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martedì 11 ottobre 2016

Γυναίκα στο λαβύρινθο

C'è una donna che cammina.
Io la guardo.
Sono abituato a vederla incedere, facendo leva sulle caviglie con energia imperiosa.
Ora invece avanza a piedi nudi su un terreno di scisti, che ad ogni passo le lacerano la pelle. Si lascia dietro un alfabeto di gocce colo rosso vivo, che in lontananza si fanno brune, quasi avesse seminato una scia di foglie autunnali.
Io la guardo, ma non posso parlarle. Non sento la sua voce, ormai da mesi, da anni; eppure so che mi vede. Sa che sono lì e che la sto guardando.
Ogni tanto si porta una mano al petto e stringe, fino a farlo scricchiolare. Allora si vede, sotto la pelle resa diafana dalla stretta, il cuore.
Io allungo la mano ma, per quanto le arrivi vicino, non riesco a sfiorarla. Resta una cuticola d'aria fra le mie dita e il suo cuore; aria dura e acuminata, come fatta di galaverna.
Ma io so che le vede la mia mano, a pochi centimetri dalle sue costole. E sorride, come se davvero l'avessi accarezzata.
Non è solo il terreno a farla sanguinare. Sono, tutto attorno, pareti di spine che le si serrano addosso, le lacerano i palmi mentre cerca di spingerle via, le strozzano il respiro in un pianto che non trova mai la via della gola.
Ora mi guarda, dritto negli occhi. E i suoi occhi sono enormi, nerissimi, sono due schegge d'ossidiana che conservano, incastonati, la luce e il calore di antichissimi vulcani.
Io non le posso parlare; ma se potessi, le direi che è bella. Che il suo cuore è un boccone di pane e il suo sorriso una mandorla.
Se potessi toccarla, la avvolgerei in una coperta di parole, le presterei le braccia per difenderla, le insegnerei a coltivare la felicità come una foglia di basilico.
Il suo corpo è uno stelo ancora verde, la sua voce le brilla tra i denti come mica.
Ma continua ad affondare le dita, finché la pelle cede e il cuore smete, solo per un attimo, di battere.
Il suo grido allora è il mio grido; e sono entrambi muti. Il dolore la circonda come un volto improvvio di uccelli spaventati.
Io lo raccolgo sulle mani e annuso il suo odore di piume e d'acqua salata.
Io porto alla bocca il suo dolore e lo accetto come un'ostia.

lunedì 26 settembre 2016

Puma concolor

I carnivori tendono all'immobilità, gli erbivori al moto? Oppure: le bestie si muovono in proporzione inversa alle dimensioni?
Ai due estremi: le cavie peruviane, in agitazione perpetua nel loro minuscolo universo di paglia e sassi, e il maestoso cammello, che ci osserva muovendo soltanto la mandibola, in una rotazione da ingranaggio. Oppure: i suricati, che si azzuffano in quattro attorno a un guscio d'uovo di struzzo, e l'ippopotamo, immerso per ore e ore, emergendo di tanto in tanto per starnutire enormi spruzzi d'acqua fangosa.
Gli erbivori, comunque, si muovono. La giraffa misura il suo recinto a lenti passi asimmetrici, le zebre si lanciano tra gli struzzi con piccoli trotti zigzaganti, i gibboni eseguono complicati esercizi ginnici o si spulciano l'un l'altro con puntiglio.
Quanto ai carnivori, il lupo e la lince si sono nascosti a dormire dietro gli arbusti, l'ocelot si cela nei recessi bui della sua tana di cemento. I leoni mostrano il profilo intagliato contro il cielo opaco di foschia, le tigri offrono di scorcio la loro bellezza da arazzi, i corpi enormi immobili nel torpore. I ghepardi sono macchie di giallo violento nell'ombra.
Poi, il puma. Testa di gatto montata su corpo da leonessa, percorre il semiperimetro della gabbia: prima il tronco sospeso poi lo scalino di roccia ad esso perpendicolare, e poi indietro, e poi ancora avanti. Senza sosta, senza mai rallentare né accelerare. È così la mattina, è ancora così quando ripassiamo, nel primo pomeriggio.
Poi, all'improvviso, si ferma; siede di fronte a noi. Immobilità araldica. Fissa il vetro, anzi sembra fissare proprio noi, dritto negli occhi. Mi chiedo che cosa veda; se ci veda. Spazza la polvere con l'estremità della coda, ma per il resto sembra non respirare nemmeno.
Ci allontaniamo in punta di piedi.

