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giovedì 7 novembre 2019

recensioni in pillole_libri letti, finalmente

Italo Alighiero Cusano, L'ordalia, Rusconi, 1979, 189 pp.

Sentii nominare per la prima volta questo libro non so più quanti anni fa (venticinque? trenta?), leggendo la recensione di un altro libro, a cui questo veniva paragonato. Mi incuriosii e mi segnai il titolo, ma per il momento finì lì. Chiusano (1926 - 1995) lo ritrovai durante i miei studi universitari, nelle vesti di critico e fine germanista. Una volta, una ventina d'anni fa o forse più, provai a prendere in prestito il libro in biblioteca, ne lessi qualche pagina, ma chissà perché non mi prese. Lo riportai indietro.
Infine mi sono deciso: l'ho ordinato usato su internet e l'ho letto. E devo dire che valeva la pena.

Siamo a Roma, nell'anno 995. La corte pontificia è un covo di vipere, i romani più che al papa obbediscono al nobile Crescenzio Nomentano, e in più c'è il nuovo imperatore, Ottone III, quindicenne, che pare voglia restaurare l'Impero e ricondurre i romani all'obbedienza.
Il giovane Runo è uno scrivano presso la corte pontificia. Già disgustato per la corruzione degli ecclesiastici, finisce per fare una scoperta sconvolgente: la Donazione di Costantino è un falso. La sua vocazione, già vacillante, crolla.
Runo torna presso i genitori, agricoltori della Tuscia, ma scopre che sono morti entrambi e che il feudatario ha assegnato il podere a un nuovo colono. Ormai senza meta, si unisce a un santo eremita, Petro, e comincia a vagare per l'Italia, sempre custodendo il suo segreto, che se rivelato potrebbe far tremare le fondamenta del potere temporale dei papi.
Nel suo vagabondaggio si innamorerà di una signora bizantina crudele e perversa, entrerà nelle grazie di Arduino d'Ivrea, vescovicida e futuro re d'Italia, si unirà a una comunità di profughi senza padrone, conoscerà un bogomilo greco e un sapiente musulmano, si sposerà, avrà un figlio. Ma la sua coscienza lo porterà a tentare un'impresa quasi folle: rivelare il falso all'imperatore, perché estirpi alle radici il male dalla Chiesa.

Bel romanzo storico, intessuto con sapienza e scritto con mano sicura, intriso di cristianesimo militante. L'Alto Medioevo, poi, è un'età che mi ha sempre affascinato.
Il libro, comunque, è del 1979, all'epoca fu finalista al Campiello ed è stato probabilmente tra le fonti ispiratrici di Eco per Il nome della rosa, ma non viene ristampato da almeno una trentina d'anni.

lunedì 4 novembre 2019

recensioni in pillole_uomini e cani

J.M. Coetzee, Vergogna, La biblioteca di Repubblica, 2003, 221 pp.; traduzione di Gaspare Bona
(ed. orig. Disgrace, 1999)

Ho avuto questo volume sullo scaffale per più di quindici anni, ma solo ora mi sono deciso a leggerlo, spinto da un impulso che neanch'io saprei spiegare. E lo confesso: raramente ho letto un libro che riesca ad affondare così spietatamente nella realtà e ad essere, allo stesso tempo, così potentemente simbolico.
Siamo in Sudafrica, intorno alla metà degli anni Novanta. David Lurie è un professore di mezza età, che insegna letteratura presso l'Università di Città del Capo. È un uomo mediocre, annoiato, che non ama il suo lavoro. In passato ha avuto un certo successo con le donne, si è sposato due volte e altrettante ha divorziato. Ora è solo e si arrangia con il sesso a pagamento. La sua vita, comunque, nel suo grigiore, può definirsi per lui abbastanza soddisfacente.
Finché un giorno conosce Melanie, una studentessa trent'anni più giovane di lui (e di colore, ma l'etnia nel libro è spesso lasciata indovinare, più che enunciata). David seduce Melanie e se la porta a letto; ma fa anche di peggio: morbosamente invischiato in quella passione senile, continua a ronzarle intorno, finché lei non lo denuncia alla facoltà per molestie sessuali.
Scoppia uno scandalo: David, esposto alla pubblica gogna, viene cacciato con ignominia dall'Università. Si rifugia da sua figlia Lucy, che anni prima se n'è andata a stare in una sorta di comune hippy e ora si guadagna da vivere gestendo una piccola azienda agricola e tenendo in custodia cani.
Con lei, David sembra trovare, se non la serenità, almeno un modo di sopravvivere: aiuta come può nei lavori agricoli e si impegna come volontario in una clinica veterinaria, il cui principale compito è somministrare l'eutanasia ai cani malati o abbandonati. Nel tempo libero, si dedica a scrivere il libretto di un'opera lirica che dovrebbe avere per soggetto gli anni italiani di Byron.
Ma anche questa relativa pace dura poco: tre malviventi (anch'essi di colore) si introducono in casa, stuprano la figlia e cercano di bruciarlo vivo cospargendolo di alcol. Anche qui David si rivela inadeguato: non è riuscito a proteggere sua figlia; non riesce a provare i suoi sospetti circa il coinvolgimento del bracciante nero che li aiuta nella fattoria; non capisce l'atteggiamento di Lucy, che sembra accettare il fatto con rassegnazione e fatalismo. Cerca di chiedere scusa alla famiglia della studentessa che ha sedotto, ma tutto si risolve in un'imbarazzante brutta figura.
Alla fine, dovrà accettare anche la gravidanza di Lucy, rimasta incinta dallo stupro, e la sua ambigua relazione con Petrus, il bracciante nero che si impossesserà delle sue terre.
Lo stile di Coetzee è apparentemente asettico, ma riesce a raccontare con straziante semplicità anche le realtà più sgradevoli: la morte degli animali, lo squallore delle vite sprecate. Sullo sfondo della vicenda c'è il Sudafrica subito dopo la fine dell'apartheid: i rapporti non pacificati tra bianchi e africani, la violenza diffusa, il divario tra i miserabili (perlopiù neri) delle baraccopoli e la borghesia urbana.
David, uomo d'altri tempi, si confronta con sua figlia, che rappresenta la nuova generazione sudafricana. Lui ha sedotto una donna nera, lei è stata stuprata da un nero e forse ne sposerà un altro.
Alla fine, egli non può che subire il suo destino, alla deriva in una realtà che non capisce più. Così come – lui che si era definito “schiavo di Eros” – accetta il declino del suo corpo, la vecchiaia che uccide il desiderio. Le sue controfigure sono la protagonista della sua opera (Teresa Guccioli, l'ex-amante di Byron, che ormai vecchia e ingrassata vive nel ricordo della passione d'un tempo) e il povero cane randagio che gli si affeziona nei suoi ultimi giorni di vita, prima di essere ucciso e incenerito tra la spazzatura.
"Forse è una lezione da accettare", commenta Lucy. "Bisogna saper ricominciare dal fondo. Senza niente. Senza una carta da giocare, senza un'arma, senza una proprietà, senza un diritto, senza dignità".
"Come un cane."
"Sì, come un cane".
Un finale che si salva dal nichilismo perché intriso di una profonda pietà.

