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venerdì 26 agosto 2016

amore giapponese (Nukata no Ōkimi)

Il Man'yôshû (“raccolta di diecimila foglie”) è la più antica antologia della poesia giapponese. Raccoglie quasi cinquemila componimenti, datati fra il V e l'VIII secolo d.C. e attribuiti a oltre cinquecento autori diversi, fra i quali settanta donne.
Nukata (Nukada) no Ōkimi fu una principessa imperiale, vissuta fra il 630 e il 690 circa, durante il periodo Asuka (538-710). Fu prima favorita e poi moglie dell'imperatore Tenmu (663-686), al quale diede una figlia. Secondo altre fonti, fu anche moglie di suo fratello, l'imperatore Tenji.
Il Man'yôshû conserva tredici sue poesie. Quelle qui riportate sono due scambi poetici: il primo con il principe Ôama (fratello minore dell'imperatore Tenji, che si innamorò di lei e continuò ad amarla anche quando lei andò in sposa al fratello) e il secondo con Yuge no Miko, altro membro della famiglia imperiale.

(I testi, nella traduzione di Aldo Tollini, sono ripresi da qui, dove ne trovate anche altri, insieme ad ulteriori informazioni sull'autrice e a un commento.)

* * *

Nukata ad Ôama

Mentre vai nei campi dall'erba color viola sfavillante,
mentre vai nella riserva dell'imperatore,
il guardiano della riserva
non ti starà osservando
mentre mi agiti la manica*?

* gesto di saluto, che la poetessa teme 
possa rivelare agli estranei il loro amore.

* * *

Ôama a Nukata

Se provassi risentimento verso di te
che sei bella come il color viola,
mi sarei innamorato di te
che sei moglie d'altri?

* * *

Yuge no Miko a Nukata

È un uccello* che ha nostalgia del passato
quello che vola cantando
sopra il pozzo,
presso l'albero di dafne.

* l'uccello è qui controfigura dell'amante 
che ripiange l'amore passato.

* * *

Nukata a Yuge no Miko

L'uccello che ha nostalgia del passato
è un cuculo.
Forse ha pianto,
e come lui anch'io
per il mio amore.

sabato 26 marzo 2016

riflessioni per il sabato santo

Er cimiterio de la Morte

Come tornai da la Madon-dell’-Orto
co cquer pizzicarolo de la scesta,
agnede poi cor mannataro storto
ar Cimiterio suo che cc’è la festa.
             
Ner guardà cqueli schertri io me sò accorto
d’una gran cosa, e sta gran cosa è cquesta:
che ll’omo vivo come ll’omo morto
ha una testa de morto in de la testa.
             
E ho scuperto accusí cche o bbelli, o bbrutti,
o ppréncipi, o vvassalli, o mmonziggnori,
sta testa che ddich’io sce ll’hanno tutti.
             
Duncue, ar monno, e li bboni e li cattivi,
li matti, li somari e li dottori
sò stati morti prima d’èsse vivi.

Roma, 10 dicembre 1832

(Giuseppe Gioacchino Belli)

giovedì 10 dicembre 2015

noterelle

Un uomo osserva un paesaggio, sperimenta un'emozione, prova un sentimento.
Un poeta mediocre descrive quel paesaggio, comunica quell'emozione, esprime quel sentimento.
Un grande poeta va oltre quel paesaggio, quell'emozione, quel sentimento.
La vera poesia dice sempre altro.

mercoledì 19 agosto 2015

nessuno sa

Ogni poesia è misteriosa; nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere.

Jorge Luis Borges

sabato 11 luglio 2015

esili

Scritta nel 1843 dal poeta romantico Antônio Gonçalves Dias (1823-1864), la Canção do exilio è considerata uno dei testi fondanti della poesia brasiliana. Esprime il rimpianto per un Brasile idealizzato, terra edenica e meravigliosa.
La citazione in esergo è tratta dalla celebre poesia che Goethe, nel Wilhelm Meister, dedica alla Sicilia.


