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lunedì 12 ottobre 2020

"Non vogliono tutti l'amore?" 6 poesie di Louise Glück

 


Ogni volta che viene assegnato il premio Nobel per la letteratura si ripete lo stesso copione: chi? ma chi è? chi lo/la conosce? ma se lo meritava? e perchè invece non...
[inserire un nome a caso fra quelli degli eterni papabili]?
Louise Glück non è sfuggita alla regola. È vero che di suo, in italiano, sono state tradotte solo un paio di raccolte, per di più a opera di piccoli editori con scarsa o nulla distribuzione: L'iris selvatico, Varese, Giano, 2003; e Averno, Napoli, Libreria Dante & Descartes / Editorial Parténope, 2019, entrambe nella traduzione di Massimo Bacigalupo.
Però di lei si erano occupate, per quel che so, almeno due delle riviste specialistiche più diffuse nel settore: Poesia di Crocetti (n. 170, marzo 2003) e Nuovi Argomenti (n. 75, settembre 2016). E si tratta comunque di un'autrice che scrive in lingua inglese, quindi facilmente accessibile a qualunque lettore di media cultura, tanto più che il suo linguaggio è di solito piuttosto piano e trasparente.

Quanto a me, avevo orecchiato il suo nome ma, confesso, non avevo letto nulla di lei, o se l'avevo fatto non me ne era rimasto alcun ricordo. Quindi, siccome non mi piace parlare a vanvera, all'annuncio del Nobel ho cominciato a cercare testi suoi in rete; ho anche fatto quel che faccio sempre, quando voglio capire un poeta: me ne sono tradotti alcuni, senza alcun ordine preciso, in base a ciò che trovavo e a ciò che mi colpiva.
Vi presento i risultati di questa prima esplorazione. Tutte le traduzioni sono mie.

Buona lettura.


* * *


da: "The Wild Iris" (2002)


VESPRO

Nella tua assenza prolungata, mi permetti
l'uso della terra, mi anticipi
i proventi dell'investimento. Devo riferire
di aver fallito nel compito, soprattutto
per quanto riguarda i pomodori.
Non penso che dovrei essere incoraggiata a coltivare
pomodori. O, se proprio devo, tu dovresti rimandare
le lunghe piogge, le notti fredde che quaggiù
vengono così spesso, mentre altre regioni
hanno quattro mesi d'estate. Tutto ciò
è di tua pertinenza: d'altra parte
io ho piantato i semi, ho guardato i primi germogli
come ali lacerare il suolo ed è stato il mio cuore
a spezzarsi per la ruggine, le macchie nere che rapide
si moltiplicavano per i filari. Dubito
che tu abbia un cuore, nel senso che
diamo alla parola. Non fai differenze
tra i morti e i vivi, che sono, di conseguenza,
immuni al presagio, potresti non sapere
quanto terrore sopportiamo, la foglia macchiata,
le foglie rosse dell'acero che cadono
persino ad agosto, nel buio precoce: io sono responsabile
per queste piante.

(Testo originale: https://poets.org/poem/vespers)


* * *

IL PAPAVERO ROSSO

La cosa bella
è non avere
una mente. Sensazioni:
oh, quelle le ho; mi
governano. Ho
un signore nel cielo
chiamato sole, mi apro
per lui, gli mostro
il fuoco del mio cuore, fuoco
come la sua presenza.
Cosa potrebbe essere una tale gloria
se non un cuore? O fratelli e sorelle
non eravate come me, tanto tempo fa
prima di essere umani? Voi
permettevate a voi stessi
di aprirvi una volta, voi che mai
vi aprireste di nuovo? Perché in verità
ora sto parlando
come fate voi. Parlo
perché sono distrutto.

(Testo originale: https://poets.org/poem/red-poppy-0)


* * *

da: "Averno" (2006)

UN MITO DI ACCUDIMENTO


Quando Ade decise che amava questa ragazza
costruì per lei un duplicato della terra,

tutto identico, fino ai prati,

ma con in più un letto.

Tutto identico, anche la luce del sole,
perché sarebbe dura per una ragazza giovane
passare così di colpo dalla luce alla tenebra completa.

