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lunedì 1 settembre 2014

pubblicità per me stesso

Ebbene sì.
Sono "primo classificato e unico vincitore" (nientemeno!) del concorso "Faraexcelsior", indetto dall'editore Fara di Rimini. I dettagli qui.
La cosa mi fa particolarmente piacere, non solo perché solletica il mio amor proprio, ma soprattutto perché il premio in palio era la pubblicazione dell'opera. Nella fattispecie, una breve raccolta di testi saggistico-narrativi a tema jazzistico, intitolata "Volevo essere Bill Evans."
Credo che il libro uscirà entro fine anno, comunque vi terrò informati.

lunedì 14 luglio 2014

"Amori dAmare": uscita e presentazione



Vi ho già parlato dell'antologia "Amori dAmare", in uscita per Minerva Editore.
Bene: l'opera, curata da Cinzia Demi, è pronta e disponibile e verrà presentata in anteprima a Cesenatico il 22 luglio prossimo. Io non so ancora se ci sarò, ma intanto ve l'ho detto.



Sono due volumi, indivisibili, per un costo complessivo di quattordici euro e novanta. Facciamo quindici, via. Sul sito dell'editore, potete averla con un paio di euro di sconto. Chi abiti nella saporita Romagna potrà trovarlo anche in edicola.
 


Last but not least, il ricavato dei volumi sarà devoluto in beneficenza.


lunedì 7 luglio 2014

robetta in uscita




Alcune mie poesie sono inserite nell'antologia "Poeti umbri contemporanei". Il libro, un voluminoso tomo di oltre 800 pagine, è in bozze finali e sarà disponibile a fine mese per le Edizioni Il Formichiere, Foligno.
(Sì, sono un poeta umbro, a quanto pare; non che la cosa mi dispiaccia, del resto. A proposito del "contemporaneo", preferisco non pronunciarmi).

Un mio racconto, intitolato L'ultimo volo di Chet, è inserito nell'antologia "AmoridAmare", di prossima uscita per l'Editore Minerva di Bologna, a cura di Cinzia Demi.
Sono previste presentazioni, vi farò sapere a breve dove e quando.

Infine, un mio breve testo, intitolato Notizie dalla città dei topi, è incluso in "Letteratura con i piedi", appena edito da Fara Editore, Rimini.
Si tratta del resoconto della kermesse omonima, tenutasi a Perugia lo scorso marzo.



(A proposito: non ricordo se ve l'ho mai detto,
ma una lista completa delle mie pubblicazioni
è disponibile qui.)

venerdì 22 luglio 2011

"Accipe filium tuum..." (seconda parte)


