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venerdì 14 giugno 2013

l'effetto che fa



“Si può resistere a tutto, tranne che alle tentazioni”, diceva qualcuno. E io non ho resistito. Quando ho visto questo volume in fumetteria, l'ho comprato prima ancora di averne la consapevolezza razionale.
Anche se queste storie le avevo tutte, sparse su riviste e vecchie edizioni. Dirò di più: anche se queste storie le conosco tutte a memoria e potrei recitarle battuta per battuta, onomatopea per onomatopea.
Non ho resistito perché, in generale, come si fa a resistere a Pazienza? E a questo Pazienza, poi?
Ma non è di questo che voglio parlarvi. Voglio parlarvi dell'effetto che (mi) fa rileggere Pazienza oggi, a trentotto anni.

Non so se vi rendete conto di che cosa significa avere sedici anni nel 1991, in un paesotto del Tavoliere. Aver passato gli orrendi anni Ottanta nel bel mezzo di quella desolazione umana. E amare i libri, l'arte, la musica (il jazz poi, figuriamoci).
Io sì: io lo so. Significa che sei diverso. E a quell'età non ci si rende conto che essere diversi può anche significare essere migliori. Ci si sente diversi e basta. Ci si sente lontani dagli altri, con le mani bloccate sulla barriera invisibile e incrollabile che ti divide da loro. Anche da quella ragazza che ti dimostra un interesse inequivocabile e dalla quale tu fuggi, terrorizzato non da lei ma da te stesso
Significa anche che quando scopri Pazienza (che intanto è già morto), quando vedi gli originali delle sue tavole, nella mostra che il tuo – e suo paese – gli ha dedicato (da morto), cominci a trovarci un senso, in tutto ciò che hai vissuto fino ad allora.

Ora, a sedici anni non si hanno filtri: e io mi sono letteralmente tuffato in quelle tavole, assorbendole per osmosi. Non avevo riferimenti storici, non avevo la minima idea né di Bologna, né del Settantasette, degli anni Ottanta avevo la percezione globale e dolorosa di chi li ha appena vissuti e non ne è uscito del tutto indenne. A malapena conoscevo lui, Pazienza, anche se sapevo confusamente che i miei conoscevano la sua famiglia (ma di questo ho già parlato).
Con i miei amici, i pochi che avevo, abbiamo letteralmente vissuto in quelle storie.
Adesso ne ho trentotto e sono – senza esagerare – un 'altra persona. Posso leggere le vicende di Zanardi con tutti i filtri e tutto il distacco che la cultura e il senso critico mi forniscono: ma l'intensità di quelle tavole ne esce del tutto intatta.
Anzi, è ancora più impressionante rendersi conto della lucidità con cui questo venticinquenne (tanti ne aveva quando su Frigidaire uscì “Giallo scolastico”) aveva capito tutto. La violenza, la tenerezza, la crudeltà di quegli anni, e il vuoto che ci aspettava. E come tutto si riversasse in quelle storie, senza reti protettive.
Oggi posso decodificare tutto quel che c'è di decodificabile, ma quelle storie mi trapassano esattamente come facevano allora.


Andrea Pazienza, "Tutto Zanardi" (Fandango Libri, 2013), pp. 256, € 29,50.

Il volume comprende le storie di “Zanardi” (La proprietà transitiva dell'uguaglianza, Giallo scolastico, Pacco, Verde matematico, Notte di Carnevale), negli originali di Pazienza , senza colori aggiunti.
In più, ci sono Zanardi l'inesistente, Cravatte, Lupi, le storie de I modi (Prologo, Cuore di mamma, Cenerentola 1987), La logica del fast-food, Storiella bianca, Zanardi at the war, l'incompiuto Zanardi medievale e l'onirico Zanna ma la vecchiezza è una Roma. Alcune di queste storie non erano mai state ripubblicate, o comunque non erano disponibili in commercio da parecchio tempo.

