questo è il gatto con gli stivali, questa è la pace di Barcellona
fra Carlo V e Clemente VII, è la locomotiva, è il pesco
fiorito, è il cavalluccio marino: ma se volti pagina, Alessandro,
ci vedi il denaro:
questi sono i satelliti di Giove, questa è l’autostrada
del Sole, è la lavagna quadrettata, è il primo volume dei Poetae
Latini Aevi Carolini, sono le scarpe, sono le bugie, è la scuola di Atene, è il burro,
è una cartolina che mi è arrivata oggi dalla Finlandia, è il muscolo massetere,
è il parto: ma se volti foglio, Alessandro, ci vedi
il denaro:
e questo è il denaro,
e questi sono i generali con le loro mitragliatrici, e sono i cimiteri
con le loro tombe, e sono le casse di risparmio con le loro cassette
di sicurezza, e sono i libri di storia con le loro storie:
ma se volti il foglio, Alessandro, non ci vedi niente
Edoardo Sanguineti (da "Purgatorio de l'Inferno", 10)
Iniziativa nobile, condivisibilissima. Multo laudabilis, come diceva un prete di mia conoscenza. Però non ho firmato l'appello. Non perché non sia d'accordo. Sono il primo ad essere stanco della mignottocrazia, delle battute fallocratiche, dell'esibizionismo machista di Colui-che-sappiamo. Io, poi, ho anche una bambina, e l'ultima cosa che mi auguro per lei è di finire a far da odalisca per un vecchio satrapo, al pari delle varie Ruby, Noemi, Mara o Nicole (a proposito, ma ce n'è una con un nome da essere umano?). Ma non ho firmato, e i perché sono tanti. Perché, come dopo tutte le manifestazioni, ognuno resterà della propria opinione: chi è contro di Lui resterà contro di Lui, chi è per Lui crederà alla versione data da Lui (a grandi linee: iniziativa pretestuosa della Sinistra che vuole sovvertire il voto popolare, gli Italiani sono con me). Perché, per male che possa fare il sentirselo dire, gli Italiani sono davvero con Lui. Forse gli italiani sono come Lui. Perché, manifestazioni o non manifestazioni, zoccolette pronte ad accorrere per soddisfarlo ce ne saranno sempre. Perché, anche ammesso che Lui cada, o lasci, qual è l'alternativa? A sinistra, taccio per carità di patria; a destra, c'è Fini, ed è tutto dire; al centro, come sempre, governa la forza di gravità e confluisce la merda. Ma soprattutto perché più passa il tempo, più mi convinco che Berlusconi sia molto meno la causa che non la conseguenza di quel che oggi ci succede intorno. Perché, se c'è un evento che condivido con la mia generazione, è il funerale della Speranza. Non la speranza, proprio la Speranza, quella con la S maiuscola, insomma l'Utopia, il Grande Cambiamento, o come volete chiamarlo. Quando dico "la mia generazione", parlo di coloro che oggi sono tra la fine dei venti e l'inizio dei quarant'anni; quelli nati tra l'ultimo scorcio degli anni Sessanta e i primissimi anni Ottanta (io sono esattamente nel mezzo: 1975). Odio parlare al plurale, ma per una volta consentitemi di farlo. Noi conserviamo tra le nostre prime memorie i cartoni giapponesi. Noi abbiamo cominciato a prendere coscienza dell'Eterno Femminino grazie a Edvige Fenech, Gloria Guida, Lamu, Occhi di Gatto, Colpo Grosso, Drive In e i cataloghi della biancheria intima di Postalmarket. Noi eravamo tra l'infanzia e la prima adolescenza quando sono comparsi in casa dei grossi e goffi scatoloni che abbiamo imparato a chiamare “personal computer”. Noi abbiamo acquisito una coscienza politica tra gli ultimi sinistri bagliori della Prima Repubblica e conserviamo un flebile ricordo di nomi che oggi sanno di preistoria: Dc, Psi, Pli, Pci, Cigiellecisleuìl, Craxi, Occhetto, De Mita, Pentapartito, Forlani, Gava, Goria, Spadolini. Noi eravamo adolescenti, o poco più, quando abbiamo visto crollare muri, bandiere, statue, abbiamo guardato in TV statisti poco prima potenti e osannati e ora bersagliati da insulti e monetine, bombe sulle autostrade, guerre sull'altra sponda del mare; abbiamo visto tramontare per sempre un simbolo glorioso e infame, e lasciare al suo posto un deserto che nessuno ha ancora popolato. Noi abbiamo accolto i primi modem, macchine fracassone, tardigrade, l'avanguardia del futuro. Noi abbiamo sentito parlare di Mani Pulite, di Seconda Repubblica, di fine della Storia. E si è visto come è andata a finire. Noi abbiamo assistito agli anni Novanta: la discesa nel Maelstrom, la morte cruenta di tutto quanto di buono e di cattivo aveva prodotto il Novecento. Noi abbiamo imparato dall'esperienza dei nostri padri e dei nostri nonni: e ci siamo abituati, forse per la prima volta, a pensare che saremmo stati peggio di loro; a non pensare al futuro, perché un futuro non c'era, e se anche c'era era meglio non vederlo.
a tutte le donne che si amano in qualche istante segreto. A quelle che si conoscono appena che un destino diverso trascina e che non si ritrovano più.
