"[Il libro X] elogia il terzo, il testimone che non tace più e accede alla coscienza del molteplice. Un terzo che tuttavia è capo, a-capo del verso: l’interlocutore principale e insieme il detentore della parola. Cosa succede in quella cruna è svelato e ri-velato
nella scrittura di *** che, con magistrale capacità endoscopica,
dipana tutti i fili, uno ad uno – quelli difficili da dividere e quelli
che sono sull’orlo di spezzarsi, quelli mischiati alla tattilità del
corpo e quelli legati agli indugi dell’Altro. Una parola che scheggia il
guscio dell’ordito e ne fa intravedere il senso che poggia
sulla polvere, l’intenzione. Non c’è linearità ma esattezza circolare
del procedere per domande e definizioni. Le Parche sono sempre lì, a
reclamare attenzione e a custodire il cammino prodigioso del capo e
della coda. Le maglie scandiscono il tempo che fagocita i fiori
per restituirli al coro solitario dell’essere che non si basta e che si
rassegna a dirsi in molti modi; il punto è che però quel ti estì è in mano propria seppure apparentemente si chiami con altri nomi.
È il chi infatti – e non il cosa.
Il percorso lento procede in alterco con se stesso ed è in questo stretto passare che chi detiene la parola sem(in)a
nelle forme dell’armonia. In questa sua nuova amalgama però (che è ogni
volta monito di rara bellezza) sembra che la parola poetica di *** acquisti una rinnovata compiutezza, quasi un sollievo dettato da
quell’abisso innato che fa da sfondo e in cui ci si riconosce come soffio. Si accetta il tradimento dell’imprevedibile confessando la necessità dell’erranza: la cifra che mantiene vigili sulla sopraffazione dell’agguato. Sempre nella cartografia crudele del thumos desiderante.
Tutto avviene senza accadere – sì."
(Giuro che è vera, non me la sono inventata io)
(L'immagine in alto è tratta da "Pompeo" di Andrea Pazienza)
(L'immagine in alto è tratta da "Pompeo" di Andrea Pazienza)