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lunedì 9 aprile 2018

cronache scolastiche

Stamattina, un gruppo di ragazzotti ha cercato di introdursi nella mia scuola durante le lezioni, spacciandosi per ex-alunni. Ostacolati dai bidelli, hanno cominciato a insultarli e fare gestacci. Lo stesso nei confronti della vicepreside, nel frattempo intervenuta. Poi si sono spostati nel parcheggio e hanno tirato dei sassi contro le macchine dei docenti.
A questo punto, è stata chiamata la polizia e i teppisti sono coraggiosamente scappati.

Così si lavora a scuola, nell'anno di grazia 2018.

P.S.: Pare che i pitecantropi abbiano avuto la brillante idea di registrare il tutto e postarlo in diretta su Instagram. Ma si può essere più coglioni di così?

venerdì 6 aprile 2018

graveyard selfie

Il disagio che provo nei confronti dei miei libri deriva dal fatto che sono tutti postumi.
Un libro rappresenta la conclusione di un percorso che ritengo esaurito, e che fisso su carta in modo da potermene liberare. In altri termini, ciò che leggo su quelle pagine è un me stesso che già non esiste più.
È come contemplare la propria fotografia su una lapide.

domenica 18 marzo 2018

nascondere / rivelare




Oggi pomeriggio, parlando con una persona di fronte a una fetta (e mezza) di torta Sacher, pensavo che con le persone è un po' come con i libri: quelli che ti dicono tutto subito, che ti si rivelano già alla prima occhiata, sono quelli che poi abbandoni subito, senza che ti venga più voglia di riprenderli; invece quelli che si ritraggono, che ti lasciano un po' di mistero, di non-detto, ecco: quelli vale la pena di approfondirli e di conoscerli meglio.

venerdì 18 agosto 2017

notturno con pere

Ore 02:00 (due di notte).
Squilla il telefono di casa.
Apro gli occhi, accendo l'abat-jour, allungo la mano. Il display recita: "Sconosciuto".
Niente di più ansiogeno di una telefonata da sconosciuti alle due di notte.
Rispondo, con la voce impastata.

"Pronto?"
"Sergio?"
"Sì, sono io, chi è?"
"So' Giancarlo, del CONAD sotto casa"
"Chi?"
"Giancarlo, del CONAD sotto casa"

[Non conosco nessun Giancarlo e non c'è nessun CONAD sotto casa mia. NdR]

"..."
"Pronto, Sergio?""
"..."
"Mi senti? Io ti sento a tratti."
"Sì, ti sento, ma chi sei, che vuoi?"
"Giancarlo, del CONAD sotto casa. Per le pere. So' due cassette, quaranta chili."
"Eh?"
"Sì, quelle due cassette di pere."

Abbasso la cornetta e torno a dormire.

[Giuro che è tutto vero. Voce di maschio adulto, con marcato accento perugino.]

mercoledì 16 agosto 2017

scene di ordinaria follia

Dunque, l'altro giorno, di sera tardi, percorrevo in macchina la superstrada E45, presso Perugia. Chi la conosce lo sa: strada teoricamente a quattro corsie, ma in realtà piuttosto stretta, buia, piena di buche, con molte gallerie e scarsa visibilità, spesso interrotta da lavori in corso.

Da un po' avevo davanti un TIR lento, quindi alla fine mi decido: do un'occhiata allo specchietto, vedo che la strada è libera e comincio il sorpasso.
Tempo tre o quattro secondi, riguardo lo specchietto e mi accorgo che, dal nulla, è spuntato un veicolo che mi sta venendo addosso a tutta velocità. Giuro, tre secondi prima non c'era; io andavo a circa 100-110 (cioè, lo ammetto, un po' sopra il limite che è di 90 km/h), ma questo arrivava a una velocità spaventosa. A occhio, minimo 140-150, forse anche più.
Di notte.
Su quella strada.

A quel punto, ero già in corsia di sorpasso e non avevo modo di rientrare. Potevo solo limitarmi a sperare che frenasse in tempo. Infatti ha frenato, a mezzo metro dal mio paraurti posteriore. Poi mi si è appiccicato dietro, sfareggiando finché non ho terminato il sorpasso. Quindi, non contento, mi si è accostato e ha cominciato a farmi cenni inequivocabili, inveendo contro di me. Poi ha dato un'altra sgasata ed è sfrecciato via.
Io avevo in macchina moglie e due figli, perciò se ci fossimo scontrati avrebbe fatto almeno quattro vittime (più lui, vabbè, se vogliamo contarlo). Mi è sembrato un ragazzo giovane, forse intorno ai venticinque. Era notte, quindi non ho avuto nemmeno modo di vedere bene il numero di targa.

Sono le volte che davvero mi viene voglia di vendere la macchina, buttare patente e chiavi in un tombino e darmi alla podistica per il resto dei miei giorni.

martedì 15 agosto 2017

descrizioni estive

GENERAZIONI
Genovesi. Papà sui quarantacinque, semicalvo, leggera pinguedine, barba di un paio di giorni: il ritratto della bonomia. Figlio unico, Leo, cinque anni: biondino, bocca fornita di due labbra enormi, vermiglie, che quasi non riesce a tenere chiuse.
Mamma e nonna si somigliano moltissimo, ma la nonna sembra più giovane; sorride sempre, saluta a gran voce, mentre la mamma pare sempre tenere il broncio, non sa a chi o cosa.

VIVAVOCE
Bresciani. Genitori, due figli, due nonni. La nonna: incapace di star zitta. Mai sentita tacere per più di dieci secondi: parla ai nipoti, raccomanda creme da sole e cappellini, propone passeggiate, consiglia la dimensione dei castelli di sabbia, poi prende il cellulare e (sempre, rigorosamente, in viva voce) telefona alla figlia, la informa sui movimenti dei pargoli, chiama un agriturismo e prenota l'acquisto di venti litri d'olio, discute con il marito l'acquisto appena effettuato; poi si ricomincia daccapo.

