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domenica 5 novembre 2017

robetta musicale_Umm Kulthum

Per Carte Sensibili, un mio contributo su poesia e musica, dove parlo della grande cantante egiziana Umm Kulthum.
Buona lettura.

venerdì 5 agosto 2016

my sweetest choice



Henry Purcell (1659-95), O solitude my sweetest choice Z. 406

Andreas Scholl, controtenore; Ensemble Artaserse
registrato dal vivo a Parigi, 11 dicembre 2010

Da un testo di Katherine Fowler Philips (1631-1664), ispirato a un'elegia di Marc-Antoine Girard, sieur de Saint-Amant (1594-1661)

Testo inglese



O solitude, my sweetest choice!
Places devoted to the night,
Remote from tumult and from noise,
How ye my restless thoughts delight!
O solitude, my sweetest choice!

O heav’ns! what content is mine
To see these trees, which have appear’d
From the nativity of time,
And which all ages have rever’d,
To look today as fresh and green
As when their beauties first were seen.


O, how agreeable a sight
These hanging mountains do appear,
Which th’ unhappy would invite
To finish all their sorrows here,
When their hard fate makes them endure
Such woes as only death can cure.

O, how I solitude adore!
That element of noblest wit,
Where I have learnt Apollo’s lore,
Without the pains to study it.


For thy sake I in love am grown
With what thy fancy does pursue;
But when I think upon my own,
I hate it for that reason too,
Because it needs must hinder me
From seeing and from serving thee.

O solitude, O how I solitude adore!

* * *

Testo originale (tradotto in francese moderno)


Ô Solitude
Ô que j’aime la solitude !
Que ces lieux consacrés à la nuit.
Éloignés du monde et du bruit,
Plaisent à mon inquiétude !
Ô que j’aime la solitude !

Mon Dieu ! que mes yeux sont contents
De voir ces bois, qui se trouvèrent
À la nativité du temps,
Et que tous les siècles révèrent,
Être encore aussi beaux et verts
Qu’aux premiers jours de l’univers !


Que je prends de plaisir à voir
Ces monts pendants en précipices.
Qui, pour les coups du désespoir.
Sont aux malheureux si propices.
Quand la cruauté de leur sort.
Les force à rechercher la mort.

Oh ! que j’aime la solitude !
C’est l’élément des bons esprits,
C’est par elle que j’ai compris
L’art d’Apollon sans nulle étude.


Je l’aime pour l’amour de toi,
Connaissant que ton humeur l’aime ;
Mais quand je pense bien à moi.
Je la hais pour la raison même :
Car elle pourrait me ravir
L’heur de te voir et te servir.

Ô que j’aime la solitude !

lunedì 18 gennaio 2016

l'immaginario collettivo

Non so quanti, fra i ventiquattro lettori di questo blog, sono su Facebook o su qualche altro social network.
Comunque, la scorsa settimana c'è stata, com'era prevedibile, un'inondazione di post dedicati alla morte di David Bowie.
Com'era pure prevedibile, c'è stata una moderata quantità di post dedicati alla scomparsa di Pierre Boulez, mentre il povero Paul Bley se lo sono filati solo quei quattro gatti che ascoltano il jazz.
E fin qui, nulla di strano. Del resto, è stato così anche sui giornali e in tivvù. Certo, a me piacerebbe vivere in un mondo in cui la casalinga di Voghera ascolta il Marteau sans maître e ricanta a memoria tutti gli assoli di Footloose, ma così non è, né sarà mai.

Però quello che mi ha colpito è stata la quantità di post sul tono "sì, ma tutti questi che adesso postano canzoni di Bowie mica lo sanno chi era Bowie". Come se per postare "Starman" o "Space Oddity" si dovesse prima fare un esame su vita, morte e miracoli di David Bowie.
Per dire: anch'io, che pure sono tutt'altro che un appassionato di rock, conosco "Heroes", "Under Pressure", "Life on Mars" e almeno altre cinque o sei sue canzoni, di cui magari non ricordo nemmeno i titoli. E le conosce anche la casalinga di Voghera.
Ciò significa che Bowie ha scritto una manciata di brani entrati nell'immaginario collettivo. "That is that", per citare un suo verso. Ciò non è, di per sé, né un titolo di merito, né di demerito. Nell'immaginario collettivo ci sono sia "Romagna mia", sia l'attacco della Quinta di Beethoven.

