mercoledì 31 agosto 2016

reading

Più delle parole più della musica
più della notte chiara di giugno
mi incanta il volo del pipistrello
il suo arabesco imprevedibile
nella luce fitta di zanzare.

Teglio Veneto, 24 giugno 2016

martedì 30 agosto 2016

bed & breakfast

Forse mi ha visitato il fantasma
dello scorpione ucciso ieri sera
dev'essere lui a rendermi
spinoso il letto
il suo cadavere del resto è ancora
stampato sul parquet
disarticolato ma le chele
si distinguono benissimo
perfettamente simmetriche
mentre il suo sangue – o qualunque
cosa sia quella poltiglia –
secca sotto la ciabatta.

Teglio Veneto, 24 giugno 2016

lunedì 29 agosto 2016

Pusa sibirica

Conosci le foche del lago Bajkal
arrivate per strade misteriose
a duemila chilometri dal mare
prigioniere dei monti e della steppa.
Forse quando muoiono i loro corpi
vanno a stratificarsi sul fondale
milleseicentoquarantadue metri
sotto la superficie. All'altro apice
della catena alimentare un piccolo
crostaceo del genere Epischura
costituisce una biomassa da oltre quattro
milioni di tonnellate e non sopporta
altre acque che quelle del Bajkal.
Quando il lago è ghiacciato le foche
partoriscono i camion attraversano
il ghiaccio spesso fino a un metro e mezzo
il plancton vortica nelle acque nere
e l'omul si affumica nelle yurte.
Nessuno ha capito se quelle foche
erano lì quando il Bajkal ancora
era parte dell'oceano primordiale
o se ci sono arrivate per vie
ormai scomparse e hanno imparato a vivere
in quella singolarità ecologica
quel gelido orizzonte degli eventi
fragili perfette senza memoria.

domenica 28 agosto 2016

poesie per un'amica lontana - 6

Com'è cattivo questo giugno: il cielo
ora è un groppo di nuvole. Un brivido
elettrico percorre i biancospini.
Annuso l'aria gravida di fulmini.
Com'è cattivo giugno che risveglia
un settembre passato: la tua voce
che dal grigio mi saluta – l'abbraccio
l'ultimo lampo nero dei tuoi occhi.

(19 giugno 2016)

venerdì 26 agosto 2016

amore giapponese (Nukata no Ōkimi)

Il Man'yôshû (“raccolta di diecimila foglie”) è la più antica antologia della poesia giapponese. Raccoglie quasi cinquemila componimenti, datati fra il V e l'VIII secolo d.C. e attribuiti a oltre cinquecento autori diversi, fra i quali settanta donne.
Nukata (Nukada) no Ōkimi fu una principessa imperiale, vissuta fra il 630 e il 690 circa, durante il periodo Asuka (538-710). Fu prima favorita e poi moglie dell'imperatore Tenmu (663-686), al quale diede una figlia. Secondo altre fonti, fu anche moglie di suo fratello, l'imperatore Tenji.
Il Man'yôshû conserva tredici sue poesie. Quelle qui riportate sono due scambi poetici: il primo con il principe Ôama (fratello minore dell'imperatore Tenji, che si innamorò di lei e continuò ad amarla anche quando lei andò in sposa al fratello) e il secondo con Yuge no Miko, altro membro della famiglia imperiale.

(I testi, nella traduzione di Aldo Tollini, sono ripresi da qui, dove ne trovate anche altri, insieme ad ulteriori informazioni sull'autrice e a un commento.)

* * *

Nukata ad Ôama

Mentre vai nei campi dall'erba color viola sfavillante,
mentre vai nella riserva dell'imperatore,
il guardiano della riserva
non ti starà osservando
mentre mi agiti la manica*?

* gesto di saluto, che la poetessa teme 
possa rivelare agli estranei il loro amore.

* * *

Ôama a Nukata

Se provassi risentimento verso di te
che sei bella come il color viola,
mi sarei innamorato di te
che sei moglie d'altri?

* * *

Yuge no Miko a Nukata

È un uccello* che ha nostalgia del passato
quello che vola cantando
sopra il pozzo,
presso l'albero di dafne.

* l'uccello è qui controfigura dell'amante 
che ripiange l'amore passato.

* * *

Nukata a Yuge no Miko

L'uccello che ha nostalgia del passato
è un cuculo.
Forse ha pianto,
e come lui anch'io
per il mio amore.

giovedì 25 agosto 2016

camminare, urinare, defecare

"Non c'è nulla di più difficile da capire della psicologia umana. Non riesco assolutamente a rendermi conto se in questi giorni il mio padrone sia di cattivo umore, se invece sia allegro, o se cerchi parole rassicuranti negli scritti di qualche vecchio filosofo. Non ho la minima idea di cosa gli passi per la mente, se si faccia beffe della società umana o desideri avere rapporti con i suoi simili, se sia irritato per qualche ragione banale o ancora se si tenga al di sopra di ogni preoccupazione mondana. In queste cose noi gatti siamo molto più semplici. Se abbiamo fame mangiamo, se abbiamo sonno dormiamo, quando ci arrabbiamo andiamo su tutte le furie, quando piangiamo lo facciamo con tutta l'anima. Tanto per cominciare, non teniamo cose inutili come un diario. Perché non ne abbiamo bisogno. È probabile che le persone che hanno due facce, come il padrone, sentano la necessità di esternare gli aspetti del proprio carattere che non vogliono mostrare a nessuno scrivendo un diario nell'intimità della loro stanza, ma per quanto concerne noi gatti, le nostre quattro posture fondamentali - camminare, stare fermi, stare seduti e stare sdraiati, oltre a urinare e defecare - costituiscono già in sé un autentico diario, quindi siamo esonerati dalla seccatura di tenerne uno per conservare la nostra identità. Se uno ha il tempo di scrivere un diario, tanto vale che se ne stia a dormire nella veranda."

