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venerdì 27 aprile 2018

consigli di lettura_fantascienza e litomanzia

Mario Soldati, Lo smeraldo, Club degli Editori, 1975 (370 pp., 3600 lire)

Nella sua multiforme attività di poligrafo (narratore, sceneggiatore, regista, critico d'arte), Mario Soldati scrisse anche questo bizzarro romanzo di fantascienza.
“Bizzarro”, innanzi tutto, perché rispetta poco o nulla le regole canoniche del genere. All'inizio c'è uno scrittore, chiaro alter ego dell'autore (autofiction ante litteram?), il quale a New York, in un giorno del 1974, conosce un ambiguo personaggio che si fa chiamare Count Cagliani e che, attraverso strani riti esoterici, gli fa una predizione: se andrà in un certo posto della Francia e cercherà una certa pietra preziosa – lo smeraldo del titolo – avrà in premio una “rivelazione profetica”.
Lo scrittore obbedisce: va in un paesino della Provenza, nell'albergo indicatogli da Cagliani, e cade in una specie di trance, o sogno, o visione che sia. Si ritrova nei panni, anzi nella pelle di un altro uomo, un pittore di nome André Tellarini, che vive in una distopica Italia del futuro. C'è stata una guerra atomica e il mondo è diviso in due zone: una a nord, amministrata da russi e americani, e una a sud, dove comanda una confederazione di cinesi, africani e musulmani. La zona nord è un'opprimente civiltà tecnocratica, quella a sud è una sorta di teocrazia di matrice islamica, dove però convivono varie etnie e culture. Il controllo delle nascite è ferreo, i figli vengono sottratti alla nascita e cresciuti dallo stato, l'omossessualità è non solo tollerata, ma incoraggiata.
Fra le due zone c'è la Linea, una fascia inquinata dalle radiazioni, dove l'accesso è severamente proibito. L'Italia è tagliata in due: dalla Toscana in su, è nella zona nord, da Napoli in giù in quella sud. Il centro è una landa desolata.
Nel sogno, Tellarini si impossesserà dello smeraldo e lo userà per partire alla ricerca di una donna un tempo amata, Mariolina, in un intreccio sempre più intricato di realtà e allucinazione.
Bizzarro romanzo, dicevo: con una trama piena di elementi irrisolti, un finale stranamente tronco e tanti (troppi?) fili lasciati in sospeso. Comunque, una lettura interessante.

P.S.: Soldati, uno dei grandi dimenticati della nostra letteratura. Infatti questo romanzo, uscito per Mondadori nel 1974, è fuori catalogo da anni (che mi risulti, l'ultima edizione è del 2007, dopo anni di oblio). Io ho recuperato, su internet, un'edizione del 1975.

martedì 1 settembre 2015

recensioni in pillole - "Le sabbie di Marte"

Arthur C. Clarke, Le sabbie di Marte, Romanzi di Urania n. 150, luglio 2015 (edizione originale: 1951); 229 pp., € 6,50

Ammetto che le mie frequentazioni con la fantascienza sono piuttosto occasionali, però ogni tanto un bel libro me lo leggo volentieri.
Arthur C. Clarke (1917-2008), anzi sir Arthur, è ovviamente l'autore del romanzo che sta alla base di 2001: Odissea nello spazio, oltre che co-autore della sceneggiatura del film. Ma Clarke fu anche molto altro: autore di moltissimi libri di sci-fi (insieme a Heinlein e Asimov, è considerato uno dei maestri del genere), divulgatore scientifico sulla stampa e in TV, esploratore subacqueo, nonché laureato in matematica e fisica e, durante la II Guerra Mondiale, uno dei primi ad usare i nuovi radar antiaerei. Passò gli ultimi anni della sua vita in Sri Lanka, dedicandosi alla sua passione per le immersioni, e provate a chiamarlo scemo...
Ora, il mio problema con la fantascienza è che spesso suona irrimediabilmente datata: astronavi su cui non c'è traccia di computer, mondi futuribili sui quali si comunica via radio e telegrafo, calcolatori che funzionano a valvole, costumi anni Settanta, e così via.
Qui, Clarke riesce invece nell'impresa di costruire un romanzo di fantascienza perfettamente verosimile, che immagina le difficoltà dei primi coloni impegnati a rendere abitabile il pianeta Marte. Per tutto il testo, non ci sono quasi elementi spettacolari: niente duelli stellari, niente dischi volanti, niente alieni con le antennine verdi (i marziani in realtà ci sono, ma sono molto diversi da come li si immagina di solito), niente eroi in tute scintillanti. Piuttosto, descrizioni di laboratori, sistemi di produzione dell'ossigeno, cupole isolanti, respiratori, fuoristrada.
In effetti, un plot romanzesco c'è: la storia di uno scrittore di fantascienza, inviato su Marte per realizzare un reportage, e che lì troverà un nuovo senso per la sua vita e anche l'occasione per rimediare ad alcuni errori del passato. E poi c'è una sottotrama di fantapolitica: ma anche lì niente di epico o di mozzafiato.
Come tutto ciò risulti in un romanzo interessante e a tratti persino avvincente, lo si deve ovviamente alla penna di Clarke. Lettura estiva più che gradevole.

