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domenica 15 settembre 2013

radici


Stando a ricerche commissionate da mio padre, i Pasquandrea sarebbero arrivati a San Severo, provincia di Foggia, alla fine del Seicento.
La prima traccia nei registri parrocchiali risale al 1681, quando, il 6 agosto, tale Antonio Pasqu'Andrea (sic), originario di San Marco in Lamis, sul Gargano, sposa Camilla Grottola. Il matrimonio genererà due figli: Antonio e Gennaro, e da loro discenderanno i diversi rami della famiglia, che comunque resterà abbastanza compatta. Il ceppo sammarchese risulta estinto ab immemorabili, mentre attualmente i Pasquandrea risultano presenti in varie regioni d'Italia, con concentrazioni particolarmente alte a Milano. Comunque, posso testimoniare che tutti i polloni gemmano dal tronco principale, e sono quindi di solide radici sanseveresi.

Mi fa uno strano effetto scorrere l'albero genealogico e leggere questa lista di nomi remoti, oscuri, che così poche tracce hanno lasciato su questa terra.
Pasquandrea Vincenzo Rocco, nato nel 1761, di professione “mattonaro”.
Pasquandrea Antonio Donato, nato nel 1751 e deceduto il 16 giugno 1823, calzolaio.
I suoi figli gemelli Maria Mattia e Matteo (che è, per inciso, il secondo nome di mio padre), nati il 19 febbraio 1780 dal matrimonio con Cunicelli Anna.
Pasquandrea Antonio Maria, nato il 22 novembre 1807 e deceduto il 20 febbraio 1859, “campagnolo”.
Pasquandrea Michele Pietro, nato il 30 dicembre 1830 e morto nemmeno quattro anni dopo, il 10 settembre 1834.
Pasquandrea Ciro, nato il 5 marzo 1891 in vico Porta Lucera, a poche centinaia di metri dalla casa dove ho trascorso l'infanzia.
Fino ad arrivare a quello che finora era il mio più lontano antenato in linea paterna di cui avessi notizia: il mio bisnonno Matteo (che qui risulta “bracciante”, mentre io sapevo fosse fornaio; risulta invece “fornaio” il suo fratello minore, Vincenzo), nato l'8 agosto 1875 e morto il 28 aprile 1950, sposato in prime nozze con Mazzeo Grazia, deceduta di febbre spagnola nel 1918, e in seconde con Campodipietra Maria Giovanna. Mio nonno Ricciotti (sì, era il suo nome di battesimo: Ricciotti Pasquandrea), nato nel 1915, era il quarto e ultimo figlio del primo matrimonio, a cui seguirono, dal secondo, altri sei fratelli.
Mi fa uno strano effetto, dicevo, non soltanto perché constato che a quanto pare mio nonno, il quale vantava un diploma di pedicure, era, come diceva Guccini, “della sua razza il primo che ha studiato”. Tutti gli altri antecessori svolgevano professioni solidamente plebee (della qual cosa, sia chiaro, vado fiero come di un blasone).
Lo strano effetto deriva dal misurare lo strappo di radici secolari, del quale mi sono reso responsabile nel momento in cui ho installato le mie qui, a Perugia.

Io sono arrivato a Perugia il 1° novembre 1993. Avevo 18 anni, 7 mesi e 29 giorni; diciamo diciotto e mezzo, cifra tonda. Da allora, ne sono passati venti esatti. Si può dire che ho passato il crinale, avendo trascorso più della mia vita in Umbria che non in Puglia. Ma sono due metà qualitativamente diverse: una comprende l'infanzia e l'adolescenza, l'altra la giovinezza e l'età matura.
Detto altrimenti: la prima pesa molto, molto di più. E lo sento, eccome: ogni volta che rimetto piede nel paesello natio.
L'effetto non dura molto, due o tre giorni, poco più. Però è intenso.
La madeleine può essere una parola dimenticata: “m'zzon”, “s'stus”, “cciaffà”. O anche un odore quotidiano: il ragù domenicale di mia madre, la libreria nello studio di mio padre, il selciato caldo nella controra, ma non necessariamente profumi, persino un ristagno d'acqua in certi vicoli, un sentore di muffa che filtra da una porta chiusa troppo a lungo. O il riconoscere ogni pietra di una certa strada, ogni crepa nell'intonaco, il ricordare ogni passo che ha calpestato un certo gradino.
La sensazione è, né più né meno, quella di un improvviso sfondamento, che mette in comunicazione il fuori con una zona interiore talmente profonda che la credevo sepolta per sempre.
Dura poco, dicevo: poi ricordo benissimo perché sono venuto via di lì, e perché non ho la minima intenzione di tornarci.
Ma quando arriva, non posso farci niente.



Nell'immagine: i tetti di San Severo. 
Il panorama è, più o meno, quello che vedevo da bambino,
affacciandomi alle finestre della soffitta.
Manca solo, sullo sfondo, il profilo del Gargano.