mercoledì 21 settembre 2016

Tetramorium caespitum

Il mondo senza l'uomo sarà delle formiche. Come questa che insiste ad attraversarmi la pagina, confondendo gli arabeschi neri delle zampe con i caratteri stampati; e ritorna sempre, anche dopo essere stata proiettata lontano da un colpo secco dell'indice o del medio; e mi passeggia sulle gambe, fermandosi ogni tanto per assestarmi un morso sulla pelle nuda (il formicaio, me ne accorgo ora, è a mezzo metro da dove ho steso il telo), una fitta di sorprendente intensità per un essere tanto minuscolo; e a niente vale scacciarla ancora più lontano, perché pochi minuti dopo una consorella arriverà a ripiantare le mandibole, ad avvisarmi che sì, questo scampolo di pineta, con la fitta macchia di ginepri e i lentischi e i gigli di mare, è solo il primo avamposto del dominio futuro, del mondo senza l'uomo, percorso da infinite brulicanti generazioni di imenotteri, intriso di feromoni, tramato dai grovigli oscuri delle tane.

lunedì 19 settembre 2016

Streptopelia turtur

La minuscola mente di Lorenzo fa attrito con l'idea della morte.
“Morirò anch'io?”, chiede, “Anche se prego tanto tanto Gesù?”. “Avrò tempo di fare tutte le cose nella mia vita?”. “Che si nasce a fare, se dopo muori?”. E ancora: “Nascerà mai un altro me?”.
Gli risulta impossibile accettare che la sua piccola fiammella di identità possa un giorno spegnersi, arrendersi all'indifferenziato e buio nulla.
Inutile anche spiegargli che tutto muore, anche gli animali e le piante, insomma tutti gli elementi della natura. “Ma noi non facciamo parte della natura!”, obietta.
Per mesi, in un angolo del piccolo parco di fronte alla palestra, è rimasto il cadavere di una tortora. Pian piano se lo sono mangiato le formiche; ora tutto ciò che ne resta è un ciuffo di piume scolorite, ridotte quasi al solo calamo, e qualche osso grigio e semisbriciolato.
“Gesù non ha un corpo?”, insiste. “Ma allora ha solo la testa? Ma se non ha la carne che cos'ha, solo le ossa? È uno spirito? Ma uno spirito, come i fantasmi che ti spaventano la notte?”.
Gli sembra strano, soprattutto, che Gesù esista, ma non si possa vedere. “Ma non c'è neanche un film? Un DVD? Almeno una foto!”

