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lunedì 13 febbraio 2017

happy days in Tripolitania

"Un formicolio di genti in fermento; uomini, donne, cammelli, greggi; con quella promiscuità tumultuante che si riscontra solo nelle masse sotto l'incubo di un cataclisma; una moltitudine che non aveva forma, come lo spavento e la disperazione di cui era preda; e su di essa piovve, con gettate di acciaio rovente, la punizione che meritava.
Quando le bombe furono esaurite, gli aeroplani scesero più bassi per provare le mitragliatrici. Funzionavano benissimo. Nessuno voleva essere il primo ad andarsene, perché ognuno aveva preso gusto a quel gioco nuovo e divertentissimo. E quando finalmente rientrammo a Sirte, il battesimo del fuoco fu festeggiato con parecchie bottiglie di spumante, mentre si preparavan gli apparecchi per un'altra spedizione."
(da "Ali italiane sul deserto", 1933, di Vincenzo Biani*)


[N.B.: Biani, aviatore ed eroe di guerra, sta descrivendo il massacro di una colonna di profughi libici: civili disarmati, attaccati dall'aviazione italiana senza preavviso e senza alcuna reale motivazione bellica; gli anni sono quelli in cui il neonato Regime aveva deciso di "pacificare la Libia", con le buone o con le cattive; meglio le cattive, evidentemente.]



* Citato in: Wu Ming 1 & Roberto Santachiara, Point Lenana, Einaudi 2013, pag. 254

sabato 28 gennaio 2012

recensioni in pillole 156 - "Giulio Cesare. Il dittatore democratico"

Luciano Canfora, Giulio Cesare. Il dittatore democratico, Laterza 2009 (prima ed. 1999) (505 pp., € 11)

Uno dei segni più chiari della fama è l'antonomasia. È quel che è successo a personaggi come Cesare, Augusto, Napoleone, il cui nome si è identificato con il ruolo da essi ricoperto. Lo storico che voglia occuparsi di simili figure si trova a dover affrontare, oltre agli usuali problemi della ricerca, anche quello di confrontarsi con la leggenda che le circonda, scegliendo quando e in che misura aderirvi o confutarla.
In un caso come quello di Cesare, poi, si pone un'ulteriore questione: quella della critica delle fonti, ossia quel delicato ma indispensabile lavoro che ogni storico serio deve compiere, consistente nello sceverare le informazioni esatte da quelle errate, le notizie attendibili da quelle (più o meno volontariamente) corrotte. Compito ancor più intricato quando le fonti superstiti provengono in larghissima maggioranza dalla parte del vincitore, cioè Cesare stesso, e le poche voci contrarie, già fioche in origine, sono state ulteriormente affievolite dal tempo e dai guasti della tradizione manoscritta.
Tutto ciò per dire che questa biografia del dittatore è anche e soprattutto un continuo e serrato confronto con il mito di Cesare, da una parte, e con la propaganda di Cesare (e dei suoi eredi) dall'altra. Canfora, del resto, è uno storico di vaglia e sa esimersi dalle due tentazioni opposte: aderire entusiasticamente al mito, o demolirlo per partito preso.
Molti capitoli sono un vero e proprio gioco di fioretto con le fonti, con quel che ci dicono e soprattutto non ci dicono. Penso ad esempio ai capitoli dedicati ad avvenimenti cruciali come la congiura di Catilina (nella quale il giovane Cesare fu con ogni probabilità coinvolto) o la guerra in Gallia (dove la sete di gloria cesariana fu pagata con un numero spaventoso di morti, calcolato intorno al milione, perlopiù civili inermi e innocenti) o le intricate vicende della congiura e della successione.
Ciò che viene fuori, da queste cinquecento pagine, è il ritratto di un uomo intelligente, ambizioso e spregiudicato, capace di servirsi con suprema abilità dei meccanismi politici del suo tempo, nei quali erano moneta corrente la corruzione, lo sfruttamento delle reti clientelari e persino l'assassinio.
Del resto, io non sarei tanto sicuro che molto sia cambiato, da allora. Forse, come diceva Goethe – citato da Canfora stesso – siamo solo diventati “troppo civili”: ci fa senso ammettere quel che invece i Romani avevano, almeno, l'onestà di dire e fare alla luce del sole.

