domenica 19 settembre 2010

di gabbie e di telescopi

Oggi sono venticinque anni dalla scomparsa di Italo Calvino, che fu colto da un ictus nella sua casa di Castiglion della Pescaia il 18 settembre del 1985 e morì a Siena la notte seguente.
Negli ultimi giorni sto meditando su un post letto nel blog La scuola dei cadaveri: una caustica - e intelligente - stroncatura proprio di Calvino.
Non solo e non tanto del Calvino scrittore in sé, ma del mito-Calvino, del canone-Calvino che negli ultimi 15 o 20 anni si è consolidato nell'accademia e nella scuola italiana.
Un post con cui sono d'accordo solo in parte, ma che contiene una porzione importante di verità, ad esempio quando parla dell'indubbio e innegabile fiuto che Calvino ebbe per l'autopromozione. Buon ligure, in questo, senza dubbio.
Insomma, per chi, come me, Calvino lo ha amato molto, lo ha assimilato per intero (credo di aver letto la sua opera-quasi-omnia, o poco ci manca) e poi lo ha giocoforza abbandonato (credo di non leggere una sua pagina da almeno una decina d'anni), qualche riflessione è inevitabile.
Prima riflessione è che la canonizzazione uccide gli scrittori, sempre. Uno scrittore in un'antologia è già un cadavere letterario. E Calvino non fa eccezione.
Però, seconda riflessione, Calvino fu qualcosa di più dello scrittore lucido e neoilluminista e ironico e volatile che vogliono spacciarci.
Il problema - e qui veniamo al nocciolo - è che lui stesso tentò sempre, disperatamente, di sfuggire a quella sostanza prettamente tragica che era nella sua vera natura, e che - suo malgrado - emerge, ogni tanto, nelle sue pagine migliori.
Calvino finì per rifugiarsi nella propria bravura e intelligenza, che ci sono, innegabili. E che alla fine divennero una gabbia (gabbia che si era costruito con le sue stesse mani, e lo sapeva benissimo anche lui: provare a leggere "Mondo scritto e mondo non scritto" per credere).
Per esempio: "Le città invisibili", una volta spogliato degli ingegnosi giochi strutturali che mandano tanto in sollucchero la critica accademica, contiene alcune pagine di puro lirismo che sono tra le sue più belle.
Il problema è che Calvino si illuse sempre di poter fare i conti con il reale ingabbiandolo, invece che entrando lui stesso, in prima persona, nella gabbia ad affrontarlo. Calvino finì per trasformarsi in Palomar, nell'uomo-telescopio che osserva il mondo da dietro una lente: e che (c'è da meravigliarsi?) il mondo non riesce più a toccarlo.
E forse lo aveva capito anche lui, se negli ultimi anni stava lavorando al progetto sui cinque sensi, quello che poi fu pubblicato, incompiuto, in "Sotto il sole giaguaro".
Il Calvino più vivo, più vero, resta per me quello che, ne "La giornata di uno scrutatore", fa cozzare il proprio illuminismo con l'irraccontabile e l'indicibile per antonomasia: il dolore, la deformità, la sofferenza.
E' quello il Calvino che avrei voluto continuare a vedere, e che invece si è perso.

7 commenti:

Davide Ruffini ha detto...

ciao sergio.
delle volte ho riflettuto su una 'cosa' di letteratura. e mi è capitato di pensarci perché, come te, scrivo (per favore sgrassiamo questo termine di auliche auree e divismo di seconda mano...). e scrivendo mi sono accorto che, volendo raccontare a forfait, ci riempivo un romanzo coi miei manicomi. voglio dire, mancava di organicità (non sono per un realismo forsennato, però, è anche vero, reputo il reale una pezza d'appoggio imprescindibile per cominciare). allora, accocchiando tutto, mi sono detto che il talento e il genio sono natura, ma una grande opera letteraria è immane fatica e grande (s)fortuna. questo per dire che non a tutti gli uomini, per coincidenze o per inclinazione, capita di farsi camminare addosso dalla Storia (quella colla maiuscola). la Storia è sempre dolorosa, le storie possono essere anche a lieto fine. quindi da una parte la Storia schiaccia l'artista, ma dall'altra, se hai talento, gli dà materia, tema, magma di racconto e trasposizione. ecco è questa la (s)fortuna.
Calvino, ed è per questo che ho citato nel mio post la Resistenza, non ha resistito veramente. Calvino era un pantofolaio. il miglior Calvino che io abbia letto (oltre alle città invisibili) è il Calvino della bellissima raccolta della Strada di San Giovanni. se a Calvino la seconda guerra mondiale fosse entrata nelle ossa, non avrebbe avuto modo di aumentare quello che tu dici, cioè la distanza dalla gabbia, non avrebbe trattato il racconto autobiografico come un esercizio di stile (per dirla alla Queneau), avrebbe fatto i conti coi fantasmi e coi prigionieri delle sbarre. sarebbe diventato un poeta, perché il talento è vivo, enorme, in lui e avrebbe lasciato alla deriva la chiave del buon intellettuale, del buon parlato, del buon borghese. in Calvino c'è la sfortuna/fortuna di non aver assaporato il dolore, nella sua vita calma e agiata, e la scelta di lasciar deperire tra la scartoffia un dono che la natura gli aveva consegnato, assieme alla dedizione al lavoro, alla precisione e alla mania di perfezionismo.

