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domenica 15 novembre 2015

andando a scuola

Preparo la borsa
mi assicuro che tutto sia al suo posto
che le penne scrivano
e i compiti siano in ordine alfabetico
proprio come credo abbia fatto
chi è uscito di casa
per non tornarci più.
Come ogni giorno mi verranno rivolte
domande delle quali non conosco le risposte
e anche oggi come ogni giorno
dovrò cercare di rispondere
se possibile senza mentire
e senza perdere la calma.


(sabato 14 novembre 2015)

sabato 31 gennaio 2015

quell'anime sante e benedette

Santaccia de Piazza Montanara

Santaccia era una dama de Corneto
da toccà ppe rrispetto co li guanti;
e ppiù che ffussi de castagno o abbeto,
lei sapeva dà rresto a ttutti cuanti.

Pijjava li bburrini ppiù screpanti
a cquattr'a cquattro cor un zu' segreto:
lei stava in piede; e cquelli, uno davanti
fasceva er fatto suo, uno dereto.

Tratanto lei, pe ccontentà er villano,
a ccorno pìstola e a ccorno vangelo
ne sbrigava antri dua, uno pe mmano.

E ppe ffà a tutti poi commido er prezzo,
dava e soffietto, e mmanichino, e ppelo
uno pell'antro a un bajocchetto er pezzo.

II

A pproposito duncue de Santaccia
che ddiventava fica da ogni parte,
e coll'arma e ccor zanto e cco le braccia
t'ingabbiava l'uscelli a cquarte a cquarte;

è dda sapé cc'un giorno de gran caccia,
mentre lei stava assercitanno l'arte,
un burrinello co l'invidia in faccia
s'era messo a ggodessela in disparte.

Fra ttanti uscelli in ner vedé un allocco,
Oh, disse lei, e ttu nun pianti maggio?
Bella mia, disse lui, nun ciò er bajocco.

E cquì Ssantaccia: alò, vvièccelo a mmette:
scéjjete er bùscio, e tte lo do in zoffraggio
de cuell'anime sante e bbenedette.

(Roma, 12 dicembre 1832)
 

(G.G. Belli)

sabato 20 dicembre 2014

tahina spectabilis

I
used to
think love was
like that tree that blooms
just once, spectacularly, one
shoot sprouting out the top, branching like a Christmas tree,
each limb covered with tiny white flowers that ooze sweet
nectar. And the effort to fruit
and flower depletes
the tree so
much it
dies.

Moira Egan (Baltimora, 1962), da Botanica arcana (Pequod, 2014)
Tahina spectabilis
Io
una volta
pensavo l’amore
fosse la pianta che fiorisce
un’unica volta, teatralmente, un
germoglio che spunta dalla cima, si apre come un albero di Natale,
ogni ramo rivestito da minuscoli fiori bianchi che trasudano
nettare. E lo sforzo di frutto
e fiore svuota tanto
la pianta che
ne muo-
re.
(Traduzione di Damiano Abeni)

venerdì 19 dicembre 2014

dicembre

Viene mio padre e pota
le rose del giardino - con il dito
gli mostro la ferita che si è fatto
sulla mano. Lui mi dice
del cambio di stagione, io già penso
a quando lo toccavo senza
che servisse una ragione.
(Silvia Vecchini)


giovedì 31 luglio 2014

pelli clandestine (una poesia di Moira Egan)

D'habidute

“Dio, gli umani sono creature dell'abitudine”,
dico a nessuno in particolare,
me stessa, l'uomo che chiama sé stesso il mio
amante, dietro di me nella stanza accanto.

Il modo in cui ridiamo quando pigiamo l'interruttore
sapendo che non c'è elettricità,
o giriamo il rubinetto per lavarci le mani,
e comunque, idraulici dabbasso, niente acqua.