domenica 25 settembre 2011

uomini e no

Nell'ordine divino, dal quale derivava l'Ancien Régime, il re era la chiave di volta di un'architettura in funzione della quale a ciascuno era assegnato il suo posto, ma in cui solo colui che era ben nato era interamente uomo. Non c'era essere, parola, evidenza enunciabili per chiunque se non in ragione del riconoscimento che egli faceva di questa sua posizione, della sua appartenenza. Chiunque si diceva altro (o diceva un'altra parola) tradiva l'ordine divino e si escludeva radicalmente dall'umanità. Così lo stregone, l'ateo, il ribelle. Essi sfuggono a ogni punto di riferimento.
A partire dal luglio 1789, Dio e la verità cambiano campo e, laicizzandosi, passano dalla parte del popolo. Tutt'a un tratto, il re si trova isolato dalla sua verità e diviso da Dio. Come tale, ormai, non più credibile. Come conseguenza di ciò, la sua testa cadde meno di quattro anni dopo. "Un re è fuor di natura; tra popolo e re, nessun rapporto naturale": è l'argomento della Montagna. Non lo si giudica; si stermina un mostro.
Da questo momento, ci si ritrova fra pari. Dato che, da un certo tempo, si era fatta luce l'idea, resa infine possibile, di un contratto fra eguali: ormai non ci saranno più sudditi; tutti saranno simili. Più nulla che possa limitare l'appartenenza di alcuno a un'umanità completa. Ma il fatto che, anche per una sola volta, in un prodigioso rovesciamento di tutti i segni, il sovrano sia stato designato come il mostro, sarà sufficiente a porre il problema del limite fra l'umano e l'inumano.
Ormai, nulla più lo fonda di diritto. Tuttavia la sua traccia non scompare e serve a sorreggere la rappresentazione illusoria che coloro che dominano si fanno di se stessi, all'interno del potere che essi esercitano. Ma qui cominciano a divampare gli effetti della menzogna e le potenze del diniego.
In un mondo ora soggetto alle violenze attratte del denaro, il contadino e il suo simile, l'indigeno, dopo la conquista coloniale non sono più definiti se non come il negativo di colui che domina. Questi soltanto è "notabile", reperibile cioè in un una scala di valori da lui solo stabilita e che è beninteso quella dell' "umanità". Ora "notabile" non comporta alcun contrario. Sì che l'altro (indigeno, selvaggio, bifolco) non può neppure avere un nome. Sotto l'Ancien Régime, egli non era quasi nulla (l'assoluto della soggezione, ma almeno riconosciuto in questo posto). Qui, dal momento che cessa di definirsi il suo rapporto attraverso la morsa del contratto (attraverso il suo rapporto al gioco economico), in quanto uomo non è più nulla.

J.-P. Peter e J. Favret, "L'animale, il pazzo, il morto",
in (a cura di) M. Foucault, Io, Pierre Rivière avendo sgozzato mia madre,
mia sorella e mio fratello... Un caso di parricidio nel XIX secolo