martedì 5 aprile 2011

controra


Ora che la primavera si fa avanti in tutto il suo fulgore; ora che la temperatura esterna comincia ad avvicinarsi a valori civili; ora che la quantità di ore di sole sta diventando ragionevole; ora che la pelle si libera, strato dopo strato, da lane e tessuti, recuperando il naturale contatto con l'aria; ora che il mio organismo comincia a sciogliersi dalla rigidità del letargo invernale; ora mi viene da pensare alla controra.
Non sono sicuro che un non-meridionale possa capire che cosa sia la controra.
È una categoria che ha a che fare più con il tempo interiore che non con quello cronologico.
La controra sono le ore più calde del giorno, specialmente d'estate. Le prime ore del pomeriggio, subito dopo pranzo, più o meno tra l'una e le quattro, quando l'assalto del sole trasforma ogni uscita in una sfida alla propria salute, e a tutti, sbrigate le ultime faccende indispensabili, non resta che recludersi in casa, con le imposte abbassate, a cercare con metodo, nella penombra, gli angoli più freschi e ventilati.
È l'ora del silenzio, in cui ogni rumore echeggia amplificato, come in una scatola vuota, e la mente è più propensa ai sogni umidi, alle fantasticherie torbide della digestione (i pranzi domenicali del Sud, chi non li ha mai provati non può capire) e, nelle giornate più favorevoli, alle visioni.
La controra è l'ora anticapitalista, l'ora in in cui non si sgobba, non si produce, non si è utili a nessuno tranne che a se stessi.
Proprio per questo, durante quelle ore, a me piaceva uscire e percorrere le strade deserte, specialmente quelle del centro, i vicoli stretti e tortuosi, lastricati di pietre vulcaniche butterate dallo scalpello, dove si mescolavano gli odori fermentati della spazzatura, del piscio e delle merde di cane, che salivano dal basso, con quelli refrigeranti dei panni stesi, che scendevano dall'alto. Oppure mi chiudevo in soffitta, con la mia collezione di fumetti, a leggere Tex (preferibilmente vecchi Tex, con la copertina scarabocchiata, il dorso in briciole, la carta ingiallita e macchiata d'umido) di fronte a una finestrella che dava su un parapetto di tegole coperte di licheni, quindi sui tetti del paese; infine, lontanissimo, il Gargano, che si sollevava dalla pianura simile a un'immensa, incombente onda di tsunami.
Ecco, se devo essere onesto a me non manca il Sud. Non mi mancano i luoghi né le persone né tantomeno le abitudini, che ho abbandonato senza il minimo rimpianto. Però ogni tanto mi mancano alcune cose, minime, insignificanti: l'odore muffito dei pavimenti in soffitta; il silenzio ovattato dello studio di mio padre, un paradiso tappezzato di libri; il caldo che nelle notti estive esalava dai muri, quando tornavo a casa dopo lo struscio serale; il profumo del ragù che bolliva la domenica mattina; il gradino su cui io e G. ci appiattivamo le chiappe, chiacchierando di nulla per pomeriggi interi; le urla da muezzin dei fruttivendoli al mercato.
E la controra.

sabato 14 agosto 2010

pugliesità


Poesie in dialetto sanseverese, di Nazario Tartaglione.
Da 'U pucchète, Mediterranea 2010
(il libro intero si può leggere qui).


Pe’ la vije.


Cammenève pe’ la vije
tra li vìchele e ‘i pendune,
che li chèse ca mmandavene i verezure,
e che lu ciéle ca vuttève li criature fujènne
e nu vècchie ca cuntève cerèse,
apprèsse a l’anne passète.

Per la via // Camminavo per la via / tra i vicoli e gli angoli / con la campagna nascosta dalle case, / e con il cielo che spingeva le corse dei bambini, / ed un vecchio che contava ciliegie, / dietro agli anni passati.


* * *


Prime ca jèsce ‘u rène.

Lu ciéle sepère la campagna da la strède,
come ‘na lastre de vènde.
Llonghe ‘a mène e lu passète jè la,
ca te parle e aspètte la cunsulazione
ca vè da li tèmpe de mò,
ca sàpene, ma ne ssàpene aspettà,
e ce scordene ‘i chelùre abbasce a ’u puzze,
che l’èrve e ‘u sole du calà,
cu mère e la sckume,
e lu vènde ca zombe e fa l’onde,
e che lu marrò de la tèrre e de li zolle,
prime ca jèsce ‘u rène.

Prima che esca il grano. // Il cielo separa la campagna dalla strada, / come una lastra di vento. / Allungo una mano e il passato è la, / che ti parla e aspetta la consolazione che viene dal presente, / che sa, ma non sa aspettare / e dimentica i colori in fondo al pozzo, / con l’erba e il sole del tramonto, / con il mare e la schiuma, e il vento che salta e fa l’onda, / e con il marrone della terra e delle zolle, / prima che esca il grano.


* * *


Andò.
(A Michele, 15-04-10)

Andò l’hè jì seppuntà quistu delore,
sotte a quèla croce, sotte a quèla tèrra?
Come li mène jàvezene sole
cusì me mméne ji mméze a la mugne
e rumène a spijà ‘ngéle
‘u sole ca rruwènde e ca schelore
‘i dinde e l’anema muccechète
da ‘i parole fenute de chi decéve amore.

Dove // Dove si può seppellire questo dolore, / sotto quale croce, sotto quale terra? / Come le mani levano in alto il sole / così io mi lancio nel fango / e resto a guardare in cielo / il sole che arroventa e scolora / i denti e l’anima morsa / dalle parole mute di chi diceva amore.


* * *


‘A lèttere.

E m’assètte ponda ponde a ‘u vènde
e a ‘u suttène andò so’ nète
e andò nònneme ‘nge stà cchiù.
E ‘ngappe ch’i mène ‘u tèmbe sfijute,
‘mbundète sope a stà fotografie,
de jisse meletère
cu fucile e ‘na lèttere d’amore mmène.