mercoledì 5 agosto 2015

recensioni in pillole - the great comeback

I. A. Goncharov, “Oblomov” (1859)

Fra le cose che mi ero ripromesso per quest'estate c'era anche il leggermi qualche bel tomone ottocentesco, spesso, fitto fitto. Ed ecco qua questo “Oblomov”, di Ivan Aleksandrovič Goncharov (1812-1891): edizione Utet 1964, piuttosto malconcia, comprata chissà quanti anni fa su chissà quale bancarella dell'usato. Settecento e rotte pagine, spolpate in meno di una settimana, come non mi succedeva da... boh, da quando? Forse dall'adolescenza.
La prima parte del libro è la più celebre. Ilja Iljič Oblomov, rampollo di una famiglia aristocratica un tempo fiorente, giace sul suo letto, in un polveroso e affastellato appartamento pietroburghese. Per duecento pagine, non farà assolutamente nulla: resterà coricato, battibeccherà con il fedele e losco maggiordomo Zachar (con il quale intrattiene un complicato rapporto di odio-amore), riceverà – senza mai alzarsi né togliere la veste da camera né radersi – visitatori e amici, si angustierà il freddo, le (immaginarie) malattie e i debiti che, lo sa lui stesso, non saranno mai saldati. Fra una visita e l'altra, si addormenta e sogna il suo villaggio natìo, la casa paterna, la sua infanzia di bimbo iperprotetto. Nei rari momenti di lucidità, cerca invano di portare a termine il grande progetto che porterà il benessere e la prosperità ai contadini; oppure si lamenta della bella vita, quieta e senza affanni, che non arriva mai. Ma, da solo, non saprebbe nemmeno infilarsi le calze.
Oblomov non è cattivo: non ne ha la fibra morale. Anzi, è un buono (“il buono che derideva Nietsche”, direbbe Gozzano), sogna un mondo dove tutti si amino, disprezza l'ipocrisita dell'alta società, è talmente incapace di concepire il male da cacciarsi, per pura bonomia e dabbenaggine, nelle mani dei peggiori truffatori. Nella seconda parte del romanzo, si conquista l'amore di Olga, donna giovane, bella, intelligente, volitiva, che sogna di redimerlo dall'apatia, ma poi lo abbandona quando capisce che la sua malattia, l'oblomovismo, è incurabile. Nemmeno i tentativi dell'iperattivo amico Andrej valgono a scuotere Oblomov dal torpore. Egli morirà in pace, dopo essersi ricostruito il suo pezzettino di Eden nella persona di Agafja, stolida e materna vedova che lo ama e lo accudisce come un neonato.
Goncharov concepì il personaggio di Oblomov soprattutto come satira di una precisa classe sociale, quella dei barin, i proprietari russi imbelli e parassitici. Eppure noi, oggi, possiamo attribuire a Ilja Iljič una sua tragicomica grandezza: questo sognatore, inadatto a vivere, perso nelle sue fantasie di regressione uterina, è forse l'involontario precursore dei tanti inetti che popoleranno la letteratura del Novecento.
Finiamo con una confessione personale: c'è un Oblomov, nascosto in fondo al mio stakhanovismo. A cercare bene, ce n'è uno in fondo all'animo di ciascuno di noi. E in fondo, non è il segno ultimo della grandezza di un lavoro letterario, quello di saper creare un personaggio universale, che sopravviva persino alle intenzioni del suo autore?

sabato 28 gennaio 2012

recensioni in pillole 156 - "Giulio Cesare. Il dittatore democratico"

Luciano Canfora, Giulio Cesare. Il dittatore democratico, Laterza 2009 (prima ed. 1999) (505 pp., € 11)

Uno dei segni più chiari della fama è l'antonomasia. È quel che è successo a personaggi come Cesare, Augusto, Napoleone, il cui nome si è identificato con il ruolo da essi ricoperto. Lo storico che voglia occuparsi di simili figure si trova a dover affrontare, oltre agli usuali problemi della ricerca, anche quello di confrontarsi con la leggenda che le circonda, scegliendo quando e in che misura aderirvi o confutarla.
In un caso come quello di Cesare, poi, si pone un'ulteriore questione: quella della critica delle fonti, ossia quel delicato ma indispensabile lavoro che ogni storico serio deve compiere, consistente nello sceverare le informazioni esatte da quelle errate, le notizie attendibili da quelle (più o meno volontariamente) corrotte. Compito ancor più intricato quando le fonti superstiti provengono in larghissima maggioranza dalla parte del vincitore, cioè Cesare stesso, e le poche voci contrarie, già fioche in origine, sono state ulteriormente affievolite dal tempo e dai guasti della tradizione manoscritta.
Tutto ciò per dire che questa biografia del dittatore è anche e soprattutto un continuo e serrato confronto con il mito di Cesare, da una parte, e con la propaganda di Cesare (e dei suoi eredi) dall'altra. Canfora, del resto, è uno storico di vaglia e sa esimersi dalle due tentazioni opposte: aderire entusiasticamente al mito, o demolirlo per partito preso.
Molti capitoli sono un vero e proprio gioco di fioretto con le fonti, con quel che ci dicono e soprattutto non ci dicono. Penso ad esempio ai capitoli dedicati ad avvenimenti cruciali come la congiura di Catilina (nella quale il giovane Cesare fu con ogni probabilità coinvolto) o la guerra in Gallia (dove la sete di gloria cesariana fu pagata con un numero spaventoso di morti, calcolato intorno al milione, perlopiù civili inermi e innocenti) o le intricate vicende della congiura e della successione.
Ciò che viene fuori, da queste cinquecento pagine, è il ritratto di un uomo intelligente, ambizioso e spregiudicato, capace di servirsi con suprema abilità dei meccanismi politici del suo tempo, nei quali erano moneta corrente la corruzione, lo sfruttamento delle reti clientelari e persino l'assassinio.
Del resto, io non sarei tanto sicuro che molto sia cambiato, da allora. Forse, come diceva Goethe – citato da Canfora stesso – siamo solo diventati “troppo civili”: ci fa senso ammettere quel che invece i Romani avevano, almeno, l'onestà di dire e fare alla luce del sole.

sabato 7 gennaio 2012

recensioni in pillole 152 - "Harry Potter e la Camera dei Segreti"

