
Mi è capitato, ultimamente, di chiedermi quando e perché ho smesso credere in Dio (ad esempio me lo sono chiesto dopo aver letto
questo bel post su
La poesia e lo spirito).
Non saprei, onestamente. Mi pare di ricordare che almeno fin verso i 15-16 anni ci credevo; ma non sono sicuro, dovrei recuperare i miei diari di allora, che saranno ancora a casa dei miei, in fondo a qualche cassetto.
Però ho l'impressione che il processo sia stato lungo e che sia difficile individuare un preciso punto di svolta. E che le cause siano tante, ognuna impossibile da districare e distinguere rispetto alle altre.
Certo, la mia esperienza infantile ha contato molto. Ho conosciuto un cristianesimo vacuo, esteriore, teatralizzato; si adoravano statue di santi, Madonne in lacrime con il cuore trafitto, si portavano in processione Cristi alla colonna. Un trionfo di patetismo cimiteriale, paganeggiante.
Un cristianesimo anche cupo, arido, formalistico, intimidatorio, prescrittivo, oppressivo. Leggevamo la lista dei peccati, mentre il vecchio parroco dalle mani nodose ci aspettava per la confessione, in fondo alla chiesa buia, e infuriato faceva echeggiare le volte altissime. E la catechista che, senza preavviso, mentre sedevo in attesa della Messa, mi arrivò alle spalle e mi mollò un ceffone sulla nuca. Perché non andavo all'Azione Cattolica. Ricordo la mia umiliazione, le risate dei compagni.
Solo questo? No, ricordo il fervore delle novene, un missionario passionista che ci faceva cantare tutti in coro, le preghierine che scrivevo. Ma quelle urla, quegli schiaffi, hanno lasciato cicatrici molto più profonde.
Ricordo gli anni dell'adolescenza. Chi mi aveva fatto quel corpo, chi aveva fatto sì che, quando la compagna di banco si abbassava per prendere lo zaino e dimenticandosi di non avere il reggipetto lasciava intravedere un magnifico tenerissimo capezzolo, il sangue affluisse in una zona che, secondo quanto insegnavano a dottrina, era sede degli impulsi più diabolici?
E ricordo la sensazione di vivere sospeso, senza appigli, la paralisi della volontà, l'oppressione della vita di provincia, il disprezzo per chi viveva imbestiandosi in quel brago morale. L'assurdo. Dov'era Dio? Nessuno rispondeva.
E ricordo poi il primo interesse per la politica, la sensazione di essere finalmente io ad affrontare il mondo, senza gli schermi pietistici della religione e del catechismo. Offrire il petto nudo a un universo vuoto, non ripararlo dietro un santino o uno scapolare, costruirsi il senso, non acquistarlo già precotto (“quando hai smesso di credere?”, mi chiese una volta mia suocera, e io: “quando ho cominciato a pensare con la mia testa”; lo so, sono stato stronzo, e credo che lei ci sia rimasta male, povera donna).
E ricordo, infine, V. che mi diceva di credere in Dio perché “lo sentiva nel cuore”, e io che sardonico le rispondevo che quella casomai era tachicardia.
Ecco, avessi conosciuto preti diversi; avessi vissuto l'adolescenza altrove, diversamente; avessi disprezzato meno le sensazioni e creduto un po' meno nella logica; forse oggi andrei ancora a Messa.
Di certo mi sono reso conto che chi ci va non è, come ho pensato a lungo, un patetico idiota che si nasconde sotto le gonnelle di un idolo. Che non ci si guadagna il rispetto con il disprezzo. E che in fondo le mie risposte esistenziali (agnostiche, razionaliste, nichiliste) sono solo mie, e non è detto che siano le migliori.
E poi amo mia moglie, e mia figlia. E questo è quanto di più simile a Dio ci sia nella mia vita.