I genitori-bambini venivano ai colloqui in bermuda e camicia hawaiana, mi davano del tu e grandi pacche sulle spalle.Pretendevano di venir ricevuti in qualunque momento, anche se ero in commissione a correggere i compiti della maturità. Quando chiedevo perché non erano venuti prima a ritirare le pagelle, rispondevano che erano in vacanza con i figli. Vacanza-premio di fine anno, anche se il figlio era stato bocciato o aveva quattro debiti formativi.
Oppure, in seconda media, mandavano i figli in gita con cinquecento euro in tasca, o l’intera carta di credito per togliersi il pensiero.
Quando raccontavo che avevo trovato i figli tutti intorno al compagno handicappato a gridargli “mongoloide, ritardato”, rispondevano “Professò, e ce l’emo avuto tutti ‘l compagno cicciottello che lo pijavamo 'n giro, no?”.
Erano in maggioranza quarantenni, figli degli anni Sessanta e Settanta, ma ce n'era anche qualcuno che si avvicinava alla cinquantina.
I loro figli li riconoscevi: a undici anni pensavano di sapere già tutto sul sesso, avevano spesso le occhiaie per aver dormito poco, se mettevi un’insufficienza ti rispondevano “non la voglio”, e ridevano sempre, sempre, ma di una risata sinistra, vuota come le loro teste.