domenica 21 aprile 2019

recensioni in pillole - "21 giorni alla fine del mondo"




Silvia Vecchini / Antonio “Sualzo” Vincenti, 21 giorni alla fine del mondo, Il Castoro, 2019; 204 pp., € 15,50

Sono tanti i modi per classificare le storie: ad esempio, ci sono le storie in cui succedono molte cose e quelle in cui ne succedono poche; ci sono storie grandi, enormi, smisurate, e storie piccole, persino minuscole; storie in cui i protagonisti sono larger than life e storie in cui sono persone ordinarie; ci sono storie in cui tutto succede fuori e storie in cui tutto succede dentro. E non è detto che una delle opzioni sia per forza migliore dell'altra: il punto è quanto il narratore ci crede, e soprattutto quanto riesce a far sì che ci creda il lettore.
21 giorni alla fine del mondo” si colloca dalla parte delle seconde opzioni, fra quelle elencate. Storie piccole, con protagonisti e luoghi tratti dalla vita di tutti i giorni, in cui gli avvenimenti sono tutto sommato pochi e accadono perlopiù dentro l'animo dei protagonisti. E in cui spesso le pause, i silenzi, le vignette apparentemente prive d'azione si rivelano essenziali.
Qui abbiamo Lisa, un'adolescente che, insieme alla madre, gestisce un campeggio sul Lago Trasimeno. È piena estate e la vita scorre sui soliti binari, tra gli amici, i turni al bar, le lezioni di karate e l'attesa per i tradizionali fuochi d'artificio nella notte di Ferragosto. Finché un giorno, all'improvviso, ricompare Ale.
Ale è (era?) l'amico del cuore di Lisa, il compagno dei giochi d'infanzia; ma sei anni prima, senza dare spiegazioni, è partito e non ha dato più notizie di sé. Che cosa gli è successo? Perché non si è fatto vivo? Come mai ora è riapparso dal nulla? E qual è il segreto di cui tutti, tranne Lisa, sembrano sapere qualcosa ma di cui nessuno vuol parlare?
Su questa trama, esile quanto si vuole, si regge una storia fatta di piccoli sussulti, che proprio grazie alla leggerezza della narrazione assumono una grande intensità. Come in tutte le storie che si rispettino, il cuore sono soprattutto i personaggi: Rima, l'amica ingenua e un po' invadente di Lisa; il matto del paese, convinto che a Ferragosto di ogni anno il mondo finirà; il misterioso uomo, cupo e taciturno, che gira sempre in compagnia di due cani; il maestro di arti marziali, che scrive su lunghe strisce di carta i venti principi del karate, con i quali vengono scanditi i capitoli in cui è suddivisa la storia.
Nel libro, tornano molti dei tratti che caratterizzano la produzione di Sualzo e Vecchini: l'adolescenza, l'amicizia, le storie di maturazione e di coming of age, i paesaggi umbri disegnati con amorevole cura per i dettagli, le passeggiate in bicicletta, i sentimenti trattati con attenzione delicata.
Un libro per adolescenti? Anche, ma non solo, perché i temi affrontati sono in realtà ben adulti: il dolore, la perdita, l'amicizia, l'amore, e il modo in cui tutto ciò si può affrontare insieme agli altri, facendo appello alla saggezza del cuore. “Rialzati e cerca sempre di essere felice”, come recita il finale.



sabato 2 febbraio 2019

consigli di lettura: "Sangue giusto"


Seguo poco l'attualità letteraria, quindi non saprei dire se, come ha affermato qualcuno, "Sangue giusto" di Francesca Melandri sia il libro più importante uscito in Italia negli ultimi anni.
So però che il libro fa almeno quattro cose importanti:

1. crea dei personaggi vivi, sfaccettati, a cui non si può far a meno di appassionarsi, anche quando - come il protagonista maschile del libro - sono delle grandi canaglie;

2. usa una narrazione complessa, con una struttura a flashback incrociati e un continuo sfasamento di piani temporali, in cui le verità si rivelano solo a poco a poco;

3. porta alla luce molto rimosso della storia italiana: gli anni del berlusconismo, il rampantismo anni Ottanta, e soprattutto il fascismo, le leggi razziali, e il passato coloniale, quella Libia e quell'Etiopia di cui la maggior parte degli italiani sa così poco, perché l'Italia - a differenza di altri paesi - con quel passato (e più in generale con il fascismo) non ha mai fatto veramente i conti;

4. parla di migranti fuori dalla retorica.

Insomma, un libro da leggere.

(Qui un'intervista all'autrice.)

[Francesca Melandri, "Sangue giusto", Rizzoli, 2017; 527 pp., € 17]

domenica 23 dicembre 2018

recensioni (e consigli per gli acquisti)

Teresa Radice e Stefano Turconi, Tosca dei boschi, BAO Edizioni, 2018 (160 pp., €19,00)



Rompo il silenzio che mi sono autoimposto per segnalarvi questo delizioso volume a fumetti che ho appena finito di leggere.

Siamo in Toscana, alla metà del Trecento.La bella Lucilla, figlia di un condottiero e feudatario, vive nell'esilio dorato del suo palazzo a Castelguelfo, presso Siena, in attesa di sposare il ragazzo che i suoi genitori le hanno destinato. Finché un giorno conosce Tosca e Rinaldo, due fratelli abituati a vivere di espedienti (lui suonando il liuto e recitando poesie, lei rubacchiando ai ricchi per dare ai poveri). Con il loro aiuto, salverà suo padre dalle perfide mire di un cattivone al servizio di Gualtieri di Brienne, il tiranno che tiene sotto scacco Firenze.

Bella storia d'avventura, amore e amicizia, e bei disegni, impreziositi da continui rimandi all'arte gotica e rinascimentale e da numerose citazioni da Dante, Petrarca, Cavalcanti e altri poeti dell'epoca.
Accattatavillo, e regalatelo anche a fanciulli e adolescenti, se ne conoscete.

giovedì 31 maggio 2018

consigli di lettura_Ursula LeGuin

Ursula K. LeGuin, I reietti dell'altro pianeta. Un'ambigua utopia, Oscar Mondadori, 2014 (339 pp., €10); traduzione di Riccardo Valla

Sono un frequentatore occasionale della fantascienza, ma la leggo volentieri, soprattutto quando – come accade qui – raggiunge lo stesso grado di complessità e raffinatezza della letteratura cosiddetta “alta”. E, come ben sanno gli appassionati, Ursula LeGuin (1929-2018) è un'autrice per la quale la fantascienza è banco di prova per un pensiero di stampo libertario, anarchico e femminista.

