giovedì 29 novembre 2012

è la scuola ad abbattere lo spread


Questa è la lettera che gli insegnanti del Liceo in cui lavoro stanno inviando ai genitori dei propri studenti per invitarli a sostenere la battaglia della scuola in difesa dell’istruzione pubblica.


Caro genitore,

il motivo per cui abbiamo deciso di metterci in agitazione è che vogliamo lottare contro lo spread. Anzi contro gli spread. Lo spread più famoso in Italia è la differenza tra il rendimento dei titoli di stato italiani e quelli tedeschi, cioè quelli più virtuosi d’Europa, ed è espresso in punti base (ogni punto percentuale vale cento punti base). Quello che a 450 punti cadono i governi.
Ecco gli spread contro i quali noi vorremmo combattere (mentre il governo sembra non volerlo fare).

Primo spread: la dispersione scolastica (cioè quanti tra i 24 e i 64 anni hanno come massimo titolo di studio la licenza media). 3720 punti. Questa è la differenza tra il paese più virtuoso d’Europa, la Lituania, e l’Italia. In Italia il 45,2% delle persone tra 24 e 64 anni ha soltanto la terza media, in Lituania l’8%. Ovviamente “bassi livelli di istruzione espongono le persone adulte a una minore inclusione nel mercato del lavoro e riducono le probabilità di accesso ai programmi di formazione continua nel corso della vita”, come dice il rapporto ISTAT del 2012. Cioè in parole povere fanno guadagnare di meno nel corso della vita.

Problema
Per contrastare la dispersione scolastica è meglio assegnare più classi agli insegnanti (e farli lavorare di meno per ogni singolo studente), oppure meno classi (e farli lavorare di più per ogni singolo studente, in particolare, per esempio, per quelli a rischio dispersione)?

Secondo spread: gli insegnanti giovani. 630 punti. Il paese più virtuoso d’Europa è la Spagna con il 6,8% di insegnanti che hanno meno di 30 anni. In Italia quelli sotto ai 30 anni sono lo 0,5%.

Domanda
È meglio avere un po’ di insegnanti giovani o no?

Problema
Per avere insegnanti giovani è più logico aumentare il numero di classi assegnate ai singoli insegnanti o no? (Se si passa da 5 a 8 classi di media, circa un terzo dei giovani che aspirano a diventare insegnanti devono rimanere a casa)

Terzo spread: stipendio degli insegnanti. 6.107 punti (differenza tra Lussemburgo e Italia – no comment).

Quarto spread: rapporto tra PIL e spesa per l’istruzione. 320 punti (e l’azione del governo Berlusconi, delineata nel Documento Economico Finanziario 2011-2014 e confermata dall’amministrazione attuale, punta non a ridurre questo spread, ma a portarlo a 480 nel 2030). Il paese più virtuoso, la Danimarca, investe l’8% del suo PIL, mentre l’Italia ne investe attualmente il 4,8 e programma una riduzione progressiva, fino al 3,2%, nei venti anni a venire.

Problema
Perché l’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) segnala come “elemento di preoccupazione l’infimo livello di spesa dello Stato italiano per l’istruzione”?

Quinto spread: incremento dell’investimento in istruzione durante la crisi economica. 2900 punti (almeno). Questa è la distanza abissale tra l’incremento medio europeo di investimento nell’istruzione, 33%, e quello italiano, 4%.

Domanda
È un buon risparmio in tempi di crisi quello di spendere meno per la formazione delle giovani generazioni?

Problema
Se la crisi italiana è soprattutto nel differenziale fra la crescita del Bel paese e quella media europea, si esce più facilmente dalla crisi risparmiando i soldi sulla formazione dei giovani o investendoci?

Caro genitore, ti chiediamo dunque il tuo appoggio per rafforzare le nostre richieste all’amministrazione.
Non chiediamo di lavorare di meno, ma di lavorare meglio.
Non più ore di cattedra, ma più ore di lavoro di équipe (magari riconosciute) per adeguare l’insegnamento ai bisogni speciali di ogni studente, più lavoro di community per mettere in rete locale e globale le esperienze di didattica e formazione, più lavoro di approfondimento per aggiornare e rendere interessante la proposta culturale da fornire agli studenti.

