957-59, suonano come un'approfondimento e insieme una rilettura (auto)critica de “Le ceneri di Gramsci”, un bilancio dei suoi anni romani e un'amara constatazione del fallimento di tutte le speranze che avevano animato la sua generazione nel dopoguerra (“il doloroso stupore / di sapere che tutta quella luce, / per cui vivemmo, fu soltanto un sogno / ingiustificato, inoggettivo, fonte / ora di solitarie, vergognose lacrime.”).
In “A un ragazzo” (1956-57), uno dei vertici lirici del libro, tornano le immagini struggenti del passato friulano e il ricordo del fratello Guido, partito per unirsi ai partigiani e morto il 7 febbraio 1945, nel famigerato eccidio di Porzus.
Gli affilati, irosi versi di “Umiliato e offeso” (1958) e di “Nuovi epigrammi” (1958-59) profilano già il Pasolini degli anni Sessanta, il polemista infuocato e apocalittico, che si rivela appieno nelle cinque “Poesie incivili” (luglio 1960) che chiudono il volume.
L'ultimo verso dell'ultima poesia termina con la parola “rabbia”, ma il senso che aleggia su tutto è quello della tragedia, della sconfitta, del vuoto. Il capitalismo ha trionfato, l'Eden contadino della giovinezza friulana è ormai scomparso, la Resistenza è già dimenticata, il proletariato innocente e pagano vagheggiato negli anni Cinquanta non si è dimostrato diverso dalla borghesia a cui avrebbe dovuto opporsi.
Il fallimento delle ideologie si incrocia e sovrappone al fallimento interiore, privato, e più volte si affaccia un senso di disfatta, un cupio dissolvi che la passione – politica e umana – fa sempre più fatica a combattere.