Canzone dell'esilio


Kennst du das Land, wo die Citronen blühen,
Im dunkeln die Gold-Orangen glühen,
Kennst du es wohl? - Dahin, dahin!
Möchte ich... ziehn.
Goethe


La mia terra ha palmeti
dove canta il Sabiá;
gli uccelli, che qui gorgheggiano,
non gorgheggiano come là.

Il nostro cielo ha più stelle,
i nostri verzieri hanno più fiori,
i nostri boschi hanno più vita,
la nostra vita più amori.

Nella notte, solo e assorto,
il mio piacere cerco di là;
la mia terra ha palmeti
dove canta il Sabiá.

La mia terra ha splendori,
che non trovo uguali qua;
nella notte, solo e assorto,
il mio piacere cerco di là;
la mia terra ha palmeti
dove canta il Sabiá.

Non permetta Dio che io muoia
senza prima tornare là
e godere gli splendori
che non trovo di qua,
senza rivedere il palmeto
dove canta il Sabiá.

* * *

Come tutti i testi celeberrimi, generò una serie di imitazioni e di parodie. La prima che vi propongo è opera del poeta modernista Murilo Mendes (1901-1975).


Canzone dell'esilio

La mia terra ha mele della California
da dove cantano gaturamos di Venezia
I poeti della mia terra
sono negri che vivono in torri d'ametista,
i sergenti dell'esercito sono monisti, cubisti,
i filosofi sono polacchi che vendono a rate.
La gente non può dormire
per gli altoparlanti e le zanzare.
I sururu in famiglia hanno per testimone la Gioconda.
Io muoio soffocato
in terra straniera.
I nostri fiori sono più belli
i nostri frutti più saporiti
ma costano centomila réis la dozzina.

Ah come vorrei succhiare una carambola di verità
e sentire un sabiá con certificato d'età!

* * *

Questa, invece, è di Carlos Drummond de Andrade (1902-1987).


Nuova canzone dell'esilio

Un sabiá nel
palmeto, lontano.

Questi uccelli cantano
un altro canto.
Il cielo scintilla
su fiori umidi.
Voci nel bosco
e il più grande amore.

Solo, nella notte,
sarei felice:
un sabiá,
nel palmeto, lontano.

Dove tutto è bello
e fantastico,
solo, nella notte,
sarei felice.
(Un sabiá nel palmeto, lontano.)

Ancora un grido di vita e
tornare
dove tutto è bello
e fantastico;
il palmeto, il sabiá,
la lontananza.

* * *

Sempre Carlos Drummond de Andrade cita la Canzone dell'esilio nel finale di quest'altra sua poesia.


Europa, Francia e Bahia


I miei occhi brasiliani che sognano esotismi.

Parigi. La Torre Eiffel piena di antenne come un granchio.

I pontili ammuffiti di libri ebrei

e l'acqua sporca della Senna che sgocciola saggezza.


Il salto della Manica in un secondo.

I miei occhi spiano occhi inglesi che vigilano sulle banchine.


Tariffe banchi trust fabbriche.

Milioni di schiene accovacciate in colonie lontane formano un tappeto

da calpestare per la sua Graziosa Maestà Britannica.

E la luna di Londra come un rimorso.


Sottomarini inutili tagliano mari sconfitti.

La prudente nave tedesca esporta dolicocefali rovinati.

Amburgo, ombelico del mondo.

Uomini dalla testa rotta meditano di rompere la testa altrui

entro pochi anni.


L'Italia esplora coscienziosamente vulcani cancellati,

vulcani che non sono mai stati accesi

se non nella testa di Mussolini.

E la Svizzera candida si offre

in una collezione di cartoline di altitudini altissime.


I miei occhi brasiliani si ammalano di Europa.


Non c'è più Turchia

l'impossibilità dei serragli sgretola erotismi prossimi a decollare.

Ma la Russia ha i colori della vita.

La Russia vermiglia e bianca.


Soggetti con uno strano brillio negli occhi creano il film bolscevico

e nel tumulo di Lenin a Mosca sembra che un cuore enorme

stia battendo, battendo

ma non batte mai come quello della gente...