Fa' ciò che hai sempre fatto, e otterrai
ciò che hai sempre ottenuto. Questa è la nostra
omelia in questi giorni, e io
ci credo. Dio, umani, creature, eccoci qui

sistemati nella catena cosmica dell'essere
lui nella stanza accanto, io al lavoro.
lui legge, in silenzio, poesie
che lo fanno gemere. È dolce perché

sono le mie. Lui, ovviamente, non lo è.
C'è una donna a qualche chilometro da qui
che è ancora qui con noi, un angolo
della stanza e la nostra coscienza solo

per lei. Mi pare di essere sempre stata il terzo
angolo del triangolo, il caos
a forma di cuore creato da un sì
nato da un no. E ciò che so adesso

è che lo voglio da sola, il lento gemito
mio, niente più occhi nell'ombra che scrutano
negli angoli, dalle persiane. Fa' cio che hai fatto
sempre? sempre, traccerò pelli clandestine.

Moira Egan


traduzione mia - l'originale qui


lunedì 30 giugno 2014

in soffitta con mamma gatta (una poesia di Miriam Bruni)

Mamma gatta ha nascosto i micini in soffitta, e all’orario
prescritto li allatta, con circospezione e nessunissima
fretta. Un poco in disparte, appostata su tegole aguzze,
la bambina non muove che il piccolo petto, leggero,
in trepida attesa di quell’evento perfetto. Pare una statua
di sale a contatto col mare: del mestiere di madre
assorbe ogni piccolo fatto, dal prodigio di quella premura,
al silenzio e alla luce segreta di ogni nobile cura. Sa di lei
mamma gatta, nel buio: sta guardinga, ma senza timore;
intuisce l’aguzza tensione, l’amore di quella bambina
che al sole e ai giochi rinuncia per starle vicina e apprendere
un’arte così sopraffina. Una gatta coi gattini, e una Miri
ammirata che cambia posizione, prende fiato, appagata,
abbassa la tensione. Poi esce, intorpidita, di luce abbacinata.

Miriam Bruni

domenica 4 maggio 2014

il rumore che facevi (una poesia di Laura Corraducci)





non è vero che le cose raccontano
la vita sono in piedi da ore ad osservare
le onde dei capelli sulla spazzola
le scarpe spaiate sotto il letto
da loro aspetto almeno una parola
il rumore che facevi tu quando li usavi
il mare svuotato dentro i passi
non parla nemmeno la chitarra
la penna si è chiusa nel suo tappo
discreta tace ora anche la giacca
custodiscono fedeli la partenza
che fatta aria mi cammina sulla faccia
riposa sulla bocca pochi istanti
disegnandomi di te solo il ricordo


martedì 1 aprile 2014

sono loro




Lo fanno loro questo squillo
altissimo. Sono le cose
che si aprono, e cantano,
e ci spalancano il cuore.

Umberto Fiori




nell'immagine: Canadian dawning (foto mia)
Toronto, giugno 2013

lunedì 31 marzo 2014

"ne parlavano le pietre" (poesie di Enrico Fraccacreta)



Enrico Fraccacreta è del mio paese. Io non lo conoscevo, almeno finché non ho letto questo bel libro dedicato ad Andrea Pazienza, suo amico d'infanzia. Ciò la dice lunga sul mio grado di alienazione dalla realtà nella quale sono nato e ho trascorso i miei primi diciott'anni.
Le poesie che seguono sono tratte da "Camera di guardia" (I Quaderni del Battello Ebbro, 2006), un lungo poemetto dedicato alla memoria dei suoi antenati.


* * *


I

Chi attese all'angolo della sventura trent'anni prima
nell'ora della guardia abbassata del crepuscolo
che al mio paese timbra i pettirossi,
vide la luce arancione dalla persiana
sospettare la sequenza a ritroso nei fossi
dove è diverso l'odore dei tigli.


III

Ci manda tuo nonno, dicevano
tenendosi gli angeli
per futuri risvegli,
lanciandoli ai figli
che non tornano a casa.
Perché è sempre lo stesso
il vento perso del passato
senza una riga netta
lasciata sul capo.


IV

Quando tornano in formazione sparsa,
sette nuvole prima della sera,
ne parlavano le pietre:
credono d'esser guariti
e sono tornati da molto lontano
fischiando in strada
il vento delle stazioni.