sabato 27 ottobre 2012

e poi dice: perché non si legge poesia


"[Il libro X] elogia il terzo, il testimone che non tace più e accede alla coscienza del molteplice. Un terzo che tuttavia è capo, a-capo del verso: l’interlocutore principale e insieme il detentore della parola. Cosa succede in quella cruna è svelato e ri-velato nella scrittura di *** che, con magistrale capacità endoscopica, dipana tutti i fili, uno ad uno – quelli difficili da dividere e quelli che sono sull’orlo di spezzarsi, quelli mischiati alla tattilità del corpo e quelli legati agli indugi dell’Altro. Una parola che scheggia il guscio dell’ordito e ne fa intravedere il senso che poggia sulla polvere, l’intenzione. Non c’è linearità ma esattezza circolare del procedere per domande e definizioni. Le Parche sono sempre lì, a reclamare attenzione e a custodire il cammino prodigioso del capo e della coda. Le maglie scandiscono il tempo che fagocita i fiori per restituirli al coro solitario dell’essere che non si basta e che si rassegna a dirsi in molti modi; il punto è che però quel ti estì è in mano propria seppure apparentemente si chiami con altri nomi.
È il chi infatti – e non il cosa.
Il percorso lento procede in alterco con se stesso ed è in questo stretto passare che chi detiene la parola sem(in)a nelle forme dell’armonia. In questa sua nuova amalgama però (che è ogni volta monito di rara bellezza) sembra che la parola poetica di *** acquisti una rinnovata compiutezza, quasi un sollievo dettato da quell’abisso innato che fa da sfondo e in cui ci si riconosce come soffio. Si accetta il tradimento dell’imprevedibile confessando la necessità dell’erranza: la cifra che mantiene vigili sulla sopraffazione dell’agguato. Sempre nella cartografia crudele del thumos desiderante.
Tutto avviene senza accadere – sì."

(Giuro che è vera, non me la sono inventata io)

(L'immagine in alto è tratta da "Pompeo" di Andrea Pazienza)

giovedì 18 agosto 2011

un cavallino d'argento


Dormi, dormi, dormi
dormi almeno tu che puoi dormire.
Io penso a te, tu non pensare a me.
Tu pensa ad un cavallino d'argento,
tu pensa ad un trenino
che con i fari accesi ti diverte,
tu pensa ad una mano che t'accarezza.
Io penso a te,
tu non pensare a me.

Andrea Pazienza

domenica 5 luglio 2009

un eremita in california

Robinson Jeffers (Allegheny, Pennsylvania, 10 gennaio 1887 – Carmel, California, 20 gennaio 1962) è una figura singolare e, allo stesso tempo, esemplare nella poesia americana del Novecento.
Studiò in Europa e fu un profondo conoscitore della poesia greca e latina, ma la sua produzione poetica assume le cadenze epiche, profetiche della grande tradizione whithmaniana (anche se non mancano i rimandi, più o meno espliciti, a Lucrezio, Omero o Euripide).
Anticonformista anche nella vita, amava abitare nella solitudine, in mezzo alla natura incontaminata. Fece scandalo la sua relazione con Una Call Kuster, moglie di un celebre avvocato di Los Angeles e tre anni più vecchia di lui: Jeffers la conobbe all'Università, nel 1906, la sposò nel 1913 e i due rimasero insieme fino alla morte di lei, nel 1950.
Nel 1913 Jeffers si trasferì a Carmel, sulla costa della California, dove trascorse il resto della vita e si costruì con le sue stesse mani una casa di pietra, in cima a una scogliera a picco sul mare.
La sua poesia si ispira alla natura selvaggia, non toccata dall'uomo, e trasmette spesso un senso di bellezza tragica, primigenia. Il suo tema centrale è l'abbandono dell'egocentrismo e dell'antropocentrismo: non a caso, è considerato una sorta di ecologista ante litteram.
Non per questo fu alieno dalle vicende politiche, anzi le sue posizioni pacifiste e la sua opposizione all'entrata in guerra degli Stati Uniti dopo Pearl Harbour gli alienarono il favore del pubblico e della critica.
Non posso, per ragioni di spazio, pubblicare i suoi testi più lunghi, che arrivano spesso a contare varie centinaia di versi, quindi mi limito a quattro brevi poesie tratte dalla raccolta del 1948 "The Double Axe and Other Poems" (edizione italiana “La bipenne e altre poesie”, Guanda 1969, traduzione di Mary de Rachelwiltz).
Comprai il libro tanti anni fa, appena arrivato a Perugia, in una libreria che vendeva libri usati e che ora non esiste più. Ne “La bipenne” c'è anche uno dei capolavori di Jeffers, il lungo poema narrativo “Campofame”, dal quale Andrea Pazienza trasse uno dei suoi fumetti più belli e intensi, forse il suo canto del cigno.