Basta!
I miei occhi brasiliani si fanno malinconici.

La mia bocca cerca la “Canzone dell'esilio”.

Com'è che faceva la “Canzone dell'esilio”?

Ho tanto dimenticato la mia terra...

Ah, terra che ha palmeti

dove canta il sabiá!

* * *

E ora, è la volta del quasi-omonimo Oswald de Andrade (1890-1954).

Canzone del ritorno in patria

La mia terra ha palmares
dove gorgheggia il mare
i passeri qui
non cantano come quelli di là
la mia terra ha più rose
e quasi quasi più amori
la mia terra ha più oro
la mia terra ha più terra
oro terra amore e rose
amo tutto di là
non permetta Dio che io muoia
senza tornare là
non permetta Dio che io muoia
senza tornare a San Paolo
senza che riveda la Rua 15
e il progresso di San Paolo.

* * *

E per finire in bellezza, una rivisitazione in musica, a opera di Tom Jobim e Chico Buarque (clicca qui per ascoltare).
Per inciso, poco dopo che il pezzo fu composto, Chico Buarque venne costretto ad andare veramente in esilio, per sfuggire alla dittatura militare che attanagliava il suo paese. E il rimpianto del Brasile perduto, da poetico, si fece reale...


Sabiá

Tornerò
So che ancora tornerò
Nel mio posto
È stato là e ancora sarà là
Che ascolterò
Cantare una sabiá ...

Tornerò
So che ancora tornerò
Voglio sdraiarmi all'ombra
Di un palmeto che non c'è più
Cogliere il fiore che non fiorisce più
E che un amore
Forse possa spaventare
Le notti che non volevo
E annunciare il giorno...

Tornerò
So che ancora voglio tornare
Non sarà invano
Che ho fatto tanti progetti
Di ingannarmi
Come ho fatto inganni
Per incontrarmi
Come ho fatto strade
Per perdermi
Ho fatto tutto e niente
Per dimenticarti

Tornerò
So che ancora tornerò
Ed è per restare
So che l'amore esiste
Non sono più triste
E la nuova vita sta per cominciare
E la solitudine finirà


(P.S.: Tutte le traduzioni sono mie)

giovedì 9 luglio 2015

ancora una poesia di Murilo Mendes

Commiato di Orfeo

È ora di lasciarvi, segni della terra,
Forme vane del mutevole pensiero,
Forme organizzate dai sogni:
Ho additato col canto il vostro scopo.
È ora di lasciarvi, poteri del mondo,
Magnolie del mattino, solenne tunica degli alberi,
Montagne eterne per peso e lontananza,
Uccelli dissonanti, sesso castigato,
Deserto territorio delle stelle;
Giovane morta che mi desti la vita,
Prore di galee nel cielo, demoni lucidi,
Lungo silenzio di losanghe gelide,
Pietre di rigore, penombre d'acqua,
Dei dall'inesauribile senso,
Baccanti che distruggete quello che vi donai;
È ora di lasciarvi, dolci affetti,
Magia degli eterni compagni,
Sotterranei del clavicembalo, velluti del clarinetto,
E voi, forze sgorgate dalla terra,
Mirabili belve di seta e cosce;
Chiaro riso di more, odore di papaveri cinerei,
Architetture del male, pozzi d'angoscia,
Modulazioni della nube, materie innumerevoli
Cresimate dalla bellezza:
Ho mostrato nel canto il vostro scopo.
È ora di lasciarvi, ombra di Euridice,
– Costellazione floscia della mia insonnia, –

Lira che placasti l'urlo dell'inferno,
È ora di lasciarvi, o golfo della luna,
Orchestrazione della terra, alcools del mondo,
Morte, prolisso testo dalle mille metafore
Che si legge dal dritto e dal rovescio,
Morte mia, bozzolo in cui abito dal principio;

È ora di esplodere, di abbandonare lo schema:
Compiendo l'antico rito
Ritorno al cielo originale,
Cielo orlato d'Euridice;
Uomo, cripto-vivente,
Sogno sognato dalla vana vita,
Cantando spiro.