martedì 6 settembre 2016

Bolinus brandaris




Punta Ala. A caccia di granchi (per puri scopi di osservazione scientifica).
Durante la bassa marea, esploriamo gli scogli che separano la spiaggia dalla foce del torrente Alma, che si incassa tra ripide rive orlate di canneti, ai piedi di un alto sperone di roccia coperto di fitta macchia mediterranea e di enormi agavi, con in cima una villa turrita che domina Cala Civette e l'intero Golfo di Follonica.
Cerchiamo tra le basse pozze di marea, rimestiamo la fanghiglia grigiastra, spostiamo i sassi limacciosi. Frotte di granchietti scappano saettando in tutte le direzioni.
Per catturarli, occorre sviluppare due tecniche distinte: l'avvicinamento e la cattura vera e propria. Gli occhi acuti dei granchi, ben alti ai due angoli opposti del corpo, percepiscono il minimo movimento e li fanno scattare fuminei a rifugiarsi negli gli anfratti melmosi, sotto le pietre dalle quali è impossibile snidarli. Occorre quindi tenersi bassi, evitare di stagliarsi contro il cielo, arrivare loro da dietro, protetti da qualche sporgenza o macigno. Quanto alla cattura, inutile tentare di batterli sui riflessi. Dopo numerosi errori, arriviamo a elaborare due tecniche. La prima prevede che, giunti di soppiatto il più vicino possibile alla preda (in silenzio, con movimenti lentissimi, se necessario con lunghe attese, perfettamente immobili, finché l'animaletto si fidi a mettere fuori le chele), si posizioni il retino nella probabile direzione di fuga e si cerchi di spingercelo, usando le mani o un bastoncino raccolto all'uopo. La seconda richiede di calare rapida una mano, bloccandolo contro il sasso, e con l'altra afferrarlo come ho imparato a fare, bambino, osservando mio padre: da dietro, sotto il carapace, dove le chele acuminate non possono arrivare. Quelli che conoscevo io erano granchi di sabbia, giallo-rosati, con l'ultimo paio di zampine a forma di spatola per nascondersi sul fondale; questi invece sono granchi di scoglio, neri (anche se spesso verdastri di fango e alghe), con tutte le zampe acute per aggrapparsi alle rocce.
Uno, bello grosso, mi sfugge di mano lasciandomi per ricordo una zampina rattrappita. Nel retino ne finiscono due, entrambi storpi: a uno mancano entrambe le chele, a un altro due zampe dal lato sinistro. Quando li prendo in mano si agitano ticchettando, mi solleticano i polpastraelli.
Scopriamo infine che i più facili da catturare sono quelli grossi, più lenti e meno capaci di ripararsi negli anfratti. Molto rari, purtroppo; uno ne becchiamo, che passeggia per il fondale fidando nel potere mimetico delle alghe che gli ricoprono il dorso, fino a infilarsi docilmente, quasi senza coercizione, nel retino.
Completata l'esplorazione della sponda meridionale, guadiamo il torrente, saltando sui sassi piatti semisommersi, attenti a evitare la melma nera in cui si affonda come nelle sabbie mobili. L'acqua, che di prima mattina era limpida e verde, ora, via via che si avvicinano le ore più calde, acquista un odore acuto, un misto di chimico e di marciume. Un enorme granchio flotta sul fondo, morto ma ancora integro, le chele brillanti di giallo e di rosso. Ci portiamo verso il mare, dove l'odore si fa decisamente più salino; alghe e patelle si incrostano sotto le pietre rese lucide e affilate dal lavorio delle onde. Piccoli gamberetti grigiastri, quasi trasparenti, si aggirano indaffarati, minuscole bavose scivolano velocissime lungo il fondo, altri pesci che non so identificare manovrano virando in banchi sincronizzati.
Sollevando un grosso masso, le vedo: l'una accanto all'altra, due conchiglie di murice. Li estraggo dalla mota, li sciacquo tra le onde. Sono integri, uno coperto di alghe, l'altro già ripulito. I gusci avvolti in spire rugose, che si allargano in sequenza fibonacciana, decorati da escrescenze corniformi.
Sono i molluschi più preziosi dell'oro, dai quali gli antichi estraevano la porpora, la tinta dei re e degli imperatori (“Distinguit ab equite curiam, diis advocatur placandis; omnemque vestem illuminat: in triumphali miscetur auro. Quapropter excusata et purpurae sit insania”, Plinio, Nat. Hist., IX, 60). Predatori necrofagi, che forano le conchiglie (“tanto duritia aculeo est”, sempre Plinio) e liquefanno gli inquilini iniettando una secrezione acida.
Tornato all'ombrellone, li disegno a tratteggi incrociati, divertendomi a riprodurre con cura le minime irregolarità della superficie, le spire cuspidate, le spine calcaree, l'elegante rastrematura del sifone. A casa, dovrò lavarli più e più volte per eliminare le incrostazioni e il fango, ma per settimane continueranno ad esalare un fortore salmastro, il cui alone resisterà fino nel cuore dell'inverno.

