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venerdì 7 dicembre 2012

all'inferno, può darsi


Una volta chiesero a Thelonious Monk dove stesse andando il jazz. E lui, che matto era matto, ma scemo no, rispose: "Non lo so. Può darsi che vada dritto all'inferno. Non si può fare andare qualcosa da qualche parte. Semplicemente accade".
Ripensavo alle parole di Monk, guardando quattro antologie di poesia italiana contemporanea, che stanno da un po' sulla mia scrivania.
Le antologie mi attraggono e mi repellono, allo stesso tempo. Mi attraggono perché cercano di far ordine nel caos, tanto più in un caos turbolento, pulviscolare, browniano, com'è quello della poesia recente e recentissima. Mi repellono per lo stesso motivo: perché sono costrette, inevitabilmente, a tagliare con l'accetta, a cercare per forza un ordine dove l'ordine non c'è, né può esserci.

La generazione entrante raccoglie, ad opera di Matteo Fantuzzi, quindici poeti, introdotti da altrettanti prefatori. Il criterio è esplicitato nel sottotitolo: “Poeti nati negli anni Ottanta”. Nella postfazione, l'editore Giuliano Ladolfi azzarda un'identità collettiva: questa generazione non ha più padri, è venuta meno la spinta collettiva, non esistono più poesie generazionali, ogni opera vive per sé. I poeti sono Dina Basso, Marco Bini, Carlo Carabba, Giuseppe Caracchia, Tommaso Di Dio, Francesco Iannone, Domenico Ingenito, Franca Mancinelli, Lorenzo Mari, Davide Nota, Anna Ruotolo, Giulia Rusconi, Sarah Tardino, Francesco Terzago e Matteo Zattoni, ognuno rappresentato con una breve scelta di testi recenziori.


Poeti degli anni Zero. Gli esordienti del primo decennio, a cura di Vincenzo Ostuni, sceglie, invece del criterio generazionale, quello dell'esordio editoriale. I tredici poeti scelti sono nati fra il 1964 e il 1978, ma hanno pubblicato la loro opera prima fra il 2000 e il 2010 : si tratta di Gian Maria Annovi, Elisa Biagini, Gherardo Bortolotti, Maria Grazia Calandrone, Giovanna Frene, Marco Giovenale, Andrea Inglese, Giulio Marzaioli, Laura Pugno, Lidia Riviello, Massimo Sannelli, Sara Ventroni, Michele Zaffarano. Il curatore definisce questi poeti una “famiglia allargata”, cercando di delinearne i tratti comuni: il “lirismo astratto, asoggettivo o collettivo, lontano da ogni tirannide epistemica ed espressiva dell'autore reale, […] l'aprirsi alle infuenze internazionali molto più che la generazione precedente; la fiducia profonda nel loro mezzo, attraverso cui sanno di poter esprimere in maniera complessa e convincente i conflitti fondamentali dei nostri tempi”.

Il Decimo quaderno italiano, curato da di Franco Buffoni, rinuncia a criteri cronologici precisi, limitandosi a parlare di “giovani autori”, e ne limita il numero a sette: Corrado Benigni, Andrea Breda Minello, Francesca Matteoni, Luigi Nacci, Gilda Policastro, Laura Pugno, Italo Testa. Di ognuno, presenta una breve silloge completa.






Infine, i dodici Nuovi poeti italiani, scelti da Giovanna Rosadini, sono tutte donne: Alida Airaghi, Daniela Attanasio, Antonella Bukovaz, Maria Grazia Calandrone, Chandra Livia Candiani, Gabriela Fantato, Giovanna Frene, Isabella Leardini, Laura Liberale, Franca Mancinelli, Laura Pugno, Rossella Tempesta. “Voci emergenti di grande interesse e di sicuro valore”, le definisce la fascetta sul retro di copertina; anche se “emergenti” è un termine relativo, perché le date di nascita spaziano dal 1947 di Daniela Attanasio al 1981 di Franca Mancinelli.