(da “Parabola”, 1952 - trad. R. Jacobbi)

mercoledì 8 luglio 2015

una poesia di Murilo Mendes

L'uomo, la lotta e l'eternità

Indovino nei piani della coscienza
due arcangeli in lotta con sfere e con pensieri
mondo di pianeti in fiamme
vertigine
squilibrio di forze,
materia in convulsioni che brucia per definirsi.
O anima che non conosce tutte le sue possibilità,
il mondo è ancora piccolo per riempirti.
Scuoti i pilastri della realtà,
risveglia i ritmi addormentati.
La guerra! Guarda gli arcangeli cadere in pezzi!

Un giorno la morte restituirà il mio corpo
la testa restituirà i cattivi pensieri
i miei occhi vedranno la luce della perfezione
e non ci sarà più tempo.

(traduzione mia)

venerdì 27 marzo 2015

io, noi, voi

Dante, aprendo la Commedia, scrive:
Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura.
Il poema, pur così potentemente pervaso della personalità dantesca, si pone da subito in un'ottica collettiva. Il mi è in realtà - allegoricamente - un ci, e la vicenda individuale si amplifica in una universale.

Una cinquantina d'anni dopo, Petrarca apre il Canzoniere con:
Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond'io nudriva il core
in sul mio primo giovenil errore...
L'unità del "noi" si è scissa in una diade voi / io, dove è l'Io a raccontare la propria esperienza, proponendola all'ascolto di un Voi esterno. L'identificazione è solo ipotetica, ottativa, basata sulla consonanza di esperienze individuali ("ove sia chi per prova intenda Amore / spero trovar pietà").
(Dove invece i "fedeli d'amore" stilnovistici erano un gruppo accomunato già in partenza da una consonanza innata: il "cor gentile", al quale Amore "rempaira [...] come l'augello in fronda").

Ecco, quello che è successo in quei cinquant'anni è stato definitivo, almeno per la tradizione lirica occidentale. Tutti i tentativi di scardinarlo, finora, sono andati a vuoto.
Nous sommes Petrarca, che ci piaccia o no.
(E a me non piace granché).

mercoledì 12 novembre 2014

il blues delle pompe antincendio




'Round Midnight

Quella strada dove la mezzanotte
è rotonda, la luna piatta
& blu, dove fanno assoli le pompe anticendio
& si aggirano certi jazzofili e osservano
è il mondo di Monk

Quando l'ho visto l'ultima volta, girandomi
esaltato da un 78giri, ringhiando
un paesaggio di funk strafatto

Quando gli ho parlato l'ultima volta, uscendo
dal Vanguard, mi ha aggiurnato sui
miei stessi segreti, come Nat
ha afferrato i numeri & le lettere
che soffiano attraverso l'erba
iniziali e invocazioni del passato

A tutte le domande che gli ho rivolto Monk ha
risposto inizialmente
con un basco in testa. Perché
un gran sacerdote ci stava fissando
Perché i tasti neri erano importanti. E chi era
avvolto nella comune magia
come una strada svuotata i ogni cosa
tranne che di strani uccelli

L'ultima volta che Monk ha sorriso io ho letto
il diario del pianoforte. Quelle dita
in cui collezionava i tuoi sentimenti
La misura segnata con un cerchietto per sottolineare
La risata anonima di fumo
& manifesti

Monk portava con sé equazioni che ti ballava in faccia.
"Che succede?" Dicevamo, mentre lui si lanciava & roteava. "Che succede?"

"Tutto. Sempre.

Ad ogni infinitesima frazione
di secondo".

Come una porta, che aveva aperto, senza scomparire
eppure restando un profilo distante
di rivelazione confidenziale.

Ehi, dico! Adesso Trane piaceva proprio a monk
senza un chaser da bere fino all'ultima
goccia. & Trane avvistato all'altezza del sesto o settimo
pianeta della

Theloniousfera.

Dove le pompe antincendio urlavano i blues
& la notte aveva una bocca lucente
& scacciava robe volanti.