J. K. Rowling, Harry Potter e la Camera dei Segreti, Salani 2011 (pp. 324, € 9)

Sì, lo so, avevo detto di aver letto il primo Harry Potter e di averlo trovato noioso (devo ammettere che, fossi stato un editor, non avrei scommesso un centesimo sul personaggio). Però io sono uno che non si arrende facilmente, quindi ci ho riprovato. E stavolta è andata meglio.
Intendiamoci: le parti con le lezioni a Hogwarts, Erbologia, Pozioni, Difesa dalle Arti Oscure, e cinquanta punti a Grifondoro, e le partite di Quidditch e quell'atmosfera da college inglese, alla lunga le trovo alquanto insopportabili. Sì, lo so che è una delle invenzioni più celebrate della Rowlings, ma io non le sopporto: tant'è.
E anche questa volta, leggendo, non potevo togliermi davanti le odiose faccine degli attori che interpretano i personaggi della Rowlings (tranne, devo dire, quella della Watson, che trovo nel suo genere acqua-e-sapone piuttosto carina, persino più di tante bellone plastificate).
È vero anche che la vicenda segue sempre più o meno lo stesso schema: partenza di Harry & Co. per Hogwarts, sottotrame varie, eventi misteriosi che si rivelano man mano opera del solito Voldemort, scontro finale con scioglimento, ritorno a casa. Però questi, si sa, sono i pro e i contro della letteratura seriale.
Comunque, tutto sommato, l'effetto è stato parecchio migliore rispetto all'altra volta. Lo stile della Rowlings – o almeno, quel che se ne apprezza in traduzione – si fa leggere volentieri (ho finito il libro in tre o quattro giorni). La vicenda ha saputo offrirmi momenti di divertimento (la corsa iniziale con l'auto volante) e altri di autentico brivido (la festa dei fantasmi, la voce del basilisco, l'entrata di Harry nella camera segreta). E in più c'era un sottotesto sottilmente ironico, con il personaggio del vanesio professor Lockhart e tutta una riflessione – piuttosto attuale – sull'inconsistenza della fama mediatica.
Insomma, a conti fatti, ci riproverò anche con il terzo. Non si sa mai.

venerdì 30 dicembre 2011

recensioni in pillole 151 - "Due figlie e altri animali feroci"

Leo Ortolani, Due figlie e altri animali feroci. Diario di un'adozione internazionale, Sperling & Kupfer 2011 (192 pp., € 16,50)

Un'adozione internazionale: coppia con problemi di fecondità, stremante iter burocratico, decisione di ricorrere all'adozione internazionale, altro iter burocratico, poi la lieta novella, viaggio in Colombia, paese del Terzo Mondo, ancora burocrazia, due bambine che chissà quante ne hanno viste, un rapporto familiare da costruire partendo da zero.
Ecco, ora starete pensando: libro drammatico, strappalacrime.
Poi vi dico: Leo Ortolani.
Sì, Leo Ortolani, quello di "Rat-Man". Il fumetto che non posso leggere in pubblico, perché farei la figura del cretino, a ridere da solo per mezz'ore intere.
Ecco, Leo Ortolani nel 2010 ha adottato due bimbe colombiane, con tutto il travaglio di cui sopra, e ora ha raccontato la sua esperienza in questo libro. Che non posso leggere in pubblico, perché farei la figura del cretino, a ridere da solo per mezz'ore intere.
Non che il libro banalizzi o metta in burletta un problema serio come l'adozione. Anzi, il ritratto che ne viene fuori mi sembra molto realistico e documentato. Solo che Ortolani lo traduce in un fuoco di fila di trovate comiche, dove tutti i sentimenti possibili (rabbia amore esaltazione frustrazione tenerezza sconforto affetto commozione esasperazione depressione) sono passati al vaglio costante dell'ironia. Ironia ortolaniana: e chi legge "Rat-Man", sa a che cosa mi riferisco. Chi non lo legge, rimedi se non vuole che gli cancelli i commenti dal blog.
Ecco, per me la recensione può anche finire qui.
Anzi no, altre due cose. La prima è che il libro è corredato da alcune spassosissime vignette di Ortolani.
La seconda, che Ortolani è un genio. Io lo dico sempre, prima o poi qualcuno ci crederà.

mercoledì 21 dicembre 2011

recensioni in pillole 150: "L'uva puttanella / Contadini del Sud"

Rocco Scotellaro, L'uva puttanella / Contadini del Sud, Laterza 2009 (295 pp., € 10,50)

Strano parlare di Rocco Scotellaro, quasi sessant'anni dopo la sua morte. Il sindaco dei cafoni, il sindaco-ragazzino, il socialista eretico, il poeta della Lucania rurale. Strano, soprattutto, perché la sua figura sembra ormai dimenticata, come morta e sepolta è ormai la cultura contadina che descrisse.
Di lui, se si legge ancora qualcosa, si leggono le poesie, peraltro poco ristampate (c'è un Oscar Mondadori di una decina d'anni fa, e poi più niente) e ancor meno antologizzate.
"L'uva puttanella" è il romanzo autobiografico a cui Scotellaro lavorò negli ultimi anni di vita e che rimase interrotto dalla morte, nel 1953, ad appena trent'anni. Vi sono trasfuse una serie di esperienze amare: l'arresto per un'accusa (falsa) di concussione, i due mesi di carcere, l'abbandono della politica e del paese natio. Opera incompiuta, frammentaria, scritta in uno stile insieme lirico e asciutto, dove il neorealismo di stampo vittoriniano e pavesiano si innerva di una costante tensione stilistica tra lingua e dialetto.
L'uva "puttanella" del titolo è una varietà dagli acini piccoli, irregolari, poco appetibile e spesso rifiutata; gli acini sono i cafoni lucani, piccoli uomini schiacciati e dimenticati dalla Storia.
"Contadini del Sud" è quanto rimane di una vasta opera che avrebbe dovuto raccogliere le voci dei braccianti meridionali di diverse regioni. Quelle compiute sono sei storie: il contadino anarchico in lotta contro lo stato, quello emigrato e poi rientrato al paese, quello che racconta dei suoi tre matrimoni, quello convertito alla religione evangelica e profeta inascoltato del Vangelo; e poi ragazzino che fa il guardiano di bufale, chiuso nella sua realtà arcaica, ai margini della modernità galoppante, e la contadina che ha studiato e che scrive le lettere per le sue compaesane.
Un mondo di cui abbiamo completamente perso le tracce, ma che in fondo era ancora quello dei nostri padri, dei nostri nonni. Ma davvero la memoria degli uomini è così breve?

martedì 20 dicembre 2011

recensioni in pillole 149 - "Cartoline dai morti"

Franco Arminio, Cartoline dai morti, Nottetempo 2010 (137 pp., € 8)

