mercoledì 6 maggio 2009

consigli

La vita di Lord Philip Dormer Stanhope, quarto conte di Chesterfield (1694-1773), fu un monumentale fallimento; ma le sue "Lettere al figlio", piene di consigli ora saggi ora ironici sul savoir vivre, traboccanti di brillanti aforismi sulla società e sulla vita umana, restano uno dei testi più arguti e penetranti del Settecento inglese. Ognuno ne tragga le conclusioni che preferisce.

* * *

Una mente debole è come un microscopio: ingrandisce le cose futili, ma è incapace di percepire quelle grandi.

Il saggio vive a misura della sua intelligenza, così come delle sue rendite.

Non fidarti di coloro che ti amano sulla base di una conoscenza superficiale e senza alcuna ragione visibile.

A volte mi dò consigli ammirevoli, ma sono incapace di seguirli.

Non dò mai consigli su problemi di religione e di matrimonio, perché non voglio avere sulla coscienza i tormenti altrui, in questo mondo o nell'altro.

L'inferiorità è quel che ti piace nei tuoi migliori amici.

Non apparire mai più intelligente né più istruito delle persone con cui sei. Indossa la cultura, come l'orologio, in una tasca nascosta, e non tirarla fuori e non mostrarla solo per far sapere che ce l'hai.

I politici non amano né odiano. È l'interesse, non il sentimento, a guidarli.

Il sesso: piacere momentaneo, posizione ridicola, spesa deprecabile.

Meno cose uno ha da fare, meno tempo trova per farle.

I ricchi sono sempre prodighi di consigli con i poveri, ma i poveri raramente ricambiano il favore.

Non c'è niente che gli uomini sopportino con più insofferenza, o perdonino meno, che il disprezzo: si dimentica prima una ferita che un insulto.

Per governare gli uomini, non bisogna sopravvalutarli.

Qualunque cosa sia degna di esser fatta, è degna di esser fatta bene.

Quando una persona è alla moda, tutto ciò che fa è giusto.

Chiunque va di fretta dimostra che ciò che sta facendo è troppo grande per lui.

I giovani tendono a considerarsi abbastanza saggi, proprio come gli ubriachi tendono a considerarsi abbastanza sobri.

Sii più saggio degli altri, ma non farglielo sapere.

martedì 5 maggio 2009

beatles 1 - schegge

Si potrebbero dire un sacco di cose su queste due canzoni.
Ad esempio ci si potrebbe chiedere chi fosse la ragazza che mandò John in bianco e dove lui abbia acceso quel focherello finale con il legno norvegese (in un camino? o in tutto l'appartamento?),
oppure si potrebbe parlare del sitar di George che si affaccia timidamente sulla scena della popular music.
Oppure si potrebbe dire di quella volta che i Fab Four, insieme ai Byrds e a Peter Fonda e a un bel po' di ragazze non meglio identificate, si fecero un trip di acidi nella loro villa di Beverly Hills, poi si misero a chiacchierare in una enorme vasca da bagno vuota e Fonda cominciò a raccontare di quando da piccolo era stato sul punto di morire per un colpo di pistola e disse che lui “sapeva che cosa vuol dire essere morto”, e John si spaventò a morte e gli disse di piantarla e per esorcizzare la paura ci scrisse sopra la canzone. O ancora si potrebbe parlare del drumming ipercinetico del sempre vituperato Ringo Starr.
Ma in fondo che importa? Meglio presentarle così, come piccole schegge di purissimo cristallo, immacolati gioiellini pop.
(Cliccare sui titoli per ascoltare le canzoni)

* * *

Legno norvegese

Una volta ebbi una ragazza,
o dovrei dire che una volta lei ebbe me.
Mi mostrò la sua camera:
buono, vero? Legno norvegese.

Mi chiese di restare
e mi disse di sedermi da qualche parte,
quindi mi guardai intorno
e notai che non c'era una sedia.

Sedetti sopra un tappeto,
mi presi il mio tempo, bevetti del vino.
Parlammo fino alle due
poi lei disse: è tempo di andare a letto.

Mi disse che la mattina lavorava
e cominciò a ridere.
Le dissi che io no
e me ne andai a dormire in bagno.

E quando mi svegliai
ero solo, l'uccellino era volato via.
Perciò accesi un fuoco.
Buono, vero? Legno norvegese.

* * *

Lei disse lei disse

Lei disse: lo so com'è essere morti
lo so che cos'è essere tristi.
Mi fa sentire come se non fossi mai nato.

Io dissi: chi ti ha messo queste cose in testa?
Cose che mi fanno sentire matto
e mi fai sentire come se non fossi mai nato.

Lei disse: non capisci che cosa ho detto
io dissi: no, no, no, ti sbagli.
Quando ero ragazzo
tutto era a posto.

Io dissi: anche se tu sai quel che sai
io so che sono pronto ad andarmene
perché mi fai sentire come se non fossi mai nato.