L’uomo pensò se fosse meglio arrabbiarsi o lasciar perdere. Poi rivide tutte le loro discussioni e il ragazzo che a un certo punto lo piantava in asso e tornava a rinchiudersi in camera, limitandosi ad alzare il volume dello stereo se lui urlava più forte. Lasciò perdere e si concentrò sul notiziario.
Sbarchi di clandestini in Puglia. Rapina in gioielleria: ferito l’esercente e due clienti. Il governo promette: più rigore contro la criminalità. Venti di guerra in Medio Oriente. Mibtel in ripresa. Stangata fiscale. Le nuove collezioni primavera-estate. L’oroscopo.
Lo speaker passò poi a commentare una manifestazione tenuta il giorno prima in una città vicina. Una folla di persone, stimata in varie migliaia, aveva sfilato per le strade scandendo slogan e agitando striscioni. Gruppi di facinorosi avevano provocato le forze di polizia, che si erano viste costrette a caricare il corteo. Erano seguiti scontri, protrattisi nel corso della giornata. Numerosi gli arresti, parecchi feriti tra i manifestanti. Danni a negozi e abitazioni. La dinamica dei fatti era al vaglio degli inquirenti.
“Ma li senti? – ridacchiò il padre – La fame, dovevano fare, come hanno fatto i tuoi nonni per tirar su quattro figli. Con il nonno che faceva notte in officina e tuo zio che ci sbucciava una mela e ci raccontava le storie di Sandokan e di Rin Tin Tin e la nonna che andava casa per casa a fare le faccende. Li volevo vedere, questi figli di papà con le scarpe firmate e la paghetta in tasca! E pure te, che vai in giro con i capelli che sembrano tagliatelle e i pantaloni che dentro ci balli il twist!”.
“Papà, – fece il ragazzo con voce atona – per favore…”.
“Per favore cosa? Lo sai che diceva stamattina in ufficio il direttore? Che lui lo sgozzerebbe come un capretto un figlio così, prima di saperlo in giro a fare a botte con la polizia e a spaccare le vetrine! Come un capretto, porca miseria!”.
Poi si accorse di stare urlando; gli avventori di un’edicola si erano voltati e lo guardavano con aria allarmata.
“Scusa, sai, – riprese quando si fu calmato – lo so che non c’entri niente, tu. Scusami”.
A un semaforo, gli si avvicinò un nordafricano. Il padre chiuse il finestrino e finse di non vederlo, ma l’uomo gli tamburellava e cercava di convincerlo, più con i gesti che con le parole, a farsi lavare il vetro. Il padre negava energicamente scuotendo la testa e agitando entrambe le mani.
Quando l’altro fece per appoggiargli sul parabrezza lo straccio umido, imprecò in dialetto e mandò avanti l’auto di qualche centimetro. Il lavavetri scattò all’indietro, poi cominciò a lamentarsi rumorosamente e a saltellare tenendosi un piede fra le mani. Ma il semaforo diventò verde. Il padre partì sgommando e lanciò un insulto all’uomo, che dallo specchietto vedeva ancora gesticolare, impalato tra le automobili che gli sfrecciavano intorno.
“Ma l’hai visto? No, l’hai visto? Neanche toccato! Neanche sfiorato quel cazzo di piede!”. Ansimava e sudava copiosamente per la rabbia.
Poi, rivolto al figlio che non dava segni di reazione:
“Oh, dico a te! L’hai visto? Ma che cazzo vogliono? Ma perché non se ne tornano nelle capanne, ‘sti stronzi?”
Il ragazzo aveva uno sguardo strano; non si capiva se lo stesse osservando con attenzione o fosse perso dietro qualche suo pensiero.
“Sì, ti pare che sua maestà si scompone… Che poi chiudono in casa le mogli e vengono a violentarci le donne e a vendere la droga ai giovani. Bastardi! Ma te li ricordi gli agnelli squartati?”.
Si riferiva a un viaggio in Egitto di vari anni prima, una vacanza-premio con i colleghi d’ufficio. Era Eid al-Adha, la Festa del Sacrificio, e davanti a ogni casa era appeso un agnello ucciso di fresco, con il sangue che gocciolava in pozze nere sul selciato. Il figlio, allora bambino, aveva pianto giorni interi per quello spettacolo, che era stato oggetto di indignate discussioni tra i turisti.
“Commemorano Abramo, – disse il figlio – il sacrificio di Isacco. Il padre disposto a sacrificare il figlio per obbedire alla Legge Divina”.
“Sì, la legge… Gliela darei io la legge. Occhio per occhio, ecco la legge. E tutti indietro al loro paese! Marsc!”.
Erano ormai usciti dalla città; mancava poco a casa. La campagna splendeva dei primi colori autunnali, piatta e uguale a perdita d’occhio. Il padre guidava veloce, superando con rapidi scarti laterali le macchine di anziani pensionati che tornavano lentamente alle loro villette, sparse nei piccoli sobborghi lungo la statale, ognuna con il proprio giardino sul retro, dove crescevano poche stente verdure e qualche albero tisico.
Ogni tanto incrociavano delle prostitute, alcune ferme in piedi al bordo della strada, altre sedute sul guard-rail, altre ancora chine a cogliere cicorie come contadine al lavoro. Qualcuna usciva, rassettandosi i vestiti, da una macchina parcheggiata in un viottolo laterale.
Erano quasi le due. Intorno tutto era deserto, calato in una quiete opprimente.
“Papà, – disse a un tratto il ragazzo – c’ero anch’io ieri”.
“Dove?” chiese il padre, senza capire.
“C’ero anch’io in mezzo al corteo. Non ero a Verona con la scuola. La polizia ci ha caricato e io mi sono rifugiato in un portone. Poi sono scappato, cadendo mi sono sbucciato le mani e le ginocchia e ho preso una manganellata. I miei compagni li hanno arrestati. Io non ho picchiato nessuno, ero lì con gli amici e mi sono trovato in quel casino”.
“Tanto lo avresti saputo, prima o poi”, aggiunse dopo una pausa.
Il padre aveva frenato di colpo, in mezzo alla strada. Lo guardava con gli occhi sbarrati, stringendo il volante fino a farsi diventare bianche le mani.
Poi scese, fece il giro della macchina e aprì l’altro sportello. Trascinò fuori per i capelli il figlio, senza quasi che facesse resistenza. Lo spinse al bordo della strada e gli appoggiò la testa su un basso muretto di recinzione. E nessun angelo scese a fermare la mano del padre quando, afferrato un sasso appuntito, colpì la testa del figlio, finché non si mosse più.