martedì 12 aprile 2011

quand le monde était jeune


Quando il mondo era più giovane di cinque secoli tutti i casi della vita avevano forme esteriori molto più violente. Tra dolore e gioia, tra calamità e felicità la differenza pareva più grande di quanto lo sia per noi; tutto ciò che si provava aveva ancora quel grado di immediatezza e di assolutezza che la gioia o il dolore hanno ancora oggi nello spirito infantile. Ogni avvenimento, ogni azione erano circondati da forme chiare ed esplicite, erano innalzati alla solennità di uno stile di vita rigido e immutabile. Le grandi cose: la nascita, il matrimonio, la morte, rifulgevano, tramite il sacramento, dello splendore del mistero divino. Ma anche i casi meno importanti, un viaggio, un lavoro, una visita, erano accompagnati da mille benedizioni, cerimonie, massime, usanze.
Alla calamità e all'indigenza si trovava meno sollievo rispetto al giorno d'oggi, esse arrivavano più tremende e strazianti. La malattia si differenziava più nettamente dalla salute, il freddo rigido e l'oscurità angosciosa dell'inverno erano un male più concreto. Onore e ricchezza si godevano più intensamente e più avidamente, perché si differenziavano in modo più spiccato dalla miserevole povertà e dall'abiezione. [...] E tutte le cose della vita avevano un'eco fastosa e crudele. I lebbrosi facevano suonare le loro raganelle e giravano in processioe, i mendicanti si lamentavano nelle chiese e mettevano in mostra le loro deformità. Ogni classe, ogni ordine, ogni mestiere era riconoscibile dall'abito. I grandi signori non si muovevano mai senza fare sfoggio di armi e livree, imponenti e ambite. L'amministrazione della giustizia, il commercio dei venditori ambulanti, le nozze e i funerali, tutto si annunciava con clamore e con cortei, grida, lamenti e musica. L'innamorato portava l'insegna della sua dama, i confratelli della loro confraternita, la fazione i colori e il blasone del suo signore.
Anche nell'aspetto esteriore delle città e delle campagne dominavano quel contrasto e quella varietà. La città non si disperdeva, come le nostre, in sobborghi disordinati di fabbriche squallide e villette malriuscite, ma era racchiusa nelle sue mura, con una figura ben definita, irta di innumerevoli torri. Per quanto le case di pietra dei nobili o dei mercanti fossero alte e minacciose, erano sempre le chiese con le loro masse che si innalzavano al cielo a dominare la veduta della città.
Il contrasto tra estate e inverno era più netto allora che nella nostra vita, così come quello tra la luce e il buio, tra il silenzio e il rumore. La città moderna non conosce quasi più il buio assoluto e il silenzio assoluto, l'effetto di un singolo lumicino o di una singola voce lontana.
Attraverso il continuo contrasto e le molteplici forme con cui tutto si imponeva allo spirito, la vita quoridiana emanava un'eccitazione, una carica passionale che di manifestavano nei mutevoli stati d'animo tra i quali oscillava la vita cristiana medioevale: rozza esuberanza, violenta crudeltà e sincera tenerezza.
[...]
C'erano poi le entrate trionfali, preparate con tutta l'ingegnosità di cui si era capaci. E, con una frequenza mai interrotta, le esecuzioni capitali. La crudele eccitazione e la rozza compassione suscitata dal patibolo costituivano un elemento di gran peso nel nutrimento spirituale del popolo. Era uno spettacolo con una morale. Contro i misfatti atroci la giustizia ideò punizioni atroci; a Bruxelles un giovane incendiario e assassino viene incatenato a un anello che poteva girare intorno a una pertica, dentro un cerchio di fascine ardenti. Egli stesso si offriva al popolo con toccanti parole, "et tellement fit attendrir les coeurs que tout le monde fondoit en larmes de compassion". "Et fuit sa fin recommandée la plus belle que l'on avait oncques vue." ["E fece intenerire i cuori in tal modo che tutti si scioglievano in lacrime di compassione". "E la sua fine fu ritenuta la più bella che si fosse mai veduta"]. Messere Mansart du Bois, un Armagnacco che viene decapitato a Parigi nel 1411 durante il terrore dei Borgognoni, non solo concede volentieri al boia il perdono che costui gli chiede secondo la consuetudine, ma prega il boia di baciarlo. "Foison de peuple y avoit, qui quasi tous ploroient à chaudes larmes." ["C'era una gran moltitudine di popolo, e quasi tutti piangevano a calde lacrime"]. Spesso le vittime erano gran signori; allora il popolo godeva soddisfatto della severità della legge e del severo ammonimento sulla caducità della grandezza terrena, più vivido di qualsiasi esempio dipinto o Danza macabra.