Lei disse: non capisci che cosa ho detto
io dissi: no, no, no, ti sbagli.
Quando ero ragazzo
tutto era a posto.

Io dissi: anche se tu sai quel che sai
io so che sono pronto ad andarmene
perché mi fai sentire come se non fossi mai nato.

Lei disse (lei disse)
lo so com'è essere morti (lo so com'è essere morti)...

lunedì 4 maggio 2009

sillogismi


La mia nipotina di quattro anni.
"Papà, se io mangio cresco, se cresco divento grande, e le persone da grandi invecchiano e muoiono e volano in cielo. Quindi io non mangio, perché se non mangio non cresco, e se non cresco non muoio".

(Il giorno prima aveva chiesto alla mamma se prima o poi anche lei sarebbe volata in cielo, e al "sì" della mamma era scoppiata in un pianto disperato.
Io l'ho sempre detto che i bambini sono dei geni).

tre poesie di Davide Rondoni


Di Davide Rondoni avevo già parlato.
Questo è quel che ho trovato, e ognuno giudichi da sé.

* * *

Bartolomeo

Quando anche tu ti fermerai in questo grande
autogrill e il viso stanco
vedrai rapido
sui vetri, sull'alluminio del banco,

sarà una sera come questa
che nel vento rompe la luce
e le nubi del giorno, sarà
un grande momento:
lo sapremo io e te soli.
Ripartirai
con un lieve turbamento, quasi
un ricordo e i silenzi delle scansìe di oggetti,
dei benzinai, dei loro berretti,
sentirai alle tue spalle leggero
divenire un canto.

La felicità del tempo è dirti sì,
ci sei, una forza segreta
uno sgomento ti fa, non la mia
giovinezza che cede, non l'età
matura, non il mio invecchiamento -
la nostra vera somiglianza
è là dove non si vede.

Mio figlio, mio viaggiatore,
sarà il tuo inferno, la tua virtù
questo udito da cane o da angelo
che sente all'unisono il giro dei pianeti
e la pastiglia cadere nel bicchiere
due piani sotto, dove due vecchi
si accudiscono.
Sarà questo amore strepitoso
tuo padre, quello vero.

Fermati ancora in questo autogrill,
dal buio mi piacerà rivederti...

* * *

Via Vizzani, Bologna

I colori accesi del video sbiadiscono -
sta salendo l'alba
nel riquadro della finestra,
in una stanza dai mobili ancora provvisori,
in questa città italiana e feroce.
Miller scrisse
che saremmo tutti divenuti Rimbaud
e stanotte si è alzata
la mia sensibilità come un fischio
d'erba alle labbra di un giovane dio.
E ora che forza
il bianco dei primi grandi lenzuoli
appesi ai balconi, che stracci
di sonno nei rami degli alberi,
che eternità nella linea chiusa degli occhi
di mia moglie e che annunci
nel battito in gola dei colombi.
Ci sono notti gravi come stragi
e altre leggere come sogni
e notti che passano rapide
come shock in sguardi femminili.

Solo ora, nella luce interna dell'alba,
mi accorgo che qualcosa si è mosso
al centro dell'universo,
quella maglia l'ha rotta
una prima saetta di rondine,
un velo dal cielo forse s'é scosso
rivelando un azzurro estremo,
o era in moto la sotterranea faglia.

(Oppure il sorriso mezzo scemo di un angelo
coi sacchetti della spesa
che ho visto salire di spalle
sul primo tram,
il venticinque ancora grande e vuoto...)

* * *

Incinta, dice il test

Non chiamarlo, viene
nella sua forza semilucente,
è già una parte del tuo sorriso
viene come il profumo dei boschi,
un niente, il muso improvviso
della lepre, è già una piega
nelle tue mani, siede
sul trono che diventi.

E' un aumento
che ha dismisura di nubi,
fa paura come l'inizio del vento
che piega i rami ma ravviva i colori.
Mio amore bello e pieno di tormento,
la sua impronta è già nella nostra
figura. La felicità
è l'attesa, è il tempo.

domenica 3 maggio 2009

bella stagione 2 - "E poi torna la primavera"


quell’aria cordiale che ci carezza
e bilancia la mancanza
ascolta l’usignolo che canta e ora cala nel nido
si svegliano i cuori gli uni verso gli altri freddi
nell’inverno più lungo e ulcerato
nei mesi ospedalieri
crollate le borse come piramidi di muschio
muti i merli
ci sarà la crescita di ogni cosa viva
si gonfieranno i gusci e le gemme
i rami irromperanno nel cielo
i bulbi cocciuti dei ciclamini esploderanno nei boschi.
Si potrà rimettere i piedi a terra
abitare il nostro luogo
fede è sostanza di cose sperate di cose reali e vere
non verseranno acqua come sangue le viti
per tempo potate e colme
non piangeranno le viti e il cielo ferito.