(Amiri Baraka)

martedì 11 novembre 2014

far incontrare gli amici...

...è sempre una bella soddisfazione.
Un'intervista ad Antonio Lillo sul blog PoesiaBar, di Barbara Bracci.

giovedì 30 ottobre 2014

e, è

SINTAGMA

uno spavento a due teste
io e te
basta una sbavatura e
io è te
diluita e sparsa chissà dove tra la
pelle
assorbita come sudore

ma io diversa da te
io separata da te
se vuoi possiamo unirci
sovrapporci
combinarci
nelle infinite possibilità grammaticali
- io con te io tra di te io sopra sotto dietro davanti
di a da in con su per tra fra tutte ma non quella con la e -
succhiarci via tutti i liquidi
prosciugarci
e però poi, asciutti, staccarci - io da te,
fino a che non ci sarà da succhiare di nuovo





(Elena Zuccaccia)

venerdì 5 settembre 2014

ascia su legno

L’amor mio è come
luna dietro fitte nubi
o fiore nel vento;
e affannoso
il pensiero corre come
puledro per uno stretto sentiero.

Oh sì, questo mondo non è
che ascia su legno fresco;
se ci ripenso
è cosa che rende tristi!

Izumo no Okuni

lunedì 1 settembre 2014

sole (una poesia di Miriam Bruni)

Ora sei
di un perfetto
vaniglia,

ma salendo
ti accendi
verso il mascarpone.

Bricco colmo e
pronto da gustare,
come in quel giorno,

come in quell'ora:
occhi negli occhi,
senza paura.

Miriam Bruni

martedì 26 agosto 2014

ut pictura poesis

Antonio Vincenti, in arte Sualzo, fa fumetti.
Silvia Vecchini fa poesia (e anche altro).
Antonio e Silvia sono marito e moglie.
Allora si sono detti: perché non prendere i classici due piccioni con una fava?
E io dico: hanno fatto bene. Il blog si chiama DisegniDiVersi e questo è un esempio di ciò che ci potete trovare.




Di notte mi sveglio per i bambini 
mentre il buio preme alle finestre 
rimbocco coperte, sento il cane rigirarsi
nella cuccia, chiudo un rubinetto 
che goccia nel bicchiere, torno
a letto e ti guardo. Le tempie
chiarissime libere dagli occhiali,
ti bacio senza svegliarti, senza
chiederti se anche per te è uguale
se ti fa male il pensiero che sarebbe
potuto non capitare, che avrei potuto 
non incontrarti, mai amare.


disegni di Antonio Vincenti (Sualzo), versi di Silvia Vecchini

sabato 2 agosto 2014

il ladro e la luna



Si racconta che una notte un ladro entrò nella casa del monaco zen Ryōkan (1758-1831) e scoprì che non c'era nulla da rubare. Ryōkan tornò a casa e lo trovò ancora dentro.
"Hai fatto tanta strada per venirmi a trovare", gli disse. "Non voglio che tu vada via a mani vuote. Ti prego, prendi in dono i miei vestiti". 
Il ladro, confuso e meravigliato, prese i vestiti e andò via.
Ryōkan sedette, nudo, e si mise a guardare il cielo. "Poveretto", riflettè, "come avrei voluto potergli donare questa bella luna!".
Si dice che in quell'occasione egli scrisse questo haiku:

Il ladro l'ha trascurata:
la luna
alla mia finestra.

lunedì 28 luglio 2014

contest poetico: sabbia

Orologio molesto

Poca polve inquïeta, a l'onda, ai venti
tolta nel lido e 'n vetro imprigionata,
de la vita il cammin, breve giornata,
vai misurando ai miseri viventi.

Orologio molesto, in muti accenti
mi conti i danni de l'età passata,
e de la Morte pallida e gelata
numeri i passi taciti e non lenti.

Io non ho da lasciar porpora ed oro:
sol di travagli nel morir mi privo;
finirà con la vita il mio martoro.