Erano loro
dietro le persiane semoventi,
il più vecchio di quel nugolo di passeri
era il loro passaggio

il rombo delle decappottabili sulla provinciale
era la loro visita
nel modo come i risvegli annunciavano
interrotti i profili sconosciuti

erano i loro occhi
le castagne abbattute sui tornanti
e guadavano sulla strada
le istantanee del tempo quando ancora
s'abbassava un poco ad ascoltarli
nei cristalli dei saluti.


XVI

Nella camera schiusa dove il segreto
era una sagoma indecisa sulla porta,
il mio involucro cresceva
con le tempie tese gli occhi verdi
di chi sogna sotto la pineta,
si voltava tardi
come ad una richiesta d'aiuto.

Non fosse stato per l'odore dei gelsomini
non avrei saputo riconoscerlo
distratto dai tappeti gialli sotto i pini
da un frate cercatore lungo la statale

la strada degradava verso il mare
oltre i vuoti che non potevo scorgere
sulle balze che non sapevo scendere
sull'impronta delle pietre dissipata
come un velo imperlato sulla roccia
un vapore delle case una nostalgia
volata nel fumo dei camini
col colore grigio degli anni
persi per la via.

La voce parlava col silenzio
tra i lecci luccicava:

non lasciate le corolle
inseguite dal giorno
sul colle dei girasoli,
se è il volto degli uomini
consegnato alla notte
palmo a palmo i figli
batteranno l'orizzonte
per scoprirne la luce

arrossivano sui campi bagliori persi nelle valli,
ogni mia sera passata
spegneva un lume alle finestre,
dormendo nel freddo incompiuto
attendevo la love luccicare tra i lecci:

non spegnete le lampade
fuori gli usci
io passo sulle loro fiamme tremule
come una grande sofferenza,
conosco di ognuno di voli la lamina sottile
del volo schivato nel tramonto,
il riverbero sul viso
di quelle notti infantili
quando il cuore
tenuto nella destra
scioglierà il morso
seduto sugli affanni

io non tarderò

lascerò ancora della poca fede il tarlo,
sul legno trapassato riuscirà
il lampo necessario a illuminarlo.


XVII

Si levava ad ogni turbamento
su ogni divina penitenza,
nel fruscio del mattino
quando toglieveno le frasche
sfrondando il cuore dai sospiri,
appariva tra gli ulivi

nella cornice della camera
con lo sguardo che seguiva sino a scuola

quando mi calavo dal terrazzo
col suo laccio di misericordia.

Noi tornati dal sottobosco
sotto il pulsare di un cedro debole
l'abbiamo vista poche volte, forse tre
forse solo sentita
in mezzo al grande tentativo
sul crinale doloroso della chiocciola,
colei che passa sul cammino.


venerdì 28 marzo 2014

la mia luna nel secchio (una poesia di Barbara Bracci)



Donna vapore

La trasfigurazione
è il volo del vapore
che dal mio corpo
si va a posare
sul vetro della doccia
e, goccia dopo goccia,
ricompone
- di candore -
la mia nudità
mi riveste altrove
mi porge uno specchio
di carta bianca
che aspetta il mio dito
la mia luna nel secchio
la mia traccia

Barbara Bracci



 l'immagine è tratta da "Cinquemila chilometri al secondo"
(Coconino Press, 2010) di Manuele Fior

mercoledì 12 marzo 2014

qualche centinaio in più (una poesia di Daniele Barbieri)




Il pesciolino d'oro

giù, sempre più giù, in quell’acqua, quarantuno metri d’acqua,
l’acqua che realizza i sogni, che esaudisce i desideri,
che ci trascorri le ore, a chiamare sulla battigia,
che già tra le onde prendono forma i tuoi desideri,
non chiedi di essere papa, o Dio, sarebbe sufficiente
stare a galla abbandonare il barcone assassino, vivere
qualche centinaio in più, donne, bambini, amici, sino
all’altra sponda

Daniele Barbieri

(da qui)

mercoledì 19 febbraio 2014

giù, giù, sul fondo



Frase

Quando un tram carico di gente
ti lascia a un incrocio, e sei solo
sul piazzale, davanti a un casamento
che in piena luce sta lì
piantato, chiaro, chiuso come un monte,
ti sembra di capir bene,
eppure non sai rispondere.

