lunedì 31 agosto 2009

sorprese


Sapete qual è la cosa più mortificante per un critico musicale? Ascoltare un disco e, dopo due o tre minuti, sapere già che cosa conterranno i prossimi pezzi. Purtroppo capita spesso, troppo spesso.
Per questo, quando si incontra qualcosa di sorprendente, è sempre una boccata d'aria fresca.
A me è capitato con gli AlasNoAxis, uno dei tanti gruppi di quel genio della batteria che è Jim Black. Il loro ultimo disco, "Houseplant", appena uscito per la Winter&Winter, è una delle cose più belle degli ultimi mesi.
Riuscite a immaginare qualcosa a metà tra il jazz e i Sigur Ros?
Se non ci riuscite, ascoltate qua:

dilettanti

Ho rischiato seriamente di fare il critico letterario.
Subito dopo la laurea, decisi di provare un dottorato in Italianistica. Ce n'era uno consorziato tra Perugia e Siena, e io feci domanda senza neanche pensarci troppo su. A dirla tutta, nemmeno mi preparai un progetto di ricerca. E a dirla proprio tutta tutta, non feci neanche quel che una persona con un minimo di comprensione delle logiche accademiche (dote che a me è sempre mancata e continua a mancare) avrebbe fatto: ossia non avvertii nemmeno il docente con cui mi ero laureato, il quale insegnava nello stesso dipartimento dove si sarebbe svolto l'esame di dottorato.
Insomma, ci andai e basta. Feci lo scritto (su Svevo). Poi feci l'orale, in cui improvvisai su due piedi un progetto di ricerca basato sulla mia tesi di laurea. Passai entrambi.
Alla fine, uscirono i risultati. I posti disponibili erano quattro: tre (appresi dopo) riservati ad altrettanti candidati portati dal docente di Siena (non ho difficoltà a dirne il nome: Romano Luperini). Il quarto in graduatoria ero io, senonché la quinta, che aveva quattro punti meno di me, aveva presentato una pubblicazione che le venne valutata cinque punti. A farla breve, mi scavalcò per un solo punto.
Quando si dice il battito d'ali di farfalla: sarebbe bastato che quella candidata non avesse avuto quella pubblicazione. Oppure sarebbe bastato che io avessi detto due paroline al relatore della mia tesi di laurea (me lo disse lui, esplicitamente, quando in seguito lo incontrai: "Pasquandrea, lei è stato ingenuo, e le ingenuità si pagano").
Poi successe che mi misi a insegnare, e poi finii, per ragioni che non sto qui a riassumere, a vincere un dottorato di ricerca in Linguistica. E a fare il critico letterario non ci pensai più.
Rimpianti? Neanche per sogno. Con gli anni ho capito che la letteratura mi piace troppo per farne il mio mestiere. Preferisco pubblicare qui le mie ruminazioni, leggere quel che mi pare quando mi pare e scriverne come mi pare, senza doverne rendere conto a nessuno.

Questa catena di pensieri deriva dalla lettura, negli ultimi giorni, di un dibattito scoppiato su Nazione Indiana. Tutto è partito da un articolo di una ricercatrice universitaria di nome Gilda Policastro (che, ho scoperto poi, ha vinto nel 2003 proprio lo stesso dottorato che non avevo vinto io tre anni prima, e ora lavora proprio qui a Perugia), intitolato Critica letteraria di nomi e di cose e pubblicato venerdì 28 agosto scorso.
L'articolo è, a mio parere, del tutto illeggibile: per lo stile, tortuoso e involuto fino all'inverosimile; per i contenuti, che sono il trionfo dell'autoreferenzialità e delle polemiche da parrocchietta travestite da discussione sui massimi sistemi; e per il tono, trombonesco e supponente. Però ha ricevuto due altri articoli di risposta: uno di Francesco Forlani, lieve e ironico com'è suo solito, e uno di Gianni Biondillo, legittimamente e sanguignamente incazzato.
Ma soprattutto, intorno ai tre articoli si è scatenata una mastodontica discussione, trasformatasi ormai in un'indegna gazzarra di insulti personali, sputi metaforici ed effusioni di intellettualismo onanistico. Tanto per dare un'idea, mentre scrivo queste righe i commenti ai tre articoli sono arrivati rispettivamente a 116 (Policastro), 22 (Forlani) e 56 (Biondillo).
Centonovantaquattro commenti per una discussione sull'aria fritta.
Se questa è la critica letteraria, qui, oggi, allora non posso che confermare: sono contento di essere un dilettante, e mi prendo il solenne impegno di restarlo.