Veniamo al libro.
Ci sono due pianeti gemelli, Urras e Anarres. Urras è un mondo ricco di acqua e di risorse naturali; è diviso in tre stati: A-Io ha un'economia di tipo capitalista, una ricca borghesia e un miserevole proletariato, una struttura sociale rigidamente patriarcale (una sorta di Inghilterra dickensiana, per intenderci); Thu è un totalitarismo di stampo socialista; Benbili sembrerebbe una sorta di paese del Terzo Mondo. Fra i tre, è A-Io quello descritto con maggior dovizia di particolari.
Poi c'è Anarres, il pianeta gemello, che gli urrasiani considerano semplicemente una luna. Un mondo arido, desertico, con pochissime risorse tranne quelle minerarie; le specie animali autoctone sono scarse e quelle vegetali si riducono a pochi arbusti. Qui, un paio di secoli prima dei fatti narrati nel libro, si è trasferito da A-Io un gruppo noto come “odoniani”, seguaci di una filosofia di stampo anarchico.
La società costruita su Anarres dagli odoniani è priva di autorità: non sono ammesse strutture gerarchiche di nessun tipo, comprese quelle familiari. Non esiste religione e vige la più completa uguaglianza tra i cittadini, senza alcuna discriminazione tra i sessi. Tutto viene suddiviso equamente, nessun uomo possiede nulla (“proprietarista” è un sanguinoso insulto), né può obbligare un altro a fare qualcosa contro la propria volontà; le coppie restano assieme solo finché sussiste il reciproco accordo e i figli, dopo una certe età, vengono cresciuti in dormitori comuni. 
La società odoniana si regge sul mutuo senso di responsabilità e sulla disapprovazione collettiva che colpisce chi provi ad affermare la propria personalità su quella degli altri (“egoizzare” è una parola usata con significato fortemente negativo). Ognuno ha il dovere morale di prestare la propria opera per ogni servizio ritenuto indispensabile alla comunità, da quelli intellettuali a quelli di tipo pratico.
Gli odoniani hanno addirittura inventato una lingua, il pravico, che è diventato l'idioma ufficiale di Anarres: in pravico non esistono possessivi né termini per indicare la proprietà, l'autorità e i rapporti gerarchici o familiari. Persino i nomi, su Anarres, sono assegnati in modo casuale da un computer ed esistono solo i nomi propri, senza alcun cognome.
Da due secoli, non sussistono quasi contatti tra Urras e Anarres, se non quelli strettamente indispensabili al secondo per rifornirsi dei beni che gli mancano, in cambio di materie prime. Anzi, per gli anarresiani c'è una sorta di tabù nei confronti di Urras: essi temono di essere contaminati dal “proprietarismo” e guardano agli urrasiani come all'incarnazione stessa del male.
Anarres è un'utopia? Fino a un certo punto, come denuncia il sottotitolo.

Gli eventi del libro prendono le mosse quando il protagonista, Shevek, abbandona Anarres per trasferirsi – fatto inaudito – su Urras. Shevek è un fisico geniale e sta elaborando una teoria dello spazio-tempo che potrebbe mutare le intere sorti dell'universo (e le muterà, come si vede nei restanti romanzi del ciclo*).
I motivi per cui egli debba trasferirsi sull'altro pianeta sono complessi e non posso raccontarli senza spoilerare buona parte della trama. Basti sapere che il soggiorno su Urras lo porterà a rivedere buona parte delle sue convizioni per quanto riguarda sia il suo mondo, sia il mondo gemello.
Nel libro tornano alcuni dei temi fondamentali di Ursula LeGuin: l'anarchismo, il femminismo, la riflessione sulla società contemporanea attraverso il filtro della fantascienza.
Lettura piacevolissima e stimolante.



* I reietti dell'altro pianeta (pubblicato anche con il titolo Quelli di Anarres; il titolo originale è Dispossessed. An ambiguous utopia) fa parte di una serie, nota come “ciclo dell'Ecumene” o “ciclo hainita” e composta da sette romanzi e una dozzina di racconti. Questo, uscito originariamente nel 1974, è il quinto volume in ordine di pubblicazione, ma il primo per quanto riguarda la sequenza cronologica degli avvenimenti narrati. È considerato uno dei vertici della narrativa di Ursula LeGuin, insieme a La mano sinistra delle tenebre (che, per inciso, in italiano è fuori catalogo ormai da parecchi anni).
Le trame sono correlate l'una con l'altra in un affresco unitario, ma i singoli libri sono autosufficienti e si possono leggere anche senza conoscere gli altri.

giovedì 10 maggio 2018

due libri sul lavoro



Giorgio Falco, Ipotesi di una sconfitta, Einaudi, 2017 (384 pp., €19,50)
Francesco Dezio, La gente per bene, Terra Rossa, 2018 (210 pp., €15,00)

Apparentemente simili, in realtà diversissimi questi due libri.
Simili, perché simile è il tema: il lavoro, quello precario, polverizzato, risorseumanizzato dei giorni nostri. E simile anche il modo di svolgerlo, narrando in prima persona una sequela di lavori svolti dall'autore. Diversissimi invece gli ambienti, gli stili, i punti di vista.

Ipotesi di una sconfitta si apre con un lungo capitolo dedicato al padre del protagonista, siciliano emigrato a Milano (e quindi milanese al quadrato), impiegato per quarant'anni nell'azienda municipale dei trasporti (il vecchio, mitologico posto fisso), infine morto di tumore, proprio in coincidenza con la dismissione della stessa azienda.
Segue il resoconto dei tanti mestieri, più o meno improbabili, svolti da Falco: addetto al confezionamento di spillette con volti celebri, da Bruce Springsteen a Papa Woityla a Gesù (ma Gesù gratis, perché “con lui si va in perdita”); tabulatore di dati sui supermercati per conto di una rivista; venditore porta-a-porta di abbonamenti per la consegna domiciliare di un quotidiano; commesso in un negozio di abbigliamento; piazzista di scope in saggina; magazziniere; allenatore di basket; affissore di manifesti; fino alla discesa agli inferi: impiegato per un'azienda di telefonia mobile.
L'itinerario è una catabasi verso un lavoro sempre più alienante, disumanizzante, psicotizzante. L'ambiente è quello delle periferie milanesi, o del Veneto, o (per qualche pagina) delle borgate romane ai confini del Grande Raccordo Anulare: un panorama sempre più devastato, sfregiato, cementificato, invivibile. Un movimento discendente che non si arresta nemmeno di fronte all'ultima svolta: la scelta di dedicarsi alla scrittura e guadagnarsi da vivere con le scommesse calcistiche.
Tutto, in realtà, si svolge all'ombra di un tramonto: quello del Novecento, rappresentato dalla figura del padre. Il secolo è morto, insieme a tutti i suoi miti, e Giorgio Falco (classe 1967) appartiene alla generazione che ha vissuto quell'agonia.
Prendo in prestito le parole di Daniele Giglioli (da Le parole e le cose):
C’è un [...] mito a cui il secolo scorso ha sacrificato. [...] Era il mito secondo cui la vera vita è appunto l’arte, la letteratura, redenzione di quella che ci sfugge nello scialo dei giorni. [...] Quel mito tenta forse anche Falco, che però non gli cede. Il lettore non troverà da nessuna parte la volgarità terra terra del “ce l’ho fatta”, né quella tanto più volgare del “che importa, in fondo, se tutto ciò ha fatto nascere una scrittura?” Ci sono scrittori per i quali, di qualsiasi cosa parlino, fa premio comunque su tutto il ribaldo, avventuroso, amorale piacere di esprimersi. Falco è troppo onesto per questo. Tra cosa e stile la fusione è senza resti. La bellezza, la verità di questo libro, il lettore deve guadagnarsela a sue spese. Dentro, ma anche fuori dal libro.
Non c'è traccia di autofiction in “Ipotesi di una sconfitta”, ma una sincerità e un realismo senza remore, serviti da uno stile compatto, implacabile.