Un po' per volta, pensò, avrebbe introdotto la notte,
prima in forma di ombra tremula di foglie.
Poi la luna, poi le stelle. Poi niente luna, né stelle.
Persefone lentamente si sarebbe abituata.
Alla fine, pensò, l'avrebbe trovato rassicurante.

Una replica della terra
tranne che lì c'era amore.
Non vogliono tutti l'amore?

Aspettò molti anni,
costruendo un mondo, guardando
Persefone nei prati.
Persefone annusava, assaggiava.
Se hai un appetito, pensava,
li hai tutti.

Non vogliono tutti sentire nella notte
il corpo amato, bussola, stella polare,
sentire il respiro quieto che dice

Sono viva” e significa anche
tu sei vivo, perché mi ascolti,
sei qui con me. E quando una si gira,
si gira anche l'altro...

Questo sentiva, il signore delle tenebre,
mentre guardava il mondo che aveva
costruito per Persefone. Non gli passò mai per la mente
che qui non c'era più olfatto,
e di certo nemmeno cibo.

Colpa? Terrore? Paura dell'amore?
Queste cose non poteva immaginarle;
nessun amante le immagina mai.

Sogna, fantastica come chiamare questo posto.
Prima pensa: “Il nuovo Inferno”. Poi: “Il Giardino”.
Alla fine, decide di chiamarlo
“L'adolescenza di Persefone”.

Una luce morbida si leva sul prato ben spianato,
dietro il letto. La prende tra le braccia.
Vorrebbe dire “Ti amo, nulla può farti male”

ma pensa
che è una bugia, perciò alla fine dice
“Sei morta, nulla può farti male”
che gli pare
un inizio più promettente, più vero.

(Testo originale: https://poets.org/poem/myth-devotion)


* * *

PERSEFONE VAGABONDA

 

Nella prima versione, Persefone
viene sottratta alla madre

e la dea della terra

punisce la terra: cio è
 

coerente con ciò che sappiamo del comportamento umano,

che gli esseri umani traggono una profonda soddisfazione
nel far del male, soprattutto
se il male è inconsapevole:

questo potremmo chiamarlo
creazione negativa.

Il soggiorno iniziale
di Persefone agli inferi continua ad essere
palpeggiato dagli studiosi che disputano
sulle sensazioni della vergine:

fu consenziente nello stupro,
oppure venne drogata, violata contro la sua volontà,
come accade tanto spesso alle ragazze di oggi.

Tutto è ben noto, il ritorno dell'amata
non corregge
la perdita dell'amata: Persefone

torna a casa
macchiata di succo rosso come
un personaggio di Hawthorne...

Non sono sicura di voler
mantenere questa parola: la terra
è “casa” per Persefone? È plausibile che si senta a casa
nel letto di un dio? Non è
a casa in nessun posto? È
una vagabonda nata, in altre parole
una replica esistenziale di sua madre, meno
azzoppata da idee di causalità?

Siete autorizzati a non farvi piacere
nessuno, lo sapete. I personaggi
non sono persone.
Sono aspetti di un dilemma o di un conflitto.

Tre parti: così com'è divisa l'anima,
ego, superego, id. Allo stesso modo

i tre livelli del mondo conosciuto,
una sorta di diagramma che separa
il cielo dalla terra dagli inferi.

Dovete chiedervi:
dove sta nevicando?

Bianco d'oblio,
di profanazione...

Nevica sulla terra: il vento freddo dice
che Persefone fa sesso negli inferi.
A differenza di noi, lei non sa
che cosa sia l'inverno, soltanto che
è lei a causarlo.

Giace nel letto di Ade.
Che cos'ha in mente?
Ha paura? Qualcosa
ha rimosso l'idea
della mente?

Sa che la terra è governata
da sua madre, almeno questo
è sicuro. Sa anche
che non è più ciò che si chiama
una ragazza. Per quanto riguarda
la carcerazione, crede

di essere stata prigioniera sin da quando è una figlia.

I terribili ricongiungimenti che la aspettano
occuperanno il resto della sua vita.
Quando la passione per l'espiazione
è cronica, feroce, non scegli
il modo in cui vivi. Non vivi;
non sei autorizzata a morire.

Vaghi fra la terra e la morte
che alla fine sembrano
ugualmente strane. Gli studiosi ci dicono

che non ha senso sapere che cosa vuoi
quando le forze che ti si contendono
possono ucciderti.