* * *

FALCHI FERITI (II)

Preferirei, salvo le penalità, uccidere un uono che un falco; ma al grande codirosso
Non restava che impotente miseria
L'osso troppo fratturato per risanare, l'ala strascinava sotto gli artigli se si muoveva.
Lo nutrimmo per sei settimane, poi lo misi in libertà,
S'aggirò pei colli del promontorio e a sera tornò, chiedendomi la morte,
Non come mendicante, negli occhi c'era la vecchia
Indomita arroganza. Gli feci dono del piombo nel crepuscolo. Ciò che cadde era languido,
Piume di civetta, morbide penne femminee; ma quello che
Si librò, il guizzo impetuoso: gli aironi notturni lungo il fiume in piena strepitarono di paura quando si levò,
Prima che fosse del tutto spoglio di realtà.



AMA IL CIGNO SELVATICO

"Odio i miei versi, ogni riga, ogni parola.
Oh pallide fragili matite a cimentarvi con la curva
D'un solo filo d'erba, o con la gola d'un uccello
Appoggiata al ramo, arruffata contro il cielo bianco.
Oh specchi incrinati e opachi, provatevi ad afferrare
Un solo colore, un fuggevole lampo, o lo splendore delle cose.
Cacciatore sfortunato, pallottole di cera,
La bellezza leonina, le ali del cigno selvatico, la tempesta d'ali".
- Questo cigno selvatico, il mondo, non è preda di cacciatore,
Pallottole migliori delle tue non colpirebbero il petto bianco,
Specchi migliori dei tuoi si frantumerebbero nella fiamma.
Che importa se tu odi... te stesso? Ama almeno
I tuoi occhi che vedono, la tua mente che intende
La musica, il tuono delle ali. Ama il cigno selvatico.



PUNTA CARMEL

La pazienza straordinaria delle cose!
Questo bel luogo deturpato da un mucchio di case da periferia -
Tanto bello la prima volta che lo vedemmo,
Vergine campo di papaveri e di lupina murato da lisci scogli;
Soli intrusi due o tre cavalli al pascolo,
O qualche vacca a fregare i fianchi sulle rocce sporgenti -
Ora è arrivato il guastatore: che importa?
Nulla. Può attendere. Sa che la gente è una marea
Che cresce e a suo tempo decrescerà, e tutta la sua opera
Sarà dissolta. Intanto l'immagine della prisca bellezza
Continua a vivere nella venatura del granito,
Al sicuro come l'oceano infinito che s'inerpica sugli scogli. - In quanto a noi:
Dobbiamo distogliere le nostre menti da noi stessi;
Disumanizzare un poco i nostri punti di vista, ed essere fiduciosi,
Come la roccia o l'oceano da cui fummo ricavati.



UCCELLI E PESCI

D'ottobre a milioni verso riva vengono i pesciolini
Lungo la costa granitica del continente
Nella loro stagione: ma che pacchia per gli uccelli marini.
Che stregoneria d'ali fantasmagoriche
Nasconde l'acqua scura. Pesanti i pellicani gridano "Ha!" come il corsiero dell'amico di Giobbe,
E si tuffano dall'alto, i cormorani lunghi
E neri scivolano sott'acqua e cacciano come lupi nell'opaco verde. I gabbiani stridono, attenti,
Avidi e invidiosi protestano e beccano. Ingordigia isterica!
Nel rimpinzarsi isterico - una massa quasi umana -
Questi uccelli innocui! Come se trovassero oro
Per strada. Meglio dell'oro, si può mangiare: e chi
Tra questi volatili selvaggi ha pietà dei pesci?
Non uno di certo. Misericordia e giustizia
Sono sogni umani, non riguardano gli uccelli né i pesci né il Padre Eterno.
Ma prima di andartene, guarda bene,
Le ali, le bocche fameliche, i pesciolini plasmati dalle onde, lucidi veloci molluschi
Vivono di paura per morire nel tormento -
Loro destino e degli uomini - le isole rocciose, l'oceano immenso e Lobos sull'imbrunire
Sopra la baia: non è forse bello?