A quella che si vede apparire un secondo alla sua finestra e che veloce svanisce ma la cui sagoma slanciata è così graziosa e delicata che si indugia raggianti.
Alla compagna di viaggio i cui occhi, paesaggio affascinante, fanno sembrare breve il cammino, che sei il solo, forse, a comprendere e perciò la lasci scendere senza averle sfiorato la mano.
A quelle che sono già prese e che, vivendo delle ore grigie vicino a una persona troppo diversa, ti hanno, inutile follia, lasciato vedere la malinconia di un avvenire disperato.
Care immagini intuite speranze di un giorno deluse sarete nell'oblio domani. Per poco che la felicità ritorni è raro che ci si ricordi degli episodi del cammino.
Ma se si è sbagliata strada si sogna con un po' di desiderio tutte quelle felicità intraviste i baci che non si è osato prendere i cuori che devono aspettarti gli occhi che non si sono mai rivisti.
Allora, nelle sere di stanchezza, mentre si popola la propria solitudine con i fantasmi del ricordo, si piangono le labbra assenti di tutte le belle passanti che non si sono sapute trattenere.
Ivo Milazzo/Fabrizio Càlzia, Uomo Faber, La Repubblica-L'Espresso, 2010 (pp. 107 + 12 non num., € 9,90)
De Andrè, De Andrè, De Andrè, tutti lo cercano, tutti lo vogliono, tutti lo rivendicano, persino quelli a cui lui in vita avrebbe sputato in faccia. Libri, tesi di laurea, dvd, raccolte, dischi di cover: ormai gli omaggi non si contano più. È un bene? È un male? Certo, ormai De Andrè sembra trasformato in un santino laico (e forse nemmeno tanto laico), ma in fondo non è questo lo scotto da pagare per la grandezza? Detto questo: Fabrizio Càlzia e Ivo Milazzo sono genovesi come De Andrè. Il primo è uno scrittore che (a quanto apprendo da una rapida ricerca sul web) finora si è occupato soprattutto di calcio. Il secondo è uno dei maestri del fumetto italiano (vi dice niente il nome “Ken Parker”?). Per fortuna, questo “Uomo Faber” non è una biografia. Dico "per fortuna" perché, per motivi che sarebbe lungo spiegare, ho sempre avuto in forte sospetto le biografie romanzate (o, in questo caso, "fumettate"). La narrazione parte con De Andrè che, alla vigilia di una delle sue ultime tournée, parte all'improvviso per tornare sui luoghi della sua infanzia: e lì, ospite di Nina, la sua vecchia amica degli anni d'infanzia (quella di “Ho visto Nina volare”, per intenderci) parte un viaggio onirico all'interno della sua vita e della sua musica. C'è la Genova degli anni Cinquanta, l'attrazione per i reietti, ci sono gli amici di gioventù, il rapporto tormentato con la famiglia, c'è Mauro Pagani, c'è il rapimento in Sardegna, il tutto impastato con il lievito surreale del sogno. Qualche tono un po' agiografico di tanto in tanto scappa, e in certi punti il testo è fin troppo didascalico, ma i disegni di Milazzo valgono da soli la spesa, e tutto sommato il ritratto di De Andrè che ne esce è molto più accurato, sfaccettato e riuscito di tante altre cose che si leggono in giro.
(L'introduzione, purtroppo, è di Vincenzo Mollica, ma si può sopravvivere a ben altro).
"Le Nuvole" fu il primo disco di De Andrè che comprai. Era il 1990, avevo 15 anni e c'erano ancora gli lp in vinile. Sulla copertina, la foto delle nuvole aveva un effetto di iridescenza poi sparito nella versione in cd. Avevo scoperto De Andrè qualche anno prima, grazie a una compilation intitolata "Donna d'autore". Uscì nel 1987, era una raccolta di canzoni che avevano nel titolo nomi di donna ed è responsabile anche del mio innamoramento per De Gregori (c'era Alice: devo aggiungere altro?) e del mio rapporto di odio-amore per Battisti (Anna). C'erano anche Gianna di Gaetano, Agnese di Ivan Graziani,Wanda di Paolo Conte, Così non va Veronica di Bennato, e poi roba di Dalla, Ron, Baglioni, e ovviamente Margherita di Cocciante, che da allora cominciai a odiare. Di De Andrè c'era la traduzione di Suzanne di Leonard Cohen.
"Le Nuvole", letteralmente, lo consumai a forza di ascoltarlo, anche se all'epoca molti dei testi mi suonavano misteriosi, criptici. Ma questo non mi impediva di sentirne l'enorme forza poetica. Forse quella che capii meglio, allora, fu Don Raffaè.