sabato 3 settembre 2016

Helix adspersa

La chiocciola, sì. Quella bestiolina che, secondo il Giusti, “unisce il merito alla modestia”. Il cui guscio striato e spiraliforme campeggia in tanti libri per bambini.
Però è tutta questione di proporzioni. Vista da vicino, la chiocciola ha una tremenda lingua rasposa, la “radula”. Corteggia le sue simili infilzando loro uno stiletto calcareo nelle mucose. Poi si accoppia, feconda e viene fecondata, perché è ermafrodita.
Capitava di trovarle in letargo, in qualche anfratto del muro, con il guscio tappato da una sottile membrana, che crepitava sotto la punta del dito. Se le si beccava a passeggio, per ucciderle bastava cospargerle di sale finché la pelle, disidratata, si accartocciava.
Le “ciambrachelle” (“ciambracune” se erano grosse), mio padre le raccoglieva nei campi, dove dopo la pioggia uscivano per accalcavarsi sui fusti spinosi dei cardi. Poi le metteva a spurgare in una pentola piena di farina (sollevavo il coperchio per guardare quell'inferno di corpi striscianti, bave ed escrementi) e infine le cucinava stufate con la menta, oppure con il pomodoro.
Con uno stuzzicadenti si estraeva l'animale dal guscio, dove si era rintanato per sfuggire al calore. Veniva fuori tutto rattrappito, ma ancora attaccato ai visceri, avvolti in una spiralina nera che si doveva mordere e sputare via, per mangiare solo la piccola callosità del corpo.

domenica 15 maggio 2016

superfici

In fondo ogni superficie è un alternarsi di piani e di pliche.
Partendo dal piano delle costole, si incontrano – salendo – i dislivelli dei seni, con al culmine le rugosità dei capezzoli; e poi, discendendo dal lato opposto, i cavi gemelli delle ascelle, dov'è custodito l'acidulo che ogni mattina ricerco e ritrovo.
Sempre partendo dalle costole, si possono seguire invece i crinali dei fianchi, le dorsali iliache, e di lì scendere verso la dolina dell'ombelico, e poi ancora lungo le due pliche convergenti dell'inguine, in fondo a cui si cela, oscura e molle e odorosa, la plica delle pliche.
A questo punto si tratta di scegliere: proseguire verso le periferie, esplorando la cavità poplitea, e poi l'inarcatura delle caviglie fino alle molteplici forre delle dita? Oppure virare verso l'alto, dove aspetta la curvatura il collo, il labirinto dell'orecchio, e infine la bocca in cui calarsi al buio, senza altra guida che il cieco tatto?
L'importante è che, alla fine, le pliche siano annullate, che ogni cavità trovi la sua sporgenza, ogni vuoto il suo pieno, che l'aderenza sia perfetta.

mercoledì 11 maggio 2016

capiterà

Capiterà anche a te, in uno di quei momenti dopo l'amore, quando la luce ancora non distingue i corpi e si cerca l'ultimo sonno tra il gomito e l'ascella, lasciando le mani a inseguirsi lungso le linee di minor tensione, lungo le tracce quasi evaporate degli odori, e la carne non ha deciso ancora se tentare o no l'estremo allineamento, ti capiterà in quella pausa del tempo di proiettarti a cogliere il tuo corpo minerale, la carne fatta farina e grafite, linfa e macigno, e in quell'intervallo rifiutarti di interrompere il silenzio, quasi che la rivelazione sia troppo labile, che il fruscio dell'inguine contro la coscia basti a frantumarla, e restare perciò fisso, a pochi millimetri dal capezzolo, a metà della sistole, il petto aperto alle correnti.

