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venerdì 3 febbraio 2012

le tranquille avventure della conversazione

Mi resta il ricordo di una persona generosa e mite, che coltivava le tranquille avventure della conversazione, e che spesso mi attribuiva delle idee geniali che non mi avevano neppure attraversato l’anticamera del cervello ma che erano totalmente sue. Con lui si aveva l’impressione di essere più intelligenti, si usciva dalla stanza credendo di aver capito qualcosa in più della vita.

(Sergio Garufi su J. L. Borges - da qui)

mercoledì 30 novembre 2011

recensioni in pillole 143/144: "Il nome giusto" / "Il manoscritto di Brodie"

Sergio Garufi, Il nome giusto, Ponte alle Grazie 2011 (234 pp., € 16)

Se proprio dev'esserci un'altra vita - e io onestamente preferirei di no: una mi basta e avanza -, ma se proprio dev'esserci, non sarebbe poi tanto male se fosse come se la immagina Sergio Garufi in questo romanzo. Il protagonista-narratore muore già nelle prime righe, per un incidente stradale, e il suo fantasma continua a vagare intorno agli unici oggetti che in vita avevano occupato davvero la sua attenzione: i libri. Ora la sua biblioteca è stata venduta a un libraio e, man mano che uno dei volumi trova un acquirente, il narratore fa emergere un frammento del suo passato che ad esso è in qualche modo legato. Tessera per tessera, va a comporsi il mosaico di una biografia.
Garufi non sviluppa in alcun modo le implicazioni metafisiche della sua idea. Quel che gli interessa, piuttosto, è fare del protagonista (nel quale vi è un fortissimo transfer autobiografico, e quindi anche un'altrettanto forte componente metanarrativa: ma a me, se devo essere onesto, ciò importa molto poco) una metafora dello sguardo: lo sguardo dello scrittore-voyeur, che osserva non visto i suoi personaggi, ma anche lo sguardo del personaggio-narratore, che ha sempre vissuto la sua vita passivamente, in un angolo, con un senso di inadeguatezza che le circostanze biografiche spiegano solo in parte. Forse, come ha già detto qualcuno prima di me, la vita o la vivi, o la scrivi.
Non ricordo di chi sia la citazione, né ho voglia di ricordarlo, ma per un libro come questo, che si nutre cannibalicamente di altri libri e si innerva di citazioni più o meno esplicite, mi sembrava la conclusione più adatta.


J. L. Borges, Il manoscritto di Brodie, La Biblioteca di Repubblica 2002 (94 pp.)

Chi si aspettasse, da questi racconti della vecchiaia borgesiana, le vertigini metafisiche de “L'Aleph” o de “La biblioteca di Babele”, resterà deluso. Le undici storie brevi del volume, le più lunghe delle quali sfiorano appena la decina di pagine, sono testi asciutti, lineari, perlopiù realistici (per quanto può esserlo un racconto: Nabokov insegna che la parola “realtà” andrebbe messa sempre tra virgolette).
Borges li fa precedere da una prefazione piena di modestia sorniona, nella quale ironizza sui propri topoi letterari (“pochi argomenti mi hanno ossessionato nel corso del tempo; sono decisamente monotono”) e sui propri vezzi stilistici (“per molti anni ho creduto che sarei riuscito a ottenere una buona pagina mediante variazioni e novità; oggi, compiuti i settanta, credo di aver trovato la mia voce. […] L'età ormai avanzata mi ha insegnato la rassegnazione di essere Borges”).
I protagonisti e gli ambienti sono quasi sempre quelli dell'Argentina di fine Ottocento-primi del Novecento: gauchos, piccoli delinquentelli di periferia, oppure aristocratici bonaerensi del tempo che fu. Storie di coltelli, duelli, vendette, tradimenti; solo negli ultimi due racconti si apre qualche tenue spiraglio fantastico.
A conti fatti, direi: è proprio il Borges che mi piace di più.

mercoledì 4 febbraio 2009

il destino è un cammello cieco


"Zuhair, nella sua lirica, dice che nel trascorrere di ottant'anni di dolore e di gloria ha visto molte volte il destino colpire all'improvviso gli uomini, come un cammello cieco; Abdalmalik afferma che questa figura non può più meravigliare. A questa osservazione si potrebbero rispondere molte cose. La prima è che, se il fine della poesia fosse la meraviglia, il suo tempo non si misurerebbe a secoli, ma a giorni e a ore, e forse a minuti. La seconda, che un grande poeta è meno inventore che scopritore.
Per lodare Ibn-Sharaf di Berja, si è ripetuto che egli soltanto avrebbe potuto immaginare che le stelle all'alba cadono lentamente, come cadono le foglie degli alberi; se ciò fosse vero, dimostrerebbe che l'immagine è futile. L'immagine che un solo uomo può formare non tocca nessuno. Infinite sono le cose sulla terra; una qualunque di esse può essere paragonata a qualunque altra. Paragonare le stelle a foglie non è meno arbitrario che paragonarle a pesci o a uccelli. Tutti, invece, hanno sentito qualche volta che il destino è forte e stupido, innocente e inumano. Per questo sentimento, che può essere passeggero o costante, ma che nessuno elude, fu scritto il verso di Zuhair. Non si dirà meglio quel che li è detto.
Inoltre (e questo forse è l'essenziale delle mie riflessioni) il tempo, che dirocca i castelli, aggiunge forza ai versi. Quello di Zuhair, quando questi lo compose in Arabia, servì a paragonare due immagini, quella del vecchio cammello e quella del destino; ripetuto ora, serve a ricordare Zuhair e a confondere il nostro dolore con quello del poeta morto. La figura aveva due termini, ora ne ha quattro. Il tempo amplia l'orizzonte dei versi; ve ne sono alcuni che, come la musica, sono tutto per tutti gli uomini. Così, tormentato anni fa in Marrakesh dal ricordo di Cordova, mi compiacevo di ripetere l'apostrofe che Abdurrahmàn rivolse nei giardini di Ruzafa a una palma africana:

O palma! tu pure sei
in questo suolo straniera...

Singolare beneficio della poesia: le parole scritte da un re che anelava all'Oriente servirono a me, esiliato in Africa, per esprimere la mia nostalgia della Spagna."
Poi Averroè parlò dei primi poeti, di coloro che nel Tempo dell'Ignoranza, prima dell'Islam, già dissero tutte le cose, nell'infinito linguaggio dei deserti. Allarmato, non senza ragione, per le futilità di Ibn-Sharaf, disse che negli antichi e nel Corano era racchiusa tutta la poesia e condannò come vana e frutto d'ignoranza l'ambizione d'innovare. Gli altri ascoltarono con piacere, poiché difendeva la tradizione.
J. L. Borges, "La ricerca di Averroè" (da "L'Aleph")