Le ragioni per cui si acquista un libro sono quasi altrettanto misteriose di quelle per cui, al primo sguardo, ci si innamora di una persona.
Voglio dire, potrei fornire decine e decine di motivazioni razionali atte a spiegare perché mi innamorai di E., ma non arriverebbero mai e poi mai ad esaurire l'unico dato assolutamente incontrovertibile: che, in un certo preciso istante, del quale conservo una memoria completa e indelebile, posai gli occhi su di lei e non riuscii più a staccarli per tutta la durata della conferenza (di cui, ovviamente, non capii una parola).
Allo stesso modo, potrei dire che mi ha colpito il titolo di questo libro, o che mi ha attratto l'occhio la copertina giallo-canarino, o che il nome dell'autore l'avevo letto in giro per il web (qui, ad esempio), o che ho sfogliato le pagine e qualche frase qua e là mi è piaciuta, ma resta il fatto che, come mi capita quasi sempre, l'ho visto e pochi decimi di secondo dopo avevo già deciso di comprarlo.
L'idea che sta alla base di "Cartoline dai morti" è originale? No, probabilmente. Ma ditemi voi quale idea lo è.
Il libro consta di centoventotto brevissime prose; le più lunghe sfiorano la dozzina di righe, le più corte arrivano a cinque o sei parole. Tutte, comunque, arrivano dall'altra parte: dai morti. Morti che ripensano alla loro vita o, più spesso, al loro ultimo istante di vita ("Spoon River"? mah, sì e no).
Lo stile di Arminio è secco, fulminante, e allo stesso tempo insopportabilmente fisico e concreto. Quasi tutti questi morti ricordano particolari banali, progetti troncati, persone scialbe, ambienti squallidi. Nessuno sembra rimpiangere la vita, né tantomeno potere (o volere) spingere lo sguardo oltre la soglia della morte.
Se un libro è bello quando (o quanto) fa male, allora questo è un libro molto bello.

giovedì 15 dicembre 2011

recensioni in pillole 146-148 - roba di jazz

Flavio Massarutto, Assoli di china. Tra jazz e fumetto, Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri 2011 (198 pp. + illustrazioni, € 20)

Il fumetto è muto, il jazz è suono. Già questo dovrebbe marcare uno iato incolmabile. Invece le affinità ci sono, e tante: ad esempio, l'essere figli del Ventesimo Secolo, o l'ostracismo che spesso li ha colpiti. I contatti tra i due media sono antichi e articolati, ma la materia è varia e quantomai sparsa. Massarutto, che si era già occupato del tema in “Jazz & fumetto” (Vivacomix, Pordenone 2003), ora riprende e amplia il discorso con questo volume, dove analizza una mole di materiale, spesso di difficile o difficilissimo reperimento. Saggiamente, sceglie di organizzarla in forma tematica, analizzando ad esempio le diverse rappresentazioni del jazz e dei jazzisti nei fumetti, i vari modi in cui il fumetto ha cercato di far “suonare” la musica, o le possibili analogie tra i due linguaggi espressivi. 150 pagine di analisi, una serie di utili appendici (bibliografie, indici, note) e infine due fumetti, disegnati da Massimiliano Gosparini e da Davide Toffolo su testi dello stesso Massarutto.



Franco Bergoglio, Magazzino jazz. Articoli musicali d'occasione, Mobydick – I libri dello Zelig 2011 (92 pp., € 10,00)

“Raccogliendo questi articoli mi è parso di radunare merci per uno scaffale improbabile”: così, con (auto)ironico understatement, Franco Bergoglio introduce questa raccolta dei propri “articoli d'occasione”, o “fondi di magazzino” che dir si voglia. Dieci brevi pezzi, non più lunghi di una decina di pagine ciascuno, che spaziano liberamente fra un paio di interviste (a un collezionista di dischi e a un critico), un saggio su “My Favorite Things”, una biografia di Valery Ponomarev, una serie di riflessioni sulla mania delle liste discografiche (le “Top Ten” o le “Top Five” di questo o quell'artista), sul collezionismo di dischi, sui rapporti tra boxe e jazz, o tra il jazz e l'action painting di Jackson Pollock, fino a un esperimento di “prosa jazz” (un monologo interiore di Charlie Parker). Bergoglio sa offrire sempre uno sguardo un po' laterale, mai scontato.


Nicola Gaeta, Una preghiera tra due bicchieri di gin. Il jazz italiano si racconta, Caratterimobili, 2011 (415 pp., € 20,00)

L'intervista: apparentemente il più semplice, in realtà il più infido tra i generi della critica musicale. Perché richiede all'intervistatore tatto, sensibilità, psicologia, e soprattutto l'orecchio indispensabile per riportare sulla pagina scritta la voce dei musicisti interpellati. Nicola Gaeta raccoglie in questo libro trentuno interviste ad altrettanti jazzisti italiani, a cui si aggiungono altre tre a produttori discografici (i Bonandrini, padre e figlio, Sergio Veschi e Marco Valente). Si va dai padri storici del jazz italiano come Franco Cerri, Giorgio Gaslini, Enrico Rava, Franco D'Andrea, Giovanni Tommaso, alla “generazione di mezzo” di Pieranunzi, Gatto, Di Battista, Rea, Di Castri, fino alle giovani leve come Petrella, Bearzatti, Falzone, Giuliani, Partipilo, Signorile. Interviste a volte brevissime, a volte torrenziali, ma ognuna riesce a illuminare un piccolo dettaglio inedito dell'artista.

martedì 13 dicembre 2011

recensioni in pillole 145 - "Bestia di gioia"

Mariangela Gualtieri, Bestia di gioia, Einaudi 2010 (138 pp., € 12)