Bianco d'oblio,
bianco di sicurezza...

Dicono
ci sia una frattura nell'anima umana
che non fu costruita per appartenere
del tutto alla vita. La terra

ci chiede di negare la frattura, una minaccia
mascherata da consiglio:
come abbiamo visto
nella storia di Persefone
che andrebbe letta

come una contesa tra madre e amante:
la figlia non è che carne.

Quando la morte la affronta, non ha mai visto
il prato senza margherite.
All'improvviso non sta più
cantando il suo canto virginale
sulla bellezza e fecondità
di sua madre. Dove
c'è la frattura, lì è la pausa.

Canto della terra
canto della visione mitica di vita eterna...

La mia anima
distrutta dallo sforzo
di cercare di appartenere alla terra...

Che cosa fareste voi,
quando è il vostro turno in campo con il dio?

(Testo originale: https://poets.org/poem/persephone-wanderer)

* * *


MIGRAZIONI NOTTURNE

È questo il tempo in cui di nuovo vedi
le bacche rosse del sorbo
e nel cielo scuro
le migrazioni notturne degli uccelli.

Mi addolora pensare
che i morti non le vedranno:
le cose in cui confidiamo,
svaniscono.

E allora come farà l'anima a consolarsi?
Forse, mi dico, di questi piaceri
non avrà più bisogno,
forse già il non essere è abbastanza,
per quanto difficile sia immaginarlo.

(Testo originale: https://poets.org/poem/night-migrations)

* * *

(da: “Poetry”, gennaio 2013)


PAESAGGIO ABORIGENO

Stai calpestando tuo padre, disse mia madre,
e in effetti ero in piedi nel centro esatto
di un manto erboso, talmente curato da poter essere
la tomba di mio padre, anche se nessuna lapide lo diceva.

Stai calpestando tuo padre, ripetè,
stavolta più forte, e io cominciai a trovarlo strano
perché era morta anche lei; l'aveva ammesso persino il dottore.

Mi spostai un po' più in là, dove
finiva mio padre e cominciava mia madre.

Il cimitero era silenzioso. Il vento soffiava tra gli alberi;
sentivo, debolissimo, un pianto parecchie file più in là,
e, ancora oltre, un cane ululare.

Dopo un po' questi suoni si placarono. Mi resi conto
che non ricordavo di essere stata portata lì,
in quello che ora pareva un cimitero, ma poteva anche essere stato
un cimitero solo nella mia mente; forse era un parco, o altrimenti,
un giardino o un pergolato, con profumo, me ne accorgevo adesso, di rose...
La douceur de vivre riempiva l'aria, la dolcezza di vivere,
come si suol dire. A un certo punto,

mi accorsi di essere sola.
Dov'erano andati gli altri,
i cugini e le sorelle, Caitlin e Abigail?

Adesso la luce stava svanendo. Dov'era l'automobile
che ci aspettava per portarci a casa?

Allora cominciai a cercare un'alternativa. Sentivo
crescere in me l'impazienza, avvicinarsi, direi, l'ansia.
Infine, a grande distanza, scorsi un trenino,
si fermò, così pareva, dietro il fogliame, il controllore
si attardava sulla soglia, a fumare una sigaretta.

Non dimenticatemi, gridai, e adesso correvo
su molti lotti di terra, molti padri e madri...

Non dimenticatemi, gridai, quando infine lo raggiunsi.
Signora, disse, indicando i binari,
lei di certo non ha capito che questa è la fine, i binari non proseguono.
Erano parole aspre, le sue, eppure gli occhi erano gentili;
questo mi incoraggiò a perorare più fortemente la mia causa.
Ma tornano indietro, dissi, e rimarcai
la loro robustezza, come se ancora fossero destinati a molti ritorni.

Lei lo sa, disse, che il nostro è un lavoro difficile: affrontiamo
molto dolore e disappunto.
Mi fissava con crescente franchezza.
Anch'io ero come lei, aggiunse, innamorato dell'agitazione.

Ora gli parlavo come a un vecchio amico:
E tu allora, dissi, perché era libero di andarsene,
tu non desideri tornare a casa,
rivedere la città?

Questa è casa mia, disse.
In città – è in città che scompaio.

