Sì, lo so, avevo detto di aver letto il primo Harry Potter e di averlo trovato noioso (devo ammettere che, fossi stato un editor, non avrei scommesso un centesimo sul personaggio). Però io sono uno che non si arrende facilmente, quindi ci ho riprovato. E stavolta è andata meglio.
Intendiamoci: le parti con le lezioni a Hogwarts, Erbologia, Pozioni, Difesa dalle Arti Oscure, e cinquanta punti a Grifondoro, e le partite di Quidditch e quell'atmosfera da college inglese, alla lunga le trovo alquanto insopportabili. Sì, lo so che è una delle invenzioni più celebrate della Rowlings, ma io non le sopporto: tant'è.
E anche questa volta, leggendo, non potevo togliermi davanti le odiose faccine degli attori che interpretano i personaggi della Rowlings (tranne, devo dire, quella della Watson, che trovo nel suo genere acqua-e-sapone piuttosto carina, persino più di tante bellone plastificate).
È vero anche che la vicenda segue sempre più o meno lo stesso schema: partenza di Harry & Co. per Hogwarts, sottotrame varie, eventi misteriosi che si rivelano man mano opera del solito Voldemort, scontro finale con scioglimento, ritorno a casa. Però questi, si sa, sono i pro e i contro della letteratura seriale.
Comunque, tutto sommato, l'effetto è stato parecchio migliore rispetto all'altra volta. Lo stile della Rowlings – o almeno, quel che se ne apprezza in traduzione – si fa leggere volentieri (ho finito il libro in tre o quattro giorni). La vicenda ha saputo offrirmi momenti di divertimento (la corsa iniziale con l'auto volante) e altri di autentico brivido (la festa dei fantasmi, la voce del basilisco, l'entrata di Harry nella camera segreta). E in più c'era un sottotesto sottilmente ironico, con il personaggio del vanesio professor Lockhart e tutta una riflessione – piuttosto attuale – sull'inconsistenza della fama mediatica.
Insomma, a conti fatti, ci riproverò anche con il terzo. Non si sa mai.