Lo ammetto: ho un problema con la poesia.
Il problema è che vorrei leggerne tanta, molta di più di quanta poi ne legga, ma non ci riesco.
I motivi sono parecchi. Il primo è che, mentre un romanzo o un saggio riesco a leggerli più o meno in qualunque momento e circostanza, con la poesia non funziona allo stesso modo: un libro di poesia deve trovarmi nella disposizione d'animo giusta, che nel mio caso si verifica raramente.
Poi, di poesia riesco ad assorbirne poca per volta. Posso far fuori senza problemi quaranta o cinquanta pagine di un romanzo in un colpo solo, ma con le poesie (se sono davvero poesie, se hanno un qualche valore), dopo due o tre devo fermarmi, assorbirle, lasciarle sedimentare. Se poi le poesie mi piacciono, se mi prendono sul serio, è ancora peggio: perché in quel caso hanno un effetto talmente profondo, urticante, che la dose si riduce ulteriormente.
Questo è il motivo per cui, di solito, spolpo saggi e romanzi nel giro di settimane, a volte persino di giorni, mentre posso impiegare mesi a finire un libro di poesia di poche decine di pagine.
È esattamente quel che mi è successo con questa raccolta di Mariangela Gualtieri. L'autrice la conoscevo per aver letto qualche poesia qua e là, ma mai un libro intero.
“Bestia di gioia” è un'opera fortemente unitaria, con una coesione interna data da ritorni di temi, parole, ritmi. Il fil rouge è l'immersione panica, fisica nel mondo. Non la negazione del dolore e della solitudine, quanto piuttosto il loro superamento, l'umile calata nella vita delle cose, degli animali, delle piante.
Ma, soprattutto, quel che spicca nel libro è una voce di grande originalità: talmente originale che ci ho messo parecchio ad abituarmi. Lo stile della Gualtieri trae la propria forza dallo scarto continuo fra registri, l'aulico e il parlato, il sublime e il quotidiano, fino al prosaico più spinto. Una poesia che suggerisce, anzi esige l'oralità, la recitazione, il suono concreto.


Noi tutti non siamo solo
terrestri. Lo si vede da come
fa il nido la ghiandaia
da come il ragno tesse il suo teorema
da come tu sei triste
e non sai perché. Noi
nati, noi forse ritornati,
portiamo una mancanza
e ogni voce ha dentro una voce
sepolta, un lamentoso calco di suono
che un po' si duole anche quando
canta. Te lo dico io
che ascolto
il tonfo della pigna e della ghianda
la lezione del vento
e il lamento della tua pena
col suo respiro ammucchiato sul cuscino
un canto incatenato che non esce.

Ascoltare anche ciò che manca.
L'intesa fra tutto ciò che tace.

mercoledì 30 novembre 2011

recensioni in pillole 143/144: "Il nome giusto" / "Il manoscritto di Brodie"

Sergio Garufi, Il nome giusto, Ponte alle Grazie 2011 (234 pp., € 16)

Se proprio dev'esserci un'altra vita - e io onestamente preferirei di no: una mi basta e avanza -, ma se proprio dev'esserci, non sarebbe poi tanto male se fosse come se la immagina Sergio Garufi in questo romanzo. Il protagonista-narratore muore già nelle prime righe, per un incidente stradale, e il suo fantasma continua a vagare intorno agli unici oggetti che in vita avevano occupato davvero la sua attenzione: i libri. Ora la sua biblioteca è stata venduta a un libraio e, man mano che uno dei volumi trova un acquirente, il narratore fa emergere un frammento del suo passato che ad esso è in qualche modo legato. Tessera per tessera, va a comporsi il mosaico di una biografia.
Garufi non sviluppa in alcun modo le implicazioni metafisiche della sua idea. Quel che gli interessa, piuttosto, è fare del protagonista (nel quale vi è un fortissimo transfer autobiografico, e quindi anche un'altrettanto forte componente metanarrativa: ma a me, se devo essere onesto, ciò importa molto poco) una metafora dello sguardo: lo sguardo dello scrittore-voyeur, che osserva non visto i suoi personaggi, ma anche lo sguardo del personaggio-narratore, che ha sempre vissuto la sua vita passivamente, in un angolo, con un senso di inadeguatezza che le circostanze biografiche spiegano solo in parte. Forse, come ha già detto qualcuno prima di me, la vita o la vivi, o la scrivi.
Non ricordo di chi sia la citazione, né ho voglia di ricordarlo, ma per un libro come questo, che si nutre cannibalicamente di altri libri e si innerva di citazioni più o meno esplicite, mi sembrava la conclusione più adatta.


J. L. Borges, Il manoscritto di Brodie, La Biblioteca di Repubblica 2002 (94 pp.)

Chi si aspettasse, da questi racconti della vecchiaia borgesiana, le vertigini metafisiche de “L'Aleph” o de “La biblioteca di Babele”, resterà deluso. Le undici storie brevi del volume, le più lunghe delle quali sfiorano appena la decina di pagine, sono testi asciutti, lineari, perlopiù realistici (per quanto può esserlo un racconto: Nabokov insegna che la parola “realtà” andrebbe messa sempre tra virgolette).
Borges li fa precedere da una prefazione piena di modestia sorniona, nella quale ironizza sui propri topoi letterari (“pochi argomenti mi hanno ossessionato nel corso del tempo; sono decisamente monotono”) e sui propri vezzi stilistici (“per molti anni ho creduto che sarei riuscito a ottenere una buona pagina mediante variazioni e novità; oggi, compiuti i settanta, credo di aver trovato la mia voce. […] L'età ormai avanzata mi ha insegnato la rassegnazione di essere Borges”).
I protagonisti e gli ambienti sono quasi sempre quelli dell'Argentina di fine Ottocento-primi del Novecento: gauchos, piccoli delinquentelli di periferia, oppure aristocratici bonaerensi del tempo che fu. Storie di coltelli, duelli, vendette, tradimenti; solo negli ultimi due racconti si apre qualche tenue spiraglio fantastico.
A conti fatti, direi: è proprio il Borges che mi piace di più.

mercoledì 2 novembre 2011

recensioni in pillole 141/142 - "Durasagra" / "Zasafir"

Paolo Bacilieri, Durasagra. Venezia über alles, Black Velvet 2006 (95 pp., € 16)

Zeno, Piero e Cristiano sono tre balordi. Tre ragazzi di vita senz'arte né parte, diretti discendenti degli Zanna, Petrilli e Colas di Andrea Pazienza (ma disegnati con l'esuberanza grafica di "Penthotal"). Del resto, il riferimento a Paz e all'estetica frigidairiana è esplicito in almeno in un paio di punti, e implicito un po' dovunque.
"Durasagra" racconta una loro giornata, trascorsa alla deriva (simbolica e fisica) in una Venezia putrescente, circondata da un hinterland di degrado post-industriale, dove i turisti sono presenze fantasmatiche e i monumenti fanno da sfondo ad avventure prive di scopo e di senso: alcool, droga, squallide marchette omosessuali, tentativi di orge, risse, famiglie disastrate.
Bacilieri (all'epoca trentenne: il fumetto è del 1994) accosta, senza alcuna soluzione di continuità, la più estrema sintesi grottesca con insistiti richiami alla pittura manierista, l'immondizia con cieli di luminosità tiepoliana, in una narrazione allucinata e lisergica.


