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mercoledì 21 marzo 2012

collaudo della primavera


Lui canta. O chiama.
Lui nasce imparato al canto.
Al canto e al volo. Sa buttarsi dal ramo
con fede. Una forza conduce
sostiene. Una forza pilota.
Lui la conosce.
Lui ne fa parte.
Lui la produce.
Volando
fa il cielo. Cantando
fa la voce del Dio
uccellatore. Sul ramo
ora Dio con piccoli scatti
collauda la primavera
fino alla cassaforte
del fiore. Prega.
Lo fa con il colore.
Lo fa con la luce.

Mariangela Gualtieri (da "Bestia di gioia", Einaudi 2010)

martedì 13 dicembre 2011

recensioni in pillole 145 - "Bestia di gioia"

Mariangela Gualtieri, Bestia di gioia, Einaudi 2010 (138 pp., € 12)

Lo ammetto: ho un problema con la poesia.
Il problema è che vorrei leggerne tanta, molta di più di quanta poi ne legga, ma non ci riesco.
I motivi sono parecchi. Il primo è che, mentre un romanzo o un saggio riesco a leggerli più o meno in qualunque momento e circostanza, con la poesia non funziona allo stesso modo: un libro di poesia deve trovarmi nella disposizione d'animo giusta, che nel mio caso si verifica raramente.
Poi, di poesia riesco ad assorbirne poca per volta. Posso far fuori senza problemi quaranta o cinquanta pagine di un romanzo in un colpo solo, ma con le poesie (se sono davvero poesie, se hanno un qualche valore), dopo due o tre devo fermarmi, assorbirle, lasciarle sedimentare. Se poi le poesie mi piacciono, se mi prendono sul serio, è ancora peggio: perché in quel caso hanno un effetto talmente profondo, urticante, che la dose si riduce ulteriormente.
Questo è il motivo per cui, di solito, spolpo saggi e romanzi nel giro di settimane, a volte persino di giorni, mentre posso impiegare mesi a finire un libro di poesia di poche decine di pagine.
È esattamente quel che mi è successo con questa raccolta di Mariangela Gualtieri. L'autrice la conoscevo per aver letto qualche poesia qua e là, ma mai un libro intero.
“Bestia di gioia” è un'opera fortemente unitaria, con una coesione interna data da ritorni di temi, parole, ritmi. Il fil rouge è l'immersione panica, fisica nel mondo. Non la negazione del dolore e della solitudine, quanto piuttosto il loro superamento, l'umile calata nella vita delle cose, degli animali, delle piante.
Ma, soprattutto, quel che spicca nel libro è una voce di grande originalità: talmente originale che ci ho messo parecchio ad abituarmi. Lo stile della Gualtieri trae la propria forza dallo scarto continuo fra registri, l'aulico e il parlato, il sublime e il quotidiano, fino al prosaico più spinto. Una poesia che suggerisce, anzi esige l'oralità, la recitazione, il suono concreto.


Noi tutti non siamo solo
terrestri. Lo si vede da come
fa il nido la ghiandaia
da come il ragno tesse il suo teorema
da come tu sei triste
e non sai perché. Noi
nati, noi forse ritornati,
portiamo una mancanza
e ogni voce ha dentro una voce
sepolta, un lamentoso calco di suono
che un po' si duole anche quando
canta. Te lo dico io
che ascolto
il tonfo della pigna e della ghianda
la lezione del vento
e il lamento della tua pena
col suo respiro ammucchiato sul cuscino
un canto incatenato che non esce.

Ascoltare anche ciò che manca.
L'intesa fra tutto ciò che tace.

giovedì 10 novembre 2011

cinque poesie di mariangela gualtieri



(da "Bestia di gioia", Einaudi 2010)

Ma l'amore
che fa piovere le gocce e precipita
il più piccolo seme e lo riproduce
nella sua fabbrica di corolle
adesso dorme sotto forma di paesaggio
invernale. Adesso suona come campane.
Adesso è un piccolo cane che mi aspetta
sotto la mia mano.
Adesso è il respiro del cane che sentiamo
e che si chiama Rama.
Adesso come uccello si è posato
sul cipresso, proprio in cima. Poi è volato
in brevi accelerate.
E adesso è qui
nella pace del mattino, nel mio respiro
nella mia mano, come sillabe dell'italiano
esce dalla punta della penna. Oggi restiamo.
Non ci precipitiamo nella corsa distratta
non dobbiamo portare pazienza.
Restiamo, in questo ozio appena
in questa serena attesa di niente.
Adesso Rama è impaziente. Si annoia.
E allora usciamo, per la sua gioia
in corsa nella campagna. Per la mia gioia
che con lei ci guadagna un respiro largo
di bosco.