La lettera // E mi siedo sul ciglio del vento / e del basso dove sono nato / e dove mio nonno non c’è più. / E acchiappo con le mani il tempo sfuggito, / scolpito su questa fotografia / di lui militare / con il fucile ed una lettera d’amore in mano.

lunedì 7 dicembre 2009

test


Quanto sei sanseverese?
Dimmi quanto capisci di questo video e ti darò la risposta.


http://www.youtube.com/watch?v=Dt9n0AhUUY8

100% = sanseverese fino al midollo;
75% = sei sulla buona strada, urge uno stage di tre settimane a San Berardino;
50% = devi ancora lavorare molto sulla tua sanseveresità;
25% = yeoweffrèèèign! (non lo traduco, tanto non lo capisci);
meno del 25% = padano puro.

domenica 16 agosto 2009

altri tempi

Il primo ricordo che ho di mia nonna è: io e lei appoggiati ai vetri del balcone, in un pomeriggio di fine anni Settanta. Potevo avere forse quattro o cinque anni. Aspettavamo che tornassero a casa i miei, che a quel tempo per tirare avanti facevano il doppio lavoro. Io osservavo le lettere sull'insegna del negozio dall'altro lato della strada e poi le ricopiavo, in ordine rigorosamente casuale, nelle caselle del cruciverba di mio nonno.
Mia nonna si chiamava Italia Palma Addolorata Delle Fave, coniugata Tota. Italia perché era del '16 e l'Italia era appena entrata in guerra; Palma perché era nata il 16 aprile, la Domenica delle Palme; Addolorata, credo, per qualche devozione familiare alla Madonna Addolorata (per ragioni consimili, mia madre si è ritrovata a chiamarsi Maria Rosaria Pompea).
Tutti la chiamavano comare Italia, ma dei suoi tre nomi era il terzo, Addolorata, quello che le si addiceva di più. Aveva una visione prettamente tragica dell'esistenza: tutto era fatale, inevitabile, votato al fallimento. L'altro ricordo che ho di lei è di quando mi portava ad accendere ceri e recitare rosari sotto la statua di Santa Rita (la santa degli impossibili: chi altri?), nella chiesa di San Nicola, che per me rimane tuttora la chiesa di Santa Rita. Nelle foto, anche quando sorride, sembra il ritratto dell'afflizione. Fin da quando ero piccolissimo, ricordo di averla sentita ripetere che ormai era vecchia e per lei era tempo di morire. Doveva essere una forma di scongiuro. La sua esclamazione tipica era "Oh Dio misericordia!", esalata tutta d'un fiato, in un sospiro, come un geyser che ogni tanto aveva necessità di eruttare.
Per cinquant'anni il suo tenace pessimismo fu stoicamente sopportato da mio nonno Paolo (Pavulù, Paoluccio, come lo chiamava lei). Mia madre mi raccontò che si sposarono per accordo tra le famiglie, ma lei non voleva assolutamente farsi vedere prima del matrimonio. Un giorno lui trovò un pretesto per salire a casa sua e lei si chiuse in bagno, strillando e rifiutando di uscire. Mio nonno lo ricordo vecchio e calvo, ma da giovane doveva essere stato un bell'uomo, biondo, alto, slanciato, con gli occhi celesti. Era un ex-ferroviere, raccontava sempre che il giorno che gli Alleati bombardarono la stazione di Foggia lui aveva appena finito il turno e si salvò per miracolo. Mi accompagnava all'asilo in bicicletta, in un sedile montato sopra il manubrio, e il pomeriggio andavamo in stazione a guardar passare i treni, oppure io fingevo di leggergli i libri di favole, che in realtà avevo imparato a memoria. Quando cominciai a suonare il pianoforte, i miei misero lo strumento nello studio di mio padre, una stanza arredata con massicci, minacciosi mobili in legno scuro; io ero terrorizzato da quella stanza, così lui doveva sempre farmi compagnia mentre facevo i miei esercizi. Mia sorella, invece, lo sfruttava come figurante nelle complesse rappresentazioni teatrali che allestiva (il suo ruolo tipico era il lupo in Cappuccetto Rosso).
Mia nonna passava i pomeriggi al balcone, a chiacchierare con le comari, oppure passeggiava instancabilmente (cossa longa, "gambalunga", la chiamava mio padre). A un certo punto litigò con l'altra mia nonna e non si parlarono per anni, finché non scoprirono che nessuna delle due ricordava la causa del litigio. Conobbi anche sua madre, la mia bisnonna Antonietta, nata Capotosto, che morì vecchissima quando io avevo pochi anni (se la portò via un tumore al seno, che aveva rifiutato di farsi curare perché "ormai, alla mia età..."; invece sopravvisse quasi quindici anni). La bisnonna abitava proprio sopra di noi, insieme a un'amica rimasta zitella, alla quale un cancro aveva mangiato buona parte del setto nasale. Ricordo che, per qualche motivo, le portavo sempre uova sode in un pentolino.
Mia nonna aveva studiato fino alla terza elementare, poi si era messa a fare la sarta. Leggeva compitando e scriveva con grosse lettere tremolanti da scolaretta. Parlava solo dialetto. Però i suoi figli erano tutti laureati (quelli sopravvissuti, almeno: prima di mia madre ebbe altre due bambine, vissute una pochi mesi, l'altra un anno e mezzo; erano gli anni Quaranta, succedeva).
Aveva cresciuto due o tre dei suoi molti fratelli e sorelle (sette? otto?), dei quali conobbi solo una sorella, che aveva una rivendita all'ingrosso di bibite e quando la andavamo a trovare mi offriva sempre l'aranciata.
In una famiglia di spilungoni, era l'unica minuscola, credo poco più di un metro e cinquanta. Aveva dei begli occhi grigio-verdi, che oggi mi sembra di rivedere in quelli di mia figlia. E aveva anche una naturale disposizione verso il patetico. Ogni occasione era buona per versare fiumi di lacrime; di un film, il massimo complimento per lei era dire "ho pianto", e dagli anni Ottanta divenne una vorace consumatrice di telenovelas.