(Tra parentesi e in ultima battuta, perché non è che la mia opinione conti più di tanto: Bowie, a mio umilissimo parere, è stato un musicista intelligente, preparato, mai banale, che ha lavorato all'interno delle convenzioni del rock e del pop con una consapevolezza rara dei meccanismi musicali ed extramusicali. E per capire che cosa succedeva nel mondo nel 1972, forse The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars è più utile che non …explosant-fixe oppure Open, to Love
Con tutto che Open, to Love è uno dei miei dischi da isola deserta).

giovedì 15 ottobre 2015

suonare

Suonare Bach.
Sdoppiamento, anzi moltiplicazione percettiva. Quasi che ogni mano, ogni dito, starei per dire ogni falange, assuma una vita propria, e insieme sia posseduto, guidato dalle meccaniche celesti verso percorsi inevitabili
("Nella musica di Bach non esiste l'ansia", ha detto qualcuno; ed è verissimo).




Suonare Beethoven.
La fatica muscolare, il duro lavoro del pensiero. Le mani che vorrebbero trasformarsi in un'intera orchestra.
(Beethoven era famoso per distruggere pianoforti a catena.)




Suonare Chopin.
I polpastrelli che assumono una vibratilità estrema, sensibili alle minime variazioni di tocco e di colore.
(Chopin faceva ripetere ai suoi allievi certi passaggi - a volte persino certe singole note - decine, centinaia di volte, alla ricerca spasmodica del suono che fosse il suono).




Suonare Mozart.
La purezza delle linee, sulle quali ogni minimo errore risalta quasi intollerabile, come una macchia d'unto su un bicchiere di cristallo lucido.
(Eppure esiste un Mozart drammatico, addirittura luciferino.)


giovedì 8 gennaio 2015

l'hanno detta tutti...

...non potevo non dirla anch'io, la mia.
Una cosina per Pino Daniele su Words Social Forum.

lunedì 22 settembre 2014

I have lived here before

C'è tanta musica che mi piace.
Ma poi c'è musica che mi tocca dentro tanto in profondità, con una intensità tale da farmi concepire l'assurda, irrazionale certezza di averla già sentita, in qualche vita precedente.
Questa, ad esempio.

giovedì 26 giugno 2014

Jazzit Fest (Collescipoli, TR, 27-29 giugno 2014)




Lo so, la segnalazione poteva essere più tempestiva, ma questo periodo è un vero casino, come forse vi sarete accorti.
Il prossimo fine-settimana (da venerdì 27 a domenica 29 giugno 2014) si terrà a Collescipoli, provincia di Terni, il Jazzit Fest, organizzata dall'omonima rivista, a cui mi pregio di prestare la mia firma.
Il festival è interamente gratuito, realizzato a impatto zero, senza un singolo euro di fondi pubblici. Tutto ad opera di un gruppo di volontari, comprendenti buona parte della popolazione di Collescipoli (che oltretutto è un piccolo e grazioso borghetto medievale, assolutamente degno di visita). I collescipolani ospiteranno i musicisti, organizzeranno il catering, metteranno a disposizione la manovalanza, eccetera eccetera.
Insomma, secondo me è un'iniziativa che vale la pena di sostenere.
Maggiori informazioni e programma completo sono reperibili qui. Per chi è su Feisbuc, c'è anche una pagina dedicata.