lunedì 2 febbraio 2009

recensioni in pillole 6: "Frigidaire"


Vincenzo Sparagna, "Frigidaire. L'incredibile storia e le sorprendenti avventure della più rivoluzionaria rivista d'arte del mondo", Rizzoli (BUR), 2008

Diciamo la verità: quando si pensa a "Frigidaire", si pensa sempre al gruppo di geni delle "nuvole parlanti" che ne fecero la rivista di fumetti degli anni '80: Andrea Pazienza, Tanino Liberatore, Massimo Mattioli, Filippo Scozzari. Già ci si dimentica un po' di Stefano Tamburini, che pure ne fu il creatore grafico e una delle anime più inventive e vulcaniche. Si tende anche a non tenere conto dell'enorme numero di artisti che vi pubblicarono: Silvio Cadelo, Marcello Jori, Giorgio Carpinteri, Igort, Lorenzo Mattotti, Pablo Echaurren, Giuseppe Palumbo, Magnus, Muñoz & Sampayo eccetera eccetera (decine, se non centinaia di nomi).
Ma, quasi sempre, si dimentica che dietro a tutti c'era Vincenzo Sparagna. Lo si dimentica, probabilmente, perché di "Frigidaire" Sparagna era (anzi, è) l'editore, cioè colui che, secondo la definizione di un mio amico che fa quel mestiere, "ogni mattina si alza e spala merda al posto degli altri".
E di merda Sparagna ne ha spalata: denunce, processi, debiti, cambiali, pignoramenti, chiusure, riaperture, soldi trovati in maniere più o meno rocambolesche.
Di tutto ciò parla questo libro; ma parla anche della ricchezza culturale della rivista ("una enciclopedia illuminista del mondo contemporaneo"), che riuniva giornalismo d'assalto e satira, fumetto e letteratura, inchieste coraggiose e provocazioni dadaiste; parla degli amici vivi, di quelli morti (bellissimi e commoventi i ricordi di Pazienza e di Tamburini) e di quelli partiti per altri lidi; e soprattutto raccoglie un apparato iconografico di straordinaria ricchezza, una vera e propria antologia visuale di quel che "Frigidaire" è stato sia nel suo periodo d'oro, i primi anni '80, sia nella sua vita successiva, che si prolunga fino ad oggi.
Un diario minuzioso, appassionato, che termina con la nascita di "Frigolandia", la repubblica utopica fondata sulle colline umbre con lo scopo di preservare l'eredità di "Frigidaire".
Comunque si voglia considerare Sparagna (un idealista, un folle, un fricchettone fuori tempo massimo), non si può che ringraziarlo per aver salvato queste memorie.
Da leggere (e da guardare) assolutamente. Per ricordare che cosa significano parole come "creatività", "impegno", "coraggio" e "libertà intellettuale".

giovedì 30 ottobre 2008

Cossiga l'aveva pur detto...


Devo di nuovo mancare alla parola data, e parlare di politica. Ma, come ho detto, si tratta di sopravvivenza, di salvaguardia dei diritti umani.
Non solo perché la TV continua a disinformare (questa non sarebbe una novità), ma perché in piazza è ricomparso un oggetto sinistro: la spranga.
Il TG ieri ha parlato di "scontri in piazza tra studenti di destra e di sinistra".
E se le cose fossero andate diversamente? E se, mettiamo, dei figuri armati di spranghe fossero arrivati urlando "Duce, duce" e avessero aggredito dei liceali completamente indifesi? E se la polizia avesse fatto finta di non vedere? E se, anzi, li avesse esplicitamente e attivamente aiutati?
Qui c'è un articolo. Della Repubblica, non di un giornale di estrema sinistra.
E qui c'è un video, con la testimonianza di Curzio Maltese:
Che altro aggiungere? Cossiga l'aveva pur detto.