Nel 2006, a novant'anni suonati, si sobbarcò cinque ore di automobile fino a Perugia per assistere al mio matrimonio. Si era fatta la messa in piega e, fino alla fine del pranzo, rifiutò di indossare alcunché sulla testa (la giornata era fresca, nonostante fossimo in giugno), per non guastare il lavoro del parrucchiere.
Abitava in una vecchissima casa del centro storico, a cinque minuti di strada da casa mia. Per arrivarci si attraversava un vicolo (ci viveva uno scugnizzo torvo e riccioluto che ogni volta mi minacciava di tremende punizioni se avessi osato ripassare di lì) e poi si passava davanti all'enorme portone di un magazzino (almeno, io lo visualizzo enorme, nero, buio), dove viveva un cane di cui ricordo solo gli occhi feroci, l'abbaiare furioso, il tintinnio della catena.
A casa di mia nonna gli scalini erano altissimi e strettissimi. Era piena di cose, cianfrusaglie vecchie di decenni: un modellino di gondola (ricordo del viaggio di nozze?) con il remo sostituito da una cannuccia; un pupo siciliano in miniatura; un indefinibile oggettino di ceramica con su scritto “Souvenir di Sulmona”; una grande foto incorniciata del mio bisnonno Felice, morto nella Grande Guerra; libri per bambini degli anni Cinquanta e Sessanta, di quando erano piccoli mia madre e i miei zii (chissà che fine avrà fatto quell'edizione del libro Cuore; e I ragazzi della via Paal; e I figli di Jo; e Ventimila leghe sotto i mari; e quel libro su Pompei, con le foto degli scavi e i fogli di cellophane trasparente da sovrapporre, che rivelavano la forma originale degli edifici...); una bomba a mano vuota, reperto di chissà quale guerra; una cyclette comprata da mio zio e mai usata; una sedia a sdraio vecchissima e cigolante; una Madonna di Lourdes in plastica trasparente, piena di acqua benedetta; un meccano; una scacchiera per la dama; un lume da comò con il globo biancastro, lattescente; un armadio nel sottotetto, pieno di valigie di cartone; un cavallino di bronzo, pesantissimo. Per me, un paradiso.
In cucina c'era sempre una gabbia con un canarino. Uno di questi canarini lo feci morire io, perché gli diedi da mangiare l'impasto che mia nonna aveva preparato per le orecchiette domenicali. In un angolo c'erano delle mele cotogne messe a seccare. Accanto alla cucina c'era una dispensa a cui si accedeva salendo tre o quattro scalini, e da lì partiva una scala che dopo pochi metri finiva, misteriosamente, contro una parete. Ricordo anche l'androne, altissimo, con un lucernario dai vetri rotti, tappati con il cartone. C'era una radio anni Cinquanta e un televisore in bianco e nero, credo uno degli ultimi esemplari sopravvissuti al mondo.
Ma il mio regno era la soffitta, nera di penombra e di polvere incrostata, con il pavimento di mattoni grezzi, dove i miei nonni ogni estate si ritiravano per giorni a cuocere e imbottigliare la salsa. Lì giocavo a freccette con un vecchio bersaglio ormai bucherellato come un gruviera, oppure tentavo invano di allargare una molla da ginnastica completamente arrugginnita, o giocavo a bocce sul terrazzo. Il terrazzo dava sui tetti di San Severo, le tegole erano piene di licheni e millepiedi, e in un angolo c'era un pollaio ormai vuoto, sempre chiuso.
Mia nonna praticava fedelmente una parsimonia d'altri tempi. Scendeva le scale al buio per non sprecare la luce, a rischio di rompersi l’osso del collo. Aveva la carta da parati tutta pezzata, perché da sempre riparava gli strappi con ritagli di colori vagamente simili (e non comprava nemmeno la colla: impastava acqua e farina). Credo non avesse fatto un solo lavoro in casa negli ultimi trent’anni: i muri erano verdi d’umidità, i tubi dell’acqua talmente arrugginiti che mio zio, che viveva con lei (era il figlio più piccolo, rimasto scapolo, il cruccio della sua vita), si beccò la legionella.
Conosceva proverbi ormai dimenticati, parole che nessuno più capiva, e ricordava a memoria tutti gli scongiuri contro il malocchio. Apparteneva a una razza longeva: tutte le donne della famiglia avevano sfiorato il secolo. Lei stessa resse bene fino a un paio d'anni fa; poi, come succede spesso, ebbe un rapido collasso, tutto in una volta. Quando si ammalò, nessuno sapeva dove tenesse i risparmi (erano in serbo per il sempre sperato matrimonio del figlio, ovviamente). Per convincerla a tenere la badante, mia madre le disse che la pagava cento euro al mese. Lei ci credette, o finse di crederci.
L’ultima volta che l’ho vista era un mucchietto d’ossa e pelle, la faccia sepolta in un dedalo di rughe. Non parlava più, ma mi riconobbe e pianse.
E’ morta un anno fa, il giorno dopo Ferragosto, a novantadue anni. Aveva attraversato buona parte del Novecento e anche uno scorcio di questo nuovo secolo. Al quale, chiaramente, non apparteneva.

sabato 30 maggio 2009

i poponi

Quando ero piccolo, al mio paese, le figurine dei calciatori Panini si chiamavano "i poponi". Non ho mai capito perché, e chissà se si dice ancora.
"Fare i poponi", ossia collezionare le figurine, scambiarsele, mercanteggiare, vincerle al gioco, era la principale attività socioeconomica dei vicoli sanseveresi: "che li fai, i poponi?" era una delle domande più frequenti che ti potevi sentir rivolgere se incrociavi un tuo coetaneo seduto sulle scale di casa, in uno di quegli interminabili pomeriggi estivi dei primi anni Ottanta.
L'altra, ovviamente, era di fare a cazzotti, per stabilire le gerarchie.
Io non facevo i poponi e non sono mai stato capace di far male a una mosca.
Praticamente, un emarginato.

domenica 12 aprile 2009

amarcord pasquale


La scarcella, dolce secchissimo, duro, quasi immangiabile, che resiste persino all'immersione nel latte caldo.

