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domenica 10 febbraio 2013

Django (quello originale) su JnP



Django Reinhardt, si sa, era analfabeta. Da vero zingaro, aveva preferito la strada alla scuola; solo da adulto imparò a tracciare la propria firma, e alla fine diventò abbastanza abile da riuscire a redigere un'intera lettera in un francese dall'ortografia, diciamo così, piuttosto creativa.
Idem per la musica. Stéphane Grappelli, che invece aveva fatto i suoi bravi studi al Conservatorio, raccontò che una volta Django, sentendolo discutere di scale musicali, gli chiese candidamente: «Che cos'è una scala?».

Ora, il problema è che, per i critici di formazione eurocolta (ivi inclusi molti critici di jazz), non saper leggere la musica equivale a non conoscerla. E quindi Django diventa, nella mitologia corrente, una specie di idiot savant, un genio istintivo che crea senza averne la consapevolezza. Storia, del resto, ben nota a chi si occupi di jazz.
La realtà è ben diversa...

(...continua a leggere su "Jazz nel pomeriggio")

venerdì 10 febbraio 2012

e accattatavìlle!


I più attenti, fra i miei ventiquattro lettori, avranno notato che da qualche mese sono comparsi in edicola dei dischi in vinile. Sì, quella roba grossa, piatta, rotonda, su cui almeno due o tre generazioni (compresa la mia) hanno costruito la propria memoria musicale, prima che i supporti si riducessero di dimensioni fino a polverizzarsi in uno sfrigolio di dati elettronici.
I dischi sono riedizioni di classici del jazz, pubblicati da DeAgostini e curati da Jazzit. Che, per chi non lo sapesse, è la rivista per la quale esercito indegnamente il mestiere di critico musicale.
Qui trovate il sito ufficiale dell'iniziativa, con il piano dell'opera.
Domani, sabato 11 febbraio, ci sarà in edicola "Out To Lunch" di Eric Dolphy. Prezzo, 15 euri (14,99, vabbè...).
Il disco è un capolavoro, uno di quelli imperdibili.
In più, è accompagnato da un bel booklet introduttivo.
In più, il booklet introduttivo l'ho scritto io.
Insomma, compratelo, no?

giovedì 1 settembre 2011

etica della critica

[Al festival jazz di Sanremo], la sera prima avrebbe dovuto suonare Sonny Rollins con il trio di Stan Tracey. Il trio era arrivato da Londra, ma Rollins no. Non aveva avvisato né niente. Semplicemente non si era presentato. Fino all'ultimo momento gli organizzatori avevano sperato che arrivasse. Niente da fare. Suonò il trio di Stan Tracey senza Rollins. Ma poiché la defezione di Rollins era stata annunciata solo all'inizio del concerto, molti giornalisti avevano già scritto la recensione e l'avevano mandata al giornale (allora le dettavano telefonicamente). Il giorno dopo, i principali quotidiani italiani dedicavano al grande Sonny la prima pagina degli spettacoli: "Trionfa Rollins al festival di Sanremo", "Il re del sax si conferma il più grande!". Alcuni si erano lasciati prendere la mano dall'entusiasmo ed erano persino entrati nei dettagli "...particolarmente pregnante la sua versione di Polka Dots" "...peccato quella caduta di stile con St. Thomas". Insomma, un delirio.

Enrico Rava, Incontri con musicisti straordinari, Feltrinelli 2011, pag. 57


P.S.: l'aneddoto non è datato, ma dovrebbe risalire più o meno al 1966; non che da allora le cose siano cambiate molto, comunque. (Ve lo dice uno del mestiere).

lunedì 6 dicembre 2010

recensioni in pillole 74 - "Charlie Parker"

Carl Woideck, Charlie Parker. Vita e musica, EDT 2009 (308 pp., 20 €)