venerdì 13 giugno 2014

mercoledì 2 aprile 2014

dalle vette




Leggo Lo stile classico. Haydn, Mozart, Beethoven di Charles Rosen (Adephi, 2013). Tomone di 600 pagine sulla genesi e l'evoluzione del classicismo viennese. Una di quelle robe che appassionano me e fungono da narcotico per gli altri. Comunque, libro geniale, senza mezzi termini.
A pagina 44, trovo questo brano:

La storia della musica, come quella di ogni arte, è spinosa proprio perché l'oggetto di interesse è l'eccezione, non la regola. Ciò vale anche per il singolo artista: a caratterizzarne lo “stile” personale non sono i procedimenti consueti, bensì gli esiti più riusciti e originali. Il che parrebbe, in ultima istanza, negare la possibilità stessa di una storia dell'arte: vi sarebbero soltanto singole opere, ciascuna delle quali autosufficiente e capace di definire un proprio canone. L'opera d'arte, ed è una contraddizione essenziale, non consente parafrasi né traduzione, eppure può essistere solo entro un linguaggio, il quale implica, come condizione necessaria, che parafrasi e traduzione siano possibili.

E più avanti (pp. 80-81):

Lo “stile anonimo” di un'epoca, i palazzi costruiti da architetti di poco conto, i libri interessanti per una sola stagione, la pittura che non va al di là della decorazione, tutto ciò si sedimenta poco alla volta [...]. Non che lo “stile anonimo” sia particolarmente tenace, ma ha un'immensa inerzia. Se guardiamo invece allo “stile” come a una forma integrata di espressione, alla portata solo degli artisti migliori, […] portar[lo] avanti, in quest'accezione, è un atto eroico quanto l'inventarlo. […] Le possibilità dell'arte sono infinite, ma non senza confini. Anche una rivoluzione stilistica è delimitata dalla natura del linguaggio in cui ha luogo e che poi trasformerà.

Le trovo osservazioni profondamente vere.
Se pensiamo al grande musical americano classico, vediamo i Cole Porter, i Gershwin, gli Irving Berlin, non le centinaia, migliaia di anonimi mestieranti. Nello swing, vediamo Basie, Goodman, Fletcher Henderson, non la miriade di umili band che non hanno lasciato tracce né hanno mai calcato i grandi palcoscenici (si legga L'era dello swing di Gunther Schuller, per farsene un'idea). Persino nella carriera dei grandi musicisti, focalizziamo i capolavori, gli once-in-a-lifetime, non la routine dei concerti, delle serate, dei viaggi, delle tournée massacranti.
Lo stesso vale per qualunque arte: i grandi capolavori del romanzo ottocentesco e i tanti libri dimenticati e finiti al macero; le opere sublimi del Rinascimento e le infinite, anonime pale d'altare disseminate nelle pievi e delle cappelle di campagna.
Forse questo è anche il motivo per cui il passato sembra sempre più bello del presente, per cui c'è sempre un laudator temporis acti pronto a intonare la trenodia dell'arte. Dalla lunga distanza, noi distinguiamo le vette, non le pianure e le depressioni. Riconosciamo i giganti e ignoriamo non solo i nani, ma anche gli uomini comuni.
E lo stesso ragionamento, in fondo, si può applicare alla nosta vita: dell'adolescenza, si ricordano i primi amori e le nottate con gli amici, si dimenticano l'inquietudine, l'angoscia, la libido dissipandi.
Forse è una condizione necessaria per continuare a vivere.

martedì 24 dicembre 2013

auguri



L'angelo Gabriele venne dai Cieli
Le ali come un cumulo di neve, gli occhi come fiamma
"Ave", disse, "umile fanciulla Maria,
Prediletta fra le donne".
Gloria!

"D'ora in poi tu sarai una madre benedetta,
Ti loderanno e onoreranno tutte le generazioni,
Il tuo figlio sarà Emmanuele, annunciato dai vati,
Prediletta fra le donne".
Gloria!

Allora piegò il capo umilmente la dolce Maria,
"Sia di me quel che piace a Dio", disse.
"La mia anima loderà e magnificherà il suo Santo Nome".
Prediletta fra le donne,
Gloria!

