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mercoledì 10 novembre 2010

lezione di critica



http://www.youtube.com/watch?v=YP1-DcfFWJs


Che può farsene il mondo del jazz di una critica che decide quale debba essere il suo concetto di appartenenza, quali i suoi confini, quale il suo statuto, quali i parametri della sua evoluzione? Che può farsene il "campo" jazzistico di una critica che ancora pensa di poter disegnare una topologia del "lecito" e dell"'illecito," o anche solo del conveniente e del non conveniente? Niente. A meno che questa critica non riesca a ripensare la sua funzione, a ripensare il rapporto che essa intrattiene col jazz iniziando a considerarlo non un semplice "oggetto" (anche un oggetto culturale, dunque più che dignitoso), ma un vero e proprio "soggetto," qualcosa cioè dotato di una volitività, di un'alterità e di una necessità che non devono nulla alle nostre preoccupazioni, nemmeno a quelle motivate da sincero attaccamento.

(Giorgio Rimondi - l'articolo completo si può leggere qui)

sabato 11 aprile 2009

recensioni in pillole 12: "Il suono in figure"


Giorgio Rimondi, Il suono in figure. Pensare con la musica, Scuola di Cultura Contemporanea Mantova, 2008, € 20

Lo confesso: ho un problema.
Il mio problema è il filosofese, ossia quel gergo che ha come caratteristica essenziale quella di ammantare la realtà con oscure terminologie e metafore astruse, con l'intento di catturarne chissà quali profondità ontologiche; quasi che parlare, non so, di “agonico tendersi verso l'in-verarsi di un'appercezione” volesse davvero dire qualcosa.
Lo dico perché Rimondi, almeno per i miei gusti, spesso sfiora pericolosamente il ciglio del filosofese, ad esempio in passaggi come (parlando dei diari di viaggio): “la loro iscrizione in un dispositivo testuale comporta un riassetto di ordine retorico, che impone di trasformare l'esperienza diretta in una comunicazione attraverso i segni. Sicché il resoconto si costituisce come personale disponibilità a mescolare (e con-fondere) tracce e momenti veridici con effetti mnestici e psichici, poiché chi racconta un accadimento in realtà lo reinventa, innescando un irreversibile processo di alterazione”.
Però la densità e l'interesse di questo libro è tale da farmi vincere persino quest'idiosincrasia (e ammetto che l'esempio non è rappresentativo dello stile dell'intero libro).
Quel che Rimondi vuol fare non è né “critica musicale” nel senso tecnico del termine, né tantomeno “storia del jazz”. Piuttosto, gli interessa rintracciare e delimitare linee di forza, prospettive concettuali, grimaldelli che permettano di gettare luce su quella “singolarità” che il jazz rappresenta nella cultura del Novecento. L'approccio è quindi interdisciplinare: critica musicale e letteraria, filosofia e fotografia, antropologia e psicoanalisi.
I temi vanno dal conflitto tra “colto” e “popolare” (con un ripensamento della celebre stroncatura del jazz da parte di T. W. Adorno) alla la ricezione delle musiche afroamericane nella letteratura italiana, dal rapporto tra voce e corpo alla rappresentazione del jazz nel cinema, dalla concezione jazzistica del tempo (non solo musicale) al mito dell'Africa come “madre primigenia”.
La seconda parte del libro (“Dialoghi”) contiene interviste realizzate negli anni con personaggi disparati: musicisti di vari ambiti (classico, etnico, jazz), filosofi, poeti, musicologi, antropologi, eccetera.
Un libro stimolante, la cui lettura merita anche la fatica di superare certe asprezze stilistiche.

sabato 4 aprile 2009

ancient to future



"Varrebbe la pena di ripensare il senso dell'interpretazione musicale, dalle riletture più o meno fedeli al fenomeno del revival, ovvero a come diversamente si organizzano nella musica colta e nella tradizione jazzistica le riprese del passato. Se nella prima tendono a misurare la distanza tra un prima e un dopo, fra ciò che è stato e ciò che è, marcando le tappe di un avanzamento scandito con rigore quasi militare (di cui è spia l'origine del termine "avanguardia") e fiducioso nelle possiblità conoscitive individuali, nella seconda indicano piuttosto i modi di un'ininterrotta ricerca di identità, fondata sul passato ma proiettata nel futuro e vissuta nel presente alli'nterno di una dimensione comunitaria. Nel lavoro del jazzman, infatti, non è mai questione di ripristino archeologico dell'esattezza dei ricordi, di fiducia nell'oggettività della memoria, quanto pittosto di assunzione critica della propria storia: è questione di riordinare le contingenze passate dando loro il senso delle necessità future, poiché la ripetizione è una forma di storicizzazione. Che questo avvenga prioritariamente nella dimensione dell'oralità costituisce una delle ragioni per cui la koine jazzistica non vive quell' "angoscia dell'influenza" che a parere di Harold Bloom caratterizza il lavoro dell'artista occidentale, la sua perenne ricerca d'originalità. Come ha scritto John P. Murphy, la scelta dell'improvvisazione e la valorizzazione del momento performativo evidenzano semmai una profonda "gioia" dell'influenza, ovvero la sua esplicita celebrazione. Non a caso anche gli artisti più radicali e innovatori hanno sempre ribadito il loro legame con la tradizione: da John Coltrane ad Archie Shepp, da Ornette Coleman a Cecil Taylor. Spiega a questo proposito Max Roach: "Io vedo il jazz come un grande fiume sempre in movimento, dunque ogni generazione può apportare qualcosa di nuovo. Tuttavia ogni generazione è in un certo senso obbligata a guardarsi alle spalle: quel che conta è la continuità col passato piuttosto che la rottura. Il jazz è una musica democratica, che tiene conto degli apporti individuali per arrivare a una creazione collettiva". Non so se Roach leggesse Eraclito, e tuttavia ciò che appare significativo nella scelta della metafora fluviale è propriamente il legame istituito fra essere e divenire: l'acqua del fiume non è mai la stessa, essa scorre, e giustamente ci si è domandati se sia possibile bagnarsi due volte nell'acqua dello stesso fiume. Ma è proprio l'incessante movimento del fluire a collegare la sorgente al mare, cioè l'origine al suo futuro. Per questo il fiume è divenuto fin dall'antichità figura dell'identità e metafora della vita, dal momento che, come assicurano i filosofi, la vita può essere compresa solo guardando indietro ma va vissuta guardando avanti.
Per Roach il movimento è esattamente ciò che lega, non ciò che separa. [...] Poiché tutto si organizza e si significa non nel gesto isolato dell'avanguardista, ma all'interno di una dimensione comunitaria ove si intrecciano indissolubilmente ethos e aisthesis, comportamento morale ed esperienza del bello. Per questo e altro ancora il jazz pone in essere una radicale critica delle categorie dell'estetica, in quanto forma d'espressione che mette in scacco le dicotomie a partire dalle quali l'estetica organizza il discorso sull'arte."
(Giorgio Rimondi, Il suono in figure. Pensare con la musica, Scuola di Cultura Contemporanea Mantova, 2008, pp. 105-107)

Nel video: Anthony Braxton suona Impressions di John Coltrane, accompagnato da Chick Corea (pianoforte), Miroslav Vitous (contrabbasso) e Jack DeJohnette (batteria).