SQUADRA PULIZIE
Le gemelline olandesi del bungalow di fronte, entrambe biondo platino. Una con il caschetto, l'altra con i capelli lunghi; una in rosa, l'altra in azzurro; spazzano con vigore il piazzaletto fino ad eliminare qualunque traccia di sabbia.

CIMINIERE
Madre, padre, figlioletto di circa quattro anni. La madre fuma, di continuo, una sigaretta via l'altra, senza intervalli, strane sigarette dalla carta bruna. La brezza di mare ci getta contro zaffate di fumo acre e pestifero.

VIVE LA FRANCE
Francesi. Madre e due figli. La mamma ha una voglia bianca a forma di T alla base della schiena. Il figlio maggiore, dodici anni circa, alto e allampanato, con una gran zazzera riccioluta che lo fa somigliare a un pino marittimo. Il fratellino, sette-otto, sta sempre sotto l'ombrellone, da solo. Gioca spesso con delle bocce. Ha i capelli neri e gli occhi grigi. Il papà non c'è.

VALCHIRIE
Gli urlatori olandesi. Due famiglie, con sei o sette figli (tutte femmine tranne un maschio), non ho ben capito come distribuiti. I genitori, bolsi e appesantiti, berciano e ridono a gran voce. Le femmine, tra i due e i sette anni, diverse per dimensioni ma identiche per fisionomia. Il figlio, sui sedici o diciassette, uno spilungone biondo con una faccia che pare uscita da un film sulle SS; prima di fare il bagno prende la rincorsa ed esegue, sulla battigia, un salto mortale con avvitamento.

MR & MRS TATTOO
Coppia giovane, sulla trentina. Tatuati dalla testa ai piedi, passando per petti, schiene, braccia, mani, gambe, visi. 
Tra i più evidenti, lui ha sul dorso un enorme, complicatissimo intreccio di angeli, note musicali, fiamme, triangoli con l'occhio al centro e ankh egizi; sul braccio destro una sorta di intreccio di spirali maori che verso il polso si tramutano in scaglie di serpente; sul petto la scritta LEARN GROW IMPROVE FAMILY in caratteri gotici. 
Lei ha sulla gola un cuore contornato da ali di farfalla, sullo zigomo sinistro una scritta, un'altra sopra il sopracciglio destro, un ghirigoro su quello sinistro che scende a mo' di basetta, un diadema lungo la fronte.
Hanno un bimbo di pochi mesi, tutto guance, che ride di continuo.

I POMICIONI
Altra coppia giovane. Entrambi abbronzatissimi, color cioccolata, con grossi occhiali da sole in colori flou.
Lei, bassa e rotondetta, perpetuamente in topless (mai vista con la metà superiore del bikini), con ridottissimi tanga; tettine piccole e sode. Lui completamente depilato, capello ossigenato, rasato fino alle tempie. Ha tutto un repertorio di costumini slip aderentissimi, che esibiscono il pacco su cui lei sovente pratica degli allegri popi-popi.
Hanno l'ombrellone a due metri dal (frequentatissimo) bar della spiaggia e si producono senza sosta in un ricco e fantasioso kamasutra di abbracci, baci, amplessi e reciproci avvolgimenti al limite del contorsionismo.

IGIENE
Il vicino di bungalow, tutte le mattine, appena sveglio, esce in veranda, esegue una vigorosa serie di scatarrate e poi sputa quanto prodotto tra gli aghi della pineta.

TUNZI-TUNZI
La bellezza di avere una spiaggia senza bar (e quindi senza musica) è stata infranta dalla costruzione di un baracchino in legno – piuttosto di buon gusto, devo ammetterlo – dal quale arrivano incessanti le pulsazioni dei bassi.

LA FAMIGLIA PRECISINI
Il papà ha una lunga faccia da topo. Ogni mattina arriva in spiaggia con due bustoni colmi di spesa, della quale enumera composizione e destinazione (spuntino, pranzo, merenda). La mamma non parla quasi mai.
I due figli piccoli, maschio e femmina, passano il tempo a bisticciare. Poi si scoprirà che il maschio, il più petulante e lagnoso, è in realtà un nipote, figlio della sorella di lei.
La figlia maggiore è un'adolescente sui tredici-quattordici anni, bellina, in quell'età nella quale la ragazza ha ormai preso quasi del tutto il sopravvento sulla bambina, ma gli arti sono ancora affusolati, i piedi lunghi, il seno piccolo e alto, senza la pienezza della donna. In contrasto con il corpo, il viso è rimasto minuto, tondo, con il nasino a patata e le lentiggini.

GENERAZIONI (2)
Il papà , sui quarantacinque, e il figlioletto, cinque, pedalano in pineta cantando in coro: “Jeeg va, cuore acciaio, Jeeg va...”.

CHI PORTA I PANTALONI?
Veneti. La moglie ha un pettone debordante e una trippa che penzola fin sugli slip del costume. Appena arrivata, illustra con autorevolezza al marito l'intera topografia del Golfo di Baratti e dell'Arcipelago Toscano ("Mi son fatta spiegare per bene al bar!"). 
Durante la giornata, urla di continuo,  con una voce acuta e petulante, che penetra nei timpani come un trapano. Critica tutto e tutti: il mare (“Io lì non ci entro, perché il pomeriggio è U-NO SCHI-FO, con tutte quelle alghe, neanche il lago è così!”), i figli (“Viola, ti prego, devi spostare la sdraio, ma uno dice le cose dieci volte, poi perde la pazienza”), ma soprattutto il marito, qualunque cosa faccia (“Ma come! Li hai tenuti in acqua UN'ORA E MEZZA!! Hanno le labbra BLU!!!”). 
Lui, alto e corpulento, peloso, barba brizzolata, non replica mai. La sera lo incrocio al bar, che compra un gelato alla bambina sussurrandole: “Su, su, mangialo in fretta, che se ci scopre la mamma...”