Da lei nacque Emmanuele, il Cristo,
A Betlemme, il mattino di Natale.
E tutti i cristiani, da tutto il mondo, per sempre diranno:
"Prediletta fra le donne".
Gloria!

(tratto da un canto popolare basco)



domenica 6 ottobre 2013

dove hai dormito stanotte?



Quando si tratta di blues, sono di gusti difficili.
Innanzi tutto, dev'essere nero (sorry Mr. Mayall, sorry Mr. Clapton).
Poi dev'essere acustico; posso sopportare Muddy Waters o John Lee Hooker, ma già B. B. King è al di là del mio orizzonte.
Poi, più è arcaico e down home, meglio è. Del blues, amo la potenza ruvida, primordiale, incontaminata.
Uno dei miei miti personali è Huddie William Ledbetter, in arte Leadbelly. Una forza della natura, qualunque cosa canti.
Questa è una delle tante versioni di un traditional noto anche come “Black Girl” o “In the Pines”. Leadbelly gli conferisce quel senso di agghiacciata, e allo stesso tempo straniata solitudine che, per me, è l'essenza del blues.
Altre versioni/variazioni le trovate qui, qui, qui e qui.



Ragazza nera, ragazza nera, non mentirmi,
Dimmi dove hai dormito stanotte.
Tra i pini, tra i pini, dove il sole non splende mai
Rabbrividirò per tutta la notte.

Ragazza nera, ragazza nera, dove andrai?
Vado dove soffia il vento freddo.
Tra i pini, tra i pini, dove il sole non splende mai
Rabbrividirò per tutta la notte.

Ragazza nera, ragazza nera, non mentirmi,
Dimmi dove hai dormito stanotte.
Tra i pini, dove il sole non splende mai
Rabbrividirò per tutta la notte.

Mio marito era un uomo della ferrovia,
Ucciso a un miglio e mezzo da qui.
La sua testa fu trovata in una ruota di locomotiva
E il suo corpo non è ancora stato trovato.

Ragazza nera, ragazza nera, dove andrai?
Vado dove soffia il vento freddo.
Mi hai chiamato a piangere e mi hai chiamato a lamentarmi,
Mi hai chiamato a lasciare la mia casa.



P.S.: sì, lo so che strutturalmente questo non è un blues, 
che non ci sono i soliti tre accordi eccetera eccetera. 
Ma il blues è ben più che un giro d'accordi.

lunedì 23 settembre 2013

R.I.P. Roman Vlad (1919-2013)



Era la seconda metà degli anni Ottanta. Anno più, anno meno.
La Rai, che era ancora una televisione decente, trasmetteva roba degna di essere guardata. In particolare, verso l'ora di pranzo, passava "Scheggge di jazz", che faceva arrivare anche nella profonda provincia pugliese l'eco di Mingus, Ellington, Armstrong, Dizzy Gillespie.
Sempre all'ora di pranzo, andavano in onda degli splendidi programmi di musica classica (musica classica, eh?, non "Amici" o "X-Factor"). Una serie dedicata ad Arturo Benedetti Michelangeli, che riproponeva vecchi filmati RAI, è all'origine di molti dei miei più profondi amori musicali: Debussy, le sonate di Scarlatti, alcune di Beethoven, le Rapsodie di Brahms. Devo avere ancora, da qualche parte, i VHS di quelle trasmissioni.
Ad introdurre Michelangeli, c'era un signore dall'aria simpatica, che parlava con un buffo accento dell'Est Europa. Io, all'epoca, sapevo solo che si chiamava Roman Vlad. Non sapevo che fosse un pianista, compositore e musicologo insigne. Soprattutto, uno che non si è mai rinchiuso nell'accademia, ma si è anche occupato di divulgazione, lavorando alla radio e alla TV. Un organizzatore culturale, che ha diretto teatri prestigiosi e organizzato fior di stagioni concertistiche.
Roman Vlad se n'è andato l'altro ieri, sabato 21 settembre 2013, a novantatré anni. Ben vissuti e ben spesi.
Io, umilmente, posso solo dirgli grazie.

lunedì 13 maggio 2013

ci perdiamo?