Ma poi a volte dentro
- giù, giù, sul fondo,
dove tutto il fiato è finito
e niente si lascia dire – viene una frase
e senti che sta già in piedi, che è viva,
che è vera come un naso, come una mano.

(Così al museo
due sale più lontano
uno sente arrivare una comitiva.)


Umberto Fiori



nell'immagine: una fotografia di René Burri
altri testi di Fiori li trovate qui

sabato 4 gennaio 2014

"Dio mi cresceva in grembo" (una poesia di Angela Caccia)





DAL VANGELO DI MARIA

Era un bosco di mandorlo
un sole senza raggi gettava l'ultimo
chiarore il primo rintocco del tramonto.

Intrecciavo collane alla mia bambola
anche lei bambina sposa, quando un nido
tra i rami aggrovigliati m'accese tenerezza:
sarò moglie capace all'uomo mio, terrò il
focolare sempre acceso e grappoli di cipolle
ed erbe secche ai muri.

Dall'ombra una scintilla poi un bagliore...
In te abiterà Suo figlio, vivrà e si farà storia!
Nelle orecchie il battito era un tonfo, quel
brusio fragore. All'angelo resistette, non io,
ma come un dolore amaro, senza nome: Giuseppe
avrà il nocciolo di un frutto già mangiato?!...
Riceverà luce di fede e sostegno di ragione.

Nelle mie arterie scorreva già l'oceano
ne accolsi la potenza, non scorsi il suo fondale
e chinai il capo.

Così fui madre.
Così fui culla e figlia dell'Amore.

* * *

Sui muri crespi, chiari di luna, tremavano
le sagome dei palmizi. Sfumavano le voci del
villaggio mentre correvo a lui, l'amato,
ignaro di ogni fatto.

L'ombra mia accanto ad un cespuglio, la sua
di uomo sconfinato la raggiunse, l'accostò a sé
l'avvolse... e fummo l'ombra del più struggente
abbraccio.

Sarà grazia o colpa?... in quell'abbraccio sciolsi
la paura e raccontai di un terrore che m'artigliò
il petto, dello stupore che gelò il piano, poi di
un sorriso: Dio mi cresceva in grembo!

Lui non parlò – io... chinai il capo.
Non mi bastò il suo tacere, non vi era
cuore libero e liberato nella Sua parola.

Così fui donna sospettata, un pezzo di dolore.
Fui solo madre scelta e madre per scelta
il Suo guscio, la figlia prediletta dall'Amore



(da “Nel fruscio feroce degli ulivi”, Fara 2013;
qui una mia recensione del libro)

mercoledì 6 novembre 2013

com'è buio il mare



Trihaiku del naufrago
(Per i morti di Lampedusa)

La terra è là.
La colomba è tornata
sola, a morire.

Chi urla, chi spinge.
Cado con altri in acqua
senza più forze.

Un’onda, un’altra.
Oh com’è buio il mare
chiuso sul cuore.

Paolo Ottaviani (da qui)

venerdì 2 agosto 2013

non mi voglio rassegnare



BOLOGNA 2 AGOSTO ORE 10.20

il cielo è un forno di pane pronto per la cottura
scappare sul mare di questa pianura e poi
approdare a isole azzurre felici ma tu

BOLOGNA 2 AGOSTO ORE 10.21

dicevi dicevi tu dicevi che hai bisogno di riflettere
se in questi giorni le parole hanno un senso
anche fra noi

BOLOGNA 2 AGOSTO ORE 10.22

d’accordo, non si può buttare via niente
d’altra parte non è possibile conservare tutto negli angoli della memoria
salvare l’indispensabile