Natsume Sōseki, "Io sono un gatto" (1905)



(Ovviamente, quanto sopra rimane valido se si sostituisce a "diario" la parola "blog"...)

mercoledì 24 agosto 2016

riflessioni pre-inizio dell'anno scolastico

La mia esperienza scolastica si è svolta dal 1980 (prima elementare, o meglio primina perché sono di marzo) al 1993 (diploma), in una cittadina della provincia pugliese.
Non recentissima, ma insomma nemmeno la preistoria.

Nelle aule, la presenza di stranieri era praticamente zero (oggi nella mia scuola - un Liceo delle Scienze Umane - in una classe di 25 è normale avere almeno 4-5 studenti con famiglie di origine straniera; nei nidi e alle materne, si sfiora tranquillamente il 40-50%).

La percentuale di alunni che non seguivano Religione era minima, quasi inesistente (oggi ho classi dove un terzo e più degli alunni "non si avvalgono", come si dice in gergo). Ogni Natale e Pasqua, i professori ci portavano ad assistere alla Messa di precetto nella chiesa accanto alla scuola, cosa oggi impensabile.
Non ricordo compagni di scuola con genitori divorziati o separati (oggi uno dei refrain nei consigli di classe è che l'alunno X ha problemi in famiglia, che in genere significa divorzio o separazione in corso).

Si pagava in lire, si andava in Francia con il passaporto e l'Europa era Giochi senza frontiere. Gli aerei costavano un occhio della testa, ma c'era l'Interrail (che io, comunque, non ho mai fatto). Esisteva ancora la Cortina di Ferro, la Russia si chiamava U.R.S.S. e chi voleva votare a sinistra votava P.C.I. Berlusconi era un miliardario con connessioni mafiose e massoniche e i canali TV erano una decina in tutto.

La musica si ascoltava sugli LP in vinile o sulle musicassette. I dischi si ordinavano nell'apposito negozio e spesso per quelli esteri o rari bisognava aspettare settimane. Il cd faceva la sua timida apparizione, ma non si sarebbe diffuso in massa prima dei tardi anni Ottanta-primi anni Novanta. Se qualcuno ci avesse parlato di MP3, avremmo pensato a un film di James Bond.

Internet era sconosciuto, Facebook, Whatsapp e tutti gli altri social network non erano ancora stati inventati, delle e-mail non esisteva nemmeno la parola, Skype manco a parlarne. Per chiamarsi, si usava il telefono (addirittura quello a rotella, pesantissimo, di bachelite grigia) e le cabine telefoniche (prima a gettoni, poi con la carta telefonica) ed era ancora normale scriversi lettere e mandarsi cartoline. Quando comparvero i primi cellulari, negli anni Novanta, si trattava di affari grossi come walkie-talkie, con antenne lunghe mezzo metro che rischiavano di accecare i vicini.
Le ricerche non si facevano su Wikipedia ma sulle enciclopedie di carta, a casa propria oppure in biblioteca.

Il massimo della tecnologia era una calcolatrice scientifica (ricercatissime quelle che tracciavano i grafici delle funzioni) e magari qualcuno dei primi, preistorici personal computer.
Credo di non aver mai visto un modem prima dei vent'anni, e si trattava di quelli che fischiavano e scricchiolavano per mezz'ora prima di connettersi, e poi ci mettevano altrettanto per scaricarti un'immagine.
I videogiochi erano, a paragone di quelli di oggi, quello che l'aereo dei fratelli Wright è rispetto allo Space Shuttle.

Per accedere alla pornografia, o semplicemente alla visione di un corpo femminile nudo, bisognava sottrarre surrettiziamente le riviste ai fratelli maggiori, oppure cercare, sulle TV private, qualche commediaccia con Edvige Feneh o Gloria Guida, o una puntata di Colpo Grosso.
Non ho dati statisticamente attendibili, ma credo di poter affermare con una certa sicurezza che pochissimi fra i miei coetanei abbiano avuto rapporti sessuali prima dei diciotto-diciannove anni.

Cominciavano ad arrivare i primi segni della globalizzazione, ma la prima volta che ho visto un McDonald è stato a sedici anni, durante una vacanza-studio in Inghilterra.

Eppure, ogni anno, ho sempre più forte la certezza che gli adolescenti di oggi - globalizzati, bombardati di informazioni, frastornati dai social network, schiavi dei telefonini, abituati ad accedere senza problemi ad archivi online contenenti terabyte di pornografia di ogni genere - siano sostanzialmente identici a com'eravamo noi alla loro età, anche se a noi adulti fa più comodo pensare il contrario.