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domenica 24 febbraio 2019

due poesie di Maria Borio

(Da "Trasparenza", Interlinea, 2019. Altri testi si possono leggere qui)

1980

La provincia si è riempita di case nuove.
C’è una felicità. Non eravate ancora nati.
Le case salde di coppie eternabili.

Pensavamo che si espandesse per gru altissime
e alberi trapiantati l’anello di catrame
che terminava nel campo e il campo sereno

come di fronte a uno spettacolo. Dici
non eravate ancora nati, ma esisteva una forma
su cantieri e famiglie: le radici che forzavano,

il catrame, le gru montate, i figli nati,
uno per uno un’automobile, la felicità
come pelle nutrita di un rettile.

Una primavera calda vi taglia adesso
fra le buste della spesa e i bulbi nel cellofan:

ci taglia dove dico guardate il campo con le rovine
delle immagini, il tubo catodico spezzato.

Nel suono fermo della televisione
le case indietro si sbriciolano nel video:

le tiriamo fuori, allacciamo il tetto con il grano.
Senza noi invecchiate come non fossimo nati –

miniatura finita, acqua ragia, ologrammi
dentro tutto il paesaggio.

* * *

Accoglienza

I

Si raccontano, una faccia nell’altra.
C’è il pane fresco sul banco, asciutto,

il suono di cose toccate. Dispone
pezzi in fila – le mani sembrano terra,

le unghie sono tagliate fin dentro la carne.
Le storie scomposte in sagome

fanno corto circuito. Attraverso
il vetro appare reale solo la forma

delle magliette made in china.
Come dire posto per accoglienza?

Il cielo preme su tutti, scivolano fuori
dalle magliette i corpi.

II

Parlare, sentire: entriamo, compriamo
due chili di pane – parlare, sentire

mani calde, gli occhi geologici. Sembra
di attraversarsi, noi nella mattina soli

dal banco al vetro alla strada…
Le aste traslucide attraverso i vetri

sono rami – e il vento
le apre, li chiude.

III

Il nome inizia con la a e finisce con la h
suona una cosa calda, di lievito

ed è vero – la distanza esiste meno
di prodotti che di etnia. La cosa esplode.

Il vento comprime tutti,
finisce con la h, come si soffia.

IV

Sembriamo serpenti, curve, lingue mescolate.
Passiamo attraverso un posto immaginario.

È una sfida, come il ragazzo della favola
nascondeva la volpe tra ascella e fianco.

Il cielo preme su tutti, le solitudini esplodono.
Il posto intorno è vero – i serpenti solo suono.

mercoledì 21 marzo 2018

quattro inediti di Antonio Bux

dalla raccolta inedita “Sasso, carta e forbici” (2017)


Carta

II

Ti ho trovata morta sulle scale. 
Era ferragosto, nella fretta di vedermi
sei inciampata nell'ultimo scalino
e cadendo all'indietro così 
come sei nata, in un salto di luce
sei andata via, con i vicini accanto
mormorando sul tuo corpo mezzo rotto.
È stata l'ultima volta che ho pianto,
poi c'è stato un muro, specie quando
ti ho vista rialzarti dal marmo 
della camera ardente venirmi contro
a dire: sei tu che stai sognando 
la mia morte
; così te ne sei tornata 
sdraiata a dormire. Fu dopo quella notte 
che tu attraversasti il portone 
ogni maledetto giorno: a casa ti vedevo 
salire le scale con me, mentre raccontavi 
la tua giornata all'ospedale, tra un paziente 
e una palpata del primario, e io geloso, 
col tuo bisturi gli avrei tagliato via tutto; 
ma tu mi frenavi, dicevi: è solo lavoro, 
non è niente, torniamo a casa, amore, 
è per il bene di nostro figlio
. Di quale figlio 
tu parlassi non mi era proprio chiaro, 
ma lì per lì feci finta di avercelo un bambino
per non deluderti, almeno da morta. Sono passati 
dieci anni e ogni giorno facciamo quelle scale, 
questa volta senza inciampare, e ogni giorno
provo sempre a fare finta di non vedere, chissà 
uno scalino, o il passamano per venirmene con te 
a passeggiare là in alto, dove forse abbiamo un figlio.

* * *

Una spora da Cernobil

I

Sassi, fibre, forze della terra,
anni che non sono più uomini
vicini a come si perde un volto.
Sono stati qui, erano tanti,
abitavano stanze, senza sapere,
lavoravano a fare vita.

Ma ora è vita e non è mai, vita
ora che è qui, a lavorare,
a far da sola,
sola il tempo e sola la solitaria
roccia che nell'acqua piange,
e piange tutti i ricordi.
I cassonetti sono caduti, colonie
di insetti e bisce, cicorie
qui a fare casa e spazio;

e il manto stradale che era i semafori
accesi per sempre e la luna
come a dividere ancora,
come si andasse da un'altra parte,
da un'altra parte a cercare facce
nuove, per poter restare.