CROMATISMI
Due coppie di tedeschi giovani.
Le ragazze: una bruna, segaligna, occhialuta, senza seno, sulla schiena il tatuaggio di una croce avvolta dalle rose; l'altra bionda, carnagione bianca, forme morbide e burrose, zigomi alti e occhi di taglio slavo, un enorme tatuaggio sul davanti della coscia destra, con due rose intrecciate, un fiore di loto poco sotto l'ascella. Vanno sempre a fare il bagno insieme.
I ragazzi: del tutto unremarkable, praticamente trasparenti, non fosse per l'abbondanza di tatuaggi; sono accoppiati cromaticamente: il moro con la bruna, il biondino con la pallida. Non fanno mai il bagno, rimangono sotto l'ombrellone e bevono birra.

SCHWARZY
Papà cinquantenne, palestratissimo, capello corto stile marines, biondo (tinto?), occhiali a specchio. La moglie è una donnina dimessa, la cui voce non si sente mai. Il figlio, quattro anni, occhi azzurri, grandi orecchie a sventola, va sempre in giro con il ciuccio e viene portato in giro con il passeggino.

MAMMA (MORMORA LA BAMBINA)
Ultimo giorno di vacanza. Ci si avvicina una signora nervosa, che ci chiede se quello è l'ombrellone numero 26. Viene fuori che per un disguido le hanno assegnato il nostro. Andiamo a segnalarlo alla reception.
È con una bimba di quattro o cinque anni, che rimane a qualche metro di distanza, all'ombra della graticciata. La mamma le dice di prendere la rete che contiene i giocattoli; la bimba non lo fa; la mamma glielo ripete; la bimba rimane immobile. La mamma sferra un calcione alla rete dei giochi, che colpisce la bimba in piena faccia. La bimba comincia a piangere. La mamma: “Su, dai, Giulia, che non l'ho mica fatto apposta!”. Poi la ignora e torna a battibeccare con la ragazza alla reception.

SMOKING / NO SMOKING
Parco Zoomarine di Torvaianica.
Genitori campani, tatuatissimi, sui trentacinque-quaranta; figlia dodicenne, figlio sui sette anni.
I genitori fumano come ciminiere. Il padre si accende l'ennesima sigaretta, ma prima di metterla in bocca la porge al figlio e fa: "To', comincia a fumare, che ti fa bene".
Il figlio, smarrito, fa segno di no. Spero che il padre scherzasse, ma non ci giurerei. 
(Pochi minuti dopo, si gira verso di noi e chiede: “Arriva, il fumo?”).

PICCOLE DIVETTE CRESCONO
Sempre lì, a Zoomarine. Animazione in piscina.
Uomini cinquantenni con la panza e donne dai fianchi strabordanti ballano felici “L'aviatore se ne va”, tra grandi spruzzi d'acqua clorata.
Poi, il giochino: chi canta più forte vince una granita.  L'animatrice (Perla) avvicina il microfono a una bimbetta di quattro o cinque anni, che comincia a urlare a squarciagola: “ASPETTA CHE TI MOSTRO IL CA... CHE ME NE FREGA!!!!”. Poco dopo, la rivedo che si agita sul palco insieme alle animatrici, bardata come loro in toppino nero e pareo. I genitori la guardano, soddisfatti e orgogliosi.

venerdì 14 aprile 2017

aver capito qualcosa

Ieri, a Perugia, c'era ospite Stefano Dal Bianco, invitato da Umbria Poesia. Dal Bianco ha prima incontrato gli studenti del mio liceo e poi, insieme ad Anna Belozorovich e Tommaso Di Dio, ha parlato di "Poesia e danza".
Un bel pomeriggio, pieno di idee e di suggestioni.

Durante l'incontro con gli studenti del mio liceo (al quale hanno partecipato anche Maria Borio e Francesca Ippoliti), Stefano Dal Bianco ha detto una cosa che risuona molto con ciò che sto meditando negli ultimi tempi.
Ha detto (riassumo, sperando di rispettare lo spirito, se non la lettera delle sue parole) che una poesia, per quanto ben riuscita formalmente, non può limitarsi al catalogo delle sfighe private dell'autore. E invece è quello che il più delle volte capita: l'autore scrive "oh, quanto sto male", il lettore ci si riconosce, e morta lì (lo stesso vale anche se l'autore scrive "oh, quanto sto bene"). Rassicurante, certo, ma inutile.
Invece un poeta dovrebbe - parole testuali- "aver capito qualcosa del mondo". Dovrebbe poterci insegnare qualcosa, dirci perché siamo qui. Insomma, darci delle risposte. La letteratura, in origine, era un'attività sapienziale, e tali erano Dante, Shakespeare o Leopardi.

A quel punto ho capito perché negli ultimi tempi non mi va di scrivere, e infatti sono due o tre mesi che non scrivo praticamente niente, né ho voglia di farlo.

martedì 3 gennaio 2017

bilanci 2016

Ho partecipato a 11 concorsi di poesia, con 2 libri editi, 1 inedito, più varie poesie e prose sparse.
In 7 di essi, non mi hanno considerato manco di striscio.
Degli altri, 2 ne ho vinti, in uno sono arrivato secondo ex-aequo, in uno sono stato segnalato.
E poi sono stato incluso in due antologie, una già edita e una di prossima uscita.