domenica 30 agosto 2009

altrove - 3


da: Qui Poddema

Stanza degli aloni.
Una lastra. L'uomo che ci passa davanti deve lasciare un alone grande o piccolo, a seconda della propria importanza grande o piccola.
Già un bambino di cinque anni vi lascia apparire un alone notevole.
Io non riuscii a farne apparire neanche uno. E' come se fossi stato assente. Confuso, me ne andai meditando vagamente su un ritorno più fortunato che mai avvenne. Non spuntava mai nulla su quella lastra, con me davanti.
Me ne andavo, affranto, portando sempre con me l'incresciosa consapevolezza di un uomo senza alone, che sa di essere senza alone. Giacché, quale consolazione si può offrire a qualcuno che ha preso coscienza di non apparire?
Impressione che porta immancabilmente al suicidio. Abbandonai quindi il paese d'Addema per quello d'Ariddema, dove nessuno si preoccupa dell'alone né di apparire davanti a una lastra-giudice, e dove la stanza dei ricordi affliggenti è inutilizzata e pressoché sconosciuta.

*

A Ariddema, vantaggio impareggiabile, c'è la comodità delle case sobrie, ma straordinarie, musicali.
Ogni casa è sistemata in un buco stretto e profondo della roccia, sorta d'astuccio. Terminata la giornata, lasciano cadere una goccia dal centro del soffitto, aperto all'uopo in un punto calcolato, poi un'altra goccia, poi ancora una nuova goccia, gocce all'infinito in una piccola stanza isolata e chiusa ermeticamente, se si eccettua il buco nel soffitto.
Le gocce cadendo producono, per la compressione dell'aria o per qualche altra causa, un suono celeste, cristallino.
Questo flauto magico, voglio dire questa stanza chiusa, vogliodire anche la stanza vicina, voglio dire tutta la casa invasa dalla vibrazione miracolosa e contenuta, scuote l'essere, che se ne va alla deriva, perso, in un'ebbrezza sonora.
Quel suono continuo, ma non senza alti e bassi, va (come intensità) dal mormorio lamentoso del vento tra ic anneti al boato formidabile delle onde che a colpi d'ariete entrano di colpo in una grotta a metà sottomarina, urtandovi disordinatamente, massa sonora, infima o enorme, ma sempre celeste e cristallina; e in quel suono unico e radioso, nel quale però si crede di udirne mille, la casa si addormenta.
Cosa sia questa musica per gli Ariddemani è indicibile. E' la loro madre e il loro padre; la loro culla.

*

Le noie (che hanno con i Poddemani nel vaso) li hanno portati a coltivare alcune specie sedentarie, fissate a un muro, àpodi, con il tronco in un bagno alimentare, e che lavorano di braccia.
Alcuni ricchi, con la corruzione derivante dai troppi piacere e troppe possibilità, possiedono dei Poddemani nel vaso soltanto per ornamento delle loro dimore e per propria distrazione.
Con questi Poddemani coltivati come una pianta a spalliera, occorre seguire delle regole ben precise. Io non le conosco tutte. Le loro braccia numerose non sono tutte ugualmente sane e capaci di sopravvivere a lungo. In certe epoche bisogna persino sacrificarne alcune di proposito, capitozzare un primo braccio sul secondo, questo sul terzo, così di seguito fino al nono, al fine di assicurarsi un solido braccio per la prossima stagione di germogliazione.
Quanto alle estremità, è soprattutto lo spazio a disposizione che vi guida. E inoltre, il gusto dell'armonia nelle masse.
La maggior parte di queste specie sono cannibali. Quasi tutte sono felicemente cieche, prodotte cieche di proposito. Anche così, fissate al serbatoio nutritivo, costituiscono un pericolo.
Certi furbetti vengono a stringere la mano a quei ciechi. E' il grande gioco. Quel gioco è affascinante per i Poddemani nervosi (o sportivi). Ma è pericoloso.
L'intelligenza di quelle creature in parte immerse è un'intellienza sorniona. Un individuo piantato come un albero a spalliera può fingere a lungo di avere solo poca forza di contrazione e lasciarsi stringere le proprie molli mani senza opporre resistenza, poi all'improvviso, sentendo una mano più debole nella propria, la stringe con una stretta dura e sovrumana, la serra, la stritola, l'attira irresistibilmente a sé, mangiando anche il volto, o perlomeno quel che riesce ad afferrare, il naso, le orecchie, persino guance, se un intervento non trae in salvo la sfortunata vittima. I bambini in fasce, i bambini piccoli, li mangerà quasi interi... se un caso fortunato glieli lascia in balia. Ecco il rischio. Ma gli abitanti lo corrono. Sembra tuttavia che l'usanza sia in via di estinzione. Una certa vergogna, forse. Ma presso i Kanidìs questa vergogna è sconosciuta. Passerebbe persino per morbosa.