Ma il segnale dice che non si può,
no, dice che la terra è morta
come i morti dicono cos'era

essere tempo, senza mai vivere.

E gli aerei che pure passano sopra
vedono una croce
al di là della chiesa e ombre
piene muovere il prato.

(Che sarebbero uomini e invece sassi,
donne coi loro figli e sono pietre,
fibre come pietre e forze della terra).

* * * 

Forbici

I

Il gioco era chiedere, dire montagne, 
fare onde coi passi, chiari sulle acque
- e le onde respingevano future -  

ma fate disegni calmi, diceva la scuola, 
più calmi disegnate le onde: così uno 
diventava bambino, con l'acqua

sporca, come il corpo addosso,
con la poca acqua caduta dai sogni 
che ora è corpo e cenere, o fuoco, 

o è corpo che si chiede esistere, 
o resistere se è gioco quel sasso
a tirare, o a esser tirato, e creare

un disegno per bucare e dire carta, 
o per tagliare con le forbici
a mani piene, pietre immaginarie. 

(E questo gioco era montagne
alte, immaginarie erano vite 
così piene che si era bambini
da soli, a disegnare le onde).

Non che sia abitare questo
prima di vivere, non che sia
più gioco o vanità la foresta

che si placa con gli anni, o uno
a sé davanti che gioca, e perde, 
o solamente si trova schierato.

XI


Ero nato, ne sono sicuro. Ma non
nei fogli, più dentro l'acqua genitale
di mia madre, quella innaturale,
e mi ha fatto così, come la neve,
che cade solo se accolta.
Ero nato, in un Nord del Sud,
o in Sud del Nord, di sicuro al centro
dopo l'estate, quando Ottobre era caldo
e il magnete della terra premeva
verso il caldo destinale, del suo globo.
E così fui nato, ma senza prospettiva
di diventare un bel divoratore
di piante, di maiali, di urine bianche
trasformate. È così che sono nato,
dentro uno stivale, dalla pelle bucata,
e sono nato povero, ma con forma regale,
mi sono comprato una fede, una sposa,
una frase che è mia. E dentro la mia città
ho creduto le città come gabbie, come nidi
ma non solo di gabbie, anche di aurore.
Ed è anche per questo che sono nato,
per veder scritto dove è niente, per sapere
se quel niente può essere fatto, come un volto
che dice sono Dio, ma è solo il volto
di un io allo specchio. E così me ne vado
nello specchio di tutti i volti, e nelle montagne
che sono solo mie, e nei venti e nei mari,
e nei fiumi, quelli miei e di tutti, perché è lì
che dovremo annegare. È così che si nasce
e si muore, come insieme, uniti
allo stare del mondo. Allora nasceremo
di nuovo forse, nasceremo più forti, più chiari,
e leggeremo altrove i nostri volti, scolpiti,
e le nostre mani, magari scriveranno meno,
e forse faremo grandi i cieli
di lotte, e grandi sorrisi sì, sicuro
qualcosa faremo. Perché si nasce
per questo, per fare. E io ho fatto presto,
ho scritto questa poesia.




Antonio Bux (Foggia, 1982) ha pubblicato vari libri, sia in italiano, tra i quali Trilogia dello zero (finalista premio Lorenzo Montano, vincitore premio Minturnae), Kevlar (vincitore premio Alinari), Naturario (selezione premio Viareggio), che in spagnolo (23 - fragmentos de alguien, El hombre comido, Saga familiar de un lobo estepario). Suoi lavori sono stati tradotti in varie lingue e antologizzati in opere collettive come InVerse: Italian poets in translation, a cura della John Cabot University. Ha tradotto numerosi autori di lingua spagnola, su tutti Leopoldo María Panero. Ha fondato e dirige il blog Disgrafie, oltre che una collana per la casa editrice RPlibri e due collane per le Marco Saya Edizioni.

martedì 16 gennaio 2018

tre poesie di Stefania Onidi

Sogno

Ho sognato che ti nutrivi al mio seno
ma non crescevi tu e non crescevo io.
Rimanevi eterno bambino tra le mie braccia
troppo bianche per contenere le tue future metamorfosi.
Ho sognato che ti baciavo gli occhi.
Ho sognato quel corpo che noi due inventammo
ancora prima di essere.

* * *

Vertigine

Mi svegliai su un campo di papaveri.
Albe di rosso fin dentro la pupilla.
In gola mi soffocava un sogno.
Sentivo l'odore della terra, mio unico abito,
sentivo le tue mani risalire il ventre, calde
ali, girandole di desiderio.
Ti guardai. Eravamo proprio io e te,
stretti, sul filo della lama di un tempo esatto e accolto
finalmente.
Tra i capelli un vento.
Nel suo abbraccio raggiro di sensi,
suono di parole, le tue.
– Ti ho assaggiato sillabe di miele direttamente
dalla bocca.
Amarti è un gioco (d'azzardo).