Corollario al precedente: ho pubblicato il terzo libro di poesie a mio nome.

Ho tenuto un po' di presentazioni in giro per l'Italia: a Teglio Veneto, a Piacenza, al mio paese in Puglia, a Milano, a Roma e persino una (finalmente propheta in patria) a Perugia. 
Senza contare una premiazione a Verona, una in Piemonte e un'altra in Veneto.

Ho incontrato (stavo per dire: conosciuto, ma sarebbe troppo) Franco Buffoni, Milo De Angelis e Vivian Lamarque.

Non ho fatto assolutamente niente di niente per l'Università (e questo va all'attivo).

Non ho visto né (quasi) sentito una persona a cui voglio un mondo di bene (e questo va al passivo).

Ho finalmente studiato il francese in maniera dignitosa.

Ho collaborato a un bel progetto che dovrebbe uscire fra poco e su cui non posso dire di più, per ora.

Ho giocato a pallacanestro (dignitosamente) e a pallavolo (una sciagura). 

Sono stato in vacanza nei soliti posti: Toscana (Punta Ala) e Romagna (Marina di Ravenna).

Ho letto una settantina abbondante di libri e più di duecento fumetti, ho visto (o rivisto) una trentina di film.

Ho scritto un centinaio di poesie, qualcuna delle quali, forse, prima o poi, verrà pubblicata.

Ho suonato in pubblico un paio di volte e ho persino recitato, per la suola di mio figlio, nella parte (ebbene sì) di uno dei Sette Nani.

Ho fatto l'Alberto Lupo de noantri per una cosa della scuola.

Sono riuscito a mettere in piedi, per i miei alunni, un ciclo di incontri con i poeti contemporanei, che partirà a breve.

Sono (forse) riuscito a far ripartire il coro della mia scuola, lottando strenuamente contro i malefici burosauri.

Ho disegnato il manifesto per l'Open Day della mia scuola.

Se n'è andata una buona metà del mio immaginario giovanile.
I musicisti, certo. In ordine sparso: Pierre Boulez, Paul Bley, David Bowie, Prince, George Michael, Greg Lake, Keith Emerson, Leonard Cohen, Maurice White, Nikolaus Harnoncourt, Gato Barbieri, Bobby Hutcherson, Toots Thielemans, Rudy Van Gelder, Zoltán Kocsis, Mose Allison, Natalie Cole
Gian Maria Testa, Alphonse Mouzon, George Martin, più tutto il coro dell'Armata Rossa, più altri che sarebbe lungo menzionare.
Ma poi anche Gene Wilder, Carrie Fisher, Fidel Castro, Mohammed Ali, Michel Tournier, Ettore Scola, Marco Pannella, Giorgio Albertazzi, Bud Spencer, Andrzej Wajda, Umberto Eco, Dario Fo, Valentino Zeichen, Yves Bonnefoy, Jolanda Insana.
E altri, tanti altri.

mercoledì 2 novembre 2016

MacVaccino

Ci troviamo di passaggio per Alessandria, è domenica ed è l'ora di pranzo. Decidiamo di fermarci.
Dopo un'ora di passeggiata per il centro, vediamo aperti solo una quantità di bar (non adatti a pranzare) e un kebab dall'aria equivoca.
Rassegnati, ci riavviamo verso la macchina con l'idea di raggiungere un autogrill in autostrada, quando incrociamo un McDonald's aperto.
Valutiamo pro e contro: cibo di merda, però prezzo basso, immediata raggiungibilità e possibilità di usare il bagno prima di affrontare le cinque ore di macchina necessarie per tornare a Perugia. Entriamo e ordiniamo.

Risultato: i miei due cucciolotti, che non avevano mai messo piede in un Mac, hanno una reazione di totale ripulsa di fronte agli hamburger pustolosi e alla senape onnipresente. Mangiano patatine fritte, gelato e ciambelle.
Richiesti se volessero tornare in un posto del genere, rispondono senza alcun dubbio: NO.
Tutto sommato, direi che l'esperimento ha dato esito positivo.

lunedì 31 ottobre 2016

come d'arbor cadendo un picciol pomo

Gli uomini sono esseri simbolici. Cercano nelle cose un senso, che va oltre la contingenza immediata.
Ciò è vero sempre, per i credenti come per i non credenti, per i colti come per gli analfabeti. Togli a un uomo il senso e otterrai un bruto, una macchina, come avevano ben capito i nazisti ad Auschwitz.
La ragione ci dice che un terremoto è un movimento di faglie tettoniche, un cadavere è un organismo in cui sono cessate le funzioni biologiche e una basilica crollata è un ammasso di pietre che ha cambiato conformazione geometrica.
Però non possiamo fare a meno di pensare che un terremoto sia una forza oscura e minacciosa, che un cadavere sia anche la persona viva che era fino a poco prima e che un'antica chiesa distrutta sia un pezzettino di ordine e bellezza (o, se si è credenti, un monumento eretto a maggior gloria di Dio) riconsegnato al caos, una permanenza del passato cancellata.