Johann Huizinga, "L'autunno del Medioevo", Newton Compton 1992, pp. 25-27

venerdì 18 marzo 2011

recensioni in pillole 101 - "Medioevo simbolico"

Michel Pastoureau, Medioevo simbolico, Laterza 2010 (404 pp. + illustrazioni, € 22)

Pochi territori sono più scivolosi di quello del simbolo, così facile a farsi piegare a derive mistico-esoteriche più o meno deliranti.
Non è questo il caso di Pastoureau, ovviamente, che è uno dei più noti e rispettati medievisti al mondo. E che in questo “Medioevo simbolico” (o, secondo il titolo originale, meno suggestivo ma più rigoroso, “Une historie symbolique du Moyen Âge occidental”) offre una silloge di saggi che consentono di gettare uno sguardo su un sistema di pensiero tanto affascinante quanto alieno per noi moderni.
I saggi sono raggruppati intorno a cinque temi, che corrispondono ad aree di interesse coltivate da Pastoureau nella sua lunga carriera accademica: gli animali, i vegetali, i colori, gli emblemi araldici e i giochi. Impossibile, per ovvie ragioni, dare un'idea anche sommaria del contenuto; basti dire che il processo va sempre dal particolare all'universale, partendo da domande limitate per arrivare alle strutture profonde che governano l'immaginario di un'intera epoca.
Tanto per fare qualche esempio: perché mai nel Medioevo era considerato legittimo, persino doveroso processare e giustiziare in pubblico un maiale che aveva ucciso un neonato? perché ancor oggi consideriamo il leone “re degli animali”? perché i nobili medievali cacciavano il cervo, e non altri animali? da dove deriva il giglio, che era l'emblema dei re di Francia? come percepivano i colori gli uomini del Medioevo? perché il mestiere dei tintori era malvisto? perché Giuda veniva rappresentato con i capelli rossi? quando e come nacquero gli stemmi araldici? e quando arrivarono in Occidente gli scacchi?
Ma forse il capitolo più interessante e rivelatore è l'ultimo, il più breve, intitolato “Risonanze”, nel quale Pastoureau parla delle favole di La Fontaine, di un sonetto di Gérard de Nerval e di “Ivanhoe” di Walter Scott. Tre temi che con il Medioevo vero e proprio sembrano entrarci poco: ma che dimostrano come il Medioevo, non solo quello storico ma anche quello sognato e idealizzato nei secoli successivi, continui ad informare il nostro immaginario.
O, come scrive Pastoureau:
Dobbiamo scandalizzarci che questo Medioevo archetipico sia a volte così lontano dalla verità storica o presunta tale? Certamente no. […] Perché l'immaginario fa sempre parte della realtà, e l'immaginario del Medioevo che portiamo in noi, per affettivo ed onirico che sia, è una realtà: esiste, lo sentiamo, lo viviamo.

mercoledì 26 gennaio 2011

recensioni in pillole 89 - "Barbari"

Alessandro Barbero, Barbari. Immigrati, profughi e deportati nell'Impero Romano, Laterza 2010 (prima ed. 2006) (337 pp., € 10,50)

