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sabato 17 agosto 2019

tre poesie di Robin Robertson

Il sogno della cacciatrice

È sempre lo stesso:
lei in piedi sopra di me

nella radura della foresta,
picchiettata su una guancia del sangue

di un coniglio o di un cervo.
Io non mi accorgo di nulla

se non della mia carne ammutinata
e delle trappole del desiderio

spedite per metterla alla prova:
le sue braccia nude, le spalle

nude, i capelli sciolti,
i seni duri, alti,

e sotto la cintura
di coltelli e d'esche per pesci,

la ferita svestita.
Ogni notte lo stesso:

il nodello squarciato,
e sotto il crollo;

mi risveglio nel suo corpo,
rotto, come un'arma da fuoco.

* * *

Esposizione

La pioggia, dicevi, è silenzio a volume alzato.
Piove da giorni e giorni.
Persino quando smette
c'è ancora il rumore
della pioggia, ostinato
a trovare nuove strade nella terra.

Noi giacciamo in un feroce abbraccio: queste
due metà che cercano l'intero, tese
a questa pausa nelle interferenze,
nel rumore bianco
della pioggia caduta
per tutto il giorno e per tutte le lenzuola della notte.

Il silenzio è pioggia con il volume abbassato,
e io adesso fisso là fuori e vedo chiaramente
qualche cosa abbadonata sul filo:
una vita, impigliata lì –
fradicia, stropicciata,
irriconoscibilmente mia.

* * *

Canzone della vanità

Che cosa portarti
se non ci sei più?
Bruchi, mosche e vermi delle mele.

Che cosa cantarti
se canzoni non ne ho?
Gridi di gabbiano e richiami di chiurlo.

Che cosa farti
se mi dici no?
Rammentarti la notte che si svuota,

e la vergogna che sarà il tuo premio.


(traduzioni mie)

sabato 13 gennaio 2018

una traduzione da Philip Larkin

Il signor Bleaney

“Questa era la sua stanza. Ci ha abitato
finché era all'assemblaggio, dopo l'hanno
trasferito”. Tendine sfilacciate,
a fiori, troppo lunghe di una spanna,

dalla finestra lotti edificabili,
rifiuti, erbacce. “Coltivava l'orto,
era un brav'uomo, uno così affidabile”.
Letto, sedia, sessanta watt, la porta

senza gruccia, né armadi, né ripiani...
“La prendo”. E così eccomi a dormire
dove dormiva Bleaney, i mozziconi
schiacciati nel suo stesso posacenere,

l'ovatta nelle orecchie, a soffocare
il chiacchiericcio della radio (lui
era stato, a fargliela comprare).
Conosco i suoi orari, so i suoi gusti

in fatto di cucina, le schedine,
le abitudini fisse: ogni estate
la vacanza, ospitato in casa Frinton,
e il Natale a casa dei cognati.

Ma se stesse a guardare il vento gelido
che arruffava le nubi e, sul suo letto
ammuffito, dicesse con un brivido
“questa è casa”, e ghignasse, col sospetto

terribile che il modo in cui si vive
misuri il nostro essere, e che un box
in affitto sia ciò che meritava,
e nient'altro: no, questo non lo so.

Philip Larkin (traduzione mia)

* * *

Mr Bleaney

‘This was Mr Bleaney’s room. He stayed
The whole time he was at the Bodies, till
They moved him.’ Flowered curtains, thin and frayed,
Fall to within five inches of the sill,

Whose window shows a strip of building land,
Tussocky, littered. ‘Mr Bleaney took
My bit of garden properly in hand.’
Bed, upright chair, sixty-watt bulb, no hook

Behind the door, no room for books or bags —
‘I’ll take it.’ So it happens that I lie
Where Mr Bleaney lay, and stub my fags
On the same saucer-souvenir, and try

Stuffing my ears with cotton-wool, to drown
The jabbering set he egged her on to buy.
I know his habits — what time he came down,
His preference for sauce to gravy, why

He kept on plugging at the four aways —
Likewise their yearly frame: the Frinton folk
Who put him up for summer holidays,
And Christmas at his sister’s house in Stoke.

