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sabato 17 ottobre 2009

la canzone popolare

Quando, nel 1992, uscì “Canzoni d'amore”, io ero allo zenith della mia infatuazione degregoriana (nel senso che da allora in poi cominciò a decrescere). Poco dopo l'uscita del disco, De Gregori intervenne in un programma radiofonico dove chiacchierava con il presentatore e rispondeva alle telefonate degli ascoltatori.
Durante una di queste telefonate, De Gregori chiese se poteva fare lui una domanda all'ascoltatore, e la domanda fu: “Secondo te, quelle di questo disco sono canzoni popolari?”. L'ascoltatore, chiaramente preso alla sprovvista, gli chiese che cosa intendesse con “canzoni popolari”, e De Gregori rispose “come quelle che cantavano una volta le mondine”, e citò anche La canzone popolare di Ivano Fossati, che credo fosse uscita poco prima. (L'ascoltatore, poi, cominciò a balbettare in preda all'imbarazzo, e De Gregori glissò educatamente sulla domanda).

L'episodio mi è tornato in mente durante la discussione relativa a questo post, dove presentavo qualche video di un tamarro di nome Gigione, che gira piazze e tv locali proponendo canzonacce a base di doppi sensi più o meno pecorecci, balletti collettivi e altre simili pacchianate.
L'argomento della discussione non era tanto la qualità della musica (ovviamente escrementizia), bensì se la musica di Gigione si potesse definire “musica popolare”.
Il mio interlocutore sosteneva di sì, in quanto “attinge dai sentimenti, dagli umori e dai costumi degli strati più bassi e meno sviluppati economicamente e culturalmente della popolazione”. Gigione, insomma, aderirebbe autenticamente a un “sostrato popolare oramai ben formato, definito e consolidato”.
Io invece sostenevo di no, perché per come la vedo io non si tratta affatto di un “sostrato popolare”, bensì di sottocultura televisiva di quart'ordine. La cultura “popolare” (o “contadina”, se si preferisce: e facevo l'esempio di Matteo Salvatore) nasceva dal basso, e spesso addirittura in opposizione alla cultura "alta", mentre la musica di Gigione rappresenta, secondo me, nient'altro che l'adesione supina a modelli culturali imposti dall'alto. Tale adesione può essere anche “autentica”, ossia sincera, sta di fatto che sono quei modelli ad essere falsi e artefatti.

In altri termini, per me la musica "popolare", o "folklorica" che dir si voglia, smette di esistere nel momento in cui smette di esistere un'entità chiamata "popolo", distinta culturalmente, altra rispetto alla cultura "alta". E questo è esattamente quel che è successo negli ultimi 50-60 anni, e che Pasolini aveva puntualmente predetto.
Intendiamoci: che siano scomparse certe differenze sociali, economiche e culturali mi sembra una cosa sacrosanta e giustissima, ma il problema è che nella società occidentale contemporanea il livellamento sociale e culturale provocato dai mezzi di comunicazione di massa ha creato un unico continuum culturale, che va da Briatore o Berlusconi fino all'ultima delle casalinghe. Non esiste più una cultura "popolare" distinta da quella dominante, ma solo diverse gradazioni di potere economico e mediatico all'interno di un'unica, pervasiva melassa.
La musica “popolare” si è trasformata in pop music, prodotto di un'industria culturale che ormai pervade e domina le produzioni musicali, e di questo la musica di Gigione, con i suoi scimmiottamenti pseudo-televisivi, è un esempio eclatante (e volendo potremmo parlare anche della povera taranta salentina, ormai ridotta a fenomeno da baraccone: non a caso tempo fa dicevo, scherzando ma non tanto, che dovrebbe essere proibito ballare la taranta a chi non abbia almeno 60 anni e/o non presenti una congrua dose di calli da zappa sui palmi delle mani).
Oppure, la musica “popolare” viene recuperata in maniera colta e consapevole, magari artisticamente riuscitissima, ma ormai non più “popolare”.

Insomma, questo è quanto. Chi vuol dire la sua è benvenuto.

giovedì 15 ottobre 2009

estetica dell'orrido

Credevo di aver già esplorato tutte le frontiere del trash, finché un giorno, su una TV locale, non ho visto comparire questo.
Si prega di notare la prestanza fisica dei due ballerini maschi, nonché il ragguardevole numero di pieghe adipose delle ballerine in seconda fila.



Nauseati? Ebbene sappiate che quest'uomo, nomato "Gigione", ha fatto ben di peggio. Questo, per esempio.



Siamo arrivati al fondo del fondo? Ebbene no, perché Gigione (al secolo Luigi Ciavarola, oriundo di Boscoreale), ha composto, udite udite, un album di canzoni dedicate ai santi. Fra le varie perle (San Francesco d'Assisi, Santa Chiara e via dicendo), poteva mancare Padre Pio? No, ovviamente.
Cantano i due pargoli di Gigione (sì, quest'essere si è anche riprodotto), noti con i nomi d'arte di Jò Donatello (lui) e Menayt (lei).



Curiosi di vedere Jò Donatello? Eccolo, che insieme al paparino inneggia a papa Woytila.



E infine, direttamente dal greatest hits di Jò Donatello, "Il gelatino". Il titolo, ovviamente, è un raffinatissimo gioco di parole, che si chiarisce all'ascolto del ritornello ("Ti piace il gelatino? Poi la fragolina la devi dare a me"). La tettona sullo sfondo è la sorellina Menayt.
Buon vomito a tutti.