sabato 12 marzo 2016

locusta migratoria

La locusta in fondo aveva le sue ragioni.
In questo marzo gelido, la cappa del camino era un rifugio ideale, e immagino che in quel buio polveroso avrà compiuto in santa pace le sue mute. Non poteva sapere – né potevamo saperlo noi – che proprio oggi, dopo tanto, avremmo deciso di accendere il fuoco, e che lei avvolta dal fumo, presa dal panico sarebbe precipitata a picco, avrebbe aderito ai pantaloni, e una volta scacciata di lì, dopo numerosi impatti ciechi contro le pareti, un preciso colpo di scopa l'avrebbe spedita dritta contro la ringhiera del balcone, da dove, con un frullare secco e legnoso, avrebbe infine preso il volo nell'aria bianca, senza più inquietarci con il suo lungo impassibile muso di cavallo e con i complicati, multipli, indecifrabili movimenti delle lunghe zampe puntute, tutto quello spreco di articolazioni chissà poi per cosa.

mercoledì 10 febbraio 2016

meditazione

Di questo centopiedi (Scutigera coleoptrata), fermo da sette minuti sul muro davanti a me, non mi inquieta tanto l'alienità della forma.
Certo, ci sono quelle lunghissime appendici ciliate che gli danno un aspetto da protozoo o da palpebra chiusa: le zampe insomma (non cento, ovviamente, direi una dozzina di paia), che si agitano inquiete, più per esplorare lo spazio che non per generare moto; c'è quel corpo a doppia simmetria bilaterale, a cui fatico ad assegnare un verso (quale la testa? quale la coda? presumo la testa sia quella da cui partono le antenne); c'è la superficie metamerica del dorso, di un arido color grigio-cenere striato di giallo sporco.
Ma ciò che davvero mi inquieta è la sua totale, spietata atelicità.
Prima era immobile, al centro di una parete bianca, ora si è avviato in linea retta, ha percorso circa dieci centimetri e si è fermato, in un punto altrettanto liscio e vuoto quanto quello da cui era partito. E rimane lì, con un'antenna che oscilla da destra a sinistra, in cerca di chissà che cosa, di un segnale da trasmettere, uno stimolo a reagire.

sabato 6 febbraio 2016

frammenti di un monologo

Non tornarmi in mente, ti prego. Ho bisogno di dimenticarti.
Non farlo più.
Il tuo ricordo mi interrompe durante attività indispensabili. Mi impedisce di contare gli spiccioli del resto, di sorvegliare la cottura della pasta.
Oggi dovevo scrivere duemilacinquecento battute e invece ho perso tempo a schizzare un tuo ritratto, perché il lato interno dell’occhio si rifiutava di assumere la giusta curvatura, dico quell’angolo che piega prima in basso e poi subito verso l’alto, e che è così importante riuscire a disegnare con precisione perché tu sia tu.
Non visitarmi. O almeno chiedimi il permesso.
Mi provochi sogni collosi, materia zuccherina che non va mai via del tutto e scrocchia quando per sbaglio ci passo sopra.
Mi fai fare tardi agli appuntamenti. Sento il tuo odore dove non sei mai stata né mai potresti essere.
Non avevo pensato a te per cinque giorni almeno. Era stata una settimana di tranquilla disperazione, in cui uscivo a guardare il sole delle sei e mezzo tracciare attraverso la strada ombre nitide e del tutto soddisfacenti.
Anche adesso, che cosa ci faccio qui a scriverti? Tu non risponderai mai a questa lettera che io mai ti spedirò, come non rispondevi agli abbracci e alle poesie, e la tua gabbia toracica così stretta e fragile sembrava sempre tendere in direzione contraria, non c’erano muscoli che valessero, la tua era assenza anche quando c’eri, un vuoto solido, un campo carico di polarità repulsive.
Quella che sento pungere è la galla in cui tu stessa ti sei racchiusa, quella su cui per settimane, per mesi mi sono sbucciato le nocche.