* * *

Identità

Resto donna di scogliera
fiore di cisto selvatico
nel taglio del vento
nel segno del sale.
Aperta agli azzurri senza nome
alla ruota del sole
alla gioia lenta della terra.


 (da Quadro imperfetto, Bertoni Editre, 2017)

lunedì 25 dicembre 2017

in tema con la giornata

Natività

La neve sarà già alta la mattina,
nessuno di loro guarderà il nero dei rami che taglia
il cielo dell'inverno, il cielo che si specchia nella neve
la neve che si specchia dentro il cielo,
sfileranno dalle cassettiere i pantaloni migliori, la gonna giusta
la giacca che era del padre quando si sono sposati
annoderanno la cravatta con dita imprecise
e sapranno di acqua di rose e naftalina
perché sarà il giorno che accoglie la devozione
e ferma il tempo degli abiti sudici, dei tagli sulle mani;
si troveranno tutti nella chiesa troppo grande
per il paese piccolo e daranno al Natale la forma
delle loro giacche sformate, del loro stare vicini,
del vapore dei loro aliti, lo faranno per loro
e perché è la festa, e per tornare alle case
se non conciliati meno pesanti nel buio del giorno corto,
lo faranno allora, lo faranno oggi, lo faranno domani
lo faranno finché starà fermo il palo drizzato
nel mezzo del ricordare di chi li ricorda e la neve,
nel freddo, sarà già alta la mattina.





(Pierluigi Cappello, da "Stato di quiete. Poesie 200-2016", Rizzoli)

giovedì 21 dicembre 2017

andiamo nel sonno

Piano piano si staccano
i tocchi
da un orologio e nuotano
fra pioggia, vento e vetri di finestre.
Le terrazze tamburellano
come teli da tenda
e il grido dei fanciulli: "Aea!" si perde
nelle vie
come per corridoi
di un castello assediato.

Inverno assediatore,
vecchiaia dell'anno,
mette angoscia nei sensi,
chiude il domani.

Ma lasciamo un momento questa città.
Andiamo nel sonno,
andiamo a vedere che succede.

Vittorio Bodini (da "La luna dei Borboni")

sabato 9 dicembre 2017

quattro poesie di Maria Borio

 (i testi vengono da qui)

Isola

Nella notte il vetro dei grattacieli di Isola
sembra una faglia sull’orizzonte,
il semicerchio della struttura che dice
il potere di rendere solida l’acqua
e liquefarsi al momento
che hai finito di circoscrivere.

Qui le ore distinguono
il silenzio netto, il rullio dei treni,
le gocce nell’aria, le fibre –
ma l’alba ci ha fermato in un suono contorto:

le curve del tempo vuoto
la fuga nel sottopassaggio
l’elettricità aperta tra gli ascensori e il cibo decongelato
gli artefici di questa pulizia di vetro
o una prova molto umana per fermare un azzurro fragilissimo.

Seduti al limite della fontana
ecco il sorpasso: il freddo incorruttibile
si restringe e una folla normale
scala i tratti del volto. Al bar mi dici
che è metafora del mondo
oggi trattenendo il cibo nella bocca
il grande vetro di questi edifici
e il cibo profondo negli organi:

meccanica e carne invisibili
e la loro imperfezione avvolge al puro e all’impuro
entrando uscendo dal grande vetro
come l’arte afona e oscura di Duchamp
taglia a sezioni.

Nel caso premi la mano, può frangersi

o resistere come l’etere resiste,

e lì coscienti o da noi separati

puro e impuro,

il grande schermo di Isola

o un continente.

(Il luogo di Isola è l’omonimo quartiere di Milano, 2015-2016)

*

Atmosfera

Ogni respiro è una piccola morte
o forse come dire le mani sulla pancia
vuota di una donna che dentro vuole

un figlio. Ogni respiro si ferma quando
pensiamo al futuro di una generazione
in stanze condivise, contratti condivisi

le mani sul diaframma alto e basso,
se alto dire “saremo”, se basso dire
la pancia esile a cui nessuno fa caso,

quanto sia vera, quanto il desiderio
sia “posto” come quello del palazzo
piantato da anni vicino al fiume,

appartamento che tiene vite multiple,
o quello sulla riva dei platani tranquilli
della famiglia delle anatre che sceglie

libera dove farsi la casa. Noi ascoltiamo
il ritmo di un respiro, la pancia
che si alza, si abbassa, si tende

mentre la tocchi come non dovesse
rapprendersi mai, non è l’arancia vecchia
che in cucina abbiamo dimenticato.

Pensiamo alla massa giovane dei bianchi
di cultura bianca e la loro vita appena adulta
in stanze, contratti, questa pancia

tutta occhi che riconosce, classifica, scrive
sopra il cervello dell’intestino. Sono nati
gli anatroccoli perché è maggio, la famiglia

migra all’argine vicino al parco. Avete visto
la traccia del nido strappato, una cortina
di ruggine. Così l’appartamento quando è vuoto

come se tutti si fossero spostati lasciando
i giocattoli filamentosi, i vestiti industriali,
contraccettivi, scatole d’aria.