E il bel tempo ritorna
con i giorni delle primizie le foglie
e i gentili fili d’erba
saranno i giorni freschi come rose saremo liberi dai mali
se la mitezza colmerà le inutili offese
se aumenterà la cura della grazia
potrà sostenere la pazienza sempre più rara
ogni io troppo pieno che non sa indietreggiare
ogni forte che si considera il migliore
e non riuscirà il sibilante disincanto a troncare gli sforzi
di rifare la vita nuova
abbiamo già provat a immaginare l’irruzione nuova
a spalare i relitti dell’inverno al bordo della strada
non ci stancheremo di ripetere lo stesso verso
di mettere toppe e rammendi a quel che va perduto
agli andati veloci via agli anni agli amori
a cucire i graffi e le ferite
saremo risarciti sì se passiamo la soglia dell’inverno.

E poi ritorni a primavera dolce vita intera
visiteremo insieme i luoghi già visitati
indovineremo ancora una volta la bellezza trascorsa
faremo silenzio svegliandoci e faremo ancora silenzio coricandoci
si aprirà sull’Europa un cielo più ampio
si calmeranno gli uomini e le onde solcheremo i mari crespi d’azzurro
non mancheremo di nulla.
Un vento nuovo già scuote e fa ruotare i punti di vista-luce
soffiando su Roma prostrata
saranno cose le parole saranno sbalzate nel bronzo-tempo
non si potrà sempre domare la parola così sacrificata
cacciata dai cambiamonete
si potrà credere ancora e nonostante tutto
nonostante l’uomo-lupo che scorazza libero nell’epoca
nonostante quello che ci hanno trafugato e il tempo tanto eroso
il fango-tramonto che gli occhi punge e fa sempre male
i morti avranno il sole il tocco della luce i poveri i dolci frutti sui rami
verrà sì verrà la vita eterna vera di marzo.

E si udrà il ruggito della belva occidentale
con prontezza di,
con speranza di,
con la morte di,
ci ritroveremo insieme a schivare il controvento
tra le pianticelle cresciute sulle schegge del dolore
per una fresca preghiera di misericordia
per sventagliare l’alfabeto nel cielo celeste
per chiedere a Dio che siano le braccia luminose ali.

Gabriella Sica (da "Le lacrime delle cose", 2009)

sabato 2 maggio 2009

bella stagione 1 - gli alberi


Gli alberi ricominciano a fogliare
come un accenno di cose da dire
e le gemme recenti si disserrano
in un verde simile al dolore.

Forse essi sono nati nuovamente
e noi invecchiamo? No, anche loro muoiono.
Il trucco annuale di apparire nuovi
è scritto in fondo a circoli di vene.

Eppure ancora scuotono gli inquieti
bastioni alla pienezza del Maggio.
Un anno è morto, sembra ci dicano,
e di nuovo si nasce, si nasce, si nasce.

* * *

The trees are coming into leaf
Like something almost being said;
The recent buds relax and spread,
Their greenness is a kind of grief.

Is it that they are born again
And we grow old? No, they die too,
Their yearly trick of looking new
Is written down in rings of grain.

Yet still the unresting castles thresh
In fullgrown thickness every May.
Last year is dead, they seem to say,
Begin afresh, afresh, afresh.

Philip Larkin

venerdì 1 maggio 2009

primo maggio


Dedicata a tutti quelli che, come me, non sono in grado di tenere in mano nemmeno un cacciavite.

* * *

VANGARE

Tra l'indice e il pollice
sta acquattata la penna; solida come un'arma.

Sotto la finestra, un chiaro suono raspante
quando la vanga affonda con fatica nella terra pietrosa:
mio padre che dissoda. Guardo giù

finché, i fianchi tesi tra le aiuole,
si piega, risale vent'anni indietro
dondolando a tempo fra i solchi di patate
dove stava vangando.

Lo scarpone saldo sul vangile, a far leva
fermamente con il manico contro il ginocchio,
sradicava gli alti fusti, spingeva a fondo la lama lucente
per spargere patate nuove che raccoglievamo
amandone la fresca durezza tra le mani.

Santo Dio, il vecchio regge ancora bene la vanga.
Proprio come suo padre.

Mio nonno tagliava più torba in un giorno
di chiunque altro nella palude di Toner.
Una volta gli portai il latte in una bottiglia
tappata rozzamente con la carta. Si rizzò
per berla, poi si rimise subito giù

a incidere e affettare con ordine, issando le zolle
al di sopra delle spalle, su e giù
per la buona torba. Vangava.

L'odore freddo del terriccio di patate, gli schiocchi e i tonfi
della torba fradicia, i tagli bruschi della lama
attraverso le radici vive si risvegliano nella mia testa.
Ma io non ho una vanga per seguire uomini come loro.

Tra l'indice e il pollice
sta acquattata la penna.
Scaverò con quella.

Seamus Heaney