Apparentemente simile, dicevo, La gente per bene. Anche qui abbiamo uno scrittore nato nell'ultimo scorcio del Novecento (1970), che fa i conti con un lavoro trasformato in sfruttamento senza più alcuna possibilità di riscatto.
Lo scenario, stavolta, è il Sud: in particolare, il Sud della Murgia barese, terra di capannoni, piccole ditte a gestione familiare, discariche clandestine, palazzinari, padroni arricchitisi sullo sfruttamento spregiudicato degli operai. E anche Dezio racconta la propria odissea nel lavoro: il diploma all'Industriale, le esperienze come grafico addetto ad Autocad e SolidWorks, l'economia rampante dei divanifici Natuzzi che, negli anni Ottanta e Novanta, sembrava aver trasformato quel lembo di Puglia nella Svizzera del Meridione, il fallimento non solo personale, ma di un'intera società.
Tuttavia, il libro è quanto di più diverso si possa concepire, rispetto a quello di Giorgio Falco. Perché Dezio sceglie una forma ibrida, volutamente disomogenea, anzi trae la propria forza proprio dalle fratture nel tessuto stilistico e narrativo. E così, ogni capitolo sembra prendere una direzione diversa dal precedente, rendendo La gente per bene un oggetto letterario di difficile collocazione: autobiografia? autofiction? romanzo d'inchiesta e di denuncia? Lo stile incorpora il parlato, il dialetto, ma anche il linguaggio burocratico, le copie dei CV e delle lettere di licenziamento.
Alla fine, una vaga speranza sembra intravvedersi, ma sta solo nella fuga da un Sud che, dopo sessant'anni, ancora offre ai suoi figli l'unica strada dell'emigrazione.

Eppure, lo si sarà capito, qualcosa di simile i due libri ce l'hanno: dipingono in maniera spietata lo sfacelo ineluttabile del mondo occidentale contemporaneo. In questo, i capannoni della Brianza somigliano tragicamente a quelli delle Murge.

martedì 17 aprile 2018

consigli di lettura

Antonella Giacon, Qualcosa di speciale (Edizioni Corsare, Bastia Umbra, 2017; 207 pagine, € 12,00)

Di un libro di narrativa, la prima cosa che mi colpisce è la voce dell’autore. Che è altra cosa dallo stile: è la capacità di calare il lettore nel mondo narrato, di farglielo sentire e respirare.
“Qualcosa di speciale” quella voce ce l’ha: ed è la voce di Demis, il protagonista-narratore. Un undicenne goffo, sovrappeso, che vive in un paesino della provincia umbra, frequenta la quinta elementare, gioca per strada con i suoi amichetti – italiani, ma anche tanti stranieri –, gira in bicicletta e aiuta i genitori a gestire una pizzeria con i conti sempre in rosso.
Insomma, niente di speciale; tranne una cosa: che Demis ama scrivere, annotando sul proprio diario le storie che gli accadono intorno. Nel diario c’è il suo mondo: c’è Bruno, che è il suo migliore amico ma anche un ragazzo “difficile”, come li chiamano spesso; c’è il vecchio Gino che vive con la compagna ucraina, Ania, e sa riparare qualunque cosa; ci sono i teppistelli che di notte vengono a fare casino sulla piazza e non si riesce a cacciarli; i clienti della pizzeria; i gatti e i cani che sono anch’essi personaggi; i “carrismatici” che tengono i loro strani riti nella chiesa del paese; Aurora, di cui forse è innamorato ma si sa, queste cose son difficili sempre, figuriamoci a undici anni. Insomma, tutto un microcosmo che, attraverso lo sguardo limpido di Demis, vediamo nella sua evidenza, ora comica, ora tragica.
“Qualcosa di speciale” porta l'indicazione di lettura “da 11 anni”, ma non è un “libro per ragazzi” nell'accezione più banale. Contiene scene genuinamente divertenti accanto ad altre serie, malinconiche, drammatiche.
Perché Antonella Giacon – che essendo maestra elementare con i bambini ha a che fare tutti i giorni – sa benissimo che l’infanzia non è affatto l’età della felicità; o almeno non soltanto: è l’età in cui il mondo ci viene addosso con tutto il suo peso soverchiante.
Solo che poi, quando cresciamo, dimentichiamo. Servono i libri per ricordarcelo.

martedì 5 gennaio 2016

visioni - "Uomini e lupi", ovvero: vai per lupi e acchiappi Silvana

Uomini e lupi (1957) di Giuseppe De Santis e Leopoldo Savona (Italia, 1957; colore, 102 min.); con Yves Montand, Silvana Mangano.

Il bello di dormire poco è che il 31 gennaio ti svegli presto e becchi film così, su RaiMovies.
Giuseppe De Santis, sì, è quello di Riso amaro e di Non c'è pace tra gli ulivi. La sceneggiatura è, fra gli altri, di Zavattini, Tullio Pinelli e Tonino Guerra. Quindi si capisce subito che cosa ci si può aspettare: neorealismo genuino ma un po' retorico, a tinte forti. E infatti.
Siamo nell'inverno del 1956, l'Italia è stretta nella morsa del gelo, con le famose nevicate un po' dovunque. In un paesino dell'Abruzzo, pastori e contadini lottano per salvare il bestiame dai lupi (siamo in era pre-ecologista: la belva è cattiva e va ammazzata, e poche storie; tanto per mettere le mani avanti...).
In paese arrivano due lupari: Giovanni, un uomo burbero e scontroso, con al seguito la moglie Teresa (Silvana Mangano) e il figlioletto Pasqualino; e Ricuccio (Yves Montand), un giovanotto aitante, dal carattere allegro e spavaldo, che odia le regole e ama la vita libera e vagabonda. Entrambi vengono assoldati da Don Pietro, il possidente locale, per dare la caccia ai lupi.
Ovviamente nasce subito una rivalità, anche perché Ricuccio ha messo gli occhi su Bianca, la figlia di Don Pietro, ma non nasconde una simpatia anche per la matura Teresa (e vorrei vedere: con la faccia della Mangano...).
Giovanni viene assalito dai lupi e muore, lasciando la moglie vedova e il figlio orfano. Ricuccio, da parte sua, riesce ad ammazzare il lupo e, un po' per senso di colpa un po' per altri facilmente intuibili motivi, decide di prendersi cura di Teresa e del bimbetto. Peccato che Bianca non voglia rinunciare al bel fustacchione...
Al di là della vicenda decisamente melò, il film vive di una regia un po' anonima ma solida, delle suggestive inquadrature dei monti abruzzesi, di alcune scene efficaci e ben girate (una per tutte: l'assalto notturno dei lupi al paese) e delle riuscite interpretazioni della Mangano, dolente e misurata, e di Montand, che alterna sbruffoneria e commozione.