Mai amato molto le biografie. Ho sempre pensato che di un artista si debba conoscere l'opera, o tutt'al più quel che della vita traspare nell'opera, e che il resto sia voyeurismo fine a se stesso. Rischio tanto più grande quando – come nel caso di Charlie Parker, e di tanti altri jazzisti – la personalità dell'uomo è davvero larger than life, tanto da strabordare e sommergere la figura dell'artista.
Per questo ho provato un gran sollievo nel vedere che la parte strettamente biografica di questo libro – uscito in inglese nel 1996 e tradotto l'anno scorso a cura della Fondazione Siena Jazz – si limita al primo capitolo, una sessantina di pagine nelle quali Woideck traccia un sintetico schizzo della vita di Parker, correggendo molti dettagli errati e, soprattutto, evitando di porre eccessiva enfasi sugli aspetti più frusti e pittoreschi del personaggio (la tossicodipendenza, l'acoolismo, le intemperanze con il cibo e con le donne, gli arresti, i ricoveri, eccetera eccetera eccetera).
Il resto del libro consiste in una dettagliata analisi della sua produzione musicale, partendo dal periodo di apprendistato, negli anni Trenta, e proseguendo con le prime testimonianze registrate della sua musica, con la nascita del bebop, la fama e infine il declino e la morte prematura, a soli trentaquattro anni.
Analisi, va detto, abbastanza tecnica (abbastanza, intendo, da richiedere competenze musicali almeno elementari per essere seguita appieno) e corredata da accurate trascrizioni. Woideck disegna la parabola artistica di Charlie Parker, ne individua tendenze e sviluppi e arriva ad ipotizzare le possibili prosecuzioni di una carriera artistica stroncata fin troppo presto.
A mia notizia, la migliore trattazione complessiva della musica di Parker presente sul mercato, almeno su quello italiano.




http://www.youtube.com/watch?v=4rMiD8UUcd0

mercoledì 10 novembre 2010

lezione di critica



http://www.youtube.com/watch?v=YP1-DcfFWJs


Che può farsene il mondo del jazz di una critica che decide quale debba essere il suo concetto di appartenenza, quali i suoi confini, quale il suo statuto, quali i parametri della sua evoluzione? Che può farsene il "campo" jazzistico di una critica che ancora pensa di poter disegnare una topologia del "lecito" e dell"'illecito," o anche solo del conveniente e del non conveniente? Niente. A meno che questa critica non riesca a ripensare la sua funzione, a ripensare il rapporto che essa intrattiene col jazz iniziando a considerarlo non un semplice "oggetto" (anche un oggetto culturale, dunque più che dignitoso), ma un vero e proprio "soggetto," qualcosa cioè dotato di una volitività, di un'alterità e di una necessità che non devono nulla alle nostre preoccupazioni, nemmeno a quelle motivate da sincero attaccamento.

(Giorgio Rimondi - l'articolo completo si può leggere qui)

sabato 6 novembre 2010

recensioni in pillole 69 - "Come si ascolta il jazz"

Ben Ratliff, Come si ascolta il jazz, minimum fax 2010 (242 pp., 16 euro)

Negli ultimi anni, la Minimum Fax si sta specializzando nel campo del jazz. Dopo la lunga serie di autobiografie di jazzisti (Miles Davis, Duke Ellington, Chet Baker, Dizzy Gillespie, Count Basie, Enrico Rava, Louis Armstrong), esce ora, a firma del critico musicale Ben Ratliff, questo gustoso libretto.
Che ha l'unico neo di avere un titolo un po' infelice, che può far venire in mente quei manuali a base di “how to...” che infestano le librerie americane. Invece, l'idea è diversa.
Ratliff è partito dalla domanda che, prima o poi, ha tormentato chiunque si sia occupato di interviste musicali: come far uscire i musicisti dal loro guscio? Come evitare che l'intervista si trasformi in un banale echeggiamento dei comunicati stampa, o nella ripetizione di fatti e opinioni già declinati decine o centinaia di volte?
L'idea di Ratliff è l'uovo di Colombo. Sono musicisti? E dunque lasciamo che parlino di musica. Musica selezionata da loro stessi e ascoltata insieme all'intervistatore. Con un'unica condizione: che non si tratti di musica propria, ma altrui. Per il resto, la scelta è completamente libera.
Ecco dunque che Sonny Rollins parla di Fats Waller, Coleman Hawkins, Charlie Parker e Lester Young; Andrew Hill chiede di ascoltare Earl Hines e Dave Brubeck; Ornette Coleman esplora musica asiatica ed ebraica; Bob Brookmeyer si appassiona a Witold Lutoslawki, Wayne Shorter a Ralph Vaughan Williams; e Metheny chiede dischi di Sonny Rollins, Miles Davis, Tom Jobim, ma anche una fuga di Bach. E così via.
Producendo giudizi e opinioni spesso sorprendenti, non di rado illuminanti.
Ratliff riporta i resoconti di quelle conversazioni con lo stile piano e brillante tipico della divulgazione anglosassone (e che, purtroppo, suona sempre un po' strano, quando è reso nel nostro pomposo e ciceroneggiante idioma, al di là della qualità della traduzione).
Consigliato a chiunque ha sempre visto i musicisti sull'alto di un palco, e ha voglia, una volta tanto, di gettare uno sguardo sul “dietro le quinte” della loro creatività.

martedì 22 giugno 2010

jazz news

Dalla EDT, due uscite importanti per gli appassionati di jazz.