BOLOGNA 2 AGOSTO ORE 10.23

lo so che non sono migliore o peggiore di tanti
cerco con gli anni di diventare diverso
ho fatto errori tremendi
ma non mi sono mai consolato
la vita non è una prova di formula uno
per guadagnare la prima griglia in partenza

BOLOGNA 2 AGOSTO ORE 10.24

dammi la tua mano
vivere una volta per tutte definitivamente

BOLOGNA 2 AGOSTO ORE 10.25

senza un fiato di vento il cielo ha buttato
un grido tremendo
un sole nero corre per le strade
io voglio provare i miei sentimenti come su una lastra di fuoco

BOLOGNA 2 AGOSTO ORE 10.26

ahi il cuore
piange piange adesso piange come un sasso che ha vita
chiamano contiamo i morti
la libertà è lì a terra ferita
non possiamo più dare
soltanto pietà
questa estate è finita

BOLOGNA 2 AGOSTO ORE 10.27

ma dammi la tua mano
io non mi rassegno non mi voglio rassegnare.


Roberto Roversi



(Questo testo fu pubblicato su "Paese Sera"
 il 6 agosto 1980, quattro giorni dopo la strage)

martedì 2 aprile 2013

voci traslate

 
da Hugo von Hofmannsthal, Ballade des äußeren Lebens 
(qui tutti i dettagli)


 (Ascolta su DivShare)

I criature tenne l'occhie funne,
ce fanne rosse, mòrene de sùbbete
e nisciune ce vote p'i spià.

E i trigne iàrie ièscene a peróne
i truve nderre accum'e taragnóle
n fa a ttembe a cògghierle e so mbracedète.

E mméne sembe vòrie, e p'i pendùne
scagnème parlamende, e tutt'i iurne
ce sendìme a priezze e a ppecundrìe.

Ce ne ième perdenne mmez'a ièreve,
mmez'a fanóie, àreve, pandène,
sicche e llascùrete accum'e cambesande.

Tutte cose so sfalle, e tande e tande
ca n'i rrive a cundà. E rire, e chiagne
e pu te sckande, e manghe sa u pecché.

E pu? Quèl'iè u uandagge? U fuja-fuje
ce lasse sckitte cchiù vecchie e cchiù sule
a ggereià senza truà na rèqueie.

Che te ne vè, de tutta sta sperienze?
Ca iè ggià 'ssà se rrive a dice “iè notte”
e ce sinde iumà nu priatorie

pesande accum'e méle da nu cupe.


I bambini hanno occhi profondi, / crescono, e all'improvviso muoiono / e nessuno si volta a guardarli. // I prugnoli aspri diventano susine / li trovi per terra come allodole / non hai il tempo di raccoglierli, che marciscono. // E soffia sempre la tramontana, e ai cantoni / discorriamo, e tutti i giorni / sentiamo l'allegria e la tristezza. // Ci perdiamo per l'erba / per fuochi, alberi, stagni / rinsecchiti e bui come cimiteri. // Tutte le cose sono invano, così numerose / che non arrivi a contarle. E ridi, e piangi / e poi ti spaventi, e non sai nemmeno il perché. // E poi? Che cosa ne ricavi? Questo rincorrersi / ci lascia soltanto più vecchi e più soli / a girovagare senza trovare riposo. // Che cosa te ne viene, da tutta quest'esperienza? / Perché è già tanto se arrivi a dire “è notte” / e senti trasudarne una sofferenza // come miele pesante da un favo.