Davide Ruffini ha detto...
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Davide Ruffini ha detto...

aggiungo un'altra cosetta: non è un caso, ed anzi si riallaccia al di sopra, che Calvino soffrisse di un grande complesso di inferiorità nei confronti di Samuel Beckett. un autore che, ricorda il buon Gianni Celati, Calvino non volle mai incontrare perché vedeva in lui, lo scrittore che avrebbe voluto essere e non sarebbe mai diventato. insomma, Beckett non abbisogna di presentazioni, credo però che sia stato, nel 9oo, assieme al maestro Joyce, l'intellettuale di estrazione che più ha saputo spingere la prosa e il teatro (da alti, accademici) a toccarsi coi ceppi della vita, non serve a molto infatti quella freccetta di bussola che lo indica come teatrante dell'assurdo... in Beckett c'è tutto il dolore di questo mondo.

un saluto e scusa le lungaggini

sergej ha detto...

sai, credo che paradossalmente (ma forse nemmeno tanto) l'opera di calvino in cui temi angosciosi e dolorosi vengono più fuori sia "il castello dei destini incrociati".
ossia quella che, apparentemente, è la sua opera più costruita e intellettuale: ma nella quale spesso emerge una vena cupa, quasi apocalittica, che non ho più ritrovato in altre sue opere.

lillo ha detto...

il discorso per certi versi è giusto (voglio dire che è giusto ridare a ciascuno il suo posto) ma talvolta mi pare un pò forzato: è come se si rimproverasse a calvino di essere stato appunt calvino e non un uomo migliore da calvino che calvino avrebbe potuto essere se solo avesse voluto... ma come si fa ad essere diversi da se stessi? bella rogna.

ho ritrovato in libreria la strada di san giovanni, è vero, è davvero un bel libro. mentre jonathan coe, quando dice che calvino lo ha enormemente influenzato, cita come primo libro proprio il castello dei destini incorociati. però adesso vado a leggermi celati.

Davide Ruffini ha detto...

@Lillo.
revisionismo è una parola debosciata. non parlerei di revisionismo quando una generazione giovane- e attenta e pensante- non lascia all'imposizione dottrinale, accademica, la passiva e acritica accettazione del modello proposto, ma lo discute, lo prende in mano e lo gira cogli occhi accesi. non dovrebbe esistere il concetto di intoccabile. trovo sinceramente che troppa gente si convinca del giusto attraverso processi assolutistici del giusto. dalla tv, all'informazione, alla scuola, tutta propaganda di parrocchia. non ci piove che Calvino sia un altro pianeta rispetto a Moccia (è un paragone impensabile), ma è un altro pianeta rispetto a Saviano, Avallone, le uova di Buttafuoco, Camilleri, lucarelli. il fatto di aver prepotentemente spalmato Calvino sulla scuola non è solo colpa di Calvino, è vero, ma è la risultante di un'adesione che Calvino prese, a discapito della sua natura più profonda (in questo sono d'accordissimo con Sergio). voleva diventare QUEL TIPO d'autore e lo divenne. la scuola oggi trova comodo riservargli tanti metri, Calvino non disturba, è un primo della classe, è nato per alzare il dito prima di parlare. ed è stato canonizzato per bene, non crea disturbo nemmeno ai professori che lo conoscono e possono superare il pesante ermetismo con un moderno limpido, leggero e soprattutto consacrato.
vedrai che, passati alcuni anni, il pessimo scrittore Saviano, con un po' di fortuna, verrà prescritto alle medie assieme al compasso, ai fogli squadrati, alle matite a scatto. pigrizia critica e malcostume.

lillo ha detto...

sì forse, revisionismo non era la parola adatta... cmq con l'immagine di saviano studiato a scuola sei riuscito a mettermi i brividi addosso, devo dire... ma sono d'accordo, viva la messa in discussione dei modelli, sempre! :)