E' stato appena pubblicato il secondo volume (che in realtà è un volume doppio) di "Il jazz in Italia" di Adriano Mazzoletti. Un'opera monumentale, quasi 1700 pagine che ripercorrono le vicende del jazz italiano dagli anni '40 agli anni '60.
Il primo volume, uscito nel 2004, era uno studio assolutamente pionieristico, che esplorava - per la prima volta in maniera sistematica - la preistoria del jazz italiano, dai primi del '900 agli anni della Seconda Guerra Mondiale, rivelando un panorama di una ricchezza del tutto inaspettata e mettendo a disposizione di appassionati e studiosi una messe inesauribile di notizie e dati, prima difficilmente accessibili.
Questo secondo volume copre un periodo più noto, ma - almeno per quel che ne so io - mai indagato con tale sistematicità. Oltretutto, Mazzoletti è uno dei decani del giornalismo jazz italiano, attivo da quasi mezzo secolo, e ha vissuto da protagonista gli avvenimenti che racconta.
Un'opera che rimarrà senza dubbio come il testo di riferimento per chiunque voglia occuparsi del jazz nostrano.
Peccato per il prezzo, non proprio accessibile (ma sul sito della EDT si può ottenere con un congruo sconto).
Segnalo anche che Mazzoletti dirige la Riviera Jazz, casa discografica che da anni si dedica alla riedizione di dischi rarissimi e ormai introvabili dei musicisti di casa nostra.

Per luglio è prevista l'uscita del sesto volume de "Il jazz. L'era dello swing" di Gunther Schuller.
Si tratta dell'ultimo tomo della traduzione italiana di "Early Jazz" (1968 / 1986) e "The Swing Era" (1991), due vere e proprie pietre miliari della storiografia jazz.
Se alcune delle posizioni di Schuller sono state superate dagli studi successivi, rimane però ineguagliata la sua capacità di analisi e la sua competenza capillare della materia. Pagine di lettura non semplicissima, che richiedono una certa padronanza della teoria musicale, ma che ripagano in pieno lo sforzo.
Questo sesto volume, dedicato alle big band bianche e ai piccoli complessi del periodo swing, arriva dopo ben quattordici anni dall'uscita del primo. La ragione del grosso iato temporale sta soprattutto negli innumerevoli impegni del curatore e traduttore, Marcello Piras: che però, e il Dio del Jazz gliene renderà merito, è riuscito a darci una traduzione di esemplare accuratezza, davvero rara nel panorama italiano caratterizzato da curatele e versioni spesso di livello a dir poco dilettantistico.

L'unico che non sarà contento di tutto 'sto bendidio è il mio portafoglio, che subirà presto un sostanzioso salasso. Ma per il jazz, questo ed altro.


Adriano Mazzoletti, Il jazz in Italia. Dallo swing agli anni Sessanta, EDT, 2010 (1680 pp., € 54).
Gunther Sculler, Il jazz. L'era dello swing. Le orchestre bianche e i complessi, EDT, 2010 (in uscita a luglio) (288 pp., € 18).

mercoledì 16 giugno 2010

emoziooooone


Dal blog di Carlo Boccadoro. Parole sacrosante, IMHO.