Venticinque anni fa, il 13 maggio 1988, il corpo di Chet Baker percorreva i pochi metri che separavano la finestra dell'hotel Prins Hendrik di Amsterdam dal selciato.
Tempo fa, scrissi un pezzettino dedicato a lui. Chi avesse voglia di leggerlo lo trova qui.
Per l'occasione, tradussi anche una poesia che parla di lui. Eccola, qui sotto.
Buona lettura e buona musica.


Ai (Florence Anthony)
Arcangelo (per Chet Baker)

Hai attraversato
la cortina azzurra di Van Gogh
fino al mio sogno.
Quel giorno a Parigi
sedemmo al caffè all’aperto per ore.
Io avevo i seni alti
e il mio vestito era scollato.
Tu ti avvicinavi a me, ti avvicinavi;
eppure, non mi toccasti.
“Non ne ho bisogno”, dicevi, “è la roba,
è il flash
meglio del sesso.
Zitta, fai un respiro profondo
e ti addormenterai come ho fatto io”.
Sapevo che mi stavi fregando,
che sotto la filosofia da hipster
c’era il solito vecchio Chet in cerca di una dose.
Eppure ti prestai i soldi, eppure ti seguii
fino al pissoir,
dove Lucien ti diede “le fix”.
Scuotendo la testa, intascò i soldi e disse,
“Avevo sentito che eri morto”,
e tu rispondesti, “Lo sono”.
Dicesti che quando ti eri schiantato sul marciapiede,
Amsterdam aveva sobbalzato, poi si era riassestata nell’apatia,
come facciamo tutti, quando ne abbiamo abbastanza
della stupidità della vita.
Finisti a dividerti la spada con una puttana
che aspettava fuori dalla porta del pissoir,
la tua generosità tanto patetica
quanto prevedibile.
Volevi la santità come chiunque altro.
Invece, ti eri guadagnato le ali
arrivate in ritardo per salvarti
ma non per portarti su
nel paradiso dei tossici.
Più tardi, ci fermammo sulle scale di Notre Dame.
Eri calmo, mentre indicavi il campanile.
Dicesti che vedevi Quasimodo lassù,
che teneva Esmeralda sopra il margine
per i capelli,
ma tutto quel che vidi guardar giù erano i gargoyle
che avevano trovato pace,
perché a loro non importava niente.
“Li vedo”, mentii, per farti piacere,
ma tu sapevi e mi soffiasti un bacio.
Mi augurasti “bonne chance”,
poi ti accomodasti nel volo,
mentre la fresca notte di jazz e di stelle
apriva le braccia per accoglierti.

sabato 30 marzo 2013

poi va via




“Io amo talmente la musica e la bellezza, le amo talmente perché sento che se tu ne prendi dei pezzi, dei piccoli svolazzi, come quei foulard che nelle serate di moda si vedono svolazzare… Solo che la musica è un continuo svolazzare di foulard, va avanti da sola e uno deve essere lì pronto ad ascoltare, perché poi lei va via".
(Enzo Jannacci - da qui)





Ti , te sé no perchè ti vett minga in gir
che per faa la spesa per mi;
perchè i ghe voeur mess'ura, e a 'rivà
giò in piazza del Domm i ghe veuren dù tramm...
ma mi, quand'ènn vott ur, torni a cà de bottega;
nascondi la cartèla cunt denter li mee strasc,
me l'lasci la giacchetta come te me dis ti,
camini per Milann: me par de vèss un sciur!