giovedì 21 luglio 2011

"Accipe filium tuum..." (prima parte)


L’uomo al volante tirò fuori dalla tasca un fazzoletto di carta e cominciò ad asciugarsi il sudore. Rovesciava da una parte all’altra la grossa testa cubica, per raggiungere la nuca e le spalle; poi gettò il kleenex dal finestrino, si aggiustò la giacca e ingranò la prima.
Avanzò con brevi colpi di clacson tra la calca di zaini e giubbotti colorati. Il fuoristrada, tutto nero e luccicante di cromature, somigliava a un grosso iroso tricheco in mezzo al suo harem.
Il ragazzo salì in macchina, gettò lo zaino sul sedile posteriore e iniziò a digitare fitto fitto sul cellulare.
“Ciao, eh?”, disse il padre.
“Ciao”, rispose il figlio senza spostare gli occhi dai tasti.
L’uomo aggrottò le sopracciglia e fece per replicare; poi guardò lo specchietto e approfittò di un varco per immettersi nel traffico.
Il sole ancora estivo arroventava gli abitacoli delle macchine, disposte in una lunghissima fila segmentata dai semafori. Faceva pensare a una immensa mandria in migrazione, dorso contro dorso, verso qualche punto dell’orizzonte offuscato dai fumi di scarico. Il fuoristrada avanzava a passo d’uomo, con scatti improvvisi per infilare la corsia che scorreva più rapida.
Il ragazzo completò il suo sms, lo spedì e aspettò il trillo di risposta, quindi prese un libro dallo zaino e si mise a leggerlo.
“Non leggere in macchina, che ti fa male. Ti cavi gli occhi”.
“Sì”, rispose il figlio; ma continuò la sua lettura.
Per una decina di minuti si sentì solo il motore, sordo sulle marce basse, impennato in ringhi acuti quando l’uomo calcava nervosamente sul gas. Il ragazzo teneva la testa sul libro; ogni tanto sbirciava gli altri automobilisti, che guidavano fissando l’auto davanti alla loro, le camicie sudate e le facce deformate dal rancore.
“Allora, la gita com’è andata? – riprese il padre – Non ti ho neanche sentito rientrare, ieri”.
Il ragazzo fece un vago cenno con il capo, seguito da un mugolio di commento.
“Toccherà parlare con i prof per quei lividi. Possibile che non c’era nessuno a sorvegliarvi?”.
“Papà. – fece il ragazzo, e finalmente si voltò a guardarlo – Ho diciott’anni”.
“Diciott’anni!! – esclamò il padre, e rise rumorosamente – Ma mi scusi, signoria! Oh, ciccio…”.
Fece per dargli un pizzicotto sul fianco, ma il figlio si scansò bruscamente, rivolgendogli uno sguardo di fuoco e contraendo per un attimo il viso in una strana smorfia.
“Diciott’anni! – continuò senza dar segno di aver colto il movimento – A diciott’anni tuo nonno ancora mi correva dietro se la domenica gli rubavo le paste dal vassoio! E sapessi i ceffoni che mollava!”. Poi stette in silenzio per qualche minuto, con un’espressione allegra sul viso accaldato.
Il ragazzo osservava le strade in cui la gente si affrettava verso casa gettando all’indietro improvvisi sguardi da bestia inseguita; altri aspettavano l’autobus, immobili come tronchi secchi nell’aria rovente; una donna era seduta sotto la pensilina, a occhi chiusi, con la faccia rugosa e contratta che ricordava quella di un neonato.
Addossata al muro, una vecchia chiedeva l’elemosina, la testa da mater dolorosa rovesciata su una spalla e una mano abbandonata sulla coscia, con il palmo all’insù. Dal grembo le era sfuggito un ragazzino dai capelli chiari, simili a stoppa sudicia, che ora se ne stava accoccolato sull’orlo del marciapiede e osservava quel che rimaneva di un piccione schiacciato: una chiazza nera e grommosa sull’asfalto, da cui spuntavano una zampa e qualche ciuffo scomposto di penne. Si vedevano anche luccicare parti di interiora, puntolini rosso vivo come braci o chicchi di melagrana.