L'uovo da rompere a pugni, la sorpresa sempre deludente, i frammenti polverizzati di cioccolata. Ma prima la poesia da recitare.

Pasqua, chissà perché, la ricordo sempre col sole, con luce candida, odore di panni stesi e di primavera, campane, le tende gonfie di vento tiepido, la corsa in chiesa con addosso i vestiti nuovi.

La settimana precedente: la processione delle Palme, le chiese a lutto il Venerdì, le processioni con Cristo flagellato, poi morto nella bara di vetro, la Madonna con il manto nero.

La mattina del Venerdì Santo, all'alba, in una piazza di San Severo, si incontravano la statua del Cristo alla colonna e quella della Madonna Addolorata, si correvano incontro, ma all'ultimo momento la croce si levava a dividerle. Le vecchie piangevano di commozione. Un coro di ragazzini intonava (stonava) canti tristissimi (o chiodi crudeli che al mio Redentore / le carni straziate con tanto dolore / non date più pene al caro mio bene / non più tormentate l'amato Gesù). Lo dirigeva un maestro piccolo, pelato, con un vocione bronzeo da basso, che aveva lo stesso cognome di mia madre.

La felicità del rito.

La domenica, lo spezzatino di agnello con i cardi e l'uovo, da mangiare facendo attenzione alle insidiose schegge d'osso che si nascondono nel brodo.

La tavola apparecchiata in soggiorno anziché in cucina, la tovaglia pulita che sapeva di cassetto, il servizio di piatti e bicchieri di vetro bruno che si tirava fuori solo per le feste.

Una tavolata di parenti, quasi tutti morti o lontani, mai più rivisti.

giovedì 12 febbraio 2009

perché non posso non dirmi deamicisiano


Cercando la parola "deamicisiano" in vari dizionari, cartacei o on-line, si trovano definizioni come: "(di tono, stile): patetico, sentimentale; sentimentalistico; moralista, moralistico" (De Mauro); "pervaso di patetismo e di buoni sentimenti" (Sabatini-Coletti); "che ha toni patetici e moralistici" (www.dizi.it); "indica, in un discorso, brano, o saggio, la presenta di caratteri di pateticità e/o moralismo" (http://it.wiktionary.org/wiki), eccetera eccetera.
Tutto vero, per carità.
Sentimentale, patetico, moralistico non sono termini che invoglino alla lettura di un libro, specie di questi tempi in cui i "sentimenti" sembrano monopolio dei vari Cucuzza e Grandifratelli e la morale è un accessorio antiquato almeno quanto le ghette e il borsello per uomini.
Eppure, eppure.
Se penso a "Cuore" - o meglio, "al libro Cuore", come credo venga ancora, chissà perché, sempre chiamato - mi torna in mente la vecchissima edizione rilegata in tela rossa posseduta da mio nonno, che me la leggeva per pomeriggi interi, in una stanza che ormai sopravvive solo nella mia memoria (la casa venduta, ristrutturata, i mobili regalati ai robivecchi, il libro finito chissà dove insieme ai tanti altri dai quali ho probabilmente contratto il virus che mi spinge a comprare dalle bancarelle volumi dalle pagine ingiallite, corrose ai margini, dalle rilegature sgangherate e macchiate di umido, volumi che mi costringono a una continua guerra di posizione tra mia moglie, che vorrebbe relegarli negli angoli più nascosti della casa, e me, che vorrei farli risalire il più possibile a portata degli occhi - e del naso, perché di quei libri amo soprattutto l'odore).
Mi torna in mente anche l'Istituto Edmondo De Amicis (o, come si esprimono più concisamente i miei compaesani, u deàmiciss), che da decenni, con la sua severa facciata umbertina, sovrintende allo struscio serale dei sanseveresi.
Soprattutto, mi tornano in mente intere frasi del libro: "quell'infame sorrise", "alza un banco con una mano", "non dire mai di un operaio che torna dal lavoro: è sudicio; dì: egli porta i segni della sua fatica", "io non ho più famiglia, la mia famiglia siete voi; mostratemi che siete ragazzi di cuore", "l'amico fece le quattro giravolte", "il quadrato del Quarantanove". E i personaggi: il muratorino, Stardi, Franti, Garrone, Nobis, Derossi, il calabrese, quello che salvava il bambino sotto all'omnibus, la maestrina dalla penna rossa, il papà che stringe la mano al re e poi accarezza il figlio ("questa è una carezza del re": a proposito, se ne sarà mica ricordato Papa Giovanni?), l'eroico Ferruccio di "Sangue romagnolo", il piccolo emigrante di "Dagli Appennini alle Ande", l'intermiere di tata.
Ora, si potrà dire tutto il male possibile di De Amicis. Il suo italiano è spesso un po' affettato, i giri di frase lievitano in una retorica impettita (però, altrettanto spesso, hanno una vivacità e un'ironia inconfondibili); i suoi protagonisti, i bambini soprattutto, sono afflitti da una sfiga apocalittica; il suo pathos oggi lo classificheremmo tout-court come ingenuo buonismo; la sua visione di un'Italia unita dal Risorgimento e dal lavoro paga lo scotto dell'incapacità di concepire il cambiamento, di un volemose bene collettivo tutto sentimenti ed elemosina, alla fine del quale i ricchi restano ricchi e i poveri restano a tossire nelle soffitte (però l'uomo non era affatto stupido, e nella sua produzione più tarda ripudiò quell'ingenuo nazionalismo per una visione sociale più complessa e matura); le sue famiglie sono occhiute, patriarcalmente oppressive (i genitori, e persino la sorella maggiore, che vanno a leggere il diario di Enrico e ci scrivono sopra i loro predicozzi); per non parlare dell'assoluta assenza di qualunque dimensione erotica (i personaggi sono tutti amici, padri, figli, fratelli, sorelle, in una sorta di casto, asessuato eden infantile).
Però sta di fatto che quelle pagine si sono inchiavardate da qualche parte nella mia memoria. Avrà forse contribuito anche lo sceneggiato di Comencini, datato 1984 (io avevo nove anni, cioè ero ancora nell'età in cui non si hanno barriere intellettuali e le cose, se colpiscono, colpiscono a fondo), con Johnny Dorelli che disegnava un maestro di grande tenerezza e con qualche piccola, perfida modifica nei caratteri dei personaggi: un Franti sociologicamente motivato ("ognuno ha una sua parte, io ho quella del cattivo"), un Enrico vigliacchetto, un Derossi insopportabilmente secchione e vanesio, al posto del figurino bello buono e generoso del libro.
Ultimamente ho ritrovato "Cuore" sul web, nella biblioteca virtuale di LiberLiber. L'ho riletto, e ho pianto come un vitello, come non mi succedeva da anni.
Insomma, "Cuore" è lì, da qualche parte. Posso provare a fare il blasé, il cinico, a deriderlo come il reperto ammuffito di un'Italietta grigia e trombona. Però le lacrime non mentono.