Alessandro Barbero è quel tizio con sorriso a 64 denti che a “Superquark” parla di curiosità relative alla vita quotidiana dei diversi periodi storici (colgo l'occasione per spezzare una lancia in favore di “Quark” e degli Angela, padre e figlio, che per quanto ormai sbiaditi e fiacchi resistono a fare divulgazione intelligente e garbata in quell'oceano fecale che è la TV).
Barbero, comunque, è anche docente universitario con tanto di solidissimo curriculum accademico. E in questo libro (oltre duecento pagine di testo, corredate da altre sessanta di note e cinquanta di bibliografie e indici vari) affronta un problema raramente trattato in tutta la sua dimensione: quale fu la politica dei Romani nei confronti dell'immigrazione di popoli stranieri all'interno del loro impero? Barbero ripercorre una vasta rassegna, dalla prima età imperiale fino alla caduta dell'Impero d'Occidente, unendo il rigore dello studioso con l'affabilità del divulgatore.
E, nel frattempo, sfata un bel po' di luoghi comuni che ancora persistono nella storiografia corrente. Ad esempio, che tra Romani e barbari ci fosse sempre conflitto: vero, piuttosto, che sovente erano gli stessi barbari a chiedere asilo e ospitalità a Romani a loro volta ben contenti di concederla, perché acquisivano così braccia per il lavoro nei campi e spade per l'esercito (e non dimentichiamo che furono di origine barbarica gli ultimi difensori dell'Impero, come il celebre Stilicone). Che i Romani disprezzassero sempre e comunque i barbari: e invece l'Impero cercò spesso di integrare i barbari nella romanità, ad esempio concedendo loro la cittadinanza al termine del servizio nell'esercito. Che i barbari fossero selvaggi vestiti di pellicce e ornati di elmi cornuti: quando molti di loro erano ansiosi di approfittare degli agi e dei lussi offerti dalla civiltà romana. L'immagine del mondo romano che ne esce è quella di un affascinante melting pot, straordinariamente simile a quello odierno.
Il che non significa che tutto fosse rose e fiori: anzi, spesso la figura peggiore ce la fanno proprio i Romani che, con il loro brillante senso della Realpolitik, non esitavano a deportare, schiavizzare e, se necessario, trucidare senza alcuno scrupolo intere tribù riottose. Fino a cadere loro stessi, quando il loro sistema sociale e militare infine collassò.
Insomma, la storia si ripete; e tutte le volte è sempre la stessa tragedia.

giovedì 16 luglio 2009

recensioni in pillole 20 - "il filo e le tracce"

Carlo Ginzburg, Il filo e le tracce. Vero falso finto, Feltrinelli 2006 (340 pagg, 25 €)

Ci sono libri che sono l'equivalente di epifanie intellettuali. Per me uno di questi è stato Storia notturna (1989), il celebre studio di Carlo Ginzburg sulla stregoneria: un libro che univa in modo geniale punti lontani del sapere (storia, sociologia, antropologia), accompagnandoli con una capacità affabulatoria che trasformava un'opera di ardua erudizione in una lettura appassionante.
Il filo e le tracce (tredici saggi pubblicati fra il 1984 e il 2003, più tre inediti) è una sorta di ricapitolazione dei temi che hanno sempre innervato la ricerca di Ginzburg.
Le “tracce” sono la base del suo metodo, incentrato sulla ricerca di emergenze culturali apparentemente secondarie, eccentriche ma che consentono di gettare una luce sorprendente su un periodo storico o su una categoria storiografica. “Microstoria”, come viene spesso chiamata, apparentemente simile a certe ricerche “postmoderne” che hanno rifiutato i grandi impianti storiografici e hanno sostenuto l'impossibilità di arrivare a una sintesi globale dell'esperienza storica, equiparando di fatto la storia alla narrazione e negandole ogni valore conoscitivo. Ma qui interviene il sottotitolo: “vero falso finto”, autentico cuore metodologico del libro.
Ginzburg, infatti, non si limita mai al “micro”, e cerca invece di illuminare il generale tramite il particolare; pur avendo sempre presente la natura culturalmente costruita del discorso storico, non rinuncia mai al suo valore conoscitivo più generale. La distinzione tra ciò che è vero (i fatti), ciò che è finto (la narrazione) e ciò che è falso (la mistificazione) rimane per il lui il dovere primo e il compito ultimo dello storico.
Questo libro, però, non si esaurisce nell'interesse puramente storico dei saggi raccolti, perché quello che ne emerge è una vera e propria autobiografia intellettuale dell'autore. Lo dimostra il brano (p. 282) in cui Ginzburg descrive l'origine della sua attività di storico, “l'euforia dell'ignoranza”: “la sensazione di non sapere niente e di essere sul punto di cominciare a imparare qualcosa. [...] L'intenso piacere associato a questo momento [ha] contribuito a impedirmi di diventare uno specialista”. E ci ha consegnato alcuni dei libri di storia più profondi degli ultimi quarant'anni, in cui la cultura prende la forma che dovrebbe sempre avere: quella del piacere di imparare.