Ti, te sé no: i gh'e tanto otomobil
de tucc i culùr, de tucc i grandesc'
lìè pien de lüs, che el par d'ess a Natal,
e süra, il ciel pien de bigliett de milla...
Che bel ch'el ga de vèss
èss sciuri, cunt la radio
noeuva e, nell'armadio,
la torta per i fieu
che vegn'in cà de scola...
e tocca dargli i vizi:
"...per ti, un'altra vestina!
A ti, te cumpri i scarp!..."

Ti, te sé no... ma quest chi l'è on parlà de stüpid:
l'è bún dumaa de tirà ciucch!
Ti, te sé no... ma quand mi te caressi
la tua bèla faccetta piscinètta, me par
me par de vèss un sciúr;
un sciúr ch'el gh'ha la radio
noeuva e, nell'armadio,
la torta per i fieu
che vegn'in cà de scola...
e tocca dargli i vizi:
"...per ti, un'altra vestina!
A ti, te cumpri i scarp!..."

lunedì 18 febbraio 2013

brevi(ssime) considerazioni in margine a Sanremo



Per un musicista italiano, ci sono tre approcci seri a Sanremo:

1) ignorarlo, come ha sempre fatto, ad esempio, De Gregori;

2) sbattergli in faccia il suo vuoto, ma allegramente, warholianamente, gettandosi a pesce nella bagarre, come fanno da anni gli Elii;

3) usarlo come vettore di contenuti altri, al di là del posizionamento o no in classifica, come hanno fatto quest'anno Silvestri o Gazzè (quanti, ascoltando l'orecchiabile motivetto di "Sotto casa", si sono resi conto del testo aspramente sarcastico?).

Il resto è Modà, Mengoni, Annalisa, e nullità assortite.

domenica 13 gennaio 2013

elfi e ontani



Ho conosciuto questa poesia grazie al bellissimo romanzo di Michel Tournier Le roi des aulnes ("Il re degli ontani": ne ho parlato qui). Il titolo tedesco ("Der Erlkönig"), tradotto alla lettera, significa appunto "il re degli ontani", ma gli ontani c'entrano ben poco: pare che il tutto sia derivato  dall'errata traduzione di un canto popolare danese, sulla quale Goethe si basò per comporre la poesia; tant'è che di solito è reso liberamente come "il re degli elfi".
L'ho riscoperta qualche giorno fa, quando l'ho letta in originale insieme alla mia insegnante di tedesco (sì, sto imparando il tedesco, per motivi che sarebbe lungo spiegare) e navigando per il web ho anche appreso - o sarebbe meglio dire ri-appreso, dato che probabilmente lo sapevo ma non lo ricordavo assolutamente - che Schubert ne aveva tratto un lied.
Ora, con Schubert ho sempre avuto un tormentato rapporto di odio-amore, ma i lieder mi piacciono quasi senza eccezione: perciò ve lo propongo, nell'interpretazione del sommo Dietrich Fischer-Dieskau. Quella che segue è una mia traduzione, qua e là un po' libera per rispettare l'andamento ritmico dell'originale; che, comunque, potete leggere anche qui.
Buon ascolto.


"Der Erlkönig" (Il re degli elfi)

Chi corre a cavallo nella notte e nel vento?
È il padre che in braccio tiene il suo figlioletto;
forte sul petto si è stretto il fanciullo,
e saldo lo regge, al caldo e al sicuro.

“Figlio, hai paura, che il volto ti celi?”
“Non vedi, o padre, il Re degli Elfi?
Il Re degli Elfi con corona e mantello?”
“Figlio, non vedo che un banco di nebbia.”

“Mio bel bambino, su, vieni con me;
giochi stupendi io farò con te,
bei fiori ha la riva, di vari colori,
mia madre ha mille vesti d'oro.”

“Padre, padre mio, non senti le offerte
che mi sussurra il Re degli Elfi?”
“Sta' buono, sta' calmo, figlio mio,
tra i salici è il vento con il suo fruscio.”

“E dunque, mio bimbo, non vieni con me?
Saran le mie figlie ad aver cura di te:
di notte esse guidano la danza,
ti cullano e cantano la ninna nanna.”