Quasi tutti i nomi presenti sulle quattro antologie, tranne due o tre, sono diversi, e questo già la dice lunga: sulla ricchezza della poesia italiana contemporanea, ma anche sulla sua eterogeneità.
Da un po' di tempo, le sfoglio e le risfoglio: qualche volta leggo qualche sezione da capo a fondo, altre volte apro a caso e mi concentro su quel che mi capita sott'occhio. Alcune cose mi piacciono, altre no; alcune mi lasciano indifferente, di altre fatico a cogliere il senso e la necessità; alcune sono davvero belle.
C'è anche da dire che io, personalmente, dopo un paio d'anni in cui ho scritto con una certa frequenza e intensità, mi sto prendendo una pausa dalla poesia. Pausa gradita e benvenuta, sia ben chiaro.
Però, davanti a queste poesie, non posso fare a meno di pormi la stessa domanda di Monk: ma perché la poesia deve andare per forza da qualche parte? Veramente la teleologia le aggiungerebbe qualcosa?
E non posso che rispondere con un grande, convintissimo: “Mah...”.

* * *

(a cura di) Matteo Fantuzzi, La generazione entrante. Poeti nati negli Anni Ottanta, Giuliano Ladolfi Editore 2012 (170 pp., € 12)

(a cura di) Vincenzo Ostuni, Poeti degli anni Zero. Gli esordienti del primo decennio, Ponte Sisto 2011 (350 pp., € 18)

(a cura di) Franco Buffoni, Poesia contemporanea. Decimo quaderno italiano, Marcos y Marcos 2010 (280 pp., € 18)

(a cura di) Giovanna Rosadini, Nuovi poeti italiani 6, Einaudi 2012 (302 pp., € 16)

sabato 3 novembre 2012

"parlare oscuramente lo sa fare ognuno, ma chiaro pochissimi"



L'aforisma nel titolo è di Galileo Galilei, ed ha sempre rappresentato per me un faro insostituibile.
Sulla necessità o meno della chiarezza nella critica, è in corso una discussione tra me e un commentatore che si firma "Giggi Marluzzo". La trovate nei commenti a questo post.
Chi vuol intervenire è il benvenuto.


(nell'immagine: Eraclito, detto l'Oscuro; dalla "Scuola di Atene" di Raffaello)

sabato 27 ottobre 2012

e poi dice: perché non si legge poesia


"[Il libro X] elogia il terzo, il testimone che non tace più e accede alla coscienza del molteplice. Un terzo che tuttavia è capo, a-capo del verso: l’interlocutore principale e insieme il detentore della parola. Cosa succede in quella cruna è svelato e ri-velato nella scrittura di *** che, con magistrale capacità endoscopica, dipana tutti i fili, uno ad uno – quelli difficili da dividere e quelli che sono sull’orlo di spezzarsi, quelli mischiati alla tattilità del corpo e quelli legati agli indugi dell’Altro. Una parola che scheggia il guscio dell’ordito e ne fa intravedere il senso che poggia sulla polvere, l’intenzione. Non c’è linearità ma esattezza circolare del procedere per domande e definizioni. Le Parche sono sempre lì, a reclamare attenzione e a custodire il cammino prodigioso del capo e della coda. Le maglie scandiscono il tempo che fagocita i fiori per restituirli al coro solitario dell’essere che non si basta e che si rassegna a dirsi in molti modi; il punto è che però quel ti estì è in mano propria seppure apparentemente si chiami con altri nomi.
È il chi infatti – e non il cosa.
Il percorso lento procede in alterco con se stesso ed è in questo stretto passare che chi detiene la parola sem(in)a nelle forme dell’armonia. In questa sua nuova amalgama però (che è ogni volta monito di rara bellezza) sembra che la parola poetica di *** acquisti una rinnovata compiutezza, quasi un sollievo dettato da quell’abisso innato che fa da sfondo e in cui ci si riconosce come soffio. Si accetta il tradimento dell’imprevedibile confessando la necessità dell’erranza: la cifra che mantiene vigili sulla sopraffazione dell’agguato. Sempre nella cartografia crudele del thumos desiderante.
Tutto avviene senza accadere – sì."