Seguiamo la corrente, sentiamo altre forme:
sotto le case fondamenta, sotto la riva radici.
Il cono dell’atmosfera vuoto su tutti, azzurro.

Torino, maggio 2017

*

Distanza

Fermati e ritaglia la regola delle due parti,
i piedi come sono lontani dagli occhi:

in ogni persona fissa questa distanza.
Il corpo di tutti è unità di misura,

ma nessuno uguale – la distanza che sempre
trema dai capelli ai talloni dei bambini

adesso è il contatto tra il caldo a morsa dell’estate
e la pioggia grigia quando iniziano ad abitarsi.

L’aria è ferma, arsa, lenta come una bestia.
La distanza tra piedi e occhi asciuga.

Sul fondo della valle siamo rimasti schiacciati,
non più reali – noi e le macchine, i covoni pressati,

i cavalli calmi. L’aria preme lo stomaco: a volte toglieva
colore ai cespugli del lauro, lo fissava negli occhi

e credevamo che l’atmosfera diminuisse,
che avessimo respirato solo pensando

al colore. Salivamo – mi guardavi come se tutte le luci
del fondo fossero occhi e potessero guardarci.

La distanza tra i capelli e i piedi trema selvatica
fra il punto più alto di questa collina e a est

la gemella, una forma pulita e la schiena
di un cavallo che dorme. La luna è alta in fretta.

Restiamo vuoti a guardarla senza saperle dare un nome
le teste senza meta che la cercano.

Perugia-Assisi, agosto 2017

*

Nord

Sapersi avvicinare.
Così vediamo l’enigma della distanza
dal posto in cui si addensano i luoghi che ci hanno abitato.
Inizio chiamando le isole d’erica e ghiaccio
l’alba atlantica
un aereo al decollo
versi crudi di gabbiani come sottili catene.

Chiedete nudità. Le scogliere si aprono
più a sud in un prato piatto
e gli animali sono immobili
come una sinfonia che si avvolge su se stessa:
pensavo alla loro bicromia
stordita di sidro trovando in qualche angolo
della lingua il barniolino
mele acide, bacche rosse
la pianura emiliana premuta dalla nebbia
che si incastra nei movimenti.

Affacciati, dall’alto sul mare,
ripeti la vertigine
nel basso della pianura
in contrappeso.

Mi sono affacciata ed era spazio più ampio
una meridiana arsa di capperi e lava
tesa a lande calcaree, dorsali.
Gli uomini sdraiati sul fondo dell’Europa
forse mi hanno guardato, e chiedo
sarete intrecciati nei posti che ho visto
in uno solo breve come poter dire
cosa sono i miei anni minuscoli
attraverso lo scontro di sud e nord.

Ogni luogo appartiene ad altri.
Li appoggio senza genealogia,
gli do odore, ricevo umido e arido.
Ci bagnano o uccidono.

Ero nel punto più alto della scogliera
nel vento del nord affilato, lunare.

Voi li abitate adesso. Avvicinatevi.
Mi affaccio, salto –
da roccia a roccia sopra un resto.

Roma-Londra, 2016



Maria Borio è nata a Perugia nel 1985. È dottore di ricerca in Letteratura italiana. Una raccolta di sue poesie, Vite unite, è presente nel XII Quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2015); nel 2017 è uscita la sua prima silloge, intitolata L'altro limite (Lietocolle). Cura la sezione poesia di “Nuovi Argomenti”. Ha scritto i saggi “Satura”. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra, 2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (in uscita per Marsilio).



domenica 1 ottobre 2017

cinque poesie di Pierluigi Cappello

 Pierluigi Cappello è morto oggi, a cinquant'anni.

* * *

Elementare

E c'è che vorrei il cielo elementare
azzurro come i mari degli atlanti
la tersità di un indice che dica
questa è la terra, il blu che vedi è mare.

* * *

Lascio la camera com’era quando era nei tuoi occhi,
incontrarti è il sapore che trattengo nel sorso di caffè.

Tra il piacere e quel che resta del piacere
il mio corpo sta come un posto dove si piange
perché non c’è nessuno.

Un giorno settembre era limpido e ventoso
il silenzio ammutoliva, la terra tornava al cielo.

* * *

Piove

Piove, e se piovesse per sempre
sarebbe questa tua carezza lunga
che si ferma sul petto, le tempie;
eccoci, luccicante sorella,
nel cerchio del tempo buono, nell'ora
indovinata
stiamo noi, due sguardi versati in un corpo,
uno stare senza dimora
che ci fa intangibili, sottili come un sentiero
di matita
da me a te né dopo né dove, amore,
nello scorrere
quando mi dici guardami bene, guarda:
l'albero è capovolto, la radice è nell’aria.