(Henri Michaux, Altrove, Quodlibet 2005)

lampi - 10


Dopo anni di orgoglioso ateismo, è andato a Messa ed è scoppiato a piangere come un bambino.

sabato 29 agosto 2009

lampi - 9


Riascolta quel disco così strettamente legato al ricordo della sua adolescenza, e gli sembra una vera cagata.

ethan iverson su lester young


Il 2009 cadevano un sacco di anniversari e compleanni, ma almeno tre riguardavano Lester Young: i cent'anni dalla nascita (29 agosto 1909), i cinquant'anni dalla morte (15 marzo 1959) e i cinquanta dalla morte della sua anima gemella, Billie Holiday (17 luglio1959).
Il 2009, quindi, è stato pieno di omaggi a Lester Young: ma il più bello, secondo me, l'ha fatto Ethan Iverson, il pianista dei Bad Plus, dedicando sul suo blog un'intera serie di post a Young, con trascrizioni, interviste, riflessioni, brani da ascoltare e molto altro ancora.

A proposito: il blog di Iverson si chiama DoTheMath. Fra tutti siti ad argomento jazzistico presenti sulla rete, è uno dei più acuti, intelligenti e penetranti. E, spesso, anche divertenti.
Vivamente consigliato.

la fine del mondo


Sylvia Plath, Finisterre
(da "Crossing the Water", 1961)

Questa era la fine del mondo: le ultime dita, nocchiute e reumatiche,
contratte sul nulla. Nere
rupi ammonitrici, e il mare che esplode
senza fondo, o nulla sull’altra sponda,
sbiancato dai volti degli annegati
Ora è soltanto buio, un ammasso di rocce.
Soldati scaricati da vecchie, caotiche guerre.
Il mare gli cannoneggia nelle orecchie, ma non indietreggiano.
Altre rocce celano rancori sotto le acque.

Le rupi sono orlate di trifogli, stelle e campanule
come ricamate da dita vicine alla morte,
quasi troppo piccole perché le nebbie se ne diano pensiero.
Le nebbie sono parti dell’antico armamentario.
Anime, cullate nel fragore apocalittico del mare.
Strappano le rocce all’esistenza, poi le fanno risorgere.
Salgono senza speranza, come sospiri.
Le attraverso, mi riempiono la bocca di ovatta.
Quando mi liberano, sono imperlata di lacrime.

Nostra Signora dei Naufraghi incede verso l’orizzonte,
la gonna di marmo gonfiata in due ali rosate.
Un marinaio di marmo si inginocchia costernato ai suoi piedi, e ai piedi di lui
una contadina vestita di nero
prega il monumento del marinaio che prega.
Nostra Signora dei Naufraghi è tre volte il naturale,
le labbra dolci di divinità (1).
Non sente ciò che dicono il marinaio o la contadina.
Ama la bellezza informe del mare.

Fiocchi color gabbiano sventolano alla brezza marina
accanto ai chioschi delle cartoline.
I contadini li ancorano con le conchiglie. Ti dicono:
“Ecco i graziosi ninnoli che il mare nasconde.
Piccoli gusci trasformati in collane e bamboline.
Non vengono dalla Baia dei Morti, laggiù,
ma da un altro luogo, azzurro e tropicale,
dove non siamo mai stati.
Ecco le nostre crêpes. Mangiàtele prima che si freddino”.

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(1) Gioco di parole: “divinity” è anche il nome di un dolce simile al torrone.