(Giuro che è vera, non me la sono inventata io)

(L'immagine in alto è tratta da "Pompeo" di Andrea Pazienza)

lunedì 24 settembre 2012

non sanno parlare



A mio avviso, il lettore – voglio essere molto drastico – non deve avere voce in capitolo, come si diceva un tempo nelle abbazie. Durante il capitolo, l’assemblea, il lettore non ha il diritto parlare perché parlano gli specialisti, i competenti. Come si creano queste competenze? Attraverso un sistema di selezione che un tempo funzionava: laurea, biennio, dottorato, ricercatorato, etc. Quando questo non funziona, ci sono comunque altre forme di formazione: conosco varie persone di valore che non sono nell’accademia. Ecco, io proporrei il sistema delle ore di lettura, come i piloti d’aereo. Quando si può pilotare un jumbo? Quando, per ricorrere a un’iperbole, si sono fatte 8000 ore di volo. Quando puoi scrivere il tuo parere su un libro? Quando hai letto 8000 libri di teoria, di narrativa, di poesia; altrimenti non puoi parlare. Io non voglio sapere i pareri dei lettori, non mi interessano: deve essere vietato al lettore di parlare. Ma parto dalla grande idea di Borges per cui io vado molto più fiero del mio lavoro di lettore che di quello di scrittore. Essere lettori è una cosa importantissima. Questa specie di todos caballeros, questa gara a diventare tutti critici è insensata perché il lettore ha di per sé un’enorme, un’immensa dignità. I blog hanno questo rischio, trasformano i lettori in studiosi: questo non è possibile.

(leggi qui tutta l'intervista a Valerio Magrelli)

domenica 8 luglio 2012

in lode delle zeppe


Una sera, alle tre di notte, sul colle dell'Infinito di Recanati, dove stanno scolpite le prime parole di una delle poesie più belle di tutti i tempi, mi sono reso conto che "Sempre caro mi fu quest'ermo colle" è un verso assai banale, che avrebbe potuto essere scritto da qualsiasi poeta minore del romanticismo, e forse di altre epoche e correnti. Che deve essere un colle, in linguaggio "poetico", se non ermo? Eppure senza quell'inizio scontato la poesia non prenderebbe avvio, e forse occorreva che banale fosse, perché potesse essere avvertito infine il sentimento panico di quel naufragio, poeticamente memorabile.
Oserei dire, sia pure per amor di tesi, che un verso come "Nel mezzo del cammin di nostra vita" ha la cantilenante dignità di una zeppa. Se non ci fosse stata la Divina Commedia dietro non gli avremmo dato molta importanza, forse l'avremmo registrato come un modo di dire.

Umberto Eco, "Il fascino della Venere di Milo. 
Parti mancanti, eccessi e zeppe: l'arte delle opere imperfette" 
(La Repubblica, 7 luglio 2012, p. 44)

sabato 2 giugno 2012

in my end is my beginning


I primi anni Settanta rappresentano un crinale decisivo del Novecento poetico italiano. La pubblicazione, nel 1971, di due opere come Satura e Trasumanar e organizzar è il sintomo non solo di una svolta prosastica e antilirica della nostra poesia, ma di più radicale esaurimento delle sue canoniche tensioni all’assoluto: di un momento in cui “il linguaggio poetico sembra voler uscire dalla propria pelle”. 
 [...]
"A metà degli anni Settanta diventò chiaro che si stava ricominciando da un grado zero dell’autocoscienza storica (…). Niente più impegno né avanguardia. Cioè niente rapporto dialettico tra poesia e storia, fra evoluzione o mutamento delle forme letterarie e processo storico". 

Posta di fronte alla svolta degli anni Settanta, la maggior parte dei poeti italiani ha risposto sostanzialmente in due modi distinti – ciascuno dei quali responsabile di una varietà di posizioni di poetica e di ricerca stilistica. Non due linee, quindi, e tantomeno due movimenti, ma due diverse reazioni psicologiche al progressivo esaurimento della tradizione postromantica. 