* * *

Parole povere

Uno, in piedi, conta gli spiccioli sul palmo
l'altro mette il portafoglio nero
nella tasca di dietro dei pantaloni da lavoro.

Una sarchia la terra magra di un orto in salita
la vestaglia a fiori tenui
la sottoveste che si vede quando si piega.

Uno impugna la motosega
e sa di segatura e stelle.

Uno rompe l'aria con il suo grido
perché un tronco gli ha schiacciato il braccio
ha fatto crack come un grosso ramo quando si è spezzato
e io c'ero, ero piccolino.

Uno cade dalla bicicletta legata
e quando si alza ha la manica della giacca strappata
e prova a rincorrerci.

Uno manda via i bambini e le cornacchie
con il fucile caricato a sale.

Uno pieno di muscoli e macchie sulla canottiera
Isolina portami un caffé, dice.

Uno bussa la mattina di Natale
con una scatola di scarpe sottobraccio
aprite, aprite. È arrivato lo zio, è arrivato
zitto zitto dalla Francia, dice, schiamazzando.

Una esce di casa coprendosi un occhio con il palmo
mentre con l'occhio scoperto piange.

Una ride e ha una grande finestra sui denti davanti
anche l'altra ride, ma non ha né finestre né denti davanti.

Una scrive su un involto da salumiere
sono stufa di stare nel mondo di qua, vado in quello di là.

Uno prepara un cartello
da mettere sulla sua catasta nel bosco
non toccarli fatica a farli, c'è scritto in vernice rossa.

Uno prepara una saponetta al tritolo
da mettere sotto la catasta e il cartello di prima
ma io non l'ho visto.

Una dà un calcio a un gatto
e perde la pantofola nel farlo.

Una perde la testa quando viene la sera
dopo una bottiglia di Vov.

Una ha la gobba grande
e trova sempre le monete per strada.

Uno è stato trovato
una notte freddissima d'inverno
le scarpe nella neve
i disegni della neve sul suo petto.

Uno dice qui la notte viene con le montagne all'improvviso
ma d'inverno è bello quando si confondono
l'alto con il basso, il bianco con il blu.

Uno con parole proprie
mette su lì per lì uno sciopero destinato alla disfatta
voi dicete sempre di livorare
ma non dicete mai di venir a tirar paga
ingegnere, ha detto. Ed è già
il ricordo di un ricordare.

Uno legge Topolino
gli piacciono i film di Tarzan e Stanlio e Ollio
e si è fatto in casa una canoa troppo grande
che non passa per la porta.

Uno l'ho ricordato adesso adesso
in questo fioco di luce premuta dal buio
ma non ricordo che faccia abbia.

Uno mi dice a questo punto bisogna mettere
la parola amen
perché questa sarebbe una preghiera, come l'hai fatta tu.

E io dico che mi piace la parola amen
perché sa di preghiera e di pioggia dentro la terra
e di pietà dentro il silenzio
ma io non la metterei la parola amen
perché non ho nessuna pietà di voi
perché ho soltanto i miei occhi nei vostri
e l'allegria dei vinti e una tristezza grande.

* * *

Gattino

Se tu lo prendi in mano
è tutto peli ed ossa,
ma l’occhio è sveglio e sano
guardingo ad ogni mossa;
lasciato sul cuscino
si libera nel gioco
il piccolo felino
lampo d’astuzia e fuoco;
si lancia e caprioleggia
nel cuore della vita
la zampa che dardeggia
insegue le tue dita
e dopo, con ardore,
lui sfreccia per il letto
e ti conquista il cuore
quando ti salta in petto
e allora ti incatena
più dolce, l’infedele,
di una scodella piena
di latte con il miele.


 (Pierluigi Cappello, 1967 - 2017)

venerdì 15 settembre 2017

il phon e il sangue (una poesia di Valerio Magrelli)

Rumore, fa' silenzio!

C'è gente che trova figure
nascoste nella carta da parati
o nelle nuvole.
A me succede lo stesso coi rumori.

Per essere più esatti, ho un vecchio phon
che appena si accende comincia a vibrare
e man mano
emette un lamento profondo.
È l'elica difettosa, o i cuscinetti a sfera,
non ne ho idea,
ma so che inizia a intonare una trenodia,
o meglio, a sussurrarla sottovoce.
Prima si avvertono solo suoni indistinti,
una folla che fugge, moto che si avvicinano,
ma facendo attenzione
appaiono via via urla, richiami.

Io mi concentro; una sera, addirittura,
sono arrivato a bruciarmi, tale è lo sforzo
per afferrare il groviglio, il nodo acustico
dell'asciugacapelli.
Perché il suo sferragliare non resta sempre uguale:
più dura, più si sciolgono gli intrecci
del fragore, le voci si distinguono.
Sento dialetti slavi, minacce, spesso spari:
un giorno sono rimasto ad ascoltarlo quasi dieci minuti
per seguire le fasi di un rastrellamento
in un lontano villaggio dei Balcani.