(Testo originale: https://www.poetryfoundation.org/poetrymagazine/poems/56626/aboriginal-landscape)


venerdì 22 settembre 2017

autunno

In mezzo ai doppi vetri
ronza una vespa.
Vento d'autunno già appanna la finestra.

Sempre la prigioniera
torna all'assalto,
sempre ritorna.

Perchè il calore
della stanza le allunga la vita
moltiplica le forze.

Heinz Kahlau (1931 - 2012)
(traduzione mia)

domenica 3 settembre 2017

quattro poesie di Heinz Kahlau

Un gioco

I bimbi giocano a fare gli sposi
con entusiasmo.
Perché la sposa si può agghindare
e la festa fa allegria.
E i bimbi sanno bene
com'è che ci si addobba.

Lo sposo ha preso un vecchio cappello
se l'è calcato sulla fronte.
Cammina come fa uno sposo,
con le ginocchia tutte dritte.
La sposa ha addosso un accappatoio
e un asciugamano, ha l'aria intimidita.
Un terzo bimbo le regge lo strascico,
perché ai bimbi piacciono gli strascichi.

Perché poi i grandi si bacino sempre,
e siano tristi e debbano sbronzarsi,
questo i bambini non sanno capirlo:
eppure, per il gioco, lo vorrebbero
tanto sapere.

* * *

Star seduti insieme

Questo star seduti insieme
mi fa bene, fa allegria,
sono quieto, stando insieme,
come mai in vita mia.

Niente gesti, né parole:
dalla fretta noi scappiamo,
qui seduti, stiamo zitti
ed insieme riposiamo.

Siamo insieme, siamo uno,
quieto e amico è ogni sguardo,
poi ridiamo e ci gettiamo
nella fretta d'ogni giorno.

* * *

Paura mattutina

Anche una grande città può essere vuota come una chiesa.
Quando il mattino si piega alle finestre
e solo gli uccelli gridano nei cortili.
Allora spesso mi chiedo se ancora ci sia
quella mia autocosciente sicurezza.
Allora certe volte arrivo al punto
che posso spaventarmi ancora come un bambino
che nelle notti piange per la mamma,
perché tutto intorno è estraneo e pieno d'orrore.

* * *

Il vecchio muratore

Johannes, il vecchio muratore, è morto.
Come la malta,
con cui impilava pietra su pietra,
è il suo volto.
E anche le mani.

Il giovane,
che ieri ha dovuto sgridare
per la sua sbadataggine,
ha avuto la sua cazzuola.

Dal camino,
che è stato il suo ultimo,
stamattina si è levato
il primo fumo.

Seppellitelo senza bugie.


Heinz Kahlau (1931 - 2012)
(traduzioni mie)

domenica 22 maggio 2016

che cosa è poesia?

Una ragazza ti ha chiesto: Che cosa è poesia?
Volevi dirle: Già il fatto che esisti, ah sì, che tu esisti,
e che nel tremore e stupore,
che sono testimonianza del miracolo,
soffrendo mi ingelosisco della tua piena bellezza,
e che non posso baciarti e con te non mi posso giacere,
e che non ho nulla, e colui che è sprovvisto di doni
è costretto a cantare...
Ma non glielo hai detto, hai taciuto
e lei non ha udito quel canto...

Vladimir Holan (da "Una notte con Amleto")
traduzione di Angelo Maria Ripellino

domenica 11 ottobre 2015

recensioni: "Botanica arcana" di Moira Egan

 Moira Egan, Botanica arcana (Strange Botany), traduzione di Damiano Abeni, Pequod, 2014