E concludo con un consiglio: del vecchio Edmondo, leggetevi "Amore e ginnastica" (1892), racconto tra i più fini del nostro Ottocento.
Ci troverete un'analisi sottilissima dei moti dell'animo, una grande vivacità narrativa e un erotismo del tutto inaspettato (il tema centrale è l'attrazione di un uomo debole e gracile per una donna-virago, persino con divertiti spunti di feticismo e voyeurismo).
Italo Calvino, che se ne intendeva, definì il libro "probabilmente il più bello, certo il più ricco di humour, malizia, sensualità, acutezza psicologica che mai scrisse Edmondo De Amici", e lo pubblicò nella sua collana Centopagine.
Cercàtelo: ne vale la pena.

venerdì 6 febbraio 2009

paese


U sckazzamurille vive nelle case più vecchie e ha la sua dimora negli interstizi delle pareti.
Ha l'aspetto di un bambino vestito di una tonaca e un cappuccio; anzi, secondo alcuni è un bambino, non nato o nato morto o morto prima del battesimo. Se lo si sente piangere, bisogna lasciargli una tazza di latte.
Può affezionarsi e far trovare in giro monete, piccoli regali, ma può anche indispettirsi, e in quel caso nasconde gli oggetti o viene a tirarti i piedi mentre dormi.

Camminando per i vicoli, subito dopo la vendemmia, mi abbassavo fino a terra e mi accostavo alle grate coperte di polvere e ruggine, per respirare l'odore violento del mosto in fermentazione che arrivava a zaffate dalle cantine.

Le Madonne erano sette sorelle (l'Annunziata, l'Addolorata, quella del Carmine, quella del Rosario, quella del Soccorso, e le altre due non le ricordo); una volta c'era il sole, sei rimasero a dormire e la sesta uscì a stendere i panni e si abbronzò, ed è per questo che la Madonna del Soccorso ha il volto nero.

La chiesa era enorme, dai finestroni altissimi pioveva una luce grigia. Il sabato pomeriggio si stava tutti insieme su una panca in fondo (d'inverno, il più vicino possibile all'unica stufa, un vecchio radiatore simile a un enorme abat-jour), si leggeva l'elenco dei peccati stampato su un opuscolo e poi, uno per volta, si andava sulla panca in prima fila, dove sedeva il vecchio prete collerico, con le mani annodate dall'artrosi, che ad ogni peccato ti rimproverava urlando a squarciagola.

Quando si fa un complimento a qualcuno, specialmente a un bimbo, bisogna invocare San Martino (Sande Martine, quand'è belle stu criature). Se non lo si fa, e se nello sguardo c'è invidia, si può lanciare al bambino l'affascìne (il fascinum).
Il bambino diventa apatico, svogliato, la testa si fa pesante e ciondola sul petto. Allora bisogna prendere un piatto, riempirlo d'acqua e versarci dentro una goccia d'olio, e osservare se rimane compatta o se si spande. Nel caso, bisogna recitare una giaculatoria ai santi chiedendo di togliere l'affascìne.

I lunghi giri per evitare il vicolo dove abitava il bulletto riccio dal sorriso protervo, o il magazzino buio e puzzolente, in fondo al quale viveva un cane enorme, sempre alla catena, che si avventava abbaiando sui passanti.

Zecurille viene a prendere i bambini cattivi e li porta via con il suo piede caprino. Anche u popònne li porta via, ma lui non sono mai riuscito a figurarmelo, è sempre restato una macchia indistinta, come un'ombra più scura in mezzo all'ombra.