mercoledì 12 dicembre 2012

Hoffmanstahl: una traslazione sanseverese



A volte mi chiedo quale parte di me partorisca idee così folli: tradurre Hoffmanstahl in dialetto sanseverese.
Però, a ben guardare, tout se tient. Il mio interesse per certi poeti anglosassoni (Seamus Heaney, Ted Hughes, Philip Larkin, Robinson Jeffers); la mia repulsione per Petrarca, il poeta del ripegamento sull'Io, e il mio amore per Dante, il poeta dell'estensione verso il Mondo; il mio imbarazzo per quel tono melodioso che sento in certe mie poesie giovanili, come quelle che ho pubblicato nei giorni scorsi. Alla base di tutto, c'è un fastidio verso l'italiano, questa lingua molliccia, untuosa, iperurania, trasudante retorica, fetente di letteratura. Il mio desiderio di una lingua più dura, puntuta, che faccia attrito sulle cose.
Forse proprio il testo di Hoffmanstahl, così lirico e astratto, mi ha fatto nascere il desiderio di traslarlo in un dialetto, come il mio, che di termini astratti non ne possiede, che ti costringe a strofinarti contro il lato più ruvido delle parole. È stata una fatica, perché io il dialetto non lo parlo, o lo parlo male, e comunque l'ho imparato tardi e lo sento come una seconda lingua. Per dire, mi viene molto più facile parlare inglese che non sanseverese.
Quanto al risultato, giudicate voi.

(Qui c'è il testo tedesco originale, qui una traduzione più o meno letterale in italiano; quella che trovate in calce è la traduzione letterale del testo in dialetto).

* * *

I criature tenne l'occhie funne,
ce fanne rosse, mòrene de sùbbete
e nisciune ce vote p'i spià.

E i trigne iàrie ièscene a peróne
i truve nderre accum'e taragnóle
'n fa a ttembe a cògghierle e so' mbracedète.

E mméne sembe vòrie, e p'i pendùne
scagnème parlamende, e tutt'i iurne
ce sendìme a priezze e a ppecundrìe.

Ce ne ième perdenne mmez'a ièreve,
mmez'a fanóie, àreve, pandène,
sicche e llascùrete accum'e cambesande.

Tutte cose so' sfalle, e tande e tande
ca n'i rrive a cundà. E rire, e chiagne
e pu te sckande, e manghe sa u pecché.

E pu? Quèl'iè u uandagge? U fuja-fuje
ce lasse sckitte cchiù vecchie e cchiù sule
a ggereià senza truà na rèqueie.

Che te ne vè, de tutta sta sperienze?
Ca iè ggià 'ssà se rrive a dice “iè notte”
e ce sinde iumà nu priatorie

pesande accum'e méle da nu cupe.


da Hugo von Hofmannsthal, Ballade des äußeren Lebens


I bambini hanno occhi profondi, / crescono, e all'improvviso muoiono / e nessuno si volta a guardarli. // I prugnoli aspri diventano susine / li trovi per terra come allodole / non hai il tempo di raccoglierli, che marciscono. // E soffia sempre la tramontana, e ai cantoni / discorriamo, e tutti i giorni / sentiamo l'allegria e la tristezza. // Ci perdiamo per l'erba / per fuochi, alberi, stagni / rinsecchiti e bui come cimiteri. // Tutte le cose sono invano, così numerose / che non arrivi a contarle. E ridi, e piangi / e poi ti spaventi, e non sai nemmeno il perché. // E poi? Che cosa ne ricavi? Questo rincorrersi / ci lascia soltanto più vecchi e più soli / a girovagare senza trovare riposo. // Che cosa te ne viene, da tutta quest'esperienza? / Perché è già tanto se arrivi a dire “è notte” / e senti trasudarne una sofferenza // come miele pesante da un favo.

martedì 20 novembre 2012

quattro poesie (erotiche?) di Toti Scialoja



Ripassata al tegame
l’ostia santa si scioglie
in rivoli di sangue
dolciastro oltre la soglia.

Ma i capelli a raggiera
dissero la mia sorte
se un’ascella leggera
è intingolo di morte.

*

Deposita Calipso
i suoi slip sulla sponda
del letto – quasi un lapsus
dopo una pausa – spende

un sorriso sull’esito
prevedibile in tali
sperperi – affida all’alito
la collana di opali.

*

Affiorano sull’anca
i segni dell’elastico
se sfila la filanca
col più magro dei gesti.

Luccica nero il crine
ricciuto – a un tratto estraneo –
quando amore s’incrina
nel suo cranio di cane.

*

Siede irritata e ride
sul bordo della vasca
un pesce a scaglie d’iride
affondando s’offusca.