martedì 2 febbraio 2016

petite prose en jaune



Gente cammina in riva al mare, un pomeriggio di gennaio.
Due ragazze al binario accolgono un'amica con lunghe grida e sbattere di tacchi.
Ho salutato G., che è minuscola a quarant'anni come lo era a sedici.
Questo rimane, tolte le parole.
Credevo, scalcando, di trovare le ossa, anche solo una capriata contro il cielo pulito.
Invece tutto sta su per miracolo. Per forza d'invenzione.
Tutto è e non è. Quanto più lenti i legami, più densa l'aria. Il muro conserva qualcosa delle voci.
Che ne dici di gettarci con gioia, il petto steso all'inevitabile? Nessuno offre garanzie, solo impegni a scadenza, brevi pause fra un sonno e l'altro.

lunedì 11 gennaio 2016

onde alfa

Leggo che il cervello dei gatti funziona con la frequenza-base delle onde alfa, quelle che il cervello umano emette durante gli stati di profondo rilassamento, la meditazione o lo yoga. Non so se è vero. Però ho sempre amato il modo in cui i gatti si muovono, come scivolando in una privata galleria d'aria, a loro soltanto visibile e accessibile.
La gatta di C. ronfava di piacere, con i suoi infrasuoni gatteschi, finché seguivo la linea diritta dalla sommità della testa (quello spazio un po' concavo che c'è tra le orecchie dei gatti, dietro al quale si sente la depressione del cranio) fino alla coda, con il minuscolo sobbalzo di ciascuna vertebra attutito dal pelo morbido. Teneva gli occhi chiusi. Ma se appena appena provavo a deviare la mano, si voltava di scatto, mi assestava un piccolo morso (i denti non affondavano, la misura era precisa) e tornava a distendersi solo quando aveva ottenuto il ritorno alla traiettoria originaria.

giovedì 7 gennaio 2016

darwiniana

Quando ripassammo, dopo un'ora e mezza abbondante, la testuggine era ancora sulla soglia.
Non mi pare ci fosse un qualche particolare ostacolo a bloccarla. Si era solo fermata lì, con la testa già fuori e il didietro nell'aria calda e umida. Stava pensando? E se sì, a cosa?
C'erano parecchi cespi di insalata a pochi metri da lei, alcune compagne le stavano già mangiando (dico “compagne” per automatismo linguistico, potevano benissimo essere maschi per quanto ne so). Lei occupava tutta la soglia, impedendo l'uscita ad altre due o tre che erano ancora dentro. Nessuno sembrava protestare.
Dimenticavo di dire che erano testuggini giganti delle Galapagos (Chelonoidis niger), quelle che a quanto pare possono vivere fino a centocinquanta, duecento anni. Quanti ne avesse quel particolare esemplare, non so, ma capisco come, dalla sua prospettiva, un'ora di riflessione sulla soglia potesse parere un tempo congruo.
Leggo che queste tartarughe sono capaci di nuotare per galleggiamento passivo, elevando il lungo collo sulle onde a mo' di periscopio, e che sopravvivono anche per mesi senza cibo e senz'acqua. Sui loro gusci crescono i licheni. Il loro accoppiamento è lento e macchinoso. Sono immutate da decine, forse centinaia di milioni di anni. Ad ogni modo, le avevo già identificate come placidi gimnosofisti, che si lasciano piovere addosso e scottare dal solleone e mangiare dalle pulci senza abbandonare la pietra dove hanno scelto di meditare.
Poi ho letto anche che esiste una specie indigena di passeri addetta a pulir loro la pelle, e a volte una tartaruga lascia che uno di quegli uccelli le vada sotto, poi si abbassa di colpo, lo schiaccia e lo mangia.

lunedì 16 febbraio 2015

lettera d'amore in forma di lipogramma

Traccia

Sulla sua bacheca Facebook, Antonio scrive:

“PICCOLA SFIDA. L'ultima volta, al mio corso di scrittura, in vista di San Valentino, ho dato questo compito. Scrivere una lettera d'amore di almeno 1500 battute dalla quale siano completamente bandite le espressioni "ti amo", "ti voglio", "ti voglio bene", "mi manchi", "ti penso", "senza di te", "ho bisogno di te", "mi fai morire" e qualsiasi altra banalità o frase fatta. I ragazzi ci hanno provato ma poi si sono arresi. Mi chiedevo, qualcuno là fuori ci vuole provare?”