A volte ne esce uno squillo familiare,
credo che sia il telefono, spengo,
vado a rispondere,
ma non c'è mai nessuno: quei segnali,
si vede che provengono da un'altra parte,
sempre.
Se qualcuno ti chiama, non ci credere,
sarà un miraggio uditivo, un'impressione.

La verità è diversa:
mentre mi punto alla tempia quell'attrezzo
che sembra una pistola,
viene fuori il racconto di storie terribili,
fucilazioni, il pianto di bambini.
È come una confessione non richiesta,
una registrazione spedita per errore.
Che c'entro, io, con tutto questo sangue,
io che mi voglio solo asciugare la testa?
Ormai ci penso due volte, prima di adoperarlo,
prima di sprofondare in quell'orrore
e assistere impotente a certe scene.
Meglio bagnato, allora.
Mi verrà il torcicollo? poco male.

Valerio Magrelli 
da Il sangue amaro (Einaudi, 2014)

martedì 22 agosto 2017

tre poesie di Piera Badoni (1912 - 1989)

Non voglio fare al traforo
piccoli duomi, cornici,
gabbie per canarini.
Fatelo voi vecchi sordi
chiusi nel buio tinello.
Io corro via come l'acqua
densa di rapide e gorghi.

* * *

Sul Ponte Vecchio quanti gioielli
chiusi nelle vetrine.
Son come la mia gioia
che non posso toccare.
E so che non vale se cerco
di rompere col pugno chiuso
il cristallo.
È sempre, è solo il mio sangue
che verso.

* * *

È subito detto un anno
ma un anno è fatto di mesi
e i mesi son fatti di giorni
e i giorni son lunghi da vivere
son faticosi da vivere
uno per uno
senza nemmeno un tuo segno
felicità, che pure esisti.




(da “Felicità, che pure esisti”, 1948)

sabato 19 agosto 2017

felicità e angurie

"La felicità è come il rosso della polpa di un'anguria, non la puoi vedere se non la spacchi, però la puoi annusare, senza l'odore di una musa un poeta si ammala, ha la tentazione di spaccare l'anguria [...]. Non è come gli altri uomini che vedono solo le immagini, lui sente l'odore delle immagini, vuole uscire dal labirinto."

Andrea Gruccia, "Capelvenere", Marco Saya Editore, 2016

domenica 19 febbraio 2017

tre poesie di Paolo Castronuovo

l'amore passa sempre dalle scale
bagna la riva della tua porta
scappa dopo aver suonato
i capelli un vestito corto e le infradito
s'affacciano alla tromba
il suono ruzzolante della mia corsa è già via
nel mio appartamento sbatto il portone
il portiere alza lo sguardo e tu pronta
a imbucare la veste fiorata tra le cosce
fin quando non si rintani nel gabbiotto
l'amore viaggia sempre su più piani
ma lo travesto da scherzo
purché tu muova due passi verso me

* * *

hai fatto la ceretta oggi
l'ho notato dalle gocce
che correvano libere
senza inciampare ai pori irti
dove il pelo comincia
il giorno dopo a fare capolino
lungo le strade avvallate all'inguine
la mia barba di ha affannato
stupita al buio vaporizzato di un abatjour
a mo' di fuoco artificiale
sei esplosa dalle gambe fino al seno

* * *

il ciliegio perde scaglie di smalto
con l'arrivo dell'autunno
il mio fiato caldo balbetta
aumenta di frequenza ai morsi
il tuo respiro
mi guarda dalla torre delle voglie
costellazioni di nèi mi cadono addosso
esaudiscono i desideri nelle scie dei sussurri
che ci amalgamano nella fine.

martedì 14 febbraio 2017

noi che restiamo

Bella come un grido ti ritrovo
nel tintinnio delle colline
quando lottavi sul prato con i maschi
in una giovinezza di soli istanti
in un sussurro di finte e schivate
ti guardavano i rami del tiglio
e si tendono le braccia vittoriose
a tutti noi che restiamo.

Milo De Angelis 
(da "Incontri e agguati")

giovedì 26 gennaio 2017

quattro poesie di Gian Mario Villalta

La casa vecchia

La gru andava via con un giro lento dietro i nocciòli.
Era settembre. La casa era quasi finita
e sarebbe rimasta così per sempre,
con i ferri ricurvi in terrazza,
la malta grezza ai lati della scala.

Il rampicante rischiara la parete,
ricopre il muro, la rete dell’orto.
Lo zio era un ragazzo quando è morto.
Poi altre estati calcinarono le vertebre,
inverni gelarono i nervi del grande corpo contorto
di lobie, stalle, tettoie.

Le automobili dalla statale
proiettano a lampi sopra il letto
il negativo delle persiane
prima di addormentarmi.