Per fare una scuola più forte e importante. Proprio perché siamo in tempi di crisi.

6 commenti:

ivaneuscar ha detto...

Ottimo documento, chiaro ed efficace (anche sotto il profilo della comunicazione).
Dal "quarto spread" discendono in fondo gli altri: se i vari governi che si sono succeduti in questi decenni sono stati tutti concordi nella "sottovalutazione" della cultura, vuol dire che c'è stata una vera e propria linea politica tacita, volta sistematicamente a togliere e/o a lesinare (quasi con "sadico" compiacimento) fondi, mezzi e risorse alla scuola e alla ricerca.
Il sapere e la conoscenza dànno fastidio ai "manovratori": non vedo altra spiegazione per una questa sistematica "svalutazione", che si può catalogare sotto la voce "autolesionismo". Non mettere la scuola e gli insegnanti nelle condizioni di svolgere al meglio e dignitosamente il loro lavoro significa mettere in crisi la formazione delle giovani generazioni (il che significa non solo che avranno meno "carte" da giocare nella famosa "competizione" ormai globalizzata, ma anche che avranno pochi e insufficienti "strumenti" per capire la realtà in cui vivono e per essere cittadini/e consapevoli) e quindi aumentare i punti di "spread" dell'Italia, sotto questo aspetto, in confronto ad altri Paesi che invece investono molto in questo settore che è vitale in un mondo "civile".
La denigrazione diffusa (anche mediaticamente) della figura e del ruolo del docente è legata a questa svalutazione di fondo del sapere e della conoscenza, considerati solo "intralci" sulla via dell'omologazione che per qualcuno è evidentemente necessaria per avere un mondo di "consumatori felici" che pensano solo al loro proprio particulare lasciando per tutto il resto piena libertà di manovra ai... manovratori di cui sopra.
Non so se nell'immediato potrà cambiare qualcosa, in merito; non mi sembra che coloro che si candidano a guidare i prossimi governi siano "così tanto" intenzionati a prendere sul serio la cultura, la conoscenza, la formazione e la ricerca.
So però che è necessario non smettere di dire ciò che va detto.

ivaneuscar ha detto...

Pardon, nel commento precedente c'è un refuso. Laddove scrivevo: non vedo altra spiegazione per una questa sistematica "svalutazione", intendevo ovviamente dire: non vedo altra spiegazione per questa sistematica "svalutazione"....

amanda ha detto...

era ora che gli insegnanti spiegassero a genitori e studenti il perchè della loro protesta in maniera efficace e chiara

Serviano ha detto...

Francamente il commento di Ivaneuscar mi sembra risolutivo finora. La cultura e tutto quello che vi sta attorno per chi detiene il potere NON E' MAI STATO UN BUON AFFARE, disconoscerlo serve solo ad aggravare il problema.

sergio pasquandrea ha detto...

secondo me, è proprio questa logica che va scardinata.
investire sulla cultura significa investire sul futuro, ed E' un investimento produttivo.
il problema, anzi il vero motivo per cui non lo si è mai fatto, IMO, è che si tratta di un investimento a lungo termine,i cui risultati si misurano in decenni, perlomeno. invece, i politici (i nostri, in particolare) non guardano al di là dei loro interessi concreti ed immediati, che in genere coincidono con il proprio mandato elettorale e con l'eventuale rielezione.
però, così la crisi si aggrava, senza rimedio.

ivaneuscar ha detto...

Son d'accordo. Da noi la politica generalmente non si pone il problema dei traguardi "a lungo termine", che però, dal punto di vista degli interessi generali e del "bene comune", sono i più importanti. Del resto lo stile del "rinvio infinito", tipico dell'"arte del governo" alle nostre latitudini, comporta la navigazione "a vista", il vivere alla giornata... che, per carità, può andar bene come stile di vita individuale (laddove è l'individuo ad accollarsi i rischi di una simile opzione), ma se applicato alle scelte collettive equivale alla progressiva desertificazione della vita civile (e rende giorno per giorno le prospettive di crescita e di miglioramento sempre più "ardue").