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mercoledì 16 febbraio 2011

recensioni in pillole 96 - "Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm"

J. R. R. Tolkien (a cura di Wu Ming 4), Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm, Bompiani 2010 (95 pp., 9 €)

L'ho detto e non lo nego: i Wu Ming mi stanno antipaticuzzi, però è innegabile che sanno scrivere, e che come agents provocateurs culturali sono quasi sempre intelligenti e acuti.
Poi, non so se l'ho già detto, ma comunque lo dico ora: considero Tolkien uno scrittore di gran lunga superiore ai suoi tanti epigoni e mi pare un vero peccato relegarlo nell'odiosissima categoria della “letteratura per ragazzi”.
Detto questo: Wu Ming 4 si era già occupato di questo testo in un interessante libretto che avevo letto e recensito qualche mese fa. Ora lo ripubblica, con una serie di utili apparati.
Si tratta di un racconto nato a margine della “Battaglia di Maldon”, uno dei più noti poemi dell'antica letteratura anglosassone, incentrato sull'ultima eroica battaglia del conte Beorhtnoth, anziano condottiero inglese caduto in uno scontro con gli invasori vichinghi, il 10 agosto del 991.
In estrema sintesi: Beorhtnoth ha fermato i nemici in una strettoia, dove potrebbe facilmente tenerli inchiodati; ma tutto d'un tratto cambia idea e concede loro di passare per affrontarlo in campo aperto. Grave errore, perché gli avversari, in numero soverchiante, massacrano il conte e il suo esercito per poi dilagare rovinosamente in tutto il paese.
Tolkien compie una doppia operazione, filologica e meta-narrativa. Filologica, perché rilegge uno dei termini-chiave del poema, ofermod, con il quale l'antico poeta definisce il comportamento del conte. Tolkien ne rovescia completamente l'interpretazione: non semplicemente “orgoglio”, ma “orgoglio smisurato”, “temerarietà”. Meta-narrativa, perché per sostenere la sua tesi scrive un'ipotetica prosecuzione del poema, nella quale due personaggi, Tìda e Totta, raggiungono il campo di battaglia per riportare indietro il cadavere decapitato del condottiero.
Entrambe le operazioni hanno un identico fine: una critica radicale dell'ideale eroico, basato sulla ricerca della gloria personale a scapito di qualunque altra considerazione. Secondo l'interpretazione di Tolkien, Beorhtnoth ha agito spinto dall'ambizione di conquistarsi una morte gloriosa, senza tener conto di un dovere più alto, quello di difendere l'intero paese e la popolazione a lui affidata.
Considerazione utile a quanti considerano l'epica tolkieniana un'esaltazione nazistoide dell'eroismo superomistico.
Il libro include anche il poema originale e un bel saggio dell'esperto tolkieniano Tom Shippey.

venerdì 3 settembre 2010

recensioni in pillole 64 - "l'eroe imperfetto"

Wu Ming 4, L'eroe imperfetto, Bompiani 2010 (164 pp., 10 €)