La sera del Venerdì Santo la Madonna Addolorata, alla luce del plenilunio, va in giro a cercare il corpo di Gesù, con il pugnale piantato nel petto e un manto isiaco trapunto di stelle. Quella sera si fa il giro delle chiese (tre? cinque? sette?, purché siano dispari) dove è esposto il Cristo morto, con il sangue di cera che cade in goccioline sottili dalle ferite, e tutto intorno piantine di grano cresciute al buio, pallide e trasparenti come gelatina.
Per le vie del centro passa la processione: davanti il Cristo morto in una bara di cristallo, poi la Madonna in lacrime, poi la banda che suona musiche tristissime (il clarinettista aveva una molletta sullo strumento, alla quale attaccava gli spartiti), poi le bizzoche che cantano O chiodi crudeli che al mio Redentore / le carni straziate con tanto dolore / non date più pene / al caro mio bene / non più tormentate il caro Gesù, poi i bambini con la tunica rossa la corona di spine e la piccola croce in spalla, poi le bambine vestite come la Madonna.

Molte vie del centro sono ancora pavimentate con lastroni di pietra vulcanica, bianchi o azzurrini, butterati da colpi di scalpello, che con la pioggia diventano scivolosi come ghiaccio.

Mio nonno, che faceva il ferroviere, raccontava che una notte, tornando a casa dopo il turno, un enorme cane nero con gli occhi luccicanti l'aveva seguito per tutta la strada dalla stazione fino a casa. Era l'anima di un morto.
A casa sua ci si riscaldava con i bracieri, le forchette erano di stagno, leggere e tutte corrose, i bicchieri opachi e sapevano sempre di vino, la carta da parati piena di toppe attaccate con farina e acqua. In cima allo sgabuzzino stavano a seccare le mele cotogne.
Nella sua favola preferita, la volpe ingannava il lupo spalmandosi la testa di ricotta e sugo di pomodoro ("guarda, il pastore mi ha rotto la testa a bastonate, il cervello mi esce fuori"), e alla fine era il lupo a morire al posto suo.

L'esercito imperiale di Carlo V assediava San Severo, fedele ai Francesi. La notte in cui la città sarebbe dovuta esser presa a tradimento, un uomo percorse le vie del centro urlando: Scetàteve, jallinacce, ca mo ce 'mbicce l'acce. I soldati videro un cavaliere che galoppava nel cielo e fuggirono terrorizzati. La mattina dopo, nella chiesa di San Severino, proprio sotto l'altare, si trovarono le tracce degli zoccoli di un cavallo.

La notte del due novembre i morti scendono giù per il camino e portano regali ai bambini, ma la sera prima si deve lasciar loro qualcosa da mangiare.

Gli uomini che portavano le statue dei santi avevano un lungo bastone che terminava con una forcella. Durante le soste, si toglievano l'asta dalla spalla e la appoggiavano sulla forcella.

Sotto il convento dei Celestini c'è una cripta, dove ci sono tante sedie di pietra con un buco in mezzo alla seduta. I monaci morti venivano messi lì, a scolare i liquami della putrefazione. Poi si raccoglievano le ossa e si buttavano giù per il buco, nell'ossario, e si metteva un morto nuovo al posto del vecchio.

Sand'Andune chèpe ricce,
pigghje u foche e jànnelu ppicce,
jànnelu ppicce bbellu bbelle,
Sand'Andune c'u cambanelle.

sabato 31 gennaio 2009

amarcord culinario sanseverese


I torcinelli alla brace;
i cecatelli col ragù di carne mista;
le orecchiette messe a seccare sui taglieri davanti alle porte dei sottani;
la "zuppetta" di pane raffermo, brodo e scamorza fusa (a Natale);
lo spezzatino d’agnello con i cardi lessati (a Pasqua);
i pupurati (alla festa dei Morti);
le catalogne e le cicorie mangiate a casa della mia nonna buonanima;
le pizzefritte;
la panzetta ripiena di uovo e uvetta;
le nevole con il mosto cotto;
le melanzane (i mulagnène) sott’olio;
i fiori di zucca in padella;
la lingua di bue lessa;
le cassatine ripiene di ricotta e ricoperte di glassa;
il filetto di carne di cavallo;
i lintorci;
il sanguinaccio (che non fanno più perché il sangue di maiale non si può più vendere);
la pastiera napoletana;
l’olio che fanno dalle mie parti e che invecchiando diventa piccante da bruciare la lingua;
le pricoche (i pr'coche);
i lampascioni (i lambasciune);
le ciambrachelle (i ciambrachelle) con la menta;
le zampe di rana;
gli involtini che laggiù si chiamano “braciole”;
il timballo;
le pannocchie di mais lessate che si vendevano al mercato, in enormi pignatte fumanti;
le "mandorle interrate" (i mèn'le 'nt'rrète);
a sav'zòch, ottima sott'olio.