“E poi, – ricominciò il padre – una gita a scuola appena iniziata. Ma c’era bisogno?”.
Poiché il figlio non dava segni di voler rispondere, si rassegnò a continuare da solo. L’avevano vista, almeno, la casa di Giulietta? Bella, eh? Lo sapeva che era lì che si erano fidanzati lui e la mamma? Anche loro in gita al liceo, ed era stata lei che gli aveva chiesto di farle una foto mentre toccava la tetta della statua. E quel manichino del professore di italiano che chiacchierava, chiacchierava… e i secchioni della classe con il castello di Verona che ci batte il sole a mezzogiorno… Sì, ma ormai nemmeno le studiavano più queste poesie... Solo che loro due si erano persi, e tutti lì a cercarli mentre loro se ne stavano su una panchina davanti all’anfiteatro a… Oh, mica si scandalizzava?
Intanto erano usciti dalle vie affollate del centro e percorrevano i viali grigi della periferia, dove le massaie ritardatarie tornavano a casa cariche di spesa, con l'andatura triste e dondolante degli animali da soma. Ogni tanto passavano anche delle donne africane, avvolte in larghe tuniche variopinte da cui sporgeva, nuda, una spalla nera e lucida. Anche loro portavano enormi buste gonfie di pane e di verdura; incrociandosi si mostravano l’un l’altra i denti bianchi in un larghissimo sorriso e rimanevano a parlare per interi quarti d’ora, con le voci forti e acute che rimbombavano nelle strade ormai semivuote.
Il padre accese l’autoradio e cercò un notiziario.
“E le elezioni? Non era oggi che eleggevano i rappresentanti di istituto? Ti hanno eletto…”.
“No”, rispose secco il ragazzo.
“Ma come?! Ma perché?”, fece il padre, e lo guardava con un misto di ira e di sgomento, due file di rughe disegnate ad arco sulla fronte sudata.
Il ragazzo fece spallucce.
“Non ti sei candidato! Non ti sei voluto candidare perché c’era il tuo amico, il marocchino… Assed… Ussud…”.
“Assad. È libanese”.
“Senti, bello di papà – e ora nella sua voce c’era una piega amara di delusione –. È ora che ti svegli. Mors tua vita mea. Lo sai che i prof hanno un occhio di riguardo per i rappresentanti, no?”.
“Che cosa credi di aver concluso con questo bel gesto? – riprese, cercando stavolta un’intonazione più pacata – Pensi che quello adesso ricambierà? No, ciccio, quello adesso se la ride. E magari ti chiama pure minchione. Pensi che sarei diventato vicedirettore se mi lasciavo pestare i piedi dal primo arrivato? Io ci ho lasciato la pelle delle chiappe, in ufficio!”.
E qui cominciò una lunga descrizione dei suoi colleghi, che nella mente del figlio si trasformavano in strani esseri, metà uomo metà pescecane, con la tintarella sempre fresca e i sorrisi tirati a lucido, con vestiti firmati e uffici tappezzati di lauree e di master americani. Le donne gli apparivano invece altissime, inerpicate su tacchi vertiginosi come tante cicogne, con le bocche rosso sangue tese fino alle orecchie in smorfie mostruose. Le vedeva incedere per gli uffici con lunghe falcate da compasso, o dimenare le natiche come giumente in calore di fronte ai dirigenti. Il padre lanciò uno sguardo in tralice al ragazzo: ora si arrotolava intorno al dito una ciocca di capelli biondicci, che spuntavano dal berretto avvolti in treccioline rasta. Durante tutto il discorso non aveva aperto bocca, poi si era rituffato nel suo libro. Cercò di sbirciare il titolo, ma riusciva a leggere solo le prime sillabe del nome.
“Ma che, ha scritto un libro, Naomi Campbell?”.
Il ragazzo si voltò, gli rivolse appena un’occhiata e tornò a raggomitolarsi sul sedile, immergendosi ancora di più nella lettura.

(...continua)