In genere, per la poesia, sono un lettore lentissimo. Quindi è assolutamente eccezionale che mi sia spolpato (e la metafora non è casuale, come spiegherò fra poco) questo libretto di Moira Egan in un'oretta.
Va bene che è un libretto sul serio, diciannove poesie inglesi con altrettante traduzioni italiane, per un totale di una novantina scarsa di pagine. E va bene che alcune poesie le avevo già lette sul web, però ripeto non è normale. Ma il piacere della lettura era tanto che non potevo letteralmente staccarmi.
Ora, la domanda è: in quanti modi si può raccontare una storia d'amore? Risposta: tantissimi, forse infiniti. Moira Egan sceglie di farlo attraverso le piante, con particolare attenzione a quelle commestibili.
E la soluzione non è tanto peregrina, se si pensa che la storia in questione è quella fra una lei poetessa americana, trapiantata in Italia per amore, il cui modello principale è Marianne Moore; e un lui (Damiano Abeni), per professione medico, per passione traduttore, nonché botanico dilettante (e manco tanto dilettante, direi). E se – a quanto si capisce – entrambi sono intenditori di buona cucina, oltre che di poesia.
Moira Egan ha una dote che me la fa adorare: un tono apparentemente casuale, a volte quasi frivolo, quasi sempre frastagliato da una leggera ironia, che parte dall'osservazione di dettagli insignificanti, o dalla narrazione di fatti quotidiani, per trapassare in maniera quasi insensibile alla riflessione.
Ogni sua poesia possiede quella qualità che gli inglesi chiamano wit, e che non credo abbia un preciso equivalente italiano: un'intelligenza sottile e acuta, spesso divertente ma mai scontata né banale, anzi sempre ricca di piacevoli sorprese.
Un libro carnale e brillante.

lunedì 5 gennaio 2015

tre poesie di Michael Krüger

Discorso del viaggiatore

Ho percorso l'Italia
da sud a nord
come voleva la strada.
Non ho fatto esperienze.
A Napoli un cane come
non ne vidi mai stava
a guardia del sole nascente;
dietro Ravenna tesi l'orecchio
al sommesso oracolo della pioggia;
in Maremma vidi mosche
negli occhi dei bovini, e me stesso.
Quasi troppo per una vita.
Col tempo appresi
a condurmi fra le vie traverse
che non portano a nord.
A Roma, ne devo far menzione,
osservai formiche rosse
che volevano trascinar via il Pantheon.
Per il resto, camminando lessi
le brevi poesie di Ungaretti
fino a che non si furono dissolte
nella mia radiosa felicità.

* * *

Chiaro che
il creatore dell'universo
si può vederlo come un giocoliere.
Tutto un maledetto gioco,
espressione d'incipiente stanchezza.
Ma talvolta, se a sera,
secondo un'abitudine,
ci raduniamo sul prato
a salutare in silenzio la notte,
per lo stupore restiamo senza parola:
lui per fregarci ci dà prove
del suo grande talento.

* * *

Leopardi e la lumaca

Una lumaca striscia per la terrazza,
un viscidume che va sul ventre, felicemente
sfuggita all’agitazione del giardino. Tenera,
duttile, cornea, aspira il suolo, diretta da un magnete
sotto i marmetti. A testa alta
questo sacro animale con dignità offensiva
taglia la strada alle formiche ove fervono i traffici
e si scambiano carichi da confonder
la vista. Sorella di Sisifo,
lei lavora in pianura, naturale nemica
della ripetizione.
Il centro è raggiunto, in gran silenzio quasi
non si dovesse dar scosse alla casa del mondo
che è piena di crepe invisibili.
Ora penso al tempo, non alla felicità,
perché soltanto come infelici siamo immortali.
Ma lo capiamo che l’ordine funziona
solo con questa lumaca che ora ha fatto il giro
del quadrante bianco del suo orologio?
A che pro saremmo nati, dice Leopardi,
se non per riconoscere come saremmo felici
a non esser nati?

domenica 4 gennaio 2015

corrispondenze

I libri sono pazienti, non hanno fretta. Aspettano che noi si cresca abbastanza per poterli apprezzare.
Ad esempio il volumetto BUR con le poesie di Georg Trakl era lì da anni, su uno scaffale in casa dei miei. Dentro c'era questa poesia, che Trakl scrisse cent'anni fa, per descrivere con straordinaria precisione me, stasera, proprio in quest'ora crepuscolare del 3 gennaio 2015, in cui la sto leggendo e traducendo.


* * *

Sulla via

A sera lo straniero fu portato alla camera mortuaria;
odore di catrame; quieto fruscio di platani rossi;
il volo scuro delle taccole; sulla piazza montavano la guardia.
In neri lenzuoli è calato il sole; sempre ritorna questa sera passata.
Nella stanza accanto la sorella esegue una sonata di Schubert.
Affonda quieto il suo sorriso nella fontana cadente,
con il suo azzurro fruscio nella penombra. Oh, com'è antica la nostra razza.
Qualcuno sussurra laggiù nel giardino; qualcuno ha lasciato questo cielo nero.
Nell'armadio profumano le mele. La nonna accende candele dorate.