venerdì 24 ottobre 2008

lui dorme tranquillo


Quando Cossiga fu eletto Presidente della Repubblica, nel 1985, io avevo dieci anni. Troppo pochi per ricordare gli anni Settanta, i blindati in piazza contro gli studenti, KoSSiga boia, l'assassinio di Giorgiana Masi, il rapimento e la morte di Moro, le polemiche per il favoreggiamento a Donat Cattin.
Ricordo solo la figura scialba, spenta, democristianamente cinerea, la voce adenoidale. Alla fine del settennato, le “esternazioni” e le “picconate” parvero, a me quindici-sedicenne, una pittoresca pirotecnia di demenza senile.
Oggi Cossiga mi appare come una delle figure più sinistre di quella stagione nera. Uno con, sulla coscienza, non soltanto parecchi cadaveri, ma soprattutto i silenzi, gli occultamenti, il fango delle trame segrete, delle ambigue complicità, dell'omertà, del doppio gioco. Certamente dorme tranquillo, sicuro di aver agito sempre per il bene dello Stato.
Chi lo sa, forse ha ragione lui.
Però a me fa paura.

KoSSiga boia, il ritorno


L'intervista è stata rilasciata ieri, giovedì 23 ottobre, al Quotidiano Nazionale, è stata rilanciata oggi da Dagospia e sta rimbalzando di blog in blog.
Morale: quello che si diceva negli anni '70 era tutto vero.
Il testo:

Presidente Cossiga, pensa che minacciando l'uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato?
«Dipende, se ritiene d'essere il presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo. Ma poiché è l'Italia è uno Stato debole, e all'opposizione non c'è il granitico Pci ma l'evanescente Pd, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà quantomeno una figuraccia».

Quali fatti dovrebbero seguire?
«A questo punto, Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interno».

Ossia?
«In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino di dodici anni rimanesse ucciso o gravemente ferito...».

Gli universitari, invece?
«Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città».

Dopo di che?
«Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».

Nel senso che...
«Nel senso che le forze dell'ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli a sangue e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano».

Anche i docenti?
«Soprattutto i docenti».

Presidente, il suo è un paradosso, no?
«Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!».

E lei si rende conto di quel che direbbero in Europa dopo una cura del genere?
«"In Italia torna il fascismo", direbbero. Balle, questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l'incendio».

Quale incendio?
«Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornerà ad insanguinare le strade di questo Paese. E non vorrei che ci si dimenticasse che le Brigate Rosse non sono nate nelle fabbriche ma nelle università. E che gli slogan che usavano li avevano usati prima di loro il Movimento studentesco e la sinistra sindacale».

E' dunque possibile che la storia si ripeta?
«Non è possibile, è probabile. Per questo dico: non dimentichiamo che le Br nacquero perché il fuoco non fu spento per tempo».

Il Pd di Veltroni è dalla parte dei manifestanti.
«Mah, guardi, francamente io Veltroni che va in piazza col rischio di prendersi le botte non ce lo vedo. Lo vedo meglio in un club esclusivo di Chicago ad applaudire Obama...».

Non andrà in piazza con un bastone, certo, ma politicamente...
«Politicamente, sta facendo lo stesso errore che fece il Pci all'inizio della contestazione: fece da sponda al movimento illudendosi di controllarlo, ma quando, com'era logico, nel mirino finirono anche loro cambiarono radicalmente registro. La cosiddetta linea della fermzza applciata da Andreotti, da Zaccagnini e da me, era stato Berlinguer a volerla... Ma oggi c'è il Pd, un ectoplasma guidato da un ectoplasma. Ed è anche per questo che Berlusconi farebbe bene ad essere più prudente».