 a) La prima reazione, forte soprattutto negli anni Settanta, è stata di tipo euforico, ed è consistita nel ripristino a diverso titolo del mito della poesia come emergenza emotiva, comunicazione spontanea antecedente a qualsiasi stilizzazione – idea per cui in poesia è sempre possibile, e anzi si deve, ricominciare ogni volta da capo. La lirica in particolare viene qui intesa come bisogno insopprimibile, istinto primario sottratto al divenire storico.  [...] In scena spesso un io narcisista e anarchico, che si denuda e si dà fuoco in pubblico (Alda Merini, Attilio Lolini, Patrizia Cavalli, Dario Bellezza). Nella stessa direzione, ma a un più alto livello di anacronismo, c’è chi ha ricominciato a interpretare l’atto del poetare come valore assoluto, sacerdotale. Riprende forma il disegno di una poesia ad alta voce, priva di inibizioni e immune dall’ironia, che punta dritta all’estasi: tentativo ambizioso di liberarsi dei dubbi e delle autocritiche attraverso un atto di fede nelle ragioni occulte e sciamaniche dell’andare a capo. Un tipo di poesia che rifiuta la vergogna e si colloca dalla parte degli archetipi (Conte, Mussapi, Carifi); che accetta e anzi esibisce un’identità elitaria. Una scrittura che si vuole fuori dalla contingenza, ma che ha saputo fornire, in qualche caso, delle fotografie straordinariamente esatte della società che storicamente l’ha prodotta: penso a Somiglianze di Milo De Angelis, forse il miglior ritratto letterario (non solo poetico) degli anni di piombo. 

 b) La seconda reazione, di tipo disforico, è emersa soprattutto a partire dagli anni Ottanta, e ha contrassegnato a lungo i Novanta. Essa non nega ma al contrario prende atto della frattura intervenuta nella dialettica storica, induce molti poeti ad assumere un atteggiamento ed uno stile ‘postumi’ rispetto alla modernità; a usare la tradizione contro la tradizione, a testimoniare un’angoscia e un lutto. Adoperando metaforicamente il vocabolario della psicanalisi, si potrebbe parlare in questo caso di una specie di nevrosi della fine, incarnata in moduli spesso manieristici, o barocchi, comunque culturalmente sovrassaturi e formalistici, agli antipodi dell’antintellettualismo della posizione precedente. [...] E’ un ambito in cui prevalgono colori freddi, malinconici, spesso senili, anche se vi si sono riconosciuti, magari saltuariamente, non solo poeti effettivamente anziani (Giudici, Sanguineti, Zanzotto, Fortini, Raboni), ma anche generazioni più giovani: Valduga, Held, Nove, Frasca; la corrente neometrica del Gruppo 93; fino forse ad autori di più recente esordio come Italo Testa. 

[...] 

 La mia impressione è che mito delle origini e nevrosi della fine insistano ad agire sulla scena letteraria italiana degli anni Zero. Continueranno a farlo, probabilmente, finché non si imporrà un diverso paradigma storico, capace di ripensare la categoria di ‘nuovo’ e ricomporre una efficace, attendibile nozione di progresso nelle arti. Per adesso il quadro delle proposte formali continua ad arricchirsi, ma la dialettica che le alimenta non è sostanzialmente mutata.

(... leggi tutto il contributo di Gianluigi Simonetti su "Le parole e le cose")

mercoledì 15 febbraio 2012

comunicare, fare


Se cercate soluzioni, la poesia non è cosa per voi. La poesia si limita ad avanzare proposte, o addirittura accenni di proposte, che ciascuno farà sue a modo proprio. Nel frattempo, proprio nel seguire il suo percorso e nello sforzarci di sentirlo e di dargli un senso, ci ritroveremo in sintonia rituale con tutti coloro che stanno compiendo (o hanno compiuto, o compiranno) la medesima operazione. Molto più che comunicare, la poesia è infatti fare, poiein, anche quando la si sta solo fruendo. E tanto meno la poesia comunica emozioni; al massimo, qualche volta, le produce.