Io so ben che 'l mio spirto è fuggitivo,
che sarò come tu, polve, s'io mòro,
e che son come tu, vetro, s'io vivo.

Ciro di Pers

* * *

La sabbia del tempo

Come scorrea la calda sabbia lieve
per entro il cavo della mano in ozio,
il cor sentì che il giorno era più breve.

E un'ansia repentina il cor m'assalse
per l'appressar dell'umido equinozio
che offusca l'oro delle piagge salse.

Alla sabbia del Tempo urna la mano
era, clessidra il cor mio palpitante,
l'ombra crescente d'ogni stelo vano
quasi ombra d'ago in tacito quadrante.

Gabriele D'Annunzio

* * *

Variazioni su nulla

Quel nonnulla di sabbia che trascorre
Dalla clessidra muto e va posandosi,
E, fugaci, le impronte sul carnato,
Sul carnato che muore, d'una nube...

Poi mano che rovescia la clessidra,
Il ritorno per muoversi, di sabbia,
Il farsi argentea tacito di nube
Ai primi brevi lividi dell'alba...

La mano in ombra la clessidra volse,
E, di sabbia, il nonnulla che trascorre
Silente, è unica cosa che ormai s'oda
E, essendo udita, in buio non scompaia.

Giuseppe Ungaretti

venerdì 4 luglio 2014

paura (di Massimiliano Bardotti)

Cos'hai detto che fai per vivere?
Respiro.
Ah ok, fai il simpatico, no intendo che lavoro fai?
Lavoro su di me.
Imprenditore dunque? Libero professionista...
Se vuole vederla così.
Senti e... Donne? Ne hai?
Non possiedo nulla.
Ti piacciono gli uomini?
Alcuni li trovo divertenti.
Sei gay insomma.
Amo gli esseri umani, soprattutto quelli che disprezzo.
Sì, vabbè, senti e... Orientamento politico?
I Vangeli.
In che senso scusa?
Non serve altro.
Sì, vabbè, ultima domanda
No aspetti, l'ultima domanda la faccio io: chi sei?
Sono Roberto
No quello è solo un nome.
Lavoro per conto di
È solo una professione.
Faccio sport, ho successo con le donne, una l'altra sera l'ho fatta miagolare di piacere roba da non
Chi sei?
La domenica vado allo stadio
Chi sei?
Lavoro sodo per arrivare
Dove?
Per avere successo
Quale?
Non lo so, per essere rispettato
Da chi?
Dalla gente, dagli altri
E gli altri chi sono?
Non lo so, persone
Migliori di lei?
Non lo so
Si sforzi.
Alcune, forse
Perché vuole conquistare il rispetto di chi nemmeno conosce?
È piacevole.
È rassicurante. Lei ha paura?
Ce l'avevo.
Poi cos'è cambiato?
Ho fatto i soldi.
E la paura è scomparsa?
Sì.
Ci pensi bene.
Sì.
Lei ha paura adesso?
Sì.
Lei ha paura?
Sempre.
La nasconde?
Non la mostro, l'ho fatta sparire da qui dove possono vederla.
Possono?
Sì.
E lei?
Anch'io potevo vederla.
La riporti indietro. In quella paura troverà se stesso.
Ho paura di avere paura.
Bene, è sulla buona strada. Ha fatto il primo passo verso il fondo.

martedì 1 luglio 2014

di poesia (nonostante tutto)



"È straordinario l’appeal di cui il genere letterario poesia continua ancora a godere tra i giovani, malgrado i vari sbertucciamenti che prende da tutte le parti. Fino a Montale e a Luzi i senatori a vita venivano scelti anche tra i poeti. Oggi è ormai impensabile: dopo che Fernanda Pivano ha dichiarato che i veri poeti sono De André e Jovanotti, è evidente che i mass-media stanno seguendo quella linea. Negletta è quindi la poesia dei ragazzi che scrivono oggi per i Quaderni rispetto ai tempi miei, che già erano negletti rispetto ai tempi precedenti. Non c’è stata diminuzione qualitativa, ci tengo a ripeterlo: c’è stata invece una crescita della disattenzione, anche da parte della classe media, di quei notai e quei dentisti che fino a qualche generazione fa credevano di dover conoscere i nomi di almeno due, tre poeti viventi, e che oggi li ignorano bellamente a vantaggio dei cantautori. Pur essendo diventata la poesia sempre più un fenomeno autoreferenziale e di nicchia, è però straordinaria la pervicacia dei giovani nel continuare a praticarla, e a vedere nell’immagine di sé come poeta una forma di realizzazione o almeno di definizione."