* * *

Forse si muore oggi - senza morire.
Si spegne il fuoco al centro.
Sanguinano le bandiere. Generale è la resa.
Ciò che nasce ora crescerà in prigionia.
Reggete ancora porte invisibili dell'alleanza
bastioni di sereno. Puntellate il bene
che si sfalda in briciole in cartoni.
Il popolo è disperso. In seno ad ognuno cresce
il debole recinto della paura - la bestia spaventosa.
A chi chiedere aiuto? E' desolato deserto il panorama.
Si faccia avanti chi sa fare il pane.
Si faccia avanti chi sa crescere il grano.
Cominciamo da qui.

* * *

Un mio me
soffre. Chi è? Chi scalcia sul fondo
di questo quieto piroscafo. Giù
nella stiva il passeggero più vivo
batte i suoi colpi.
Chi lo tiene sepolto? E che cosa vuole
questo bastardo bambino che scalcia?
Nel fondo di me, un me soffre -
la sua bandiera stropicciata
non ha nessun vento.
E' murato. Il bambino più vio
murato sul fondo.
Con la sua magra manina
mi stringe il cuore al mattino
un poco stringe e duole.
Che cosa prometto quest'oggi al mio
prigioniero? Con quali parole false
lo tengo zitto per un giorno intero?

* * *

La capra sul fondo di me
non vuole dormire.
Cammina per i miei greppi
solleva quel buio e ne scopre
ancora. Più fondo.

Al centro di me
una bestiola accucciata si sveglia
e respira il silenzio che nel giorno
è mancato. Respira. A suo modo
canta. Resta attonita dentro
cucita nel fasciame buio del sange
rivestita del buio palpitante dei boschi notturni.
Sanguinante. Infante. La parte più viva
sta sveglia e pilota. Solleva il corpo
dal letto. Lo accuccia nella camera accanto
per terra. E canta. Dentro. Una felicità
sconosciuta. Un canto d'eternità
spaventoso e immenso. E' ignota
la sua volontà. Da che strana vita
si erge quel suo stare sveglia
da che lontananza si accende.
Non è bestia nera ma piccola
bestia di luce che sta nella vita
un po' stretta per lei.

* * *

E poi
viene un'ora
col suo sonno.
Cola giù
il viola e le palpebre
hanno una legge di peso
l'ordine superiore
di serrare ogni luce.
Allora - dopo la battaglia
col suo sgambettare
riponiamo i capelli sul cuscino
le mani lateralmente
e un precipizio del corpo
nel poligono del sonno
con sue fiammelle di respiro
e un sostare un sostare
per ristorare tutto
di questo fasciame
fino a che sulle punte
tutto il fiato va e viene
lentamente
in uno stare soli dei dormienti.

Oh! solitudine di chi dorme!
Ti cerco dalle sponde alte
degli insonni.

lunedì 7 novembre 2011

una dedica per E.




Quando vuole pregare
lei va alla piscina comunale
mette la cuffia e gli occhialini
entra nell'acqua ma non è capace
di domandare, o forse non ci crede.
Allora fa una bracciata e dice
eccomi, poi ne fa un'altra
e ancora eccomi. Eccomi dice
ad ogni bracciata. Eccomi a te
che sei acqua e cloro
e questi corpi a mollo come spadaccini.

E nello spogliatoio, dopo, alla fine
prova sempre una gioia -
quasi l'avessero esaudita,
di qualche cosa che non ha chiesto
che non sapeva. Che mai saprà
cos'era.


Mariangela Gualtieri
(da "Bestia di gioia", Einaudi 2010)

sabato 18 aprile 2009

bambini


Una volta ero piccola, ero senza parole.
Ero piccola e senza parole.
Una volta ero molto leggera, pesavo pochi chili.
Una volta c’erano solo tre o quattro chili di me,
solo pochi chili di me, solo pochi chili
avevano il mio nome.

Mariangela Gualtieri

* * *

Non ti piace andare a scuola
stare fermo muto e chiuso
mentre fuori il mondo accade.
La mattina cataloghi i dolori
che atroci puntualmente ti assalgono
al punto da impedirti la presenza.
Io da zio a padre putativo
per voce di famiglia dovrei spiegarti
che dei libri ti deve importare
più dei giochi tutti e degli animali
e dei cieli variabili di naviganti nuvole
che studi come fossi un nuovo Adamo.

Daniele Mencarelli

* * *

Con piccole grida dirigi il tuo popolo d’ombre.

Luce di levante
i piatti nuovi sulla mensola
e i rami dell’acacia setacciano il giorno.

Ma tu scivoli tranquilla di segno in segno
i pensieri ti trapassano come vetro.