Su Guardare e leggere, una riflessione di Daniele Barbieri sulla lingua della poesia, sul rito, sulla voce e su Edoardo Sanguineti

lunedì 6 febbraio 2012

la poésie est morte, vive la poésie


"Considerare le poesie solo in base alla loro liricità emotiva è riduttivo e sminuente; molto spesso – soprattutto su internet, ma non solo – si affianca ad una totale noncuranza per qualsiasi aspetto formale e stilistico. Non importa che una poesia sia linguisticamente o metricamente regressiva o insignificante: l’importante è che suoni bene (dove spesso il ritmo è valutato in funzione della sua vicinanza a quello delle canzoni pop) e che trasmetta emozioni. L’unico aspetto stilistico che caratterizza questi testi è un altissimo tasso di metaforicità, che però non sfugge mai alla banalità più ritrita e non è mai considerabile un tentativo sperimentale".


Dov'è la poesia? Dove va? E soprattutto, interessa davvero a qualcuno?
Una riflessione di Claudia Crocco, in risposta a Franco Arminio (continua a leggere qui).

martedì 18 gennaio 2011

quattro poesie di andrea inglese


(dopo)

questo sopra quello sotto,
e poi il geranio e il filo di ferro,
gli esterni gli interni e sfondamenti,
e poi il sale sul gambo,
il tonfo dietro, il battito dentro,
la notte nel giardino tenue,
e poi le labbra e la nebbia… e poi…
e poi altro… a perdersi, in ritorni e fughe,
finché ci saranno coordinazioni (e poi…)
per allineare nella paratassi (e poi… )
altro ancora, malvisto, poi visto fin troppo,
andremo e verremo, e poi ancora, e poi piano
più forte, più intensamente, poi meno
e ancora, in successione, trovando
un posto, anche noi, tra i fatti :
il posto dell’ostacolo,
rallentando di traverso
quasi a tenere, a prendere,
in un abbraccio,
le ombre onde, lo scatto dei denti
sugli echi (e poi ?)

* * *

«Entra nell’ascensore, poi scendi.»
«Mi servirà davvero? Avranno custodito
il groviglio, il segreto, la mano porgerà
la chiave, saprò dove nasce
il movente?» «Sei nella colonna
vuota, in caduta, passi i piani della memoria
finché ricorderai non ciò che vedevi
con imprecisi contorni e richiami,
ma lo spessore di tavoli e sedie,
l’impugnatura dei recipienti,
le piastrelle scalfite, i mattoni
a nudo, i sacchi di plastica in aria,
ed altre tattili inezie che sotto
le dita non hai percepito
nell’urgenza di tanto sognare.»

* * *

Fra poco torneranno. Tutte quante. Le cose.
Come ai bei vecchi tempi. Nella dimora
del cuore. Ad una ad una. Col raffio,
il bastone curvo, la rete, pian piano.

Con il loro blues, il mormorio roco
di fondo, in umida mota, dal fondo
sorgeranno. E meditano, nel sommo,
una calma definitiva adunata.

* * *

Desiderio

Le reti erano quelle alte del tennis
dietro a cui colava un’acqua
dubbia, tra argini d’erba.
Tu imparavi a ipnotizzare
le rane, io sganciavo cauto
il tuo reggiseno, e le menti buie
schiarivano, in sogno nessuno
ha fretta, potevo passarti
ogni tanto la lingua sulla schiena,
tra le scapole, mentre la festa
in giardino continuava.
Portavo bicchieri sempre doppi,
pieni di sangue, che rovesciavo
a terra, al riparo da bocche
assetate, indiscrete,
ancora non ti decidevi
a sfilarlo il vestito scollato,
ci spostavamo sui fondali
senza mai doverlo consumare
il desiderio, ed esso si eternava
davanti a noi, nitido nell’aria,
come un fiore crudo, una galassia.


Le poesie sono tratte da "L'indomestico" (2005). L'intera raccolta si può leggere qui.
Qui, invece, un commento a queste poesie (o meglio, un commento alla possibilità di commentare poesie).

mercoledì 30 settembre 2009

recensioni in pillole 36 - "Il canone occidentale"

Harold Bloom, Il canone occidentale. I libri e le scuole delle età, Rizzoli 2008 (588 pp., € 14,50)