Ci pensavo perché, da un lato, provo sollievo al sapere che queste ultime scosse di terremoto abbiano causato solo danni materiali e nessuna vittima. Dall'altro lato, vedere il paesaggio devastato, le chiese pencolanti, le case a brandelli mi mette profonda tristezza.
Ci pensavo soprattutto vedendo l'abbazia di Sant'Eutizio a Preci - luogo a cui mi legano parecchie memorie - ferita, con il rosone sfondato da un tronco d'albero e i muri invasi dalla terra.
Si può ricostruire, ma ciò che è perduto è perduto.

lunedì 26 settembre 2016

Puma concolor

I carnivori tendono all'immobilità, gli erbivori al moto? Oppure: le bestie si muovono in proporzione inversa alle dimensioni?
Ai due estremi: le cavie peruviane, in agitazione perpetua nel loro minuscolo universo di paglia e sassi, e il maestoso cammello, che ci osserva muovendo soltanto la mandibola, in una rotazione da ingranaggio. Oppure: i suricati, che si azzuffano in quattro attorno a un guscio d'uovo di struzzo, e l'ippopotamo, immerso per ore e ore, emergendo di tanto in tanto per starnutire enormi spruzzi d'acqua fangosa.
Gli erbivori, comunque, si muovono. La giraffa misura il suo recinto a lenti passi asimmetrici, le zebre si lanciano tra gli struzzi con piccoli trotti zigzaganti, i gibboni eseguono complicati esercizi ginnici o si spulciano l'un l'altro con puntiglio.
Quanto ai carnivori, il lupo e la lince si sono nascosti a dormire dietro gli arbusti, l'ocelot si cela nei recessi bui della sua tana di cemento. I leoni mostrano il profilo intagliato contro il cielo opaco di foschia, le tigri offrono di scorcio la loro bellezza da arazzi, i corpi enormi immobili nel torpore. I ghepardi sono macchie di giallo violento nell'ombra.
Poi, il puma. Testa di gatto montata su corpo da leonessa, percorre il semiperimetro della gabbia: prima il tronco sospeso poi lo scalino di roccia ad esso perpendicolare, e poi indietro, e poi ancora avanti. Senza sosta, senza mai rallentare né accelerare. È così la mattina, è ancora così quando ripassiamo, nel primo pomeriggio.
Poi, all'improvviso, si ferma; siede di fronte a noi. Immobilità araldica. Fissa il vetro, anzi sembra fissare proprio noi, dritto negli occhi. Mi chiedo che cosa veda; se ci veda. Spazza la polvere con l'estremità della coda, ma per il resto sembra non respirare nemmeno.
Ci allontaniamo in punta di piedi.

mercoledì 21 settembre 2016

Tetramorium caespitum

Il mondo senza l'uomo sarà delle formiche. Come questa che insiste ad attraversarmi la pagina, confondendo gli arabeschi neri delle zampe con i caratteri stampati; e ritorna sempre, anche dopo essere stata proiettata lontano da un colpo secco dell'indice o del medio; e mi passeggia sulle gambe, fermandosi ogni tanto per assestarmi un morso sulla pelle nuda (il formicaio, me ne accorgo ora, è a mezzo metro da dove ho steso il telo), una fitta di sorprendente intensità per un essere tanto minuscolo; e a niente vale scacciarla ancora più lontano, perché pochi minuti dopo una consorella arriverà a ripiantare le mandibole, ad avvisarmi che sì, questo scampolo di pineta, con la fitta macchia di ginepri e i lentischi e i gigli di mare, è solo il primo avamposto del dominio futuro, del mondo senza l'uomo, percorso da infinite brulicanti generazioni di imenotteri, intriso di feromoni, tramato dai grovigli oscuri delle tane.

lunedì 19 settembre 2016

Streptopelia turtur

La minuscola mente di Lorenzo fa attrito con l'idea della morte.
“Morirò anch'io?”, chiede, “Anche se prego tanto tanto Gesù?”. “Avrò tempo di fare tutte le cose nella mia vita?”. “Che si nasce a fare, se dopo muori?”. E ancora: “Nascerà mai un altro me?”.
Gli risulta impossibile accettare che la sua piccola fiammella di identità possa un giorno spegnersi, arrendersi all'indifferenziato e buio nulla.
Inutile anche spiegargli che tutto muore, anche gli animali e le piante, insomma tutti gli elementi della natura. “Ma noi non facciamo parte della natura!”, obietta.
Per mesi, in un angolo del piccolo parco di fronte alla palestra, è rimasto il cadavere di una tortora. Pian piano se lo sono mangiato le formiche; ora tutto ciò che ne resta è un ciuffo di piume scolorite, ridotte quasi al solo calamo, e qualche osso grigio e semisbriciolato.
“Gesù non ha un corpo?”, insiste. “Ma allora ha solo la testa? Ma se non ha la carne che cos'ha, solo le ossa? È uno spirito? Ma uno spirito, come i fantasmi che ti spaventano la notte?”.
Gli sembra strano, soprattutto, che Gesù esista, ma non si possa vedere. “Ma non c'è neanche un film? Un DVD? Almeno una foto!”

mercoledì 14 settembre 2016

sogno

Raramente, anzi quasi mai, ricordo i sogni che faccio. Ma questo mi è rimasto impresso perché mi sono svegliato di soprassalto.

Avevo portato mio figlio in un giardino zoologico (non so perché, nel sogno pensavo fosse quello di Fasano, mentre non gli somigliava affatto).
Entravo a piedi, attraverso una cancellata. Passato un androne, mi trovavo in un grande prato. Scorgevo sagome di belve sdraiate, che riconoscevo come iene.
Più andavo avanti, più mi rendevo conto che tutto era in stato d’abbandono. L’erba era disseminata di enormi escrementi, bestie feroci vagavano libere.
Decidevo di tornare indietro e mi trovavo davanti una lunga fila di felini (leoni, tigri, ghepardi) che avanzavano tutti insieme verso di me, uno accanto all’altro, meccanicamente, tutti allo stesso passo, con lo sguardo fisso in avanti. Mi arrampicavo su un basso muretto che faceva da base a un reticolato arrugginito. Le belve mi passavano accanto, ignorandomi.
Raggiunta l’uscita, incontravo delle persone che, arrabbiate, mi spiegavano di aver segnalato il problema alla questura (anzi, “a due questori”, diceva uno), che però non aveva fatto nulla.
Tornavo verso la macchina, rispondendo in maniera brusca a mio figlio, che non sembrava essersi reso conto di ciò che era avvenuto.