Ovviamente era la canzone più esplicita e diretta, citava fatti di cronaca (le "Carceri d'oro", la Baggina, chi se le ricorda più oggi?) e c'era anche quella musica decisamente accattivante. A poco a poco cominciai ad apprezzarne l'ironia, a capire come la canzone giocasse con tutti i luoghi comuni della napoletanità: o' ccafè, Cicerenella, la tarantella. De Andrè la cantava con una voce strascicata, che disegnava con meravigliosa efficacia il ritratto di un napoletano disilluso, arreso allo squallore, inconsapevole della sua stessa miseria morale. La sua massima ambizione era sistemare il fratello disoccupato e "fare presenza" al matrimonio, facendosi prestare il cappotto dal boss della camorra. "Don Raffaè", che ovviamente era, in filigrana, Cutolo. L'uomo "sceltissimo immenso", l'unica autorità morale riconosciuta, nel vuoto di uno Stato che "si costerna s'indigna s'impegna / poi getta la spugna con gran dignità" (passeranno due anni, e nel 1992 due esplosioni in Sicilia faranno capire che quello Stato stava tramando ben di peggio). Insomma, un capolavoro di sottile, tragica ironia. Ce n'è anche una versione live in duo con Roberto Murolo, che da quel gran signore che era ne dà un'interpretazione parlata, anzi sussurrata, tristissima.
Ora, mi domando: c'è un modo per distruggere questo capolavoro? Certo che c'è: darla in mano a un idiota. Uno che la fraintenda completamente. Uno che abbia l'idea folle di inserirci una penosa imitazione di Totò che fa la marionetta. Insomma, uno che sia la personificazione proprio di quella napoletanità macchiettistica che la canzone mette in scena con disincantato distacco. Guardate, e disperatevi.
Probabilmente De Andrè si sarebbe messo a ridere. Quanto a me, l'ultimo mio desiderio è contribuire alla sua riduzione in santino, che mi pare sia già arrivata a uno stadio piuttosto avanzato. Però, come si fa ad ascoltare questa canzone e a non pensare che quest'uomo, quasi vent'anni fa, ancora sulla soglia di quella discesa nel fango che sono stati gli anni Novanta, aveva già capito tutto? Perché c'è già tutto: la morte degli ideali, la volgarità imperante, le conversioni e le autoassoluzioni, la tragedia mascherata a festa, la "pace terrificante" che oggi stiamo vivendo. Una sola cosa è sbagliata: gli ultimi versi. Il cuore d'Italia non si è levato, nessuno ha protestato, e nessuno sembra intenzionato a farlo.
La domenica delle salme (da "Le Nuvole", 1990)
Tentò la fuga in tram verso le sei del mattino dalla bottiglia di orzata dove galleggia Milano non fu difficile seguirlo il poeta della Baggina la sua anima accesa mandava luce di lampadina gli incendiarono il letto sulla strada di Trento riuscì a salvarsi dalla sua barba un pettirosso da combattimento
I Polacchi non morirono subito e inginocchiati agli ultimi semafori rifacevano il trucco alle troie di regime lanciate verso il mare i trafficanti di saponette mettevano pancia verso est chi si convertiva nel novanta ne era dispensato nel novantuno la scimmia del quarto Reich ballava la polka sopra il muro e mentre si arrampicava le abbiamo visto tutti il culo la piramide di Cheope volle essere ricostruita in quel giorno di festa masso per masso schiavo per schiavo comunista per comunista
La domenica delle salme non si udirono fucilate il gas esilarante presidiava le strade la domenica delle salme si portò via tutti i pensieri e le regine del "tua culpa" affollarono i parrucchieri
Nell’assolata galera patria il secondo secondino disse a Baffi di Sego che era il primo si può fare domani sul far del mattino e furono inviati messi fanti cavalli cani ed un somaro ad annunciare l’amputazione della gamba di Renato Curcio il carbonaro il ministro dei temporali in un tripudio di tromboni auspicava democrazia con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni voglio vivere in una città dove all’ora dell’aperitivo non ci siano spargimenti di sangue o di detersivo a tarda sera io e il mio illustre cugino De Andrade eravamo gli ultimi cittadini liberi di questa famosa città civile perché avevamo un cannone nel cortile
La domenica delle salme nessuno si fece male tutti a seguire il feretro del defunto ideale la domenica delle salme si sentiva cantare quant’è bella giovinezza non vogliamo più invecchiare
Gli ultimi viandanti si ritirarono nelle catacombe accesero la televisione e ci guardarono cantare per una mezz’oretta poi ci mandarono a cagare voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio coi pianoforti a tracolla travestiti da Pinocchio voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti per l’Amazzonia e per la pecunia nei palastilisti e dai padri Maristi voi avete voci potenti lingue allenate a battere il tamburo voi avevate voci potenti adatte per il vaffanculo
La domenica delle salme gli addetti alla nostalgia accompagnarono tra i flauti il cadavere di Utopia la domenica delle salme fu una domenica come tante il giorno dopo c’erano i segni di una pace terrificante
mentre il cuore d’Italia da Palermo ad Aosta si gonfiava in un coro di vibrante protesta
"Non mi piace l'autocommiserazione dell'artista, la sua bramosia di suscitare pena e simpatia raccontando quanto sia dura fare ...
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