Recentemente un noto corrispondente del quotidiano “la Repubblica” ha scritto in un reportage da New York di essersi recato alla Avery Fisher Hall per farsi “cullare” da Mozart e Schubert. Navigando in rete si scoprono con stupore centinaia di persone che amano unicamente farsi “coccolare” o “accarezzare” dalla Musica, dimostrando di avere con essa un rapporto che non solo si ferma al puro intrattenimento, ma addirittura ne esclude qualsiasi utilizzo che non sia quello di procurare sollievo istantaneo e corrobarante. Una specie di Maalox, insomma, o di sauna finlandese. Musica come scrubbing, crema idratante, tisana alla verbena; fondamentale per chi pratica questo tipo di ascolto è che il cervello non venga mai messo in azione, dato che per i fanatici dello Zen De Noantri qualsiasi contatto con della Musica che esprimesse un discorso non necessariamente predigerito (o biodegradabile fin dal primo ascolto) equivarrebbe a guardare ben dritto negli occhi il Basilisco. Repertorio assolutamente classico, quindi, prevalentemente barocco o romantico, con al massimo una punta di New Age mistica in stile Karl Jenkins per far vedere che si ascolta anche la “musica moderna”. In realtà, come ha ben detto Louis Andriessen, compito del compositore è quello di porre domande, non quello di dare delle risposte. La Musica di qualità, da Josquin a Berio, ha sempre richiesto attenzione e concentrazione, stimolando l'intelligenza e rifiutando un atteggiamento passivo da Ducotone sonoro come quello preteso da questi ascoltatori, pronti a sfoderare a ogni decimo di secondo la loro “emozione”, concetto in sé fondamentale ma ormai talmente svilito dall'abuso della parola da essere utilizzato anche negli spot per la carta igienica. Musica come Mamma rassicurante, che rimbocca le coperte dopo aver preparato un bicchiere di latte caldo. Tutto il resto è ignoto, spaventa, richiede sforzo, magari tocca riascoltare due o tre volte prima di riuscire a comprendere, orrore! Per questa generazione di “bamboccioni” acustici sarebbe come dover andar via di casa per confrontarsi con i problemi della vita, magari imparando anche a stendere il bucato o ad usare l'aspirapolvere. A che scopo crescere? Meglio continuare ad aspettare che Frau Musika ci massaggi i padiglioni auricolari, magari mentre chiudiamo gli occhi e sogniamo cartoline con gabbiani al tramonto. Viene davvero da rimpiangere il mondo dal rock e del jazz, dove gli ascoltatori passano intrepidamente da Peter Gabriel agli Husker Du e da Duke Ellington a Cecil Taylor. Nella dorata culla della musica Classica per molti questo non avviene, il sottofondo si ripete sempre uguale, come le favole raccontate e ripetute sera dopo sera, tanto il lieto fine è garantito.

sabato 5 giugno 2010

lezioni di musica

Lesson 1: How to tune a piano.
By Charlie Chaplin and Buster Keaton (from "Limelight",1952).



http://www.youtube.com/watch?v=ZUpiD8vEw2Y


Lesson 2: How to play 4-hands piano.
By Victor Borge (featuring Zhahan Azruni).



http://www.youtube.com/watch?v=qyArTMtgT1w

domenica 23 maggio 2010

speak as you eat, please

"[Nella composizione scritta] vi è la compitazione grafica di un'idea creativa attiva a livello noetico (la nozione di Gedanke in Schoenberg), che si sostanzia poi in partitura in attesa di una differita ripresentazione della stessa in forma di fenomeno acustico/aurale. Nel [caso della registrazione discografica], invece, la funzione di formalizzazione della poiesis musicale autografica, operata dalla registrazione sonora con la fonofissazione, è determinante: ciò pone una serie di condizioni decisive ai fini di un approccio analitico e interpretativo".

(senza fonte: si dice il peccato...)

domenica 14 marzo 2010

fuck the critics


http://www.youtube.com/watch?v=7KxdnID2Vl0

"First I got a Fender bass, then a piano, and then I had to play my trumpet against that. So then I got an amplifier hook-up with a microphone on my trumpet. Then I got the wah-wah to make me sound more like a guitar. Then the critics started saying that they couldn't hear my tone anymore. I said, Fuck them".

"Prima presi un basso Fender, poi un pianoforte [elettrico], e poi dovetti suonare la mia tromba su quello sfondo. Perciò presi un amplificatore, collegato alla mia tromba tramite un microfono. Poi presi il wah-wah per farmi suonare più come una chitarra. Poi i critici cominciarono a dire che non riuscivano più a sentire il mio sound. E io dissi, Vadano a farsi fottere".

Miles Davis & Quincy Troupe, Miles. The autobiography

lunedì 31 agosto 2009

sorprese


Sapete qual è la cosa più mortificante per un critico musicale? Ascoltare un disco e, dopo due o tre minuti, sapere già che cosa conterranno i prossimi pezzi. Purtroppo capita spesso, troppo spesso.
Per questo, quando si incontra qualcosa di sorprendente, è sempre una boccata d'aria fresca.
A me è capitato con gli AlasNoAxis, uno dei tanti gruppi di quel genio della batteria che è Jim Black. Il loro ultimo disco, "Houseplant", appena uscito per la Winter&Winter, è una delle cose più belle degli ultimi mesi.
Riuscite a immaginare qualcosa a metà tra il jazz e i Sigur Ros?
Se non ci riuscite, ascoltate qua:

martedì 28 luglio 2009

recensioni in pillole 23 - "Le età del jazz. I contemporanei"

Claudio Sessa, Le età del jazz. I contemporanei, Il Saggiatore 2009 (252 pp., 23 €)

