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lunedì 16 febbraio 2015

lettera d'amore in forma di lipogramma

Traccia

Sulla sua bacheca Facebook, Antonio scrive:

“PICCOLA SFIDA. L'ultima volta, al mio corso di scrittura, in vista di San Valentino, ho dato questo compito. Scrivere una lettera d'amore di almeno 1500 battute dalla quale siano completamente bandite le espressioni "ti amo", "ti voglio", "ti voglio bene", "mi manchi", "ti penso", "senza di te", "ho bisogno di te", "mi fai morire" e qualsiasi altra banalità o frase fatta. I ragazzi ci hanno provato ma poi si sono arresi. Mi chiedevo, qualcuno là fuori ci vuole provare?”

* * *

Svolgimento (2645 caratteri)

Il fatto è che non ti vedo da due mesi.
Due mesi, dodici giorni; più qualche ora, un po' di minuti e parecchi secondi.
Se vuoi la data: tre febbraio. Stazione Centrale. Undici e zero tre.
C'era tutta quella gente, migliaia di persone, traiettorie casuali che si incrociavano. Poi c'eri tu. Che invece venivi dritta verso di me. Dritta, senza deviazioni. Prima ancora di vedermi.
Vienimi a dire che è un caso: tu andavi in una direzione, lungo una qualunque delle infinite traiettorie possibili, e in fondo alla traiettoria c'ero io. Dai, dimmi che è un caso. Dimmelo.

No, ricominciamo. Non ti vedo da più di due mesi.
Mi mancasse un braccio, un occhio, una gamba, passi. Ma non questo.
Che poi, è inutile nasconderlo: sì, ti guardavo le gambe. Oh, io non posso farci niente se hai le gambe che hai. E anche le tette; sì, lo so: non ti piacciono, il complesso del seno piccolo, vabbè, ma il modo in cui stanno su i tuoi capezzoli, dico, solo loro, eh? E non mi venire a dire che portavi un maglione, certe cose le so e basta.
Ma mi sono perso, doveva essere una roba romantica. Sono stato romantico? Mi sa di no.

Dunque, non ti vedo da due mesi; due mesi e rotti. Non so quano ti rivedrò. Non so nemmeno se, a dirla tutta.
La soluzione più razionale dovrebbe essere smettere di pensarti. Ci ho provato. Ho provato anche a scriverlo sul frigorifero, sai quei post-it che non uso mai? “Smetto quando voglio”. Così ho scritto.
Smetto di pensarti. Smetto di respirare. Smetto di farmi prudere l'alluce; così, per un atto di volontà.
Che poi, tu mi parlavi di qualcosa, è vero? Cos'è che avevi visto, una mostra? Una bella mostra, scommetto, se ci sei andata tu doveva essere bella per forza. Io annuivo. E pensavo all'ultima volta che avevo dormito in quello spazio fra il seno destro e il sinistro dove c'è, precisa precisa, la forma della mia guancia. E vienimi a dire che è un caso, dai, vienimelo a dire.

Tre febbraio, Stazione Centrale.
Abbiamo parlato per un'ora e undici minuti, compreso il tragitto fino al binario e le parole che ti ho detto mentre ti baciavo.
Un'ora e undici minuti; se non vogliamo considerare le tre ore che ho passato con la mano incollata al naso, mentre il tuo profumo a poco a poco svaniva dalla punta delle dita, dal palmo, poi dal centro del palmo, poi più niente. Quello non è un dialogo? Non so, discutiamone.

Basta così. Io ti saluto. Smetterò di pensarti prima o poi. Smetterò di pensare alla curva della tua schiena e alla pressione dei tuoi fianchi contro le mie mani, ai tuoi capelli sulla mia faccia e a come mi facevano il solletico e cercavo di non ridere, per non rovinare tutto.
Smetterò di respirare.
Ciao. Basta così.

martedì 11 novembre 2014

far incontrare gli amici...

...è sempre una bella soddisfazione.
Un'intervista ad Antonio Lillo sul blog PoesiaBar, di Barbara Bracci.

lunedì 5 maggio 2014

voci, facce




Chi avesse l'insana voglia di guardare e ascoltare me e il mio degno compare Antonio Lillo, può farlo su YouTube, in quest'intervista realizzata un paio di settimane fa per 99TV/Tele San Severo. Per una mezz'oretta si parla di libri, di poesie, di case editrici e del mio ultimo/primo libro, "Approssimazioni".