[...]
Recentemente in un incontro a Roma con Mazzoni, Cortellessa, Ostuni, Ottonieri e Giovenale, si discuteva amabilmente della sparizione dell’io in poesia. E c’erano diversi giovani che ascoltavano assai attenti, molto interessati al tema. A tale proposito mi trovai a dire che il problema non è quello di sottolineare liricamente o cancellare sperimentalmente l’io in poesia: il problema è invece quello del soggetto, che cosa tu vuoi dire in poesia, dove e come ti “detta dentro”. [...] È il soggetto – quello che “mi detta dentro” – a far sì che si possa scrivere in modi tanto diversi. Personalmente non sono né un fautore della sparizione dell’io [...], né un fautore della presenza dell’io [...]. Che cosa è allora davvero importante? Non tanto l’esercitarsi a scrivere poesia con o senza l’io, ma decidere bene di che cosa vogliamo parlare, qual è il progetto che abbiamo in mente, che cosa – anceschianamente – vogliamo ottenere con un libro di poesia. Tutto il resto è ancillare, è orpello.
Stiamo tanto a parlare di un pronome, di qualche cosa che sta al posto di qualche altra cosa: ma non ce ne può importare di meno!

[...]

"Mi trovo a invidiare chi scrive poesia in lingua inglese e può pubblicare poesia sulla prima pagina di un giornale. Tony Harrison, per citare un amico, per anni è stato sulle prime pagine dei quotidiani inglesi scrivendo sui fatti del giorno, ma in poesia. È evidente che noi, con un percorso storico che viene da Bembo, e con la lingua che ci troviamo, non possiamo permettercelo."

 
(leggi tutta l'intervista a Franco Buffoni qui)

lunedì 2 giugno 2014

a questo serve

 



È tutto così semplice,
sì, era così semplice,
è tale l'evidenza
che quasi non ci credo.
A questo serve il corpo:
mi tocchi o non mi tocchi,
mi abbracci o mi allontani.
Il resto è per i pazzi.

Patrizia Cavalli

martedì 20 maggio 2014

io voglio essere guardata



I.
Guardiamo: la schiena il vestito
come si piega
sulla pancia, controlli ora le
cosce se si vedono, i collant tesi
i capelli se reggono sulla
te di questo mese; poi le labbra
serrate mentre passi il rossetto
con gli occhi sgranati,
prima chiaro e poi più intenso -
inutile nascondersi, non voglio
io voglio essere guardata.

II.
La faccia la faccia come portarla
di notte, tornando, e non potere
cambiare anche quella al mattino -
scolorirne i tratti per
cancellarne il ricordo, bluffare con
il tempo e le foto,

( il grumo di rimmel sulle ciglia che
sbattono contro il vetro, le iridi
capovolte, vedermi
vederci noi la lingua le viscere
riflesse
usurate nel tempo senza
distanza. Noi non vedevamo
- la miopia del mio nulla
intatto, riflesso
in ogni angolo del vetro sporco,
nel diario pubblico-
mentre sui tasti succedeva tutto
negli occhi e la faccia registrava già)

III.
Guardiamo noi ora ancora – io vedo
la distanza, non è
non è quella dall’inizio: ora è fra
la mia faccia di ieri e lo status di
oggi, nel vetro che la restituisce
a scaglie, s’è rotto ieri – tutta
la solitudine è egoismo,
ognuna è una faccia riflessa
sul vetro sporco, un gioco
di abitudini e tagli senza sangue,
noia e crudele eccitazione.

Io voglio essere guardata.