(Qui mi sono svegliato.)

martedì 6 settembre 2016

Bolinus brandaris




Punta Ala. A caccia di granchi (per puri scopi di osservazione scientifica).
Durante la bassa marea, esploriamo gli scogli che separano la spiaggia dalla foce del torrente Alma, che si incassa tra ripide rive orlate di canneti, ai piedi di un alto sperone di roccia coperto di fitta macchia mediterranea e di enormi agavi, con in cima una villa turrita che domina Cala Civette e l'intero Golfo di Follonica.
Cerchiamo tra le basse pozze di marea, rimestiamo la fanghiglia grigiastra, spostiamo i sassi limacciosi. Frotte di granchietti scappano saettando in tutte le direzioni.
Per catturarli, occorre sviluppare due tecniche distinte: l'avvicinamento e la cattura vera e propria. Gli occhi acuti dei granchi, ben alti ai due angoli opposti del corpo, percepiscono il minimo movimento e li fanno scattare fuminei a rifugiarsi negli gli anfratti melmosi, sotto le pietre dalle quali è impossibile snidarli. Occorre quindi tenersi bassi, evitare di stagliarsi contro il cielo, arrivare loro da dietro, protetti da qualche sporgenza o macigno. Quanto alla cattura, inutile tentare di batterli sui riflessi. Dopo numerosi errori, arriviamo a elaborare due tecniche. La prima prevede che, giunti di soppiatto il più vicino possibile alla preda (in silenzio, con movimenti lentissimi, se necessario con lunghe attese, perfettamente immobili, finché l'animaletto si fidi a mettere fuori le chele), si posizioni il retino nella probabile direzione di fuga e si cerchi di spingercelo, usando le mani o un bastoncino raccolto all'uopo. La seconda richiede di calare rapida una mano, bloccandolo contro il sasso, e con l'altra afferrarlo come ho imparato a fare, bambino, osservando mio padre: da dietro, sotto il carapace, dove le chele acuminate non possono arrivare. Quelli che conoscevo io erano granchi di sabbia, giallo-rosati, con l'ultimo paio di zampine a forma di spatola per nascondersi sul fondale; questi invece sono granchi di scoglio, neri (anche se spesso verdastri di fango e alghe), con tutte le zampe acute per aggrapparsi alle rocce.
Uno, bello grosso, mi sfugge di mano lasciandomi per ricordo una zampina rattrappita. Nel retino ne finiscono due, entrambi storpi: a uno mancano entrambe le chele, a un altro due zampe dal lato sinistro. Quando li prendo in mano si agitano ticchettando, mi solleticano i polpastraelli.
Scopriamo infine che i più facili da catturare sono quelli grossi, più lenti e meno capaci di ripararsi negli anfratti. Molto rari, purtroppo; uno ne becchiamo, che passeggia per il fondale fidando nel potere mimetico delle alghe che gli ricoprono il dorso, fino a infilarsi docilmente, quasi senza coercizione, nel retino.
Completata l'esplorazione della sponda meridionale, guadiamo il torrente, saltando sui sassi piatti semisommersi, attenti a evitare la melma nera in cui si affonda come nelle sabbie mobili. L'acqua, che di prima mattina era limpida e verde, ora, via via che si avvicinano le ore più calde, acquista un odore acuto, un misto di chimico e di marciume. Un enorme granchio flotta sul fondo, morto ma ancora integro, le chele brillanti di giallo e di rosso. Ci portiamo verso il mare, dove l'odore si fa decisamente più salino; alghe e patelle si incrostano sotto le pietre rese lucide e affilate dal lavorio delle onde. Piccoli gamberetti grigiastri, quasi trasparenti, si aggirano indaffarati, minuscole bavose scivolano velocissime lungo il fondo, altri pesci che non so identificare manovrano virando in banchi sincronizzati.
Sollevando un grosso masso, le vedo: l'una accanto all'altra, due conchiglie di murice. Li estraggo dalla mota, li sciacquo tra le onde. Sono integri, uno coperto di alghe, l'altro già ripulito. I gusci avvolti in spire rugose, che si allargano in sequenza fibonacciana, decorati da escrescenze corniformi.
Sono i molluschi più preziosi dell'oro, dai quali gli antichi estraevano la porpora, la tinta dei re e degli imperatori (“Distinguit ab equite curiam, diis advocatur placandis; omnemque vestem illuminat: in triumphali miscetur auro. Quapropter excusata et purpurae sit insania”, Plinio, Nat. Hist., IX, 60). Predatori necrofagi, che forano le conchiglie (“tanto duritia aculeo est”, sempre Plinio) e liquefanno gli inquilini iniettando una secrezione acida.
Tornato all'ombrellone, li disegno a tratteggi incrociati, divertendomi a riprodurre con cura le minime irregolarità della superficie, le spire cuspidate, le spine calcaree, l'elegante rastrematura del sifone. A casa, dovrò lavarli più e più volte per eliminare le incrostazioni e il fango, ma per settimane continueranno ad esalare un fortore salmastro, il cui alone resisterà fino nel cuore dell'inverno.