Vabbè, "il jazz è morto", lo dicono tutti, da almeno trent'anni. Tanto che nessuno più pensa di chiedersi se è vero. E allora è bene che ci abbia pensato Sessa, giornalista e critico di lungo corso, ben noto agli appassionati di jazz.
Ed è anche significativo che, per rileggere "le età del jazz", Sessa sia partito dalla contemporaneità: altro segno che, forse forse, il jazz qualcosa da dire ce l'ha ancora.
Il territorio della "contemporaneità" parte, per Sessa, da metà anni Ottanta (ma con frequenti diramazioni nei decenni precedenti): una scelta del tutto condivisibile, dato che comincia allora quella (apparente) frenata nella rapidissima evoluzione che fino agli anni Settanta aveva caratterizzato questa musica.
A partire da quel punto, Sessa cerca di fare quel che nessuno, a mia notizia, aveva ancora tentato: non una semplice cronaca di quel che c'è o non c'è, e nemmeno una monografia su un singolo artista o su una particolare tendenza, bensì una mappa che individui gli snodi, i punti comuni, le linee di forza che hanno guidato il jazz degli ultimi venti-venticinque anni.
Ecco allora il superamento della dicotomia Stati Uniti-Europa, l'emergere delle particolarità locali insieme alla / contro la globalizzazione (con un acuto paragrafo sul jazz italiano degli anni Ottanta e Novanta), il neoclassicismo, il camerismo, l'uso dell'elettronica, fino a quegli artisti che hanno cercato di ripensare radicalmente forme e narrazioni del jazz, e fino ad arrivare alle soglie della post-modernità.
Un punto forte del libro è il costante riferimento a dischi e brani, spesso dimenticati o poco noti, che permettono di radicare l'analisi in corpore vivo. In oltre duecento esempi musicali, sfilano i nomi di Steve Coleman, Tim Berne, Ellery Eskelin, Myra Melford, Dave Douglas, Don Byron, Uri Caine, Nguyen Le, John Surman, John Zorn, Bill Frisell, i Bad Plus, Brad Mehldau, Pietro Tonolo, Giovanni Mazzarino, Giovanni Falzone, Stefano Maltese, John Carter, Wynton Marsalis, Joe Lovano, Bobby Previte, Henry Threadgill, Butch Morris e infiniti altri.
Insomma: il jazz è vivo, e intende restarlo a lungo.

giovedì 9 luglio 2009

jazz people 1 - la firma famosa

E' una Firma Famosa, una delle più famose nel giornalismo jazzistico italiano. Lo chiamerò dunque FF.
FF ha esordito in tempi nei quali la critica jazz era un'attività da pionieri e la sua infarinatura pasticciata poteva passare per competenza. Da quarant'anni capitalizza sul fatto di aver conosciuto e frequentato un vecchio maestro. Oggi è entrato a pieno titolo fra i "decani".
La prima volta che incrociai FF fu a un concerto di Umbria Jazz. Andò via dopo dieci minuti e l'indomani scrisse una recensione in cui sbagliò i titoli di tutti i pezzi.
Qualche giorno dopo lo rividi a un concerto di Uri Caine. Era seduto nella fila davanti a me e sparlava di Stefano Bollani perché, sosteneva, “dopo tanti anni che ci abbiamo messo noi per far capire che il jazz è una cosa seria, ti arriva questo qui a far tutte 'ste buffonate”. Quando uscì la sua recensione di Umbria Jazz, ritrovai la frase para para, ma era attribuita a “qualche vecchio appassionato”. Quando si dice il coraggio delle proprie idee.
Dopo il concerto, insieme a un altro paio di giornalisti facevo la fila per intervistare Uri Caine. Arrivò FF, ci passò davanti e, senza bussare, entrò nel camerino. Poi si voltò, vide le nostre facce costernate e ci fece: “Solo un momento, saluto Uri”. Stette dentro mezz'ora. Il giorno dopo uscì un'intervista su tre colonne.
Qualche mese dopo lo reincrociai a un concerto, sempre qui a Perugia. Era annunciata una cantante dal nome tedesco, del tutto sconosciuta. FF salì sul palco e la presentò, dicendo che questa cantante “seguiva una tendenza del jazz di oggi: quella di eseguire le musiche così come sono sullo spartito”. Risultò che la tizia, peraltro piuttosto belloccia, e accompagnata da un ottimo gruppo di jazz tradizionale, era una soprano lirica che non aveva la minima idea di che cosa fosse il jazz. Cantava gli standard come fossero la Traviata. Se volete figurarvi l'effetto, provate a immaginare la Callas che canta “Satisfaction”.
L'organizzatore del concerto mi confessò che la tizia era l'amante di FF.
Un amico mi raccontò di aver sentito una conferenza di FF, il quale aveva annunciato con gran pompa che avrebbe parlato delle “influenze operistiche in Armstrong”, con ascolti di assolo commentati. Risultò poi che aveva portato tutti i dischi sbagliati e non si poterono ascoltare gli assolo.
Dopo la conferenza, in pizzeria, FF parlò tutto il tempo del proprio coso. “No, non posso prendere la pizza con i peperoni, perché senno poi LUI non mi funziona”. “Perché sai, LUI ha la metà dei miei anni, ne ha trenta”. FF aveva passato già da un po' la settantina.