Lawrence d'Arabia, che trasforma una rivolta di capitribù arabi nella lotta di un intero popolo per una Nazione. Il conte Byrhtnoth, nobile anglosassone che, per fedeltà agli ideali eroici, getta al massacro se stesso e i suoi uomini, contro un esercito tre volte più numeroso. Aiace Telamonio, il più forte tra gli Achei, tradito dal Fato, dagli dèi avversi e dalla furbizia di Odisseo.
Tre figure che, secondo l'opinione comune, definiremmo “eroi”.
E se invece una diversa lettura fosse possibile?
È quanto vuol suggerire Wu Ming 4 nei tre saggi che compongono questo volume, e che si propongono come una de-costruzione (e ri-costruzione) della figura tradizionale dell'eroe.
Il primo saggio si apre con il richiamo al legame etimologico tra il sostantivo “poiesis” (poesia) e il verbo “poiein” (fare). Perché, argomenta l'autore, “che ci piaccia o no, i miti persistono, fuori e dentro di noi, perché è solo attraverso le narrazioni che l'umanità racconta se stessa e prende coscienza della propria esperienza storica”.
Ecco dunque che, dietro alla figura di Lawrence d'Arabia, fa capolino la tradizione della quest mistico-erotica dei cavalieri arturiani; dietro il conte Byrhtnoth si staglia la sagoma possente di Beowulf; e dietro Aiace si rivela un archetipo narrativo dell'eroe (maschio) beffato da una sfuggente, misteriosa e potentissima divinità femminile.
Ma non è finita qui: perché, continua Wu Ming 4, “quello che […] ci serve è imparare a mettere in crisi i miti con altri miti, a intervenire nella trama, rompendone l'apparente coerenza”.
E così, all'eroismo individualista e autodistruttivo di Byrhtnoth, che sacrifica le sorti della battaglia alla salvaguardia del proprio onore personale, si contrappongono le figure dei fuggiaschi, dei “codardi” scappati di fronte alla strage, ma sopravvissuti per difendere il proprio popolo nella prossima battaglia; e l'altra faccia dell'eroe orgoglioso e virile (Aiace, Achille) viene trovata nei piccoli hobbit del Signore degli Anelli, all'apparenza buffi e indifesi, ma in realtà capaci di attingere alle forze poderose e primordiali della Terra, della Vita e – last but not least – dell'umorismo (e, da quest'angolazione, il vero eroe del romanzo si rivela essere non Frodo, né Aragorn, ma piuttosto il mite e indomito Samvise Gangee).
Lettura intelligente e stimolante.

lunedì 19 luglio 2010

recensioni in pillole 60 - "Altai"

Wu Ming, Altai, Einaudi 2009 (411 pp., € 19,50)

Premetto: non ho idea di che cosa sia il N.I.E. (New Italian Epic). Non ho seguito le relative polemiche, che trovo sterili come tutte le polemiche letterarie (sono scrittori, che scrivano, cazzo; perché perdere tempo a polemizzare?). Comunque, chi fosse interessato trova ampio materiale qui.
Non ho nemmeno letto Q, il romanzo del 1999 al quale Altai si riallaccia in parte nella trama (e che, a questo punto, penso leggerò), né altro dei Wu Ming, o Luther Blisset, o come diamine si chiamano.
Ho comprato questo romanzo perché ne ho sentito parlare, mi ha incuriosito, e soprattutto mi interessavano il periodo storico (il Cinquecento) e l'ambientazione (Istambul, il Mediterraneo occidentale).
In breve: il protagonista, Emanuele, è un ebreo mezzosangue (madre ebrea, padre veneziano) che ha rinnegato il suo popolo e si è messo a fare la spia per Venezia. Finché un'accusa (falsa) di alto tradimento non lo costringe a fuggire.
Braccato, senza più patria né amici, finirà proprio tra le braccia dei nemici che ha sempre combattuto: i Turchi. E, in particolare, conoscerà Giuseppe / Yussuf, un ebreo sefardita è diventato potente presso la corte ottomana e che insegue un'utopia: conquistare un regno per dare una nuova terra alla sua gente dispersa per il mondo.
Attraverso il rapporto con Yussuf, Emanuele riscoprirà sé stesso, troverà una ragione di vita e, per la prima volta, potrà sognare di volare alto come il falco che dà il titolo al romanzo. Peccato che i sogni si debbano prima o poi scontrare con la realtà: in questo caso, gli intrighi labirintici della politica e l'irredimibile brutalità della guerra (le pagine sull'efferato assedio di Famagosta, che costituiscono il cuore del libro, sono davvero impressionanti).
Ovviamente, il finale non si rivela.
E, ovviamente, la trama ha molti agganci con l'attualità, che non sto nemmeno ad enumerare.
Giudizio? Il libro è scritto bene e l'ho letto in pochi giorni, con piacere. Per me, basta e avanza.