Inizio sempre da qui, lo sguardo fisso
nel buio: ricostruisco la casa vecchia.
E mi inabisso
con i visi e le mani che si pensano,
proprio quando è il momento di riunire
tutti in cucina, con le voci che feriscono
per proteggere, mentono per salvare.

* * *

Da madre a figlio

Le palpebre chiuse, piano, senza stringerle,
che si perda la memoria della luce.
Adesso apri e non guardare niente.
Lentamente trova l’ombra (ce n’è sempre),
trova una linea, un contorno sullo sfondo.
Adesso guardati le mani. Se le vedi,
calcola la distanza che separa
la loro forma dalle sagome più scure:
ora trasforma il vuoto in volume.

Avrei voluto insegnarti un bene grande,
l’acqua che nasce, le nuvole selvagge
sopra i campi profumati dai sambuchi.
Avrei voluto il tempo di conoscere
il mio cuore che ti aiutava a crescere.

Ma non c’è tempo. Lentamente, trova l’ombra,
trova una linea, trasforma in orizzonte
la distanza tra un’ombra nera e il fondo.
Posso insegnarti a vedere al buio.
Non c’è mai tempo, prova adesso, prova.

* * *

Vero viso

Un viso, nell’opera degli anni, quando si compie?
Uscendo dall’adolescenza, quando pare fermarsi
per la prima volta, dopo tante prove e i tentativi
di assomigliare a un parente, o a un amico, falliti?
Oppure quando passati i quaranta anni,
nel peso delle palpebre, nell’esimersi delle labbra,
nella tensione delle narici, il carattere,
le manie, vengono fuori, i vizi, la memoria
che adesso occupa il suo presente?
O quando, prima della devastazione, vi si imprime
l’ultima forma, semplice, riassumibile in poche linee
essenziali, l’effigie, la caricatura?

* * *

Sera

La luce si alza verso il cielo sopra le luci
e il buio dolce degli edifici
abbraccia a lungo lo sguardo.
La luce si alza con un respiro
e promette a tutti un segreto, quiete profonda, pianto.
Passano una sull’altra
facce nelle auto che incroci,
le guardi, a cosa appartieni questa sera, a chi parli?
La lingua perduta degli stormi
che alti si adunano nella luce.
La lingua dei perduti per una parola non detta,
per una parola distorta pervenuta all’orecchio.
Per una volta non sia la ragione o la colpa,
chiama tu, pronuncia le parole che più non hai detto.
Non c’è vergogna se trovi nel cielo di questa sera
fiducia in qualcosa che non conosci,
e non la vita che si sogna,
ma qualcosa di tuo nella vita che vedi.
Adesso componi il numero, adesso chiedi.

(Da "Vanità della mente", Mondadori 2011)

mercoledì 23 novembre 2016

poesie di amiche, pubblicate da amici

Su Atelier Poesia, un'anteprima di "Ordine e mutilazione", di Elena Zuccaccia, in uscita per le edizioni Pietre Vive.
Qui sotto una poesia, il resto lo trovate qui.

* * *

SÅSOM I EN SPEGEL

di vedere questo
corpo nudo non
ne posso più crepare
immagino almeno
lo potessi cuocere
per dire
la carne mi piace
alla brace
certo di te bianca così
come tacchino
più che Canova
che si può fare
(potrei)
imbracarti di spago
a mo’ di involtini
mangiarti a bocconcini
fare nell’olio la
scarpetta col
pane sciapo

per sempre digerire

(Elena Zuccaccia)

martedì 8 novembre 2016

tre poesie di Tiziana Cera Rosco

Raschia la pentola, nonna,
diccelo forte che il pane non è bianco
che non c'è niente di modesto
nel pregare in una cucina di sprechi
un silenzio tenuto a osso.
Sarà che i giochi di prestigio
hanno rotto l'ultimo bicchiere
e non ci stupiamo più dell'arrivo del domani
che ha sempre la violenza di una volpe.
Alle trecce dei miei tre anni
– alle mie, alle tue –
possiamo dare ben più di un saluto
tutto quello che abbiamo saputo
o non saputo tenere
e questa sera ben costruita sulle spalle.
Diccelo forte che il pane non è bianco
che i figli muoiono
che sono pochi gli avanzi
e non ci è rimasto più nulla da sacrificare.


* * *

Ci si sente
bestie sante della terra
in questo stare distesi sull'acqua
guardando da qui la casa
in cui chi mi ha fatto
e chi ho fatto
condivide lo stesso sonno.
L'alba porta sul lago una sana misura di luce
una tela nuda per il disfacimento del mio saio.
Ho seni caldi – fermi
come si pasturasse ancora latte
come ci fosse ancora qualcosa da nutrire.
Deve essere tutta questa vita
tutto questo essere presente
che non distrae
che non disattende
ciò che veramente esiste – qui –
neanche per un nuovo sentimento

neanche per un compito migliore.

