mercoledì 22 aprile 2009

italo calvino 5 - eremita a Parigi

Quinto estratto dalla mia tesi di laurea.
I capitoli precedenti:
0. introduzione
1. la fine dell'impegno (1974-1985)
2. la belle époque inaspettata
3. Pavese se ne va
4. Vittorini e l'utopia


* * *

La produzione di Calvino, negli anni fra il 1968 e il 1973, è caratterizzata da un’apparente presa di distanza rispetto all’attualità, specialmente italiana, tanto da far scrivere a Gian Carlo Ferretti che

c’è quasi un atteggiamento di estraneità, da parte di Calvino, verso i molteplici e rilevanti avvenimenti di questi anni (il ‘68, piazza Fontana e la strategia della tensione, eccetera): il trasferimento a Parigi nel 1964 (sia pur con frequenti venute in Italia) e la conseguente distanza fisica se ne può considerare forse più un effetto che una causa.

Lo stesso Ferretti parla, a proposito della “produzione giornalistico-saggistica sostanzialmente compresa tra il dopo-‘56 e i primi anni sessanta”, di una “tendenziale rinuncia a un rapporto sempre più precario e improduttivo con la realtà”.
Abbiamo visto nel capitolo precedente come il problema fosse invece quello di trovare una nuova chiave di lettura per la realtà, da sostituire agli strumenti ormai obsoleti dello storicismo hegeliano-marxista, e come Calvino, intorno alla metà degli anni ‘60, avesse cominciato a orientare tale ricerca verso le aree più moderne e innovative che il panorama culturale contemporaneo gli offriva (semiotica, strutturalismo, teorie scientifiche e filosofiche).
Come nota Mario Barenghi, anche se tra fine anni ‘60 e inizio anni ‘70 “la militanza culturale vera e propria si è palesemente diradata”, quello di Calvino “eremita a Parigi” non è “anacoretismo autentico, bensì [...] aggiustamento delle distanze. [...] Calvino [...] s’interroga sulla giusta distanza da assumere rispetto all’attualità storica, sul «ritmo» della sua interazione con gli avvenimenti pubblici”. Sono insomma anni in cui la sua attività di critico, perso il ritmo febbrile che aveva mantenuto fino alla metà degli anni ‘60, si esercita soprattutto sotto forma di studio e approfondimento teorico.
L’importante intervista rilasciata a Ferdinando Camon nel 1973 disegna il ritratto di un Calvino che asseconda “una vocazione di topo di biblioteca che prima non avev[a] mai potuto seguire”:

Non che sia diminuito il mio interesse per quello che succede, ma non sento più la spinta ad esserci in mezzo in prima persona. È soprattutto per via del fatto che non sono più giovane, si capisce. [...] Forse è solo un processo del metabolismo, una cosa che viene con l’età, ero stato giovane a lungo, forse troppo, tutt’a un tratto ho sentito che dovevo cominciare la vecchiaia, sì, proprio la vecchiaia, sperando magari d’allungare la vecchiaia cominciandola prima.

Ma subito dopo esprime il desiderio di dar vita a una rivista che gli permetta di “ritrovare le funzioni vere d’un rapporto col pubblico”, con

molte rubriche che esemplifichino strategie narrative, tipi di personaggi, modi di lettura, istituzioni stilistiche, funzioni poetico-antropologiche, ma tutto attraverso cose divertenti da leggere. Insomma un tipo un tipo di ricerca fatto con gli strumenti della divulgazione. [...] Io credo che spiegando queste cose agli altri forse riusciremmo a capirle anche noi. Insomma a me piacerebbe un rapporto così con un pubblico nuovo.

E, poco più avanti, ricordando l’esperienza vittoriniana del “Politecnico”, commenta: “di quel periodo lì m’è rimasto il senso d’un bisogno collettivo a cui rispondere” e polemizza con la “cultura della negazione” che gli sembra stia prendendo piede anche nella Sinistra.
Anche di un’opera apparentemente astratta e disimpegnata come Le città invisibili (che Camon aveva definito “un libro che testimonia la caduta e la sfiducia, per sempre, verso ogni futuro sociale, verso ogni ordine per cui lottare”), Calvino rivendica la continuità con la sua produzione “impegnata”:

È un libro in cui ci s’interroga sulla città (sulla società) con la coscienza della gravità della situazione, gravità che sarebbe criminale passare sottogamba, e con una continua ostinazione a veder chiaro, a non accontentarsi di alcuna immagine stabilita, a ricominciare il discorso da capo.

Insomma, come il San Girolamo del Castello dei destini incrociati, che ha sempre presente, sullo sfondo, la città con “le luci alle finestre, il vento [che] porta a ondate la musica delle feste”, così anche l’“eremita” Calvino non perde mai di vista la realtà contemporanea, anche se la guarda ormai non più dall’interno, ma da una distanza destinata man mano a crescere.

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