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giovedì 25 ottobre 2012

immortali e no




"Beethoven è immortale, Bach è immortale, Charlie Parker invece... è nel limbo. Parametri assurdi. Una musica è viva finché ci dice qualcosa. Non muore mai, oppure muore subito, oppure muore e poi viene riscoperta. La musica è viva finché un interprete la rende tale: non è viva, morta o immortale per una categoria a priori."

(Fabrizio Puglisi, intervistato da P. Carradori in "Non sparate sul pianista", Effequ 2011)

lunedì 6 dicembre 2010

recensioni in pillole 74 - "Charlie Parker"

Carl Woideck, Charlie Parker. Vita e musica, EDT 2009 (308 pp., 20 €)

Mai amato molto le biografie. Ho sempre pensato che di un artista si debba conoscere l'opera, o tutt'al più quel che della vita traspare nell'opera, e che il resto sia voyeurismo fine a se stesso. Rischio tanto più grande quando – come nel caso di Charlie Parker, e di tanti altri jazzisti – la personalità dell'uomo è davvero larger than life, tanto da strabordare e sommergere la figura dell'artista.
Per questo ho provato un gran sollievo nel vedere che la parte strettamente biografica di questo libro – uscito in inglese nel 1996 e tradotto l'anno scorso a cura della Fondazione Siena Jazz – si limita al primo capitolo, una sessantina di pagine nelle quali Woideck traccia un sintetico schizzo della vita di Parker, correggendo molti dettagli errati e, soprattutto, evitando di porre eccessiva enfasi sugli aspetti più frusti e pittoreschi del personaggio (la tossicodipendenza, l'acoolismo, le intemperanze con il cibo e con le donne, gli arresti, i ricoveri, eccetera eccetera eccetera).
Il resto del libro consiste in una dettagliata analisi della sua produzione musicale, partendo dal periodo di apprendistato, negli anni Trenta, e proseguendo con le prime testimonianze registrate della sua musica, con la nascita del bebop, la fama e infine il declino e la morte prematura, a soli trentaquattro anni.
Analisi, va detto, abbastanza tecnica (abbastanza, intendo, da richiedere competenze musicali almeno elementari per essere seguita appieno) e corredata da accurate trascrizioni. Woideck disegna la parabola artistica di Charlie Parker, ne individua tendenze e sviluppi e arriva ad ipotizzare le possibili prosecuzioni di una carriera artistica stroncata fin troppo presto.
A mia notizia, la migliore trattazione complessiva della musica di Parker presente sul mercato, almeno su quello italiano.




http://www.youtube.com/watch?v=4rMiD8UUcd0

domenica 13 dicembre 2009

bebop evening

Doppio Bird... tanto per gradire.


http://www.youtube.com/watch?v=wkvCDCOGzGc


http://www.youtube.com/watch?v=8MVGxY-mnz4

venerdì 17 aprile 2009

sguardi


“No him, no me”
(Dizzy Gillespie, parlando di Louis Armstrong)

Il jazz vive di antitesi.
Colto, ma di origine popolare; improvvisato, ma anche scritto; nero, ma anche bianco; sofisticato fino allo stremo, ma viscerale quanto nessun’altra musica.
Ma forse l’antitesi fondamentale è quella fra tradizione e innovazione. Si dice spesso che il jazz ha fatto in cent’anni il cammino che la musica classica ha fatto in cinquecento: la frase è vera solo in parte, però di sicuro esprime bene la tumultuosa evoluzione di questa musica, che ha cambiato faccia almeno una volta per ogni decennio
Eppure, nessun musicista, nemmeno i più sperimentali e avanguardisti, rinuncia mai a citare il passato come la propria fonte di ispirazione più importante (anzi, più il musicista è “d’avanguardia”, più sembra legato al passato: basta pensare a Ornette Coleman o all’Art Ensemble of Chicago). Lo diceva bene Max Roach: “Io vedo il jazz come un grande fiume sempre in movimento, dunque ogni generazione può apportare qualcosa di nuovo. Tuttavia ogni generazione è in un certo senso obbligata a guardarsi alle spalle: quel che conta è la continuità col passato piuttosto che la rottura. Il jazz è una musica democratica, che tiene conto degli apporti individuali per arrivare a una creazione collettiva”.
Pensavo a tutto ciò osservando una foto di Charlie Parker in concerto.
(continua su "La poesia e lo spirito")