lunedì 29 dicembre 2008

una scrittura femminile


Canto della mia nudità

Guardami: sono nuda. Dall'inquieto
languore della mia capigliatura
alla tensione snella del mio piede
io sono tutta una magrezza acerba
inguainata in un color d'avorio.
Guarda: pallida è la carne mia.
Si direbbe che il sangue non vi scorra.
Rosso non ne traspare. Solo un languido
palpito azzurro sfuma in mezzo al petto.
Vedi come incavato ho il ventre. Incerta
è la curva dei fianchi, ma i ginocchi
e le caviglie e tutte le giunture,
ho scarne e salde come un puro sangue.
Oggi, m'inarco nuda, nel nitore
del bagno bianco e m'inarcherò nuda
domani sopra un letto, se qualcuno
mi prenderà. E un giorno nuda, sola,
stesa supina sotto troppa terra, starò,
quando la morte mi avrà chiamato.

Antonia Pozzi

2 commenti:

lillo ha detto...

certo mi dice guardami e tu mi metti quella foto! è una lotta un pò impari, no?

sono un pò giù stamani, sergio...

fra un pò uscirà il mio primo libro con lietocolle, che per quanto mi sforzi mi sembra sempre imperfetto, e negli ultimi giorni, sentendomi con due mostri come luigi oldani (che mi scrive la prefazione) e fedele alborghetti, è venuto fuori che loro pensano che le mie poesie sono buone, che io sono bravo (e li ringrazio) ma che ho il limite di ancorarmi troppo alla tradizione (e la tradizione per me è sereni, montale, ungaretti). secondo loro dovrei guardarmi un pò più attorno...

in verità intorno io mi ci guardo ma non trovo così tanta roba che mi conquisti, penso anzi che il bisogno di chiarezza, di rifarsi a una scrittura pulita e naturale, a degli esempi forti dopo le gozzoviglie linguistiche degli ultimi anni sia imperante fra molti giovani, soprattutto in tempi di estrema confusione come sono i nostri...

mi piace scrivere pensando che mia madre possa leggere quello che scrivo e capirlo, senza particolari sperimentazioni od eccessi...

ma forse poi, mi dico, è una finta convinzione la mia, forse è la mia incapacità di svecchiarmi e rinunciare al mio sereni, al mio montale per il nuovo e l'ignoto...

sergej ha detto...

E' Tina Modotti. Ogni volta che guardo le foto che le scattò Edward Weston, mi arrovello di non essere nato un'ottantina d'anni prima...
Innanzi tutto complimentoni per il libro, e se ti può consolare sappi che, in genere, più una cosa a me sembra brutta, più gli altri la trovano riuscita. Una cosa che non sono mai riuscito a spiegarmi.
Riguardo il discorso tradizione/modernità, semplicità/sperimentazione... E' un discorso complesso che richiederebbe un saggio, non un semplice commento a un post.
Io credo che la poesia - semplice o complessa, moderna o non moderna - debba essere soprattutto onesta. Non bisogna barare, né con se stessi né con chi ti legge.
Questo per me significa tutto: significa che si scrive se si ha qualcosa da dire; che non si ricalca ciò che si è già fatto (o che altri hanno già fatto), per quanto riuscito possa essere; che bisogna imparare tutto da tutti, ma che poi quando ci si mette a scrivere bisogna dimenticare tutto; che bisogna tenere gli occhi aperti e guardarsi intorno; che non bisogna perdonarsi niente, neanche una sillaba fuori posto.
Quanto all'essere capito, è un problema che mi sono posto spesso anch'io. Quando leggo Ignazio Buttitta vorrei saper scrivere anch'io come se parlassi a una piazza piena di contadini, però non ci riesco. Scrivendo, si butta in mare una bottiglia, e chissà chi la raccoglierà.