Guido Buzzelli, Zasafir, Hazard Edizioni 1999 (56 pp., € 15,49)

"Avatar"? Bof. Guido Buzzelli ci aveva pensato già trent'anni fa.
O meglio: le creature aliene semibestiali che popolano il pianeta Zarau, dov'è ambientato "Zasafir", sono figlie del "Flash Gordon" raymondiano. Ma perché, voi pensate che quelle cose lì se le sia inventate James Cameron?
Di suo, Buzzelli ci mette la solita enfasi sarcastica, costruendo una space opera che gioca a rimpiattino con tutte le attese del lettore: personaggi che compaiono come protagonisti per poi ridursi a macchiette di secondo piano, svolte narrative che sfumano in sberleffi, personaggi smaccatamente dissonanti con il loro ruolo (quando mai si è vista una storia di fantascienza in cui uno degli eroi si chiama Peppino Cacace?).
Folle? Bien sûr, ma geniale, senza mezzi termini.

lunedì 10 ottobre 2011

recensioni in (micro-)pillole 131-140 (fumetteria assortita)

Topolino & Atomino, Tesori Disney, n. 11 (contiene: Topolino e la Dimensione Delta, Topolino e Bip Bip alle sorgenti mongole, Topolino e la collana Chirikawa, Topolino e il Bip Bip-15) (Disney, luglio 2011, 273 pp., € 9,90)

Tutte le storie sono di Romano Scarpa, ossia di uno dei geni assoluti del fumetto italiano. E già dovrebbe bastare.
Poi, "Topolino e la Dimensione Delta" è uno dei miti della mia infanzia, "Le sorgenti mongole" è un meraviglioso esempio di fanta-archeologia e "La collana Chirikawa" è un thriller psicologico degno di Hitchcock (e, credetemi, non sto affatto esagerando: forse la più bella storia di Topolino mai prodotta in Italia). Ecco: può bastare?



François Bourgeon, Les compagnons du crépuscule, voll. 1-3 (Le sortilège du Bois des Brumes / Les yeux d'étain de la Ville Glauque / Le dernier chant des Malaterre) (Editions 12bis 2009, pp. 60 + 48 + 142, € 13 + 13 + 21)

Un cavaliere senza volto; una ragazzina in sospetto di stregoneria; uno scudiero pelandrone. Sono i tre protagonisti che, ne "La compagnia del crepuscolo", percorrono una Francia medievale ricostruita con lo scrupolo realistico di un archeologo. Le prime due storie hanno un andamento fantastico, con tanto di folletti e druidi, la terza è un lungo romanzo grafico di amore, morte e violenza.
Testi raffinati, disegni assolutamente spettacolari.







Pratt-Oesterheld, Sgt. Kirk, vol. III: In terra nemica (Rizzoli/Lizard 2011, 175 pp., € 22)

Il western revisionista, vent'anni prima. Un Oesterheld nel pieno della forma tratteggia personaggi indimenticabili, complessi e sfaccettati. Un Pratt alle soglie della maturità disegna un West selvaggio e scabro, con i suoi soliti possenti indiani.






Hugo Pratt, Corto Maltese. Mū (Tascabili Lizard 2000, 176 pp., € 11,80)

Il Pratt più metafisico e scorporato, quello che forse amo di meno; e infatti è, credo, l'unica storia di Corto Maltese che non avevo mai letto per intero.
(Poi, parliamoci chiaro: Hugo è sempre Hugo, eh? Si legge a prescindere).








Barreiro/Zanotto, Barbara. Primo ciclo (001 Edizioni 2011, 176 pp., € 15)

Sì, lo so che un fumetto sudamericano di tema post-apocalittico rischia di suonare già sentito e strasentito, specie per coloro che frequenta(va)no i vari Skorpio, Lanciostory e L'Eternauta (tra i quali non ci sono io). So anche che una terra post-apocalittica in cui tutte le donne sono dei figoni da infarto, beh, non è il massimo della verosimiglianza.
Però all'epoca in cui usciva "Barbara" (nel 1979) il tema non era ancora così usurato. E comunque il fumetto è scritto benissimo, con un sottotesto politico-libertario-antimperialista e persino con qualche risvolto ecologista. E poi Zanotto è il modello, più o meno dichiarato, di decine di disegnatori sudamericani.
Vale la pena.



Baru, L'autoroute du soleil, vol. 1 e 2 (Coconino 2000, pp. 240 + 200, € 16 + 16)

Due amici, in una qualunque periferia francese degli anni Ottanta: Karim è bello e fortunato con le donne, Alexandre è brutto e sfigato. Un giorno Karim va a letto con la donna sbagliata: la moglie del dottor Faurissière, capo di un gruppo di fanatici neonazisti. Per i due, è l'inizio di una scatenata fuga on the road, su e giù per l'Autostrada del Sole (quella francese, ovviamente, quella che va da Parigi a Lione, giù fino a Marsiglia). Ritmo sincopato, disegni che contrappongono il realismo fotografico degli ambienti con la deformazione caricaturale delle anatomie.
Baru è un altro di quelli che mi erano sempre sfuggiti. Faccio ammenda.