mercoledì 13 agosto 2008

Paz


Lo so, lo so. Adesso tutti dicono che conoscevano Pazienza, che Paz una volta gli ha rollato una canna, che con Paz ci hanno fatto un viaggio in macchina da Pienza a Montepulciano e che in quell’oretta gli si è rivelato il senso della vita. Ora che è il ventennale, poi…
E quindi chi legge questo pezzo penserà: ecco, un altro che viene a parlarci di Pazienza.
E allora diciamolo subito: io Andrea Pazienza non l’ho mai conosciuto, se non attraverso le sue opere. Però con lui sento di avere un legame particolare, del tutto privato.
Perché sono nato e cresciuto a San Severo, la cittadina in provincia di Foggia dove anche Andrea è cresciuto e dove tuttora vive parte della sua famiglia.
Solo che quando lui è morto, nel 1988, io avevo 13 anni e a San Severo praticamente nessuno lo conosceva. Un mio amico mi raccontò che la madre di Andrea, professoressa di educazione tecnica alle medie, una volta lo aveva invitato a fare una lezione in classe sul fumetto, ma nessuno aveva dato particolare importanza alla cosa. Oggi, certo, ha una piazza intitolata a lui, si organizzano mostre (l’ultima proprio in questi giorni a Vico, un paesino del Gargano dove lui andava spesso da ragazzo). Nel cimitero di San Severo c’è la sua tomba, un piccolo pezzo di prato con un cipresso e un masso di pietra garganica dove è incisa la sua firma. Accanto c’è la tomba del padre Enrico, morto qualche anno fa.
Io ho scoperto Andrea Pazienza nei primi anni ’90 – nel ’92 se non ricordo male – quando (alla buon’ora) il comune di San Severo si decise a organizzare una grande mostra su di lui, con tavole originali, filmati, fotografie e un bellissimo catalogo. Mostra postuma, ovviamente. Fu lì che per me e per un gruppo di compagni di classe cominciò una sorta di culto esoterico per Pazienza. Durante le ore di storia e filosofia divoravamo i suoi fumetti: cercavamo invano di trattenere le risate davanti a “Sturiellett”, ci guardavamo gli scorci di San Severo che facevano capolino nelle “Figure storiche” e in “Pacco”, i panorami del Gargano ne “Il partigiano” e in “Un’estate”, commentavamo i passi più criptici di “Penthotal” e di “Pompeo”.
Poi ho scoperto che lui da ragazzo aveva abitato per anni in un palazzone a due passi da casa mia, che molte persone che conosco hanno conosciuto Andrea, e che c’è persino una lontanissima parentela acquisita fra mia madre e suo padre.
Qualche anno fa, a San Menaio, conobbi anche i suoi genitori, nella casa al mare dove Andrea trascorreva le vacanze da ragazzo. Le pareti erano piene di suoi quadri, e Giuliana, la madre, ci parlò di lui, per ore, come se parlasse di un innamorato. Mia madre le disse che io ero un appassionato e lei mi guardò con un sorriso quasi di compassione e mi chiese: “Ma sì, ma che cos’hai capito tu di Andrea?”.
Il padre, Enrico, era ormai molto anziano, quasi sordo, un po’ svanito, ma con un’aria distinta, signorile, davvero d’altri tempi. Dalle sue parole si coglieva l’amore viscerale (e pienamente ricambiato) che lo legava al figlio, ma ho avuto anche l’impressione che non fosse mai riuscito ad apprezzarne pienamente l’arte. Anche lui era un pittore, un magnifico acquerellista (ho un paio di sue opere a casa) e ci raccontava di quando Andrea faceva l’Accademia di Belle Arti e riportava a casa gli album dei lavori in classe, con i suoi disegni che facevano sfigurare quelli dei professori.
Poi ci fece vedere un quadro, uno di quelli che Andrea faceva da giovane: un’enorme composizione a pennarello con un’esplosione surreale e coloratissima di figure umane e di decorazioni astratte. Al centro c’era uno spazio vuoto, riempito da un autoritratto a pastello. Ci spiegò che Andrea aveva fatto quel quadro molti anni prima, ma lui continuava a chiedergli che cosa mai significasse quel guazzabuglio di figure e colori. Alla fine, per farlo contento, Andrea gli disegnò al centro quell’autoritratto, eseguito con uno stile classicissimo. E solo allora Enrico fu finalmente contento.