Il tutto in un solido e pastoso accento pugliese. Lascio agli amatori il sottile piacere di distinguere tra il pugliese centrale di Antonio, il pugliese settentrionale del conduttore e il mio pugliese ormai largamente umbrizzato.

venerdì 3 maggio 2013

che bella vista


Chi fa cultura, di questi tempi, o è un pazzo o è un genio. In entrambi i casi, va aiutato.
Non ho ancora capito bene a quale delle due categorie appartenga Antonio Lillo, ma l'ultima sua geniale follia la vedete qui sopra: è un giornale di arte, letteratura, cultura e varia umanità, che si chiama "Il Bellavista". Quella che vedete è la copertina del primo numero, con una foto di Helmut Newton, a cui io ho assegnato il titolo personale di "L'Intellettuale di fronte alla Realtà".
Per ora, la rivista è in distribuzione solo nelle lande assolate della Valle d'Itria, ma abbiate fede in Antonio. Per la cronaca, dentro c'è anche un pezzo mio.

(Che poi, diavolo d'un Lillo, questa non è l'ultima follia, ma la penultima. Dell'ultima vi parlerò, prima o poi. Chi è su FacciaLibro, la può vedere qui).

venerdì 20 marzo 2009

recensioni in pillole 10: "L'innocenza del male"


Antonio Lillo, “L'innocenza del male”, Lietocolle 2009

Scrivere poesia vuol dire sempre, in qualche modo, scommettere: sulle proprie esperienze, sulla propria visione del mondo, sulla propria personalità intera, e sulla capacità di trasformare tutto ciò in lingua (o, se vogliamo, di trasformare la lingua in tutto ciò). C'è chi scommette verso l'alto, verso il sublime, e chi verso il basso, verso il quotidiano: e non è detto che una scelta sia più o meno facile o difficile o rispettabile dell'altra
Antonio Lillo segue la seconda strada: la sua è una lingua che parte dal sermo cotidianus, da frammenti di conversazione di tutti i giorni, per realizzare dei piccoli scarti laterali, delle piccole levitazioni.
Il libro è, per esplicita ammissione dell'autore, il diario di un anno, il 2007, e nella sua trama emergono, quasi di straforo, frammenti di esperienze, allusioni, flash privati.
Ogni tanto Lillo inserisce alcune liriche dialettali, nelle quali il medium espressivo facilita ancor di più la freschezza, l'aderenza alle cose, rendendo l'impressione di una lingua viva, colta e assemblata direttamente da anonime bocche parlanti.
Se un limite si può individuare, è in qualche passo dove si avverte un eccessivo ricalco di modelli illustri (Montale, Fortini, Bertolucci, Pasolini). Il libro, in realtà, è percorso da una fitta trama di citazioni, implicite o esplicite, di cui l'autore stesso si dimostra ben cosciente (“i poveri Strumenti umani / che cito senza ritegno”). A volte il gioco rischia un po' di cadere nel meccanico, di portare troppo alla luce una dialettica che potrebbe (dovrebbe?) rimanere più implicita, sotterranea. In questo senso, funziona meglio una poesia come Pasolini, dove il dialogo con il poeta viene portato avanti a carte scoperte, in seconda persona; qui Lillo rischia parecchio sul versante del prosastico, della poesia-pensiero (seguendo, del resto, il modello pasoliniano), ma riesce anche a riprendersi prima di cadere, grazie a un abile wit finale che interviene a sdrammatizzare il tono quando rischiava di diventare troppo serioso.
L'impostazione diaristica espone inevitabilmente al rischio di incorporare e di portarsi dietro qualche scoria: ma in fondo fa parte del gioco. Ciò che sempre salva l'autore è l'orecchio, l'intuito per la lingua e per il “tono” giusto, quello che permette di mantenere il verso in carreggiata.
È, in fondo, l'unica vera forma di etica possibile in poesia.

(Cliccare sul titolo per leggere alcuni testi).