Guido Buzzelli, Annalisa il diavolo e le altre (Lizard 2006, 70 pp., € 14,36)

Un puzzolente diavolo travestito da barbone, all'opera su una spiaggia estiva ("Annalisa e il diavolo"). La surreale notte di un disegnatore in crisi e di tre bizzarri intervistatori ("L'intervista"). Una beffarda riflessione sugli automatismi della massa ("Piazza del popolo"). Due demonietti lascivi e pasticcioni alle prese con una prima notte di nozze ("Lo sposalizio"). Un adattamento pirandelliano ("La giara").
Insomma, Buzzelli all'apice della sua vena cinica e grottesca. Che volete di più?




Goscinny/Tabary, Il gran visir Iznogoud (Panini Comics 2011, 144 pp., € 19,90)

A Baghdad, il perfido Iznogoud ha un pensiero fisso: essere "califfo al posto del califfo". Perciò, mette in campo piani diabolici, che regolarmente gli si ritorcono contro. Meccanismo elementare, ma esilarante in mano a uno sceneggiatore come Goscinny (sì, quello di Asterix e Lucky Luke), che lo condisce con infinite gag, tormentoni e calembour.
Comicità pura, senza se e senza ma.






Tuono Pettinato, Garibaldi. Resoconto veritiero delle sue valorose imprese, ad uso delle giovini menti (Rizzoli/Lizard 2010, 119 pp., € 16)

Garibaldi fu ferito, Garibaldi con il poncho e la sciabola, Garibaldi a Caprera, Garibaldi massone, Garibaldi fermato da Cavour sulla via di Roma, "Obbedisco", il Generale, l'Eroe dei due mondi, "O si fa l'Italia o si muore"... Diciamo la verità: 'sto Garibaldi, nella coscienza di un italiano medio, è qualcosa a metà tra l'eroe, il santino e il monumento imbiancato dai piccioni.
Tuono Pettinato (alias Andrea Paggiaro) fa collidere la retorica garibaldina con un approccio ironico e scanzonato: e se Garibaldi fosse, tanto per dire, un idealista un po' tontolone e non sempre adeguato al proprio ruolo?
Libro divertente, con finale a sorpresa (ma neanche tanto: in fondo, diciamocelo, la spedizione dei Mille è un po' la nostra Conquista del West; o no?).



Luca Enoch / Andrea Accardi, Hit Moll. Una ragazza pericolosa, Edizioni BD 2011 (232 pp., € 16)

Corinna deve assistere il padre, immobilizzato a letto per un ictus. E fin qui, niente di strano. Senonché, il paparino è un ex-sicario della mafia, e Corinna deve anche difenderlo dai compari che lo vorrebbero morto, e trovare i soldi per rifarsi una vita all'estero. Per farlo, la ragazza svolge un lavoro un po' particolare: ammazza gente a pagamento, ed è la migliore sulla piazza, efficace e spietata. E questo è solo l'inizio di una storia nerissima, violentissima, senza eroi e senza buoni, e senza lieto fine.
Commissionato dalla Bonelli per la serie "Romanzi a fumetti", è stato poi scartato per via dei contenuti eccessivamente crudi ed espliciti (e capisco anche il perché).
In appendice, un raccontino a fumetti di Luca Enoch sul tema "Le pari opportunità". Anche questo commissionato come fumetto "educativo" per le scuole e poi rifiutato. Forse perché sono dieci paginette che grondano cinismo e humour nero. Sapete com'è, non bisogna impressionare troppo i giovani...

domenica 9 ottobre 2011

recensioni in (micro-)pillole: 118-130

Lo so, da qualche mese il blog viaggia a basso regime: tante citazioni, qualche poesiola, qualche notizia rubata da internet, video pescati su YouTube, un "lampo" ogni tanto. Ringrazio i miei fedelissimi, che continuano a seguirmi, e mi scuso ufficialmente: ma è un periodo pieno di impegni, pensieri, scritture e letture, insomma qualcosa deve pur passare in secondo piano e questa cosa, attualmente, è il blog.
Fra l'altro, mi sono accorto che la mia ultima recensione risale al 13 giugno scorso. Un bel po' di tempo. Anche perché, nel frattempo, ho letto un bel po' di roba. Posso darvene solo un assaggio, sperando che sia abbastanza per invogliarvi. Oggi la prima parte, domani la seconda.


Ippolito Nievo, Le confessioni d'un italiano (Oscar Mondadori 2005, 1216 pp., € 17)

Se Nievo ne avesse scritto solo la prima metà, sarebbe un serio candidato al titolo di più bel romanzo italiano del XIX secolo: per la penetrazione psicologica, l'ironia, l'intelligenza, per lo stile sapientemente antimanzoniano, e non ultimo per una forte carica di sensualità, del tutto eccezionale nel nostro castigatissimo Ottocento. Doti che (in parte) si perdono nella seconda metà, soffocate da un certo tono da feuilleton e da un po' di retorica risorgimentale.
Così com'è, è un (quasi) capolavoro, che va assolutamente riscoperto.





J. K. Rowlings, Harry Potter e la pietra filosofale (Salani 2011, 302 pp., € 9)

Okay, prima di tutto: l'ho trovato al supermercato. La fascetta diceva: nuova edizione riveduta (da Stefano Bartezzaghi). Beh, ci sono rimasti un bel po' di refusi.
Comunque: molto meglio del film che ne è stato tratto (ma ci voleva poco), parecchio peggio di quel che si sente in giro. Interessante l'idea di trasferire maghi e incantesimi nel contesto di un classico college inglese, ma poi il libro manca (o, almeno, nel mio caso ha mancato) quello che dovrebbe essere il suo obiettivo fondamentale: la meraviglia, lo stupore, la suspense. Insomma: la magia.
Grigiastro.




Gianni Rodari, Libri d'oggi per ragazzi d'oggi (Il Melangolo 2000, 70 pp., € 6,20)

I ragazzi d'oggi (l'oggi di allora, ma anche l'oggi di oggi) leggono meno? Ma sarà vero? E, comunque, perché? Di chi è la colpa? Chi è che fa odiare i libri?
Pedagogia d'avanguardia, datata 1967. Altri tempi. Purtroppo.