venerdì 26 giugno 2009

evoluzioni non lineari

Uno dei pregiudizi più falsi della storia della musica è che ci sia una progressione lineare dalla monodia (melodia senza accompagnamento) alla polifonia (più linee melodiche che si intrecciano) e infine all'armonia funzionale. Che corrisponderebbe anche a una transizione dal semplice al complesso.
Poi si dà un'occhiata alla musicologia e ci si accorge che uno dei popoli più antichi del mondo, i pigmei Baka dell'Africa Centrale, conserva un'antichissima tradizione polifonica, di straordinaria complessità:



Molti studiosi hanno trovato che in questi intrecci poliritmici si possono riscontrare gli stessi principi costruttivi usati dai compositori dell'Ars Nova medievale, a riprova del fatto che certe tecniche sono universali, dettate dall'essenza stessa del materiale sonoro.
E anche in Italia abbiamo non solo il celebre canto a tenores sardo, ma anche altre forme di canto polifonico popolare, come il "trallallero" ligure:



In Asia abbiamo la polifonia tradizionale georgiana, anch'essa di antichissima origine:



E si potrebbe continuare a lungo.

Conclusione: mai fidarsi dei pregiudizi.
Conclusione 2: l'arte non è mai lineare.

domenica 7 giugno 2009

parliamo un po' di jazz

E' da un po' di tempo che in alto a destra, proprio sotto la versione picassiana della mia faccia, compaiono quelle piccole icone con le statistiche del sito. Non le ho messe per farmi bello con il numero di visitatori, ma piuttosto per curiosità, per dare un corpo alle tante presenze invisibili, o alle tante voci immateriali, che frequentano questo sito.
E così, ad esempio, ClustrMaps mi informa dei progressi nella colonizzazione dell'orbe terracqueo (sono messo bene in Europa e in America, sia del Nord sia del Sud, e persino in l'Australia; mi devo impegnare di più con l'Africa e con l'Asia Centrale; curioso, invece, il vuoto in Canada); Shiny Stat mi dà le statistiche delle visite e delle pagine viste (pare che il picco si raggiunga dopo pranzo e dopo cena); eXTReMe Tracking mi permette ricerche incrociate sulla provenienza geografica, il reindirizzamento da altri siti e le keywords di Google che hanno condotto qui i visitatori.
A questo proposito, oltre a una certa quantità di persone che cercavano “belle époque” (che ho trattato solo di straforo) o “poesie Orazio” o “Italo Calvino” (presumibilmente, studenti liceali a caccia di traduzioni già pronte o di tesine prefabbricate) o “poesie della lontananza” (titolo di un post di qualche mese fa), e oltre a quelle interessate a poesie come quella di Soyinka (molto ricercata, a quanto pare) o di Ted Hughes o di Davide Rondoni, mi colpiva la quantità di gente arrivata qui cercando “jazz” o “Umbria Jazz” o roba del genere.
Mi colpiva perché, nonostante quello che avrei pensato all'inizio, mi accorgo di aver parlato poco di jazz, o perlomeno di non averne parlato quanto mi sarei aspettato di fare.
Sarà forse perché il jazz non occupa più nella mia vita il posto centrale che poteva occupare 5 o 10 anni fa (in realtà questo varrebbe anche per molte altre cose, ma sarebbe un discorso lungo), nonostante io lo tratti ormai in maniera professionale – o chissà, forse proprio per questo.
Ma insomma, mettiamo il punto a questo lungo prologo e veniamo al sodo. Parliamo un po' di jazz.