Con la mano nell’acqua
inargenta le unghie
chi era in visita tacque
e si morse la lingua.

(da "Scarse serpi", Guanda 1983)

(nell'immagine: Saul Steinberg, Girl in bathtub, 1949)

sabato 22 settembre 2012

atroce dolcezza



L'autunno ha a volte luci così terse
e, sugli alberi, rossi di così
atroce dolcezza che il cuore
si spezzerebbe vedendoli. In diverse

più innocue incombenze dunque si finge
assorbito e lascia che siano gli occhi
a incantarsene, a impregnarsene, sciocchi
e intrepidi come sono... Poi stinge

a poco a poco o forse trascolora
come fa, salendo, la luna, quel
tetro fulgore, scrudelisce nel
pluviscolo del tempo, e solo allora

uno ha il coraggio di dire quant'era
bello - più bello della primavera.

G. Raboni (da "Quare tristis", 1998)

domenica 15 luglio 2012

tre poesie di Italo Testa



Gli altri

Hai visto gli altri in fondo al giardino
l’uomo in divisa che pianta la tenda
quello è tuo padre, sorpreso si volta

e scarica l’arma, brilla nel piombo
la fronte dell’ombra che al suolo ricade
e nella sabbia conficca la lama.

Hai visto nella luce del prato
la maestrina distesa e morente
la ferita del ventre si allarga

e combacia con il taglio di vita
l’apertura che al mondo ti invita
ad uscire dall’incavo al giorno.

Hai visto a brevi tratti sul verde
dissolto da un moto o un respiro
uno che lento si porta nel mezzo

quello è tuo figlio, col sangue alla bocca
schiude i passaggi, ripete l’oblio,
simula un gesto e addenta un papavero.

* * *
 
Le cose

Ma questo sogno che cadano i denti
una volta ogni due, tre mesi,
e tutti a far finta di niente,
che poi, a tradirci, sono le cose;

la luce intermittente degli allarmi
ci sorprende, irrigiditi, tesi;
il neon che manda lampi sulle scale
ci fissa a un'istantanea delle cose.

La chiave, quando scatta nella porta,
fa scorrere le palpebre sugli occhi,
e l'airbag che tutto a un tratto esplode
ci invita a smarrirci tra le cose;
e l'altro sogno di non arrivare
mai in nessun luogo, da qualche parte
dove valga la pena di fermarsi,
di segnarsi, piegarsi a caso,

imparando attenti a respirare,
e a stringersi negli spazi vuoti
se abbagliati dai fari sulle strade
cediamo all'assedio delle cose.

(da "Biometrie", Manni, Lecce 2005)

* * *

 
Un luogo qualunque
…o nella luce artificiale
di un neon credere che la notte
non sia notte, il verde non scintilli
immune da ogni nostro sguardo,
le merci esposte nel silenzio
di una vetrina siano lo sfondo
del nostro tranquillo sovrastare,
del dominio saldo della specie:






e quando nelle insegne  luminose
che ritmano i grani dell’asfalto
hai visto il segno certo, il richiamo
ribattuto da ogni nostro passo,
o in una vetrina, controluce
hai scorto sul ripiano le pose,
le ossa spigolose del suo corpo
segnarti senza più un riparo,
come il giorno che stesa sul letto
ti sei girata, tranquilla, e hai visto
le grate che spartivano il vetro,
e alzandoti di scatto hai detto
che non sarebbe successo niente,
che tutto era ancora intatto
e mentre ti guardavo in silenzio
sei sparita nell’angolo cieco:
allora ho visto che nulla torna,
che la fragilità ci insidia
dall’interno, dentro le giunture,
s’insinua nelle vene, riveste
la piega opaca dei discorsi,
allora, chiamandoti in disparte
a fianco del letto avrei atteso,
la pelle a toccare il marmo freddo,
che tutto fosse tornato a posto,
il braccio nascosto tra le gambe,
la luce sulle mie cosce nude,
la mano a coprirti il pube:»



(da "La divisione della gioia", Transeuropa, Massa 2010)