lunedì 28 dicembre 2015

visioni: il fragoroso Star Wars Episodio VII. Il risveglio della Forza

 Star Wars Episodio VII. Il risveglio della Forza (U.S.A., 2015, 135 min.), di J. J. Abrams. Con Harrison Ford, Mark Hamil, Carrie Fisher, Adam Driver, Daisy Ridley, John Boyega, Oscar Isaac, Lupita Nyong'o, Andy Serkis.

Dunque, finalmente l'ho visto pure io, l'ultimo Star Wars.
Volendo riassumere in breve le mie impressioni:
- è un capolavoro? no;
- è un film originale? nemmeno;
- è un remake del primo film? più o meno;
- è un film epico? no;
- ha buchi nella trama? sì (ma mai quanto quelli della prima trilogia, intendo quelli che oggi si chiamano Episodio IV, V e VI);
- è un film spettacolare che ti fa passare un paio d'ore senza rimpianti? sì.

In sostanza, mi trovo d'accordo con quanto ha scritto Roberto Recchioni:
Episodio VII [...] non si prende nessun rischio.
È il corrispettivo filmico di un nuovo disco dei Kiss o degli AC/D e da al pubblico esattamente quello che il pubblico vuole. È per questo che il film di Abrams sarà amato molto di più di quella imperfetta, rischiosa, sbagliata, odiata, seconda trilogia di papà Lucas.
Comunque sia e facendola breve, il film è godibile.
Con questo, voglio dire che il film non mi è piaciuto? Assolutamente no. Basta andare al cinema con le giuste aspettative. A me, Il risveglio della forza ha dato quel che mi aspettavo, ossia un prodotto piacevole e ben confezionato, che facesse divertire me e i miei bambini per un paio d'ore. Basta così. Si tratta di franchising, non di arte, e come tale va preso. Altrimenti, sarebbe come andare da McDonald's per fare un'esperienza gastronomica.
Critiche? Sì, un paio. Renzo Bossi a fare il cattivo proprio no; e la protagonista, un filino-filino di carisma (e, perché no?, di sex-appeal) in più ci stava bene.
Per il resto, l'ho visto, mi sono divertito e già sto cominciando a dimenticarlo.

(Se poi volete farvi due risate, leggetevi l'esilarante recensione a fumetti di Leo Ortolani.)

domenica 29 novembre 2015

recensioni: "L'uomo che cadde sulla Terra"

Walter Tevis, The Man Who Fell to Earth, Penguin, 2009 (185 pagine, 8,99 sterline) – ed. originale 1963

Lo ammetto, certe volte ho tempi un po' lunghetti. Per esempio, questo libro volevo leggerlo da quando, in prima media, trovai un paio di brani sulla mia antologia. Ci ho messo un quarto di secolo abbondante, ma alla fine ce l'ho fatta. Comunque, valeva la pena; anzi, era persino meglio di quanto mi aspettassi.
La trama è abbastanza nota: nel 1985, un alieno arriva sulla Terra (per la precisione, nel Kentucky) e, sfruttando le sue superiori conoscenze tecnologiche, fa un sacco di soldi fondando società e vendendo brevetti. In realtà il suo scopo è quello di costruire una nave spaziale per portare sul nostro pianeta gli ultimi sopravvissuti del suo popolo, auto-decimatosi con una serie di terribili conflitti atomici.
Questa l'idea, espressa in due righe. Poi, come sempre, la differenza sta nel come, non nel cosa.
Ho detto qualche tempo fa che sono un lettore sporadico di fantascienza, un genere che spesso mi irrita per la sua superficialità. “Spesso”, non sempre, perché anche lì ci sono i capolavori, e questo è uno dei casi.
Tevis (che, per inciso, è anche quello che ha scritto i romanzi da cui furono tratti Lo spaccone e Il colore dei soldi, e scusate se è poco) sorvola quasi del tutto gli elementi strettamente fantascientifici – tecnologia futuribile, descrizione di civiltà aliene – e si concentra su due aspetti. Uno è un'America distopica, ma neanche tanto, un paese ricco e opulento ma sull'orlo di una guerra totale. Visione particolarmente pregnante nel 1963, e anche adesso non è che sia granché invecchiata. Il secondo aspetto è la solitudine di Newton (così si fa chiamare l'alieno), perso in un pianeta sconosciuto, costretto ad agire per fini che lui stesso, a poco a poco, scopre di non condividere più. Il personaggio sprofonda sempre più nell'alienazione, finendo per legare solo con due persone altrettanto sole ed alienate: Bryce, uno scienziato che sospetta della sua vera identità, e Betty Jo, un'alcolizzata che si innamora di lui.
Il finale – che ovviamente non rivelo – è di raggelato, disilluso pessimismo.
Come tutti i grandi romanzi (e questo lo è), L'uomo che cadde sulla Terra è leggibile a più livelli. Un critico americano li ha benissimo riassunti così:

Alla superficie, L'uomo è il racconto di un alieno che viene sulla terra per salvare la propria civiltà e, attraverso avversità, distrazioni e perdite di fiducia (“Lo voglio... ma non abbastanza”), fallisce. Poco al di sotto della superficie, lo si può leggere come una parabola sul conformismo anni Cinquanta e sulla Guerra Fredda. Fra molte altre cose è, nelle parole di Tevis stesso, “un'autobiografia molto mascherata”, il racconto del suo trasferimento infantile da San Francisco, “la città della luce”, al Kentucky rurale, e della malattia che da bambino lo confinò a lungo a letto, lasciandolo, dopo la guarigione, debole, fragile e isolato. Parlava anche – come si rese conto solo dopo averlo scritto – del suo percorso verso l'alcolismo. Al di sotto di tutto ciò, è ovviamente una parabola cristiana, e un ritratto dell'artista. Infine, è uno dei libri più commoventi che io conosca, un canto funebre su una grande ambizione e un terribile fallimento, e un'evocazione dell'assoluta, insuperabile solitudine umana.