Si può recensire un libro che non si è finito di leggere? Sì, date certe condizioni.
Innanzi tutto, tanto per informazione: su 588 pagine, ne ho lette 202.
Poi, per orientarsi: The Western Canon uscì in America nel 1994. La data è significativa, perché all'epoca nei campus americani erano al massimo vigore le tendenze critiche che Bloom più detesta, quelle che deride con nomignoli come “scuole galliche” (riferendosi a maestri come Derrida o Foucault) o “scuola del risentimento” (femminismo, cultural studies, letture su base etnica o politica). Bloom aveva sessantaquattro anni ed era da almeno tre decenni uno dei maîtres à penser della critica americana: brillante, carismatico, coltissimo (conosce una decina di lingue). I suoi maestri sono Shakespeare, Dante, i mistici ebraici, Nietzsche, Sigmund Freud, Northrop Frye, T.S. Eliot, R.W. Emerson.
Il canone occidentale è una difesa a oltranza della letteratura come valore estetico in sé. L'argomento centrale è che, se certi autori fanno parte del “canone” della cultura occidentale, ciò non è avvenuto per caso, né per lotta di classe, né per prevaricazione sessista, e via dicendo, ma per la loro totale originalità. Shakespeare (“il centro del canone”), Dante (“il secondo centro”), Chaucher, Cervantes, Milton, Goethe, Whitman, Tolstoj, fino a Proust o Kafka, hanno lottato per liberarsi dell'influenza di chi è venuto prima di loro (“l'angoscia dell'influenza”, una delle idee centrali del pensiero di Bloom) e hanno saputo creare un'assoluta discontinuità, un universo espressivo del tutto personale. “Un 'testo' poetico”, scrive altrove Bloom, “è un campo di battaglia psichico, su cui si combattono autentiche forze per l'unica vittoria degna di vittoria, il divinante trionfo sull'oblio”.
Il canone occidentale è scritto con il suo tipico stile caustico e provocatorio (Bloom è colui che, nel Libro di J, sostenne seriamente che la Bibbia è stata scritta da una donna sotto il regno di Salomone). La sua lettura mi ha spinto ad aprire, per la prima volta in vita mia, almeno due libri fondamentali: il Don Chisciotte e i Saggi di Montaigne. Sono - in parte - d'accordo con lui.
E allora, perché non l'ho finito? Perché non sopporto il suo tono da snob saccente, lo stile tutto frasette aforismatiche, forse efficace in inglese ma insopportabile in italiano, e soprattutto l'assoluta, incrollabile sicurezza nelle proprie idee.
Mi dispiace: io alzo bandiera bianca.

lunedì 31 agosto 2009

dilettanti

Ho rischiato seriamente di fare il critico letterario.
Subito dopo la laurea, decisi di provare un dottorato in Italianistica. Ce n'era uno consorziato tra Perugia e Siena, e io feci domanda senza neanche pensarci troppo su. A dirla tutta, nemmeno mi preparai un progetto di ricerca. E a dirla proprio tutta tutta, non feci neanche quel che una persona con un minimo di comprensione delle logiche accademiche (dote che a me è sempre mancata e continua a mancare) avrebbe fatto: ossia non avvertii nemmeno il docente con cui mi ero laureato, il quale insegnava nello stesso dipartimento dove si sarebbe svolto l'esame di dottorato.
Insomma, ci andai e basta. Feci lo scritto (su Svevo). Poi feci l'orale, in cui improvvisai su due piedi un progetto di ricerca basato sulla mia tesi di laurea. Passai entrambi.
Alla fine, uscirono i risultati. I posti disponibili erano quattro: tre (appresi dopo) riservati ad altrettanti candidati portati dal docente di Siena (non ho difficoltà a dirne il nome: Romano Luperini). Il quarto in graduatoria ero io, senonché la quinta, che aveva quattro punti meno di me, aveva presentato una pubblicazione che le venne valutata cinque punti. A farla breve, mi scavalcò per un solo punto.
Quando si dice il battito d'ali di farfalla: sarebbe bastato che quella candidata non avesse avuto quella pubblicazione. Oppure sarebbe bastato che io avessi detto due paroline al relatore della mia tesi di laurea (me lo disse lui, esplicitamente, quando in seguito lo incontrai: "Pasquandrea, lei è stato ingenuo, e le ingenuità si pagano").
Poi successe che mi misi a insegnare, e poi finii, per ragioni che non sto qui a riassumere, a vincere un dottorato di ricerca in Linguistica. E a fare il critico letterario non ci pensai più.
Rimpianti? Neanche per sogno. Con gli anni ho capito che la letteratura mi piace troppo per farne il mio mestiere. Preferisco pubblicare qui le mie ruminazioni, leggere quel che mi pare quando mi pare e scriverne come mi pare, senza doverne rendere conto a nessuno.