“Padre, padre mio, lì non lo vedi,
in quel luogo oscuro, il Re degli Elfi?”
“Figlio, figlio, ogni cosa distinguo:
è dei vecchi salici il chiarore grigio.”

“Ti adoro, mi piace la tua bella persona;
se non con le buone, verrai con la forza!”
“Padre, padre mio, ecco che mi stringe
il Re degli Elfi nel suo canto maligno!”

Inorridisce il padre e veloce cavalca,
col bimbo gemente stretto fra le braccia,
raggiunge la casa con pena e con sforzo;
tra le sue braccia il bimbo è già morto.

J. W. Goethe, da "Die Fischerin" (1792)

mercoledì 9 gennaio 2013

qualche precisazione in merito ai post degli ultimi (e dei prossimi) giorni


Invecchiando, il passato si trasforma in storia. Per esempio, ho una foto di mio nonno con mio padre piccolo (o forse è mio zio, non lo so più); mio nonno indossa un paltò spesso di lana, mio padre ha tre o quattro anni, i pantaloncini corti e uno di quei cappottini corti, stretti stretti. Sono i tardi anni Quaranta, e tutti e due potrebbero essere usciti, pari pari, da un film neorealista.
I miei ricordi personali non arrivano così indietro, però sono abbastanza cresciuto da ricordare bene i primi anni Ottanta. E anche abbastanza da rendermi conto, con un lieve senso di straniamento, di come quegli abiti, quelle pettinature, quei film, quelle ambientazioni siano ormai coperti dalla patina del tempo: che me li rende, pur nella loro bruttezza (perché fu uno dei periodi più brutti della storia, diciamolo), affascinanti. Perversamente affascinanti.
Ora, la cosa strana è che niente riesce ad evocarmi quel periodo con tanta struggente intensità quanto certe canzoncine oggettivamente inconsistenti. Roba come questa, o questa, o peggio ancora questa. Strano, ma forse neanche tanto, perché mentre l'arte trascende il proprio tempo, il pop invece gli cede senza riserve e ne resta impregnato.
Invece, degli anni Novanta non ricordo assolutamente nulla, almeno dal punto di vista musicale. Ero nel pieno dei vent'anni (sono del '75), eppure non ho nessun ascolto in comune con i miei coetanei: mi sono perso i Nirvana, tutto il grunge, il brit-pop, la fase techno-disco-elettronica degli U2, i Radiohead, i R.E.M., i Red Hot Chili Peppers... insomma, tutti quelli che un quasi-quarantenne d'oggi dovrebbe considerare i propri ascolti generazionali. Buio totale.
Ovviamente, il motivo c'è: mentre negli anni Ottanta ero un bambino e, non avendo ancora gusti autonomi, assorbivo quel che circolava nell'aria, negli anni Novanta i gusti ce li avevo eccome, anche troppo. Avevo appena scoperto il jazz e ascoltavo compulsivamente Miles Davis, Bill Evans, Coltrane, Ornette Coleman (*). E non è che me ne penta, intendiamoci, però mi è venuta la curiosità di scoprire quel che succedeva là fuori.
Tutto questo discorso per dire due cose: che la domanda "dov'eri nel...?" è rivolta innanzi tutto a me stesso; e  che post come quelli degli ultimi giorni andranno avanti ancora per un po'. 
I jazzofili in ascolto non mi toglieranno il saluto per questo. O almeno spero.



(*) Poi, a volerla proprio dire tutta, c'è anche un altro motivo.
Non è che non mi piaccia il rock: è che, come dire, lo trovo superfluo, nel Grande Disegno delle Cose. Non potrei immaginare l'Universo senza il primo Concerto Brandeburghese, o senza Charlie Parker che suona "Now's the Time"; mentre non riesco a togliermi dalla mente che il mondo sarebbe un posto parecchio migliore, senza gli U2.

martedì 8 gennaio 2013