Ora è il caso che mi guardi il film che ne fu tratto, con un David Bowie che era l'unica scelta possibile come protagonista.

sabato 28 novembre 2015

recensioni: "Nerosubianco"

Giorgio Rimondi, Nerosubianco. Fenomenologia dell'immaginario jazzistico, Arcana Jazz, 2015 (144 pp., € 16,50)

Il jazz è una miniera di storie. Ed è anche una musica che ha sempre avuto uno stretto rapporto con l'immagine, quella fotografica in particolare.
Giorgio Rimondi, in questo libro, incrocia le due dimensioni: partendo da dieci fotografie, racconta delle storie. Storie vere, ovviamente, perché si tratta di un libro di saggistica non di narrativa (di narrativa e di poesia jazz, comunque, Rimondi si è già occupato in passato); ma chi scrive è sempre stato convinto che la miglior saggistica deve potersi leggere come si legge la narrativa. Deve avere una storia da raccontare.
Le immagini di partenza sono le più varie: l'unico ritratto noto dell'orchestra di Buddy Bolden, le celebri foto scattate da J.E.J. Bellocq alle prostitute che lavoravano nei bordelli di New Orleans, un fotomontaggio della triestina Wanda Wulz (pioniera italiana della fotografia), Cole Porter in vacanza a Venezia, Frank Sinatra in jam session con Nat King Cole, un malinconico Billy Strayhorn a colloquio con un pesce rosso, Jack Kerouac e la sua macchina da scrivere, Thelonious Monk addormentato, un tenero Miles Davis adolescente, Ornette Coleman al lavoro con la band nel suo loft newyorkese. Sono le occasioni per lanciare sul jazz sguardi obliqui e affascinanti.
Fatemi finire con una noterella personale: considero questo libro la bella copia – ossia: la versione riuscita – di ciò che ho tentato di fare io con il mio Volevo essere Bill Evans. E quindi leggerlo mi ha provocato un piacere misto all'invidia.

mercoledì 25 novembre 2015

recensioni: "Contro la dispersione"

Walter Cremonte, Contro la dispersione, Guerra Edizioni, 1999 (116 pp., € 7,75)

Mi sono sempre chiesto perché mai la poesia di Walter Cremonte non sia ospitata, non so, nella collezione bianca di Einaudi o nello Specchio di Mondadori. (In realtà lo so il perché: Walter è la persona più modesta, discreta, più dolce nel significato pieno della parola, che io abbia mai conosciuto).
Comunque, dicevo: me lo chiedo perché la sua poesia sfata tutti i falsi miti sulla poesia contemporanea, che sarebbe oscura, autoreferenziale, incomprensibile, persa in uno sterile sperimentalismo e così via. La poesia di Walter, invece, è pura. Non nel senso che davano alla parola gli ermetici, o i simbolisti, ma nel senso che la parola si annulla pienamente nel suo oggetto, senza lasciare scorie. Non che il lavoro poetico sia assente – anzi, una tale semplicità è la più ardua delle conquiste – ma esso si nasconde sotto una superficie ingannevolmente levigata. Ingannevolmente, perché le punte e gli spigoli, a sarperli vedere, ci sono.
Inutile stare ad elencare i suoi modelli, Sandro Penna in primis. Bastino poche notizie: Walter, nato a Novi Ligure nel 1947, vive da decenni a Perugia, e per piccoli editori perugini sono uscite tutte le sue raccolte. Questa è un'antologia della sua produzione dal 1978 al 1995.
Non posso dire altro se non: leggetela; tanto più che costa pure poco; e giudicate da soli.

domenica 22 novembre 2015

recensioni: "Il disertore"

Giuseppe Dessì, Il disertore, Mondadori, 1985 (170 pp., L. 5000)

Uno di quei libri che mi aspettavano da anni. Comprato chissà dove (su qualche bancarella dell'usato, a giudicare dal grado di consunzione), era rimasto su uno scaffale in attesa dell'occasione giusta. Da lì l'ho ripescato perché mi serviva un compagno di viaggio, e quelle centocinquanta paginette in formato Oscar erano l'ideale da infilare in tasca.
Lo sfondo del romanzo è il paesino sardo di Cuadu, negli anni del primo dopoguerra. La società fino ad allora immobile, dominata dai prinzipales, potentissima casta di proprietari terrieri, è sconvolta dagli echi che arrivano dal “continente”: la propaganda socialista, i primi Fasci di combattimento. L'occasione per il racconto è un monumento ai caduti, che il Comune vuole erigere nella piazza. Durante la raccolta dei fondi per la statua, Mariangela Eca, una povera contadina, madre di due figli entrambi caduti in guerra, che campa facendo la serva a casa del prete e raccogliendo fascine, compie un gesto inaudito: dona tutti i suoi risparmi, più di ottocento lire.
Ma tutto ciò è solo un pretesto, perché il vero nucleo narrativo è un altro. Ciò che nessuno sa è che il maggiore dei figli di Mariangela, Saverio, non è affatto caduto in combattimento, ma ha disertato, ha raggiunto il paese ed è stato nascosto dalla madre, per poi morire di malaria dopo pochi giorni. L'unico a condividere il segreto è il vecchio prete, don Pietro Coi, al quale Saverio, in punto di morte, ha confessato il reale motivo della sua diserzione: durante una battaglia, ha ucciso il suo capitano sparandogli alla schiena. Un gesto assurdo, tanto più che l'ufficiale gli era sempre stato amico.
Il centro del romanzo è il confronto fra le coscienze dei due personaggi: il dolore silenzioso, arcaico della madre, e il tormento interiore del prete, che scopre di non riuscire in alcun modo a condannare il gesto dell'uomo, perché la colpa non è sua, “la colpa è di chi vuole la guerra, di chi non sa evitare la guerra”.
Una narrazione fatta di silenzi, raccontata con uno stile secco, essenziale, che trasmette il senso di un dolore assoluto, quasi metafisico, che pervade gli uomini e il paesaggio.

venerdì 20 novembre 2015

recensioni - "Novelle fatte a macchina"

Gianni Rodari, Novelle fatte a macchina, Corriere della Sera, 2015 (230 pp., € 7,90) – ed. originale Einaudi, 1973

Mi pare che da qualche parte (forse nelle Lezioni americane, ma adesso non ho voglia di controllare) Italo Calvino abbia detto che la dote migliore della fantasia è l'esattezza. Gianni Rodari è l'autore della Grammatica della fantasia, e non a caso.
Questo libro – come in realtà tutti i suoi – è la dimostrazione pratica di quanto esposto in quel libro: prendere un'ipotesi assurda e svilupparla con assoluta coerenza logica. Per esempio: e se per salvare Venezia i veneziani diventassero pesci? Se gli studenti potessero viaggiare nel tempo per smentire i propri professori di storia? Se i gatti di Roma fossero in realtà esseri umani annoiati di essere umani? Se per i monti della Tolfa si aggirasse un cowboy armato di pianoforte a coda? Dove vanno a finire le persone che vanno fuori di sé? Eccetera eccetera.
Poi, ovviamente, non basta l'ipotesi, serve uno con la fantasia (e l'intelligenza) capace di svilupparla. Ma per questo Gianni Rodari è una sicurezza.
Piccola nota personale: ho apprezzato molto le tante – e per niente banali – citazioni di musica classica sparpagliate per il libro. Non sapevo che Rodari fosse un intenditore, e questo non fa che aumentare la mia stima per lui.