Questa catena di pensieri deriva dalla lettura, negli ultimi giorni, di un dibattito scoppiato su Nazione Indiana. Tutto è partito da un articolo di una ricercatrice universitaria di nome Gilda Policastro (che, ho scoperto poi, ha vinto nel 2003 proprio lo stesso dottorato che non avevo vinto io tre anni prima, e ora lavora proprio qui a Perugia), intitolato Critica letteraria di nomi e di cose e pubblicato venerdì 28 agosto scorso.
L'articolo è, a mio parere, del tutto illeggibile: per lo stile, tortuoso e involuto fino all'inverosimile; per i contenuti, che sono il trionfo dell'autoreferenzialità e delle polemiche da parrocchietta travestite da discussione sui massimi sistemi; e per il tono, trombonesco e supponente. Però ha ricevuto due altri articoli di risposta: uno di Francesco Forlani, lieve e ironico com'è suo solito, e uno di Gianni Biondillo, legittimamente e sanguignamente incazzato.
Ma soprattutto, intorno ai tre articoli si è scatenata una mastodontica discussione, trasformatasi ormai in un'indegna gazzarra di insulti personali, sputi metaforici ed effusioni di intellettualismo onanistico. Tanto per dare un'idea, mentre scrivo queste righe i commenti ai tre articoli sono arrivati rispettivamente a 116 (Policastro), 22 (Forlani) e 56 (Biondillo).
Centonovantaquattro commenti per una discussione sull'aria fritta.
Se questa è la critica letteraria, qui, oggi, allora non posso che confermare: sono contento di essere un dilettante, e mi prendo il solenne impegno di restarlo.

martedì 16 giugno 2009

recensioni in pillole 18: "Crolli"

Marco Belpoliti, Crolli, Einaudi 2005 (142 pp.,7 €)

Di questo libro non ricordavo niente: né quando lo avevo comprato, né dove, né perché. È strano, dato che in genere dei miei libri conservo una mappa mentale precisa come uno schedario. In realtà avevo allungato la mano sullo scaffale per prendere un altro libro, sempre di Belpoliti, che era accanto a questo, poi l'ho visto, mi ha incuriosito e ho deciso di leggerlo.
Il testo prende inizio dalla constatazione che gli anni Novanta sono stati aperti e chiusi da due crolli speculari e simmetrici: nel 1989 quello del Muro di Berlino, nel 2001 quello delle Twin Towers. Il primo è stato “un evento gioioso e collettivo, una grande festa, un happening durato parecchi giorni [...] che l'Europa, l'intero mondo, hanno salutato come l'inizio di una nuova epoca”; il secondo “è invece un evento angoscioso, tragico, carico di valenze simboliche”. Il primo indica l'apertura di uno spazio di dialogo e speranza, il secondo la sua chiusura.
Partendo da qui, Belpoliti segue il tema delle macerie, delle rovine, rintracciandolo nell'arte e nella cultura della seconda metà del Novecento: i ventitré densi paragrafi che compongono il libro attraversano soprattutto la letteratura e le arti visive, ma non mancano riferimenti al cinema, al fumetto, alla filosofia.
Passano così in rassegna le macerie delle città tedesche distutte dai bombardamenti; i film catastrofici; i saggi di Susan Sontag, Hermann Broch e Milan Kundera sul kitsch (uno dei temi centrali del libro: il kitsch come nemico dell'arte o come ultima frontiera dell'arte stessa, che riutilizza le macerie della cultura crollata); le opere di Man Ray, Andy Warhol, Matthew Barney e Maurizio Cattelan; i tentativi degli scrittori americani di raccontare l'11 settembre; le riflessioni di filosofi e antropologi sulla cultura del secolo appena trascorso; gli edifici vuoti di Pripjat', la città evacuata dopo la catastrofe di Chernobyl; le pagine di Walter Benjamin sulla Berlino anteguerra; fino al crollo estremo, abissale: lo sterminio degli ebrei, che ha lasciato un vuoto morale e culturale proprio al centro del Novecento.
Alla fine, la conclusione di Belpoliti è che la nostra non è l'età dell'apocalisse, del “tempo ultimo”, ma piuttosto quella del “tempo penultimo”, del tempo che precede sempre una fine che non arriva mai. L'età dei piccoli crolli, dell'equilibrio instabile, dell'incertezza che non trova mai un punto di assestamento.