Francesco Bearzatti Tinissima Quartet, Suite for Malcolm, con le illustrazioni di F. Chiacchio (Luciano Vanni Editore 2011, pagine non num., € 20)

"Suite for Malcolm" di Francesco Bearzatti è stato probabilmente il più bel disco jazz italiano del 2010. Questo lussuoso volume raccoglie le note di copertina, commenti dei musicisti e le splendide illustrazioni (inchiostri su acetato) di Francesco Chiacchio, che dal vivo accompagnano l'esecuzione della suite.





Richard Cook, Blue Note Records. La biografia (minimum fax 2011, 299 pp., € 16,50)

Biografia di un mito. "Blue Note", per un appassionato di jazz, significa un sacco di cose che non posso riassumere qui. Significa soprattutto un insieme di elementi che vanno a comporsi nella leggenda: nomi, personaggi, titoli, musiche, grafica, suono. Richard Cook racconta come quel mito nacque e crebbe.





Gianni Rodari, Prime fiabe e filastrocche (Einaudi Ragazzi 2011, 89 pp., € 9,50)

Letteratura per l'infanzia? Yes, of course. E, a proposito, potremmo per cortesia smetterla di usare quest'espressione in senso (più o meno sottilmente) denigratorio?






Ermann Krumm, Respiro
(Mondadori - Lo Specchio 2005, 130 pp., € 9,40)

L'ultimo libro di Krumm, poeta e critico d'arte, scomparso nel 2008. Scrittura sottile, misurata, preziosa, ricca di pensiero. "Linea lombarda", se qualcuno ha proprio bisogno di formule.






(a cura di) Michel Foucault, Io, Pierre Rivière avendo sgozzato mia madre, mia sorella e mio fratello... Un caso di parricidio nel XIX secolo (Corriere della Sera 2011, € 9,90)

Lo confesso: ho un'insana attrazione per il Grand-Guignol, le psicologie deviate, i casi estremi. Ognuno ne tragga le conclusioni che preferisce.
Qui, Foucault e un gruppo di allievi disseppelliscono dagli archivi il caso di un contadino parricida, nella Francia del 1835. Numerose voci (i giudici, gli avvocati, i medici legali, gli psichiatri, i giornalisti, lo stesso Rivière che scrive un lucidissimo e visionario memoriale del proprio delitto) si intrecciano a formare il ritratto di un uomo e di una società.




Enrico Rava, Incontri con musicisti straordinari. La storia del mio jazz (Feltrinelli 2011, 252 pp., € 16)

Enrico Rava, c'è chi lo idolatra e chi lo detesta. Però una cosa è certa: quest'uomo si è sempre trovato al posto giusto nel momento giusto. La Roma della dolce vita e della prima scena free, la Swingin' London, la New York dei loft, l'Argentina di fine anni Sessanta... Dopo la biografia "Note necessarie" (minimum fax 2004), scritta insieme ad Alberto Riva, qui è lo stesso trombettista a prendere la parola in prima persona, offrendoci uno sguardo dall'interno su quarant'anni di jazz, ricco di verve e ironia.





Walter Cremonte, Respingimenti (Lietocolle 2011, 33 pp., € 10)

Walter Cremonte vive a Perugia, e io non lo conoscevo nemmeno. Mea culpa. Questa brevissima plaquette è una riflessione limpida e ferma su quella fetta di umanità che vorremmo (invano) respingere fuori dal nostro campo visivo.








Valerio Magrelli, Che cos'è la poesia? (Sossella 2007, 30 pp. + cd, € 14)

Devo ammetterlo: a spingermi a comprarlo, è stato soprattutto il sottotitolo, "La poesia raccontata ai ragazzi in ventuno voci". Speravo, in soldoni, che potesse esseremi utile per la scuola.
Ora, non so che "ragazzi" avesse in mente Magrelli, ma i miei, di questo coltissimo abbecedario poetico (da "autore" a"calligramma", da "dramatis persona" a "barbarismo", da "quaesitio" a "paronomasia"), ci capirebbero poco o nulla.
Rimane comunque una lettura intelligente, spesso ironica, non di rado provocatoria, anche se in generale - come del resto tutta la poesia di Magrelli - un po' freddina. Più testa che cuore. Però, basta saperlo.
Al libro è allegato un cd in cui Magrelli legge il testo integrale, dal vivo all'Auditorium di Roma, con brevi stacchetti musicali di Carlo Boccadoro.
(Certo, quattordici euri per trenta pagine di testo e un cd di un'ora, che, praticamente, le riproduce, sono un po' tantini. Non molto poetico, forse, ma va detto.)



Ashley Kahn, The house that Trane built. La storia della Impulse Records (Il saggiatore 2006, 340 pp., € 35)

Per qualunque appassionato di jazz, arancione più nero equivale a "Impulse!". E "Impulse!" equivale a dischi entrati nella leggenda. Uno per tutti? "A Love Supreme" di Coltrane. E se non lo conoscete, compratevelo e basta, io non vi dico altro. (E magari date una spulciata al catalogo Impulse! per rifarvi gli occhi...).
Ashley Kahn ripercorre la storia dell'etichetta in un'ampia retrospettiva, corredata da foto (in bianco e nero), schede monografiche su alcuni dei dischi più importanti e una discografia finale (in cui purtroppo ci sono titoli e brani, ma mancano i musicisti: lacuna non da poco).
Giusto un appunto da nerd, ma neanche tanto: non è che sarebbe il caso di far tradurre i libri sul jazz da gente che conosce il jazz, ed eviti almeno gli errori di traduzione più grossolani? Chiedo troppo? Mi sa di sì, mannaggia.




Eva Cantarella, Passato prossimo. Donne romane da Tacita a Sulpicia, Feltrinelli 2010 (prima ed. 1996) (187 pp., € 7,50)

Eroine, regine, dee, matrone, prostitute, vedove, figlie, donne facili, donne-avvocato, donne-poetesse. Una rassegna di figure che, tra mito e storia, aiutano a fare un po' di luce sulla condizione della donna romana, dall'età arcaica al periodo augusteo. Lettura colta e piacevole.