sabato 3 settembre 2016

Helix adspersa

La chiocciola, sì. Quella bestiolina che, secondo il Giusti, “unisce il merito alla modestia”. Il cui guscio striato e spiraliforme campeggia in tanti libri per bambini.
Però è tutta questione di proporzioni. Vista da vicino, la chiocciola ha una tremenda lingua rasposa, la “radula”. Corteggia le sue simili infilzando loro uno stiletto calcareo nelle mucose. Poi si accoppia, feconda e viene fecondata, perché è ermafrodita.
Capitava di trovarle in letargo, in qualche anfratto del muro, con il guscio tappato da una sottile membrana, che crepitava sotto la punta del dito. Se le si beccava a passeggio, per ucciderle bastava cospargerle di sale finché la pelle, disidratata, si accartocciava.
Le “ciambrachelle” (“ciambracune” se erano grosse), mio padre le raccoglieva nei campi, dove dopo la pioggia uscivano per accalcavarsi sui fusti spinosi dei cardi. Poi le metteva a spurgare in una pentola piena di farina (sollevavo il coperchio per guardare quell'inferno di corpi striscianti, bave ed escrementi) e infine le cucinava stufate con la menta, oppure con il pomodoro.
Con uno stuzzicadenti si estraeva l'animale dal guscio, dove si era rintanato per sfuggire al calore. Veniva fuori tutto rattrappito, ma ancora attaccato ai visceri, avvolti in una spiralina nera che si doveva mordere e sputare via, per mangiare solo la piccola callosità del corpo.

mercoledì 24 agosto 2016

riflessioni pre-inizio dell'anno scolastico

La mia esperienza scolastica si è svolta dal 1980 (prima elementare, o meglio primina perché sono di marzo) al 1993 (diploma), in una cittadina della provincia pugliese.
Non recentissima, ma insomma nemmeno la preistoria.

Nelle aule, la presenza di stranieri era praticamente zero (oggi nella mia scuola - un Liceo delle Scienze Umane - in una classe di 25 è normale avere almeno 4-5 studenti con famiglie di origine straniera; nei nidi e alle materne, si sfiora tranquillamente il 40-50%).

La percentuale di alunni che non seguivano Religione era minima, quasi inesistente (oggi ho classi dove un terzo e più degli alunni "non si avvalgono", come si dice in gergo). Ogni Natale e Pasqua, i professori ci portavano ad assistere alla Messa di precetto nella chiesa accanto alla scuola, cosa oggi impensabile.
Non ricordo compagni di scuola con genitori divorziati o separati (oggi uno dei refrain nei consigli di classe è che l'alunno X ha problemi in famiglia, che in genere significa divorzio o separazione in corso).

Si pagava in lire, si andava in Francia con il passaporto e l'Europa era Giochi senza frontiere. Gli aerei costavano un occhio della testa, ma c'era l'Interrail (che io, comunque, non ho mai fatto). Esisteva ancora la Cortina di Ferro, la Russia si chiamava U.R.S.S. e chi voleva votare a sinistra votava P.C.I. Berlusconi era un miliardario con connessioni mafiose e massoniche e i canali TV erano una decina in tutto.

La musica si ascoltava sugli LP in vinile o sulle musicassette. I dischi si ordinavano nell'apposito negozio e spesso per quelli esteri o rari bisognava aspettare settimane. Il cd faceva la sua timida apparizione, ma non si sarebbe diffuso in massa prima dei tardi anni Ottanta-primi anni Novanta. Se qualcuno ci avesse parlato di MP3, avremmo pensato a un film di James Bond.

Internet era sconosciuto, Facebook, Whatsapp e tutti gli altri social network non erano ancora stati inventati, delle e-mail non esisteva nemmeno la parola, Skype manco a parlarne. Per chiamarsi, si usava il telefono (addirittura quello a rotella, pesantissimo, di bachelite grigia) e le cabine telefoniche (prima a gettoni, poi con la carta telefonica) ed era ancora normale scriversi lettere e mandarsi cartoline. Quando comparvero i primi cellulari, negli anni Novanta, si trattava di affari grossi come walkie-talkie, con antenne lunghe mezzo metro che rischiavano di accecare i vicini.
Le ricerche non si facevano su Wikipedia ma sulle enciclopedie di carta, a casa propria oppure in biblioteca.

Il massimo della tecnologia era una calcolatrice scientifica (ricercatissime quelle che tracciavano i grafici delle funzioni) e magari qualcuno dei primi, preistorici personal computer.
Credo di non aver mai visto un modem prima dei vent'anni, e si trattava di quelli che fischiavano e scricchiolavano per mezz'ora prima di connettersi, e poi ci mettevano altrettanto per scaricarti un'immagine.
I videogiochi erano, a paragone di quelli di oggi, quello che l'aereo dei fratelli Wright è rispetto allo Space Shuttle.

Per accedere alla pornografia, o semplicemente alla visione di un corpo femminile nudo, bisognava sottrarre surrettiziamente le riviste ai fratelli maggiori, oppure cercare, sulle TV private, qualche commediaccia con Edvige Feneh o Gloria Guida, o una puntata di Colpo Grosso.
Non ho dati statisticamente attendibili, ma credo di poter affermare con una certa sicurezza che pochissimi fra i miei coetanei abbiano avuto rapporti sessuali prima dei diciotto-diciannove anni.

Cominciavano ad arrivare i primi segni della globalizzazione, ma la prima volta che ho visto un McDonald è stato a sedici anni, durante una vacanza-studio in Inghilterra.

Eppure, ogni anno, ho sempre più forte la certezza che gli adolescenti di oggi - globalizzati, bombardati di informazioni, frastornati dai social network, schiavi dei telefonini, abituati ad accedere senza problemi ad archivi online contenenti terabyte di pornografia di ogni genere - siano sostanzialmente identici a com'eravamo noi alla loro età, anche se a noi adulti fa più comodo pensare il contrario.

martedì 7 giugno 2016

rileggendo Paz

Quando lessi per la prima volta "Pentothal", erano i primi anni Novanta (azzardo una data: 1992),  stavo per compiere diciott'anni e Pazienza era morto da poco, senza che io (nato e cresciuto nel paese suo e dei suoi genitori) l'avessi mai sentito nominare.
"Penthotal" (e anche "Zanardi", e "Sturiellett", e "Pompeo", e poi tutto il resto) mi sconvolsero. Per non parlare delle sue tavole originali, che vidi in mostra a San Severo. Abbaglianti, anzi direi umilianti per chi come me aveva qualche ambizione nel campo del disegno.