* * *

Svolgimento (2645 caratteri)

Il fatto è che non ti vedo da due mesi.
Due mesi, dodici giorni; più qualche ora, un po' di minuti e parecchi secondi.
Se vuoi la data: tre febbraio. Stazione Centrale. Undici e zero tre.
C'era tutta quella gente, migliaia di persone, traiettorie casuali che si incrociavano. Poi c'eri tu. Che invece venivi dritta verso di me. Dritta, senza deviazioni. Prima ancora di vedermi.
Vienimi a dire che è un caso: tu andavi in una direzione, lungo una qualunque delle infinite traiettorie possibili, e in fondo alla traiettoria c'ero io. Dai, dimmi che è un caso. Dimmelo.

No, ricominciamo. Non ti vedo da più di due mesi.
Mi mancasse un braccio, un occhio, una gamba, passi. Ma non questo.
Che poi, è inutile nasconderlo: sì, ti guardavo le gambe. Oh, io non posso farci niente se hai le gambe che hai. E anche le tette; sì, lo so: non ti piacciono, il complesso del seno piccolo, vabbè, ma il modo in cui stanno su i tuoi capezzoli, dico, solo loro, eh? E non mi venire a dire che portavi un maglione, certe cose le so e basta.
Ma mi sono perso, doveva essere una roba romantica. Sono stato romantico? Mi sa di no.

Dunque, non ti vedo da due mesi; due mesi e rotti. Non so quano ti rivedrò. Non so nemmeno se, a dirla tutta.
La soluzione più razionale dovrebbe essere smettere di pensarti. Ci ho provato. Ho provato anche a scriverlo sul frigorifero, sai quei post-it che non uso mai? “Smetto quando voglio”. Così ho scritto.
Smetto di pensarti. Smetto di respirare. Smetto di farmi prudere l'alluce; così, per un atto di volontà.
Che poi, tu mi parlavi di qualcosa, è vero? Cos'è che avevi visto, una mostra? Una bella mostra, scommetto, se ci sei andata tu doveva essere bella per forza. Io annuivo. E pensavo all'ultima volta che avevo dormito in quello spazio fra il seno destro e il sinistro dove c'è, precisa precisa, la forma della mia guancia. E vienimi a dire che è un caso, dai, vienimelo a dire.

Tre febbraio, Stazione Centrale.
Abbiamo parlato per un'ora e undici minuti, compreso il tragitto fino al binario e le parole che ti ho detto mentre ti baciavo.
Un'ora e undici minuti; se non vogliamo considerare le tre ore che ho passato con la mano incollata al naso, mentre il tuo profumo a poco a poco svaniva dalla punta delle dita, dal palmo, poi dal centro del palmo, poi più niente. Quello non è un dialogo? Non so, discutiamone.

Basta così. Io ti saluto. Smetterò di pensarti prima o poi. Smetterò di pensare alla curva della tua schiena e alla pressione dei tuoi fianchi contro le mie mani, ai tuoi capelli sulla mia faccia e a come mi facevano il solletico e cercavo di non ridere, per non rovinare tutto.
Smetterò di respirare.
Ciao. Basta così.

mercoledì 28 gennaio 2015

intenzioni

...pensa, in un esercizio di focalizzazione, che stavolta ha per oggetto i confini fra mondo equoreo e mondo atmosferico, concentrati in quella sottile pellicola di liquido schiumoso al di sopra della quale la pelle si solleva in minute papille, mentre al di sotto formicola adattandosi al brusco sbalzo di temperatura, e si ripropone per il nuovo anno un'indagine accurata sugli intrecci spiraliformi tra psiche e soma, sulle diramazioni gastriche dell'angoscia, proponendo di spingersi sull'estrema piattaforma dello spirito, l'azzurro abissale in cui dimorano i demoni fosforescenti, i gelatinosi tiranni dell'umore.