E ne parliamo attraverso un disco che non è il più bello sentito ultimamente, che probabilmente non è nemmeno un capolavoro, ma che è uno di quelli che negli ultimi tempi mi hanno più fatto riflettere.
Si tratta di un disco di Avishai Cohen, intitolato “Aurora”.
L'ho ricevuto dal giornale perché dovevo intervistare Cohen (per chi fosse interessato, l'intervista uscirà fra circa un mese, su “Jazzit” di luglio-agosto, insieme alla recensione del disco). Ma innanzi tutto sarà il caso di spendere due parole sul musicista.
Avishai Cohen è un contrabbassista di origine israeliana (attenzione: c'è un altro jazzista di nome Avishai Cohen, sempre israeliano ma trombettista, che non c'entra niente con questo), ha 39 anni e negli ultimi 10-15 anni si è fatto un nome sulla scena newyorkese. Ha esordito a metà anni Novanta in band di latin jazz, poi è entrato nei gruppi di Chick Corea che lo ha lanciato sui palcoscenici di mezzo mondo, ha collaborato con un mare di gente (Alicia Keys, Bobby McFerrin, Herbie Hancock, Omara Portuondo, Roy Hargrove, eccetera eccetera), ha inciso una decina di dischi a suo nome e ha persino fondato una sua etichetta discografica, la RazDaz.
L'avevo sentito dal vivo a Umbria Jazz sette o otto anni fa, e a dire il vero non mi era piaciuto granché: era un virtuoso, niente da dire, aveva una tecnica strabiliante sia sul contrabbasso sia sul basso elettrico, suonava anche il piano, però nella sua musica c'era un elemento esibizionistico, un “guardate quanto sono bravo”, che mi aveva dato molto fastidio. Per di più, i suoi brani erano tutti inesorabilmente uguali: tutti costruiti su ostinati, ossessivi vamp ritmico-armonici, sui quali si sovrapponevano melodie orientaleggianti; tutti suonati a tutta forza, a tutto volume, a tutta velocità. Insomma, interessante il primo brano, così così il secondo, dal terzo in poi una palla mostruosa.

Ora Cohen esce con questo disco per la Blue Note francese. Nel frattempo è tornato a vivere in Israele e ha sviluppato il nuovo interesse: il canto. Sì, perché sulla maggior parte dei brani di questo disco canta, oltre a suonare contrabbasso o basso elettrico o pianoforte.
Ma, soprattutto, ho trovato un musicista molto diverso da quello che ricordavo. I vamp orientaleggianti ci sono ancora, ma la musica è molto più varia, e soprattutto priva di quegli elementi così insistentemente virtuosistici che mi avevano dato fastidio, anzi le atmosfere sono perlopiù quiete, quasi liriche. L'aroma mediorientale si è fatto più preciso e fragrante, e i brani hanno assunto un andamento aperto, disteso, a volte persino pop.
C'è persino il recupero di temi tout-court folk, ad esempio un paio di canzoni sono in ladino (che non è quello delle valli friulane, ma il cosiddetto "judezmo" o "giudeo-spagnolo", ossia una lingua basata sull'antico spagnolo misto con termini ebraici, che gli ebrei portarono in Nord Africa, Medio Oriente e nei Balcani dopo essere stati scacciati dalla Spagna nel 1492, al termine della Reconquista). Ho già parlato qui di uno di questi brani.
La voce di Cohen, beh, non è proprio uno spettacolo, ma è a suo modo affascinante.
Insomma, un disco molto gradevole, e secondo me anche abbastanza originale. Poco “jazz”, se vogliamo, ma questo per me non è un problema, almeno negli ultimi tempi.

Ecco, proprio questo è l'aspetto che più mi ha fatto riflettere. Negli ultimi tempi, molte delle cose più interessanti che ho sentito non sono “jazz”, nel senso che non sono cose che un purista (come ero io fino ai 20-25 anni) classificherebbe come tali.
Sono cose che stanno un po' ai margini, alla periferia, all'incrocio con altre musiche.
Secondo me è sintomatico.

PS: per i curiosi, su YouTube ci sono disponibili per l'ascolto quasi tutti i brani. Questi sono i relativi link:
Morenika / Interlude in C# Minor / El Hatzipor / Leolam / Winter Song / It's Been So Long / Alon Basela / Still / Shir Preda / Aurora / Alfonsina Y El Mar / Noches Noches-La Luz

giovedì 7 maggio 2009

canzoniere brasiliano 1 - le donne di chico

Più esploro la musica di Chico Buarque, più mi rendo conto della sua assoluta centralità nella storia della musica brasiliana. Chico è un poeta, un musicista, una persona di tale profondità e complessità che ridurlo nella definizione di “cantautore” sarebbe come pensare a Michelangelo come a uno scalpellino e a Pelé come a uno che prendeva a calci un pallone.
Quando si affacciò sulle scene musicali, a metà anni Sessanta, poteva sembrare uno dei tanti cloni di Jobim, De Moraes e João Gilberto che in quegli anni pullulavano per il Brasile. E in effetti la derivazione bossanovistica era innegabile: il canto a mezza voce, le armonie sofisticate, il gusto per le liriche preziose.
Ma in lui c'era molto di più, e in Brasile non avrebbero tardato ad accorgersene...
(continua su Nazione Indiana)

giovedì 30 aprile 2009

dura la vita del critico...