Ovviamente non avevo idea del contesto: non conoscevo la Bologna del Settantasette, mi sfuggivano i tre quarti delle allusioni contenute nelle tavole di Pazienza, molte delle quali fra l'altro riguardavano la sua vita privata, i suoi amici e conoscenti, e così via.
Però potrei recitare ancor oggi a memoria quasi tutti i dialoghi di quelle pagine, che mi colpirono con l'intensità possibile solo nell'adolescenza, quando tutte le impressioni sono tanto più forti in quanto non mediate.

Rileggo "Penthotal" oggi che: ho quarantun anni, so che cos'è successo a Bologna nel Settantasette, conosco abbastanza di Andrea Pazienza e della sua biografia da cogliere (quasi) tutti i riferimenti e posso filtrare parole e immagini attraverso una serie di mediazioni culturali che all'epoca non possedevo.
Però la forza di quelle tavole rimane assolutamente invariata.

mercoledì 4 maggio 2016

sono uscito (quasi) vivo dagli anni Ottanta



Io me li ricordo gli anni Ottanta.
Quando tutti eravamo fighissimi, ci bevevamo Milano con il sottofondo dei Weather Report (anch'io che sono astemio), fumavamo le pestifere Muratti (anch'io che non ho mai fatto un tiro di sigaretta in vita mia, giuro), e vestivamo camicie coloratissime con enormi spalline e jeans strizzapalle (anch'io che ho sempre girato con i maglioni fatti a mano dalla nonna e dei vecchissimi Levi's a bracarella).
Quando le donne si facevano la doccia ignude nei box ermeticamente sigillati con Saratoga, i capelli delle rockstar assumevano fogge e colori impensabili e noi, nella più profonda delle province, per cogliere un capezzolo o un'impressione di pelo dovevamo sfogliare le pagine dell'intimo femminile sul catalogo Postalmarket. Oppure aspettare, di nascosto dai genitori, che in TV passassero Colpo Grosso o le commediacce con Lino Banfi.
Lo so: da qualche parte nel mondo, i Killing Joke, i Diaframma, i Cure, gli Smiths, i Joy Division cantavano il lato oscuro dei lustrini. Ma di tutto ciò a me arrivava poco o nulla.
Eppure oggi, a riascoltarle, riconosco – chissà come – tutte quelle canzoni, anche quelle che credevo di non aver mai sentito e che invece, evidentemente, ho assorbito per osmosi, nei lunghi pomeriggi passati a guardare Bim Bum Bam e ad aspettare che Fujiko esibisse le sue inverosimili tettone biconiche.
Per molto tempo ho pensato di odiare gli anni Ottanta. Poi mi sono reso conto che non è vero, anzi per meglio dire: non è esatto. È vero che provo una repulsione di natura estetica per gran parte di quel decennio, ma allo stesso tempo non posso fare a meno di provare affetto per quei suoni, quelle atmosfere, quello stile. Sono la mia infanzia e la mia prima adolescenza, non posso farci nulla. Di tutto il contesto storico-politico (odioso anzichenò) ho la consapevolezza nebulosa che poteva averne un bambino o un ragazzo.
Odio, invece, gli anni Novanta. Perché nel 1990 avevo quindici anni e cominciavo a rendermi conto del mondo che mi circondava. Ricordo benissimo Mani pulite, Tangentopoli, la fine ignominiosa della Prima Repubblica, Berlusconi sceso in campo, le rivoluzioni nell'Est Europa, la guerra in Jugoslavia, i primi sbarchi di albanesi, il genocidio del Ruanda, la morte del PCI. Ecco, quelle cose sì: le odio.
Quanto alla musica degli anni Novanta, l'ho letteralmente rimossa. Anche qui c'è una ragione: cominciavo ad avere i miei gusti musicali, amavo i cantautori ed ero un talebano del jazz. I Nirvana, il grunge, gli Oasis, il brit-pop, l'hip-hop, l'indie li ho recuperati molto dopo, a mente fredda. Alcune cose mi piacciono, altre no: ma per nessuna provo quell'odio-amore così viscerale che provo per gli anni Ottanta.
È come con i ricordi d'infanzia, in fondo: così sfocati eppure così intensi; così diversi dalle memorie più nitide, ma più fredde, dell'età adulta.

domenica 3 aprile 2016

i bilanci della domenica mattina

Cose da fare prima di passare nel mondo dei più.
- leggere tutti i millemila libri che ho comprato negli anni e mai aperto;
- riprendere e perfezionare almeno un paio delle lingue che ho cominciato a studiare e poi abbandonato (tedesco? portoghese? cinese? greco antico?);
- ascoltare tutti i dischi che ho in casa (questa è tosta sul serio);
- imparare a dipingere a olio e ad acquerello;
- imparare almeno a strimpellare uno strumento a fiato e uno a percussione (ipotesi: sax e batteria);
- fare l'esame di armonia e contrappunto che cominciai a preparare secoli fa e non diedi mai (l'ottavo e il decimo di pianoforte, lasciamo perdere per amor del cielo);
- fare tre o quattro bei viaggi, ma lunghi, senza programma, di quelli che vai in un posto e ti ci perdi;
- rivedere quelle cinque o sei persone che mi dispiace di non vedere mai.


Poi, possiamo anche salutarci senza rimpianti.