Oh, com'è mite l'autunno. Quieti risuonano i nostri passi nel parco antico
sotto gli alberi alti. Oh, com'è severo il volto giacìnteo del crepuscolo.
La fonte azzurra ai tuoi piedi, misterioso il rosso silenzio della tua bocca,
incupita nel sonno delle fronde, nell'oro scuro dei girasoli cadenti.
Le tue palpebre pesanti di papavero sognano quiete sulla mia fronte.
Gentili campane mi agitano il petto. Una nuvola azzurra
è il tuo volto calato sul mio nella penombra.

Un canto con chitarre riecheggia da un'ignota taverna,
là cespugli di sambuco selvatico, un giorno di novembre da lungo passato,
passi familiari sulla scala in penombra, la vista delle travi imbrunite,
una finestra aperta, dove indugia una dolce speranza –
indicibile è tutto, mio Dio, da farmi cadere in ginocchio tremante.
Oh, com'è scura questa notte. Una fiamma purpurea
si è spenta sulla mia bocca. Nel silenzio
smuore il tintinnio di corde dell'anima in ansia.
Lascia che, ebbra di vino, la testa sprofondi nel fosso.

(Georg Trakl - traduzione mia)

venerdì 14 dicembre 2012

sentenza



le poesie di quest'uomo non servono a niente
innanzi tutto
ne strofinai una sulla pelata.
inutilmente. non favorì la ricrescita dei capelli.
dopo
ne passai una sui miei foruncoli. questi
nel giro di due giorni acquistarono la grandezza di patate medie.
i medici sbalordirono.
dopo
ne cucinai due in padella.
un po' scettico, non ne mangiai io stesso.
ne morì il mio cane.
dopo
ne utilizzai una come preservativo.
pagai l'aborto.
dopo
ne appiccicai una sull'occhio
ed entrai in un club elegante
il portiere
mi fece uno sgambetto e caddi.
dopo
pronunciai la suddetta sentenza.

Ernst Jandl (1925-2000)

sabato 27 ottobre 2012

e poi dice: perché non si legge poesia


"[Il libro X] elogia il terzo, il testimone che non tace più e accede alla coscienza del molteplice. Un terzo che tuttavia è capo, a-capo del verso: l’interlocutore principale e insieme il detentore della parola. Cosa succede in quella cruna è svelato e ri-velato nella scrittura di *** che, con magistrale capacità endoscopica, dipana tutti i fili, uno ad uno – quelli difficili da dividere e quelli che sono sull’orlo di spezzarsi, quelli mischiati alla tattilità del corpo e quelli legati agli indugi dell’Altro. Una parola che scheggia il guscio dell’ordito e ne fa intravedere il senso che poggia sulla polvere, l’intenzione. Non c’è linearità ma esattezza circolare del procedere per domande e definizioni. Le Parche sono sempre lì, a reclamare attenzione e a custodire il cammino prodigioso del capo e della coda. Le maglie scandiscono il tempo che fagocita i fiori per restituirli al coro solitario dell’essere che non si basta e che si rassegna a dirsi in molti modi; il punto è che però quel ti estì è in mano propria seppure apparentemente si chiami con altri nomi.
È il chi infatti – e non il cosa.
Il percorso lento procede in alterco con se stesso ed è in questo stretto passare che chi detiene la parola sem(in)a nelle forme dell’armonia. In questa sua nuova amalgama però (che è ogni volta monito di rara bellezza) sembra che la parola poetica di *** acquisti una rinnovata compiutezza, quasi un sollievo dettato da quell’abisso innato che fa da sfondo e in cui ci si riconosce come soffio. Si accetta il tradimento dell’imprevedibile confessando la necessità dell’erranza: la cifra che mantiene vigili sulla sopraffazione dell’agguato. Sempre nella cartografia crudele del thumos desiderante.
Tutto avviene senza accadere – sì."

(Giuro che è vera, non me la sono inventata io)

(L'immagine in alto è tratta da "Pompeo" di Andrea Pazienza)