giovedì 19 novembre 2015

visioni: "Seminole"

Seminole (U.S.A., 1953, colore, 87 min.), di Butt Boetticher, con Rock Hudson, Anthony Quinn, Barbara Hale, Richard Carlson, Lee Marvin

Budd Boetticher (1916 - 2001) era famoso perché gli davi quattro soldi e una manciata di bravi attori e lui ti tirava fuori un bel western di cassetta. La sua collaborazione più fortunata fu quella con Randolph Scott, negli anni Cinquanta. Roba che all'epoca era considerata commerciale e che invece oggi è guardata come esempio della Hollywood degli anni d'oro.
Questo Seminole prende spunto da una delle prime e più cruente (ma quale non lo fu?) tra le "guerre indiane", quella che fra il 1835 e il 1842 vide protagonista l'omonima tribù, stanziata nelle impenetrabili paludi della Florida e capeggiata dal leggendario Osceola, un meticcio che guidò la strenua resistenza dei nativi contro l'esercito statunitense.
Il film, come d'uso all'epoca, romanza parecchio la storia (le circostanze della morte di Osceola, ad esempio, sono interamente finzionali), introducendo il personaggio del tenente Caldwell (Rock Hudson), un onesto sottufficiale che cerca la pace con gli indiani di Osceola (Anthony Qinn, in una delle sue tipiche parti da pellerossa), osteggiato però dal suo crudelissimo superiore, il maggiore Degan (Richard Carlson), guerrafondaio e odiatore degli indiani, convinto della necessità di sterminarli tutti, fino all'ultimo. Ovviamente c'è di mezzo anche la storiona d'amore che non può mai mancare. Senza indugiare troppo in sinossi, il cattivo ufficiale dopo una serie di schermaglie riuscirà a far mettere sotto processo il suo sottoposto con una falsa accusa di omicidio e alto tradimento. A plotone d'esecuzione già schierato, egli sarà salvato con il più classico dei colpi di scena che conducono all'immancabile lieto fine.
(Va detto però che il film mostra un encomiabile sforzo di fedeltà storica, ad esempio nella ricostruzione dei pittoreschi costumi Seminole e delle uniformi militari, che a quel tempo si ispiravano ancora a quelle dei "dragoni" europei, senza i cappelloni western a cui siamo abituati).
Ma, al di là della trama, la forza del film sono le interpretazioni: un granitico Rock Hudson, un bravissimo Anthony Quinn che rende il tormento di un Osceola tragicamente diviso fra la fedeltà al suo popolo e l'amicizia con i bianchi, e persino un giovane Lee Marvin in una parte da comprimario. E poi la bellona, una sontuosissima Barbara Hale.
Tutto qui? No, il meglio è che, in totale controtendenza con l'epoca, il film parteggia dichiaratemente per gli indiani, presentati come vittime innocenti del malvagio ufficiale (anche se il vero eroe è pur sempre il buon ufficiale bianco). E c'è anche un'esplicita intenzione antimilitarista: bellissime ad esempio le scene in cui i soldati, con le loro linde e impeccabili uniformi, si addentrano sempre di più nelle paludi, fino ad arrivare fradici, infangati ed esausti al villaggio indiano, dove per di più saranno crudelmente beffati e sconfitti.
Bel filmone, insomma.

lunedì 9 novembre 2015

recensioni: "Paura reverenza terrore"

Carlo Ginzburg, Paura reverenza terrore, Adelphi 2015 (311 pp., € 40)

Non mi è mai capitato di leggere un libro di Carlo Ginzburg che non fosse una festa per l'intelligenza. E questo non fa eccezione.
Ci sono tutte le migliori doti dell'autore: l'erudizione vasta e profonda, ma mai sterile; l'abilità di rendere appassionanti temi che potrebbero risultare astrusi; la capacità di creare agganci con il presente; la spregiudicatezza nel tessere relazioni fra territori culturali apparentemente incomunicabili.
I cinque saggi qui raccolti hanno come punti di partenza altrettante suggestioni visive: una coppa istoriata del Cinquecento, il frontespizio del Leviatano di Hobbes, il Marat di David, un celebre manifesto di propaganda della Grande Gerra, Guernica di Picasso. I punti di arrivo sono inaspettati: la conquista dell'America vista dagli Europei, il concetto biblico di timor Domini, il rapporto tra politica e religione, un modulo visivo di origine ellenistica, Georges Bataille (passando per la pittura neoclassica). Al di sotto, a fare da collante, c'è una riflessione sui temi della paura e della reverenza, e del loro rapporto con la memoria storica.
Ma tutto ciò è solo una pallida immagine di quanto contenuto in queste dense, stimolanti pagine. Da leggere assolutamente

(P.S.: urge però un caveat: il testo costa parecchio in relazione al contenuto, perché è stampato su una lussuosa carta lucida e pesante, con il testo in corpo 13 o 14 che copre sì e no due terzi della larghezza, e con un centinaio di pagine occupate interamente dall'apparato di note finali; prima o poi, magari, ne uscirà un'edizione più economica.)

domenica 8 novembre 2015

recensioni: "Jazz inchiesta: Italia"

Enrico Cogno, Jazz inchiesta: Italia. Il jazz negli anni '70, Arcana Jazz, 2015 (238 pp., € 22)

Jazz inchiesta: Italia uscì per la prima volta nel 1971. Da allora, il testo è stato spesso citato e raramente letto, per il semplice fatto che era diventato introvabile. Bene hanno fatto Roberto Arcuri, curatore, e Vincenzo Martorella, direttore editoriale di Arcana, a caldeggiarne la riedizione.
Il libro è esattamente ciò che il titolo promette: una vasta inchiesta tra musicisti, critici, pubblico e persino gente comune, su un tema che allora era nuovissimo: qual è lo stato del jazz italiano? Cogno si propose di essere “non giudice, ma testimone” e di riportare quanto registrato nella maniera più fedele possibile; sua intenzione era anche di creare un testo agile, scorrevole, che si leggesse “come una jam session”. E così è.
Il libro è prezioso perché restituisce l'aria del tempo a chi, come me, non l'ha vissuta. Fa impressione, ad esempio, sentir parlare di Franco D'Andrea – allora trentenne – come di una “nuova leva” o una “speranza futura” del jazz nostrano; oppure confrontare i toni trionfalistici di certa stampa odierna con il panorama desolato dei critici dell'epoca (siamo in anni pre-mega festival, pre-Umbria Jazz, pre-etichette indipendenti, eccetera eccetera); o veder trattare come oggetti di polemica dischi e musicisti ormai archiviati dalla storia.
Ulteriormente preziosa la curatela di Arcuri. Innanzi tutto, c'è una densa postfazione che contestualizza il libro nel clima artistico, culturale e sociale di quegli anni. C'è un florilegio di recensioni, nelle quali si vedono illustri nomi della nostra critica jazz (Polillo, Fayenz, Candini, Maletto) confrontarsi con le dirompenti novità del free e del jazz-rock. C'è una polemica epistolare tra Cogno e una lettrice di Musica Jazz. E c'è una discografia di quanto inciso in Italia tra il 1966 e il 1971: sessantaquattro dischi in tutto (ossia, più o meno quelli che oggi arrivano al mio giornale in un paio di settimane). Dischi, ahimé, oggi per la maggior parte introvabili perché mai più riediti: e questa è una piaga dolorosa, che prima o poi bisognerà trovare il modo di sanare.