Questa è una recensione a un disco uscito l'anno scorso. Ometto nomi e titoli perché si dice il peccato, non il peccatore.

“Contaminazione” suona sempre come una brutta parola, però è proprio questo che i XXX fanno da una decina d’anni, accostando David Bowie e il jazz, Bob Marley e la musica classica, Enrico Rava e gli Area. “YYY” è il primo disco in cui si misurano con materiale esclusivamente jazzistico. Il lavoro precedente, “ZZZ”, segnava un nuovo inizio dopo l’abbandono del frontman ***, le cui acrobazie vocali avevano segnato le performance del gruppo. La nuova cantante &&& portava una perizia tecnica altrettanto elevata, ma una personalità meno istrionica e debordante. Qui al nucleo storico si aggiungono ospiti di ottimo livello, che assicurano al disco la qualità sonora usuale per i lavori dei XXX. Quello che manca, invece, è quel guizzo, quell’ironia, quella capacità dissacrante che in passato aveva permesso loro di portare la pratica della cover a livelli di pura arte. I temi di ??? sono rivestiti di una timbrica nuova e insolita, di assolo spesso anche molto riusciti, di un’esecuzione inappuntabile, ma il contenuto resta sostanzialmente lo stesso. Insomma, un bel disco, ma ci saremmo aspettati qualcosina in più.

Fossi un musicista, sarei contento di una recensione del genere, che oltretutto portava una valutazione di 3 stelle (su 5).
Beh, ci credete che il manager del gruppo, incontrato a una conferenza stampa, si è lamentato della recensione affermando (parole testuali): "Certo che voi di Jazzit non ci avete mica trattato tanto bene..."?

giovedì 23 aprile 2009

ancora billie...



Segnalo, su Nazione Indiana, un bell'articolo di Vincenzo Martorella sugli ultimi giorni di Billie Holiday.

sabato 11 aprile 2009

recensioni in pillole 12: "Il suono in figure"


Giorgio Rimondi, Il suono in figure. Pensare con la musica, Scuola di Cultura Contemporanea Mantova, 2008, € 20

Lo confesso: ho un problema.
Il mio problema è il filosofese, ossia quel gergo che ha come caratteristica essenziale quella di ammantare la realtà con oscure terminologie e metafore astruse, con l'intento di catturarne chissà quali profondità ontologiche; quasi che parlare, non so, di “agonico tendersi verso l'in-verarsi di un'appercezione” volesse davvero dire qualcosa.
Lo dico perché Rimondi, almeno per i miei gusti, spesso sfiora pericolosamente il ciglio del filosofese, ad esempio in passaggi come (parlando dei diari di viaggio): “la loro iscrizione in un dispositivo testuale comporta un riassetto di ordine retorico, che impone di trasformare l'esperienza diretta in una comunicazione attraverso i segni. Sicché il resoconto si costituisce come personale disponibilità a mescolare (e con-fondere) tracce e momenti veridici con effetti mnestici e psichici, poiché chi racconta un accadimento in realtà lo reinventa, innescando un irreversibile processo di alterazione”.
Però la densità e l'interesse di questo libro è tale da farmi vincere persino quest'idiosincrasia (e ammetto che l'esempio non è rappresentativo dello stile dell'intero libro).
Quel che Rimondi vuol fare non è né “critica musicale” nel senso tecnico del termine, né tantomeno “storia del jazz”. Piuttosto, gli interessa rintracciare e delimitare linee di forza, prospettive concettuali, grimaldelli che permettano di gettare luce su quella “singolarità” che il jazz rappresenta nella cultura del Novecento. L'approccio è quindi interdisciplinare: critica musicale e letteraria, filosofia e fotografia, antropologia e psicoanalisi.
I temi vanno dal conflitto tra “colto” e “popolare” (con un ripensamento della celebre stroncatura del jazz da parte di T. W. Adorno) alla la ricezione delle musiche afroamericane nella letteratura italiana, dal rapporto tra voce e corpo alla rappresentazione del jazz nel cinema, dalla concezione jazzistica del tempo (non solo musicale) al mito dell'Africa come “madre primigenia”.
La seconda parte del libro (“Dialoghi”) contiene interviste realizzate negli anni con personaggi disparati: musicisti di vari ambiti (classico, etnico, jazz), filosofi, poeti, musicologi, antropologi, eccetera.
Un libro stimolante, la cui lettura merita anche la fatica di superare certe asprezze stilistiche.