lunedì 20 aprile 2009

petrarchismi


Apprendo che i poeti italiani più tradotti, letti e studiati negli Stati Uniti sono Dante, Leopardi e Montale.
Questo mi conforta nella mia convinzione che Petrarca sia stato solo una lunga, noiosa ma - per fortuna - temporanea interruzione pubblicitaria.

lunedì 13 aprile 2009

commenti


Le (pochissime) volte che mi è capitato di pubblicare racconti o poesie, c'è stato sempre qualcuno che mi ha chiesto spiegazioni o commenti: che cosa intendevo con quell'espressione, a cosa alludevo in quel verso, che cosa volevo dire o esprimere.
Io mi sono sempre rifiutato.
E non per una forma di snobismo, ma perché ritengo che un testo, una volta scritto e licenziato, debba vivere senza l'autore: l'interpretazione, casomai, spetta ai lettori.
Ovviamente non voglio dettare regole per nessuno: ci sono stati scrittori che hanno riflettuto in pubblico sulle proprie opere, che le hanno persino chiosate, con risultati anche interessantissimi (penso ad esempio al Saba di Storia e cronistoria del Canzoniere, o a certi "dietro le quinte" delle Occasioni svelati da Montale).
Ma per me una poesia è un po' come un messaggio in una bottiglia: se deve arrivare arriva, sennò pazienza.

lunedì 16 febbraio 2009

Es o non Es


Chiunque siate e ovunque vi troviate, Shakespeare è sempre più avanti, sul piano tanto concettuale quanto immaginario. Vi rende anacronistici perché vi contiene; contenerlo è impossibile. Non si può illuminarlo con una nuova dottrina, sia essa il marxismo o il freudismo o lo scetticismo linguistico demaniano. Al contrario, sarà Shakespeare a illuminare la dottrina, non mediante una prefigurazione ma, per così dire, mediante una postfigurazione: tutti gli aspetti essenziali di Freud sono già presenti in Shakespeare, accompagnati da una persuasiva critica dello stesso Freud. La mappa freudiana della mente è di Shakespeare; pare che Freud l'abbia solo messa in prosa. In altre parole, una lettura shakespeariana di Freud illumina e trascende il testo di Freud; una lettura freudiana di Shakespeare riduce Shakespeare, o meglio lo ridurrebbe se riuscissimo a sopportare una riduzione che superasse il confine dell'assurdo. Il Coriolano è una lettura del 18 Brumaio di Luigi Napoleone di Marx assai più convincente di quanto potrebbe sperare di esserlo una rilettura marxista del Coriolano.
(Harold Bloom, Il canone occidentale)

venerdì 13 febbraio 2009

l'angelo della critica


Io credo che il lavoro del critico somigli, in piccolo e in maniera tutta laica e profana, alla lotta notturna di Giacobbe. Per tutto il durare delle tenebre, Giacobbe combatte con un avversario, che crede un uomo e che gli impone gli stenti, le contrizioni, i pericoli di un corpo a corpo con un proprio simile. Ma, al tornare della luce, Giacobbe si accorge che l'altro era un Angelo. Nel nostro caso il critico scorge, riconosce, intero integro, e ancora più splendente il poeta. Quella poesia che egli aveva ferita con i suoi colpi, straziata con le proprie analisi, si ricompone nella sua più vera ed efficace figura. E come l'Angelo di Giacobbe, il poeta in quel momento tramuta le angosce della notte in benedizione, benedizione per tutti, della quale il critico nella sua qualsiasi misura, diventa un poco il tramite, l'amministratore.
(Giacomo Debenedetti)