sabato 7 novembre 2015

recensioni: "Musica dal profondo"

Victor Grauer, Musica dal profondo. Viaggio all'origine della storia e della cultura, Codice Edizioni, 2015 (265 pp., € 18,90)

Che musica facevano i nostri antenati quando (fra i 60mila e i 100mila anni fa, secondo i modelli più recenti) lasciarono l'Africa per colonizzare il pianeta? Nessuno lo sa, per ovvi motivi.
Però Victor Grauer – compositore ed etnomusicologo, già collaboratore di Alan Lomax nelle sue storiche campagna di ricerca sul campo – è convinto che qualche ipotesi si possa azzardare. L'ha fatto in vari libri, e anche in un blog (http://soundingthedepths.blogspot.com) che sta alla base di questo testo.
To make a long story short, Grauer incrocia una vasta mole di dati etnomusicologici, antropologici e genetici per ricostruire all'indietro la storia della cultura umana, convinto che così facendo si possa seguire anche la traccia della musica, fino a un archetipo che possa suonare come quello originario, quello che decine di migliaia d'anni fa risuonava nelle savane dell'Africa Orientale. Nel far ciò, formula anche una serie di ipotesi sulla natura originaria delle società umane, e in particolare su un tema a dir poco attuale, per quanto secolare: se esse siano, o no, naturalmente portate alla guerra.
Ora, io non ho assolutamente i mezzi per accettare o ricusare le ipotesi di Grauer. Posso solo dire due cose: che il libro è assolutamente affascinante e che è scritto in uno stile piano e scorrevole, anche quando tratta i temi più complessi. Non è poco. Aggiungeteci anche che Grauer ha sempre l'onestà di ammettere che le sue sono ipotesi, ancora in attesa di vaglio e conferma. Non è poco neanche questo.
Per chi voglia avere un'idea del materiale su cui l'autore lavora, qui (http://www.codiceedizioni.it/musica-dal-profondo) c'è una scelta di clip musicali, commentate nel libro.

lunedì 2 novembre 2015

recensioni: Claudius, the God, o dei sequel senza il buco

Robert Graves, I, Claudius, Penguin, 1979 (ed. originale 1935)

Non tutte le ciambelle riescono col buco, dice il proverbio. Lo stesso dicasi dei sequel.
Il primo libro che Robert Graves dedicò alla vita dell'imperatore romano Claudio, I, Claudius, mi era piaciuto molto quando lo lessi, qualche anno fa. Lì, con un bell'equilibrio tra fedeltà storica e invenzione romanzesca, Graves (1895-1985), grande esperto del mondo classico, ricostruiva l'esistenza di Claudio, dalla nascita fino all'anno 41 d.C., quando del tutto inaspettatamente, all'età di cinquant'anni, venne acclamato imperatore dai pretoriani, mentre era ancora caldo il cadavere del suo predecessore (e nipote) Caligola.
Del resto, la materia non mancava: la prima parte della vita di Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico (questo il nome completo da imperatore: quello originario era Tiberio Claudio Druso), svoltasi tra il 10 a.C. e il 54 d.C., attraversa uno dei periodi più affascinanti e sanguinosi della storia romana, quello che vide i regni di Augusto, Tiberio e Caligola. Claudio stesso è un gran personaggio: nato zoppo e balbuziente, per anni fu considerato da tutti un mezzo idiota, ma proprio questo gli permise di sopravvivere alle tremende e cruentissime faide familiari dei Giulio-Claudii, ritirandosi a vita privata e dedicandosi agli studi eruditi nei quali, a detta degli antichi, eccelse (le sue opere sono purtroppo perdute, compresa una storia degli Etruschi con annesso vocabolario etrusco-latino).
In I, Claudius, in realtà, a troneggiare era il personaggio di Livia, l'ultima moglie di Augusto, che Graves ritrae come una tirannica matriarca, una vera e propria dark lady pronta a passare sul cadavere di chiunque pur di raggiungere i propri machiavellici scopi politici.
In Claudius, the God, gli va meno bene, perché il regno di Claudio fu molto meno ricco di tratti pittoreschi, rispetto a quello dei suoi predecessori (con un paio di eccezioni, di cui dirò fra poco). Di conseguenza, la narrazione si riduce spesso a un elenco alquanto arido di fatti, decreti, leggi, riunioni del Senato, campagne militari, cerimonie, nel quale l'erudizione storica dell'autore gli prende un po' troppo la mano. Con il risultato di una narrazione che presenta pochi motivi di interesse per chi non sia specificamente appassionato della materia (come lo sono io, che infatti l'ho letta con un certo piacere).
Le eccezioni, dicevo. Una è il personaggio di Erode Agrippa, il re di Giudea che fu amico d'infanzia di Claudio e la cui movimentata biografia costituisce quasi un romanzo-nel-romanzo. Le pagine in cui Graves la narra sono le più divertenti e godibili del libro. Un'altra è Messalina, la perversa e debosciata moglie di Claudio, che purtroppo viene sfruttata molto meno di quanto si sarebbe potuto. L'ultima sono gli anni estremi del regno di Claudio, quando sposò la terribile Agrippina e adottò come successore suo figlio Lucio Domizio Enobarbo, meglio noto alle storie come Nerone; ma anche questi personaggi appaiono quasi di scorcio, nelle ultimissime pagine del romanzo.
Il retro di copertina della mia edizione paragona bombasticamente il protagonista al dostoevskiano principe Mishkin. Più realisticamente, direi che il Claudio di queste pagine è un patetico idiota, pieno di buoni propositi, sempre manipolato da qualcuno (le sue mogli, i suoi liberti) e infine ridotto a un vecchio cinico e disilluso, una sorta di Luigi XV ante litteram (après moi, le déluge...).
Insomma: se avete un interesse specifico per la storia romana d'età imperiale, leggete pure questo libro. Altrimenti, meglio limitarsi al primo volume, che consiglio caldamente.