* * *

Lavorare a un ordine tutto l'accaduto
è prima di tutto correggere il genere di me
la femmina che non comprende assenze
e pensa al bene come a qualcosa da sfamare.
Ma se credo allo stesso modo dei falchi di stasera
tirando con l'ala un silenzio allo stremo
dove anche la lucidità della preghiera
mi viene sinistra, di taglio
vedo che posso solo con la mia natura neutra
sollevare
distendere anche il movimento delle labbra
parlarti come devo
in uno spazio più alto, senza sonno.
Cerco di essere scientifica
come Democrito scandire
ascoltando la materia in atomi
anche quando ci eravamo messi in tavola
ridendo del pasto e tu mi pesavi
spazzando quella cosa che pensiamo
di me e di te
spezzando
quella cosa che spezziamo.

Tiziana Cera Rosco
da “Il compito”, La Vita Felice, 2008

martedì 13 settembre 2016

cinque poesie di Luciano Erba

Vorrei passare alla storia
come un’unità di misura
Watt Volt Faraday
oppure dare il nome a una scala
come Mercalli Fahrenheit Réaumur
la mia sarebbe la scala della noia
al grado uno la pioggia di novembre
al due i locali notturni
al tre, quattro… scegliete voi
e così via, fino al nove, me stesso.

* * *

Gli addii

potrebbe essere l’ultima volta che li vedo
mi dici dei tuoi compagni di classe
che ti hanno fatto far tardi
oggi che è finita la scuola
dovrei sgridarti e sto invece ad ammirare
i tuoi quaderni ben ordinati
(con qualche sbavatura d’inchiostro
di dita sudate di giochi di giugno)
in autunno andrai alle superiori
e questa tua bella scrittura un po’ tonda
potrebbe essere l’ultima volta che la vedo.

* * *

Le giovani coppie del dopoguerra
pranzavano in spazi triangolari
in appartamenti vicini alla fiera
i vetri avevano cerchi alle tendine
i mobili erano lineari, con pochi libri
l’invitato che aveva portato del chianti
bevevamo in bicchieri di vetro verde
era il primo siciliano della mia vita
noi eravamo il suo modello di sviluppo.

* * *

se mai ti ricorderò come una madonna senese
tu così bruna, poco ovale, assai illirica
sarà che a volte nel segreto degli occhi
passò una luce d’immensa dolcezza
e tanto bastò perché apparisse un ciel d’oro
di pietà, di letizia sulla selva dei tuoi capelli.

* * *

Senza bussola

Secondo Darwin avrei dovuto essere eliminato
secondo Malthus neppure essere nato
secondo Lombroso finirò comunque male
e non sto a dire di Marx, io, petit bourgeois
scappare, dunque, scappare
in avanti in dietro di fianco
(così nel quaranta quando tutti) ma
permangono personali perplessità
sono a est della mia ferita
o a sud della mia morte?

giovedì 8 settembre 2016

similitudini

Amore, gioventù, liete parole,
cosa splende su voi e vi dissecca?
Resta un odore come merda secca
lungo le siepi cariche di sole.

* * *

Forse l'ispirazione è solo un urlo
confuso. Ma entro le colonne della
legge, ridendo si masturba ogni fanciullo.

(Sandro Penna)

martedì 9 agosto 2016

estiva

Distesa estate,
stagione dei densi climi
dei grandi mattini
dell’albe senza rumore –
ci si risveglia come in un acquario –
dei giorni identici, astrali,
stagione la meno dolente
d’oscuramenti e di crisi,
felicità degli spazi,
nessuna promessa terrena
può dare pace al mio cuore
quanto la certezza di sole
che dal tuo cielo trabocca,
stagione estrema, che cadi
prostrata in riposi enormi,
dai oro ai più vasti sogni,
stagione che porti la luce
a distendere il tempo
di là dai confini del giorno,
e sembri mettere a volte
nell’ordine che procede
qualche cadenza dell’indugio eterno.

(Vincenzo Cardarelli)

lunedì 9 maggio 2016

avercelo un fiore

Averne fatto qualcosa del grigio, con la polvere
che s'incastra nell'aria e sale fino alla parola
che chiude la porta e che grida, ad avercelo
un fiore da portarti lo lascerei sulla tavola
per immaginarmi la faccia che metti
se non puoi più tenere le mani serrate
e i muscoli tesi, assistere all'attimo,
vederlo scoppiare da sotto un riparo,
buttarmi correndo nel muro di pioggia
e arrivarti davanti, dura e forte
come una quercia.


Maddalena Bergamin 

 (da: "Scoppieranno anche queste stagioni", 
in Poesia contemporanea. Dodicesimo quaderno italiano
a cura di Franco Buffoni, Marcos y Marcos, 2015)

domenica 8 maggio 2016

vogliateci bene

Siamo poeti,
vogliateci bene, da vivi di più,
da morti di meno,
che tanto non lo sapremo.

(Vivian Lamarque)