lunedì 27 settembre 2010

powerhouse - part 1



http://www.youtube.com/watch?v=v7YAU8CTInw


Eudora Welty (1909-2001) è quasi sconosciuta in Italia, ma in America gode di una certa fama. I suoi racconti sono ambientati principalmente nel Sud degli Stati Uniti; un Sud rurale, vagamente faulkneriano, spesso opprimente nella sua ipocrita grettezza.
Ma Eudora Welty scrisse anche un racconto che è un unicum nella sua produzione. Si intitola "Powerhouse" e uscì nella sua prima raccolta, A Curtain of Green (1941).
Pare sia stato scritto di getto, dopo aver assistito a un'esibizione del grande Fats Waller; c'è chi l'ha definito "il più bel racconto a tema jazzistico mai scritto". Di certo, questa donnina del Mississippi riuscì a cogliere certi aspetti della musica afroamericana con un'acutezza unica. In particolare, colse alla perfezione l'effetto perturbante e insieme ipnotico che la vitalità dionisiaca del jazz esercitava sul pubblico bianco di quegli anni.
Il protagonista, Powerhouse, è un pianista jazz, in tournée con la sua band in un paesino del Mississippi; il personaggio è esplicitamente modellato su Waller, fisicamente e caratterialmente. La trama è piuttosto semplice: Powerhouse suona e racconta una storia. Una storia macabra, triste, truculenta. Poco importa che sia vera o no: l'importante è che lui la racconta, la varia, ci improvvisa, con l'agilità di un'acrobata.
Una perfetta metafora per quel gioco rischioso e affascinante che è l'improvvisazione.

Non credo che "Powerhouse" sia mai stato tradotto in italiano (come quasi tutta l'opera della Welty, del resto).
Io mi ci sono
imbattuto l'anno scorso, mentre raccoglievo materiale per una conferenza su jazz e letteratura. Mi è piaciuto talmente tanto che ho deciso di tradurlo io, e di farlo eseguire a un attore, con accompagnamento musicale.
Ve lo propongo: in più parti, perché è lunghetto. Questa è la prima.

* * *

Powerhouse sta suonando!
È qui in tour, direttamente da New York – “Powerhouse e il suo pianoforte” – “Powerhouse e i suoi Tasmanians” – pensa quanti nomi si è dato! Non ce n'è un altro al mondo come lui. Impossibile dire che cos'è. “Un nero”?... sembra più un asiatico, una scimmia, un ebreo, un babilonese, un peruviano, un fanatico, un diavolo. Ha occhi grigio chiaro, palpebre pesanti, forse ruvide come quelle di una lucertola, ma occhi grandi e ardenti quando li tiene aperti. Ha piedi africani della taglia più grossa, che battono, tutti e due insieme, su entrambi i lati dei pedali. Non è nero carbone – color beveraggio – sembra un predicatore finché tiene la bocca chiusa, ma poi la apre: vasta e oscena. E la sua bocca non sta mai ferma: come quella di una scimmia quando è in cerca di qualcosa. Improvvisa, arriva su una melodia leggera e infantile – smack – la ama con la bocca.
È mai possibile che sia proprio lui, questo! Quando ce l'hai lì, a suonare per te, è così che ti senti. Lo sai, le persone su un palco – le persone di una razza più scura – è così facile che siano meravigliose, spaventose.
Questo è un ballo per bianchi. Powerhouse non è un esibizionista come i ragazzi di Harlem, non è ubriaco, non è matto – è in trance; è un uomo di gioia, un fanatico. Tanto suona, quanto ascolta, con un orrendo, potente rapimento che gli traspare sulla faccia. Quando suona, calpesta pianoforte e sgabello e li schianta. È sempre in movimento – ci può essere qualcosa di più osceno? Eccolo lì, con la sua gran testa, il grosso stomaco, e piccole gambe rotonde a pistone, e lunghe forti grosse dita dalle falangi gialle, che a riposo sono quasi della misura di banane. Ovviamente sai come suona – l'hai sentito sui dischi – ma aspetta di vederlo. È sempre in movimento, come se pattinasse tutto attorno alla pista, o se spingesse una barca a forza di remi. Tutti gli si affollano attorno, qui nella sala senza ombre, foderata d'acciaio, con i poster rosati di Nelson Eddy e il certificato del cavallo telepate, manoscritto e ingrandito cinquecento volte. Poi, con tutta tranquillità, posa il dito su un tasto con la sicurezza e la serenità di una sibilla che tocca il libro.
Powerhouse è così mostruoso che spedisce tutti nell'oblio. Lo sai, quando arriva in città un qualche gruppo, o un qualche spettacolo, la gente esce a dare un'occhiata, si affaccia per capire di che si tratta. Che cos'è? Ascolta. Ricorda com'è andata con gli acrobati. Guardali con attenzione, ascolta fino alla minima parola, specialmente quel che si dicono l'un l'altro, in un'altra lingua: non lasciarteli scappare; è l'unica occasione per l'allucinazione, l'ultima occasione. Non possono restare. Domani a quest'ora saranno altrove.

(... continua)

5 commenti:

amanda ha detto...

spero di avere tempo questa sera per leggere il tuo post, ma sono curiosa di sapere com'è andato ieri il tuo reading :-)

sergej ha detto...

il reading è andato bene, a parte lo strapazzo di fare perugia-rimini e ritorno nella stessa giornata (al ritorno, pure con la pioggia e 5 km di fila al valico del verghereto).
l'unico problema è che, nonostante ci fosse un programma abbastanza preciso, con tempi ben precisi (5 minuti) assegnati a ciascuno, la maggior parte, secondo il tipico (mal)costume italiano, se n'è fregata e ha sbracato fino a 10-15 minuti e oltre...
quando ho letto io, cioè più o meno a metà pomeriggio, erano già con più di mezz'ora di ritardo.
per il resto, tutto bene, bella esperienza.
ah, sì, e poi c'era la mia bambina che per tutto il mio inter, in piedi in bilico sulla sedia, ha continuato a gridare: "quello è il mio papà! tutti accottano il mio papà! io mio papà ttà di laggiù e legghe, pecché lui è glande!"...

amanda ha detto...

che vuoi farci ognuno ha i suoi eroi ;-)

Clary ha detto...

ti adoro! la mia insegnante di lingua e letteratura anglo-americana ha deciso di fare una lezione su questo testa ma giustamente ce l'ha proposto in inglese.... purtroppo io l'inglese nn lo digerisco quindi mi sei di grande aiuto!
Grazie!

sergio pasquandrea ha detto...

lieto di essere d'aiuto.
(però, magari, poi leggi anche il testo originale inglese, che è molto meglio della mia traduzione).