GLOSSARIO
torcinelli = involtini piccanti ripieni di interiora tritate e tenuti fermi da budella attorcigliate;
cecatelli = pasta corta fatta a mano;
ragù di carne mista = nella fattispecie, vitello maiale salsicce e quando è stagione anche agnello;
pupurati = grosse ciambelle di color marrone scuro, che una volta venivano fatte con il mosto cotto, oggi con il cacao;
catalogne = verdura simile alla cicoria;
pizzefritte = altrimenti dette calzoni o panzerotti, solo che da me si fanno in padella, non al forno;
panzetta = la parte di carne subito sopra le costole, aperta a tasca e riempita con uovo, prezzemolo e uva passa, poi ricucita (fa parte delle carni miste usate per il ragù);
nevole = dolci composti da strisce di pasta modellate a spirale, con una forma simile a cespi di lattuga, cosparsi di miele o di mosto cotto;
lintorci = pasta fatta a mano, simile agli spaghetti alla chitarra (ma più grossi, e a sezione quadrata), viene ottenuta passando sulla pasta stesa uno speciale matterello di bronzo scanalato;
sanguinaccio = crema dolce a base di sangue di maiale;
pricoche = varietà di pesche (in italiano: percoche?, o sbaglio?);
lampascioni = bulbi selvatici simili alle cipolle, dal sapore amarissimo, mangiati lessi o in insalata;
ciambrachelle = chiocciole;
mandorle interrate = dolcetti fatti con un mucchiettino di mandorle sepolte sotto una colata di cioccolato;
braciole = involtini composti da una fettina di vitello ripiena di un impasto del quale ignoro la composizione; mia madre le chiudeva con micidiali stuzzicadenti che rischiavano sempre di infilzarti il palato o le gengive;
a sav'zòch = Salicornia Fruticosa, erba palustre spontanea.

mercoledì 13 agosto 2008

Paz


Lo so, lo so. Adesso tutti dicono che conoscevano Pazienza, che Paz una volta gli ha rollato una canna, che con Paz ci hanno fatto un viaggio in macchina da Pienza a Montepulciano e che in quell’oretta gli si è rivelato il senso della vita. Ora che è il ventennale, poi…
E quindi chi legge questo pezzo penserà: ecco, un altro che viene a parlarci di Pazienza.
E allora diciamolo subito: io Andrea Pazienza non l’ho mai conosciuto, se non attraverso le sue opere. Però con lui sento di avere un legame particolare, del tutto privato.
Perché sono nato e cresciuto a San Severo, la cittadina in provincia di Foggia dove anche Andrea è cresciuto e dove tuttora vive parte della sua famiglia.
Solo che quando lui è morto, nel 1988, io avevo 13 anni e a San Severo praticamente nessuno lo conosceva. Un mio amico mi raccontò che la madre di Andrea, professoressa di educazione tecnica alle medie, una volta lo aveva invitato a fare una lezione in classe sul fumetto, ma nessuno aveva dato particolare importanza alla cosa. Oggi, certo, ha una piazza intitolata a lui, si organizzano mostre (l’ultima proprio in questi giorni a Vico, un paesino del Gargano dove lui andava spesso da ragazzo). Nel cimitero di San Severo c’è la sua tomba, un piccolo pezzo di prato con un cipresso e un masso di pietra garganica dove è incisa la sua firma. Accanto c’è la tomba del padre Enrico, morto qualche anno fa.
Io ho scoperto Andrea Pazienza nei primi anni ’90 – nel ’92 se non ricordo male – quando (alla buon’ora) il comune di San Severo si decise a organizzare una grande mostra su di lui, con tavole originali, filmati, fotografie e un bellissimo catalogo. Mostra postuma, ovviamente. Fu lì che per me e per un gruppo di compagni di classe cominciò una sorta di culto esoterico per Pazienza. Durante le ore di storia e filosofia divoravamo i suoi fumetti: cercavamo invano di trattenere le risate davanti a “Sturiellett”, ci guardavamo gli scorci di San Severo che facevano capolino nelle “Figure storiche” e in “Pacco”, i panorami del Gargano ne “Il partigiano” e in “Un’estate”, commentavamo i passi più criptici di “Penthotal” e di “Pompeo”.
Poi ho scoperto che lui da ragazzo aveva abitato per anni in un palazzone a due passi da casa mia, che molte persone che conosco hanno conosciuto Andrea, e che c’è persino una lontanissima parentela acquisita fra mia madre e suo padre.
Qualche anno fa, a San Menaio, conobbi anche i suoi genitori, nella casa al mare dove Andrea trascorreva le vacanze da ragazzo. Le pareti erano piene di suoi quadri, e Giuliana, la madre, ci parlò di lui, per ore, come se parlasse di un innamorato. Mia madre le disse che io ero un appassionato e lei mi guardò con un sorriso quasi di compassione e mi chiese: “Ma sì, ma che cos’hai capito tu di Andrea?”.
Il padre, Enrico, era ormai molto anziano, quasi sordo, un po’ svanito, ma con un’aria distinta, signorile, davvero d’altri tempi. Dalle sue parole si coglieva l’amore viscerale (e pienamente ricambiato) che lo legava al figlio, ma ho avuto anche l’impressione che non fosse mai riuscito ad apprezzarne pienamente l’arte. Anche lui era un pittore, un magnifico acquerellista (ho un paio di sue opere a casa) e ci raccontava di quando Andrea faceva l’Accademia di Belle Arti e riportava a casa gli album dei lavori in classe, con i suoi disegni che facevano sfigurare quelli dei professori.
Poi ci fece vedere un quadro, uno di quelli che Andrea faceva da giovane: un’enorme composizione a pennarello con un’esplosione surreale e coloratissima di figure umane e di decorazioni astratte. Al centro c’era uno spazio vuoto, riempito da un autoritratto a pastello. Ci spiegò che Andrea aveva fatto quel quadro molti anni prima, ma lui continuava a chiedergli che cosa mai significasse quel guazzabuglio di figure e colori. Alla fine, per farlo contento, Andrea gli disegnò al centro quell’autoritratto, eseguito con uno stile classicissimo. E solo allora Enrico fu finalmente contento.