But if he stood and watched the frigid wind
Tousling the clouds, lay on the fusty bed
Telling himself that this was home, and grinned,
And shivered, without shaking off the dread

That how we live measures our own nature,
And at his age having no more to show
Than one hired box should make him pretty sure
He warranted no better, I don’t know.

giovedì 4 gennaio 2018

congedo e buon anno

San Silvestro 1917

Inerme è affondato l'anno scorso
e il nuovo sorge, con il cuore in mano.
I bei tempi son dunque così infami?
Nessun pudore può frenarne il corso?

Timorosi ascoltiamo da lontano:
di tanto in tanto ha un tremito la terra.
Ma i nuovi tempi avanzano, imperterriti,
su questo sogno colmo di peccato.

Corrono i tempi con i calendari,
le usate attività continuando.
Gli assassini si stanno congedando.
con un buon anno ai profanatori.

Karl Kraus – traduzione mia

venerdì 22 settembre 2017

autunno

In mezzo ai doppi vetri
ronza una vespa.
Vento d'autunno già appanna la finestra.

Sempre la prigioniera
torna all'assalto,
sempre ritorna.

Perchè il calore
della stanza le allunga la vita
moltiplica le forze.

Heinz Kahlau (1931 - 2012)
(traduzione mia)

domenica 3 settembre 2017

quattro poesie di Heinz Kahlau

Un gioco

I bimbi giocano a fare gli sposi
con entusiasmo.
Perché la sposa si può agghindare
e la festa fa allegria.
E i bimbi sanno bene
com'è che ci si addobba.

Lo sposo ha preso un vecchio cappello
se l'è calcato sulla fronte.
Cammina come fa uno sposo,
con le ginocchia tutte dritte.
La sposa ha addosso un accappatoio
e un asciugamano, ha l'aria intimidita.
Un terzo bimbo le regge lo strascico,
perché ai bimbi piacciono gli strascichi.

Perché poi i grandi si bacino sempre,
e siano tristi e debbano sbronzarsi,
questo i bambini non sanno capirlo:
eppure, per il gioco, lo vorrebbero
tanto sapere.

* * *

Star seduti insieme

Questo star seduti insieme
mi fa bene, fa allegria,
sono quieto, stando insieme,
come mai in vita mia.

Niente gesti, né parole:
dalla fretta noi scappiamo,
qui seduti, stiamo zitti
ed insieme riposiamo.

Siamo insieme, siamo uno,
quieto e amico è ogni sguardo,
poi ridiamo e ci gettiamo
nella fretta d'ogni giorno.

* * *

Paura mattutina

Anche una grande città può essere vuota come una chiesa.
Quando il mattino si piega alle finestre
e solo gli uccelli gridano nei cortili.
Allora spesso mi chiedo se ancora ci sia
quella mia autocosciente sicurezza.
Allora certe volte arrivo al punto
che posso spaventarmi ancora come un bambino
che nelle notti piange per la mamma,
perché tutto intorno è estraneo e pieno d'orrore.

* * *

Il vecchio muratore

Johannes, il vecchio muratore, è morto.
Come la malta,
con cui impilava pietra su pietra,
è il suo volto.
E anche le mani.

Il giovane,
che ieri ha dovuto sgridare
per la sua sbadataggine,
ha avuto la sua cazzuola.

Dal camino,
che è stato il suo ultimo,
stamattina si è levato
il primo fumo.

Seppellitelo senza bugie.


Heinz Kahlau (1931 - 2012)
(traduzioni mie)

lunedì 3 luglio 2017

cinque poesie di Michael S. Harper

DOV'È ADESSO LA MIA DONNA: per Billie Holiday

i pioppi piegati all'indietro
più verdi e più radi
sul lato sopravento
dov'è adesso la mia donna
nella pioviggine del nord
perde le foglie deboli
e la corteccia invernale
le piogge fino ai pendii
i papaveri avviliti
ci sono passeri sui declivi
si bagnano come pecore
nel fango di primavera
dov'è adesso la mia donna

* * *

IL BLUES DEL VILLAGGIO
(da un racconto di John O. Stewart)

Gli uccelli schizzano
nelle palme azzurre
i tagliatori di canna aspettano,
l'uomo indugia
sei metri più in alto;
aspettano il prete.
Le mosche cavalcano la carcassa
che come un turacciolo ondeggia in cerchi.
La luce dell'est la spinge verso ovest.
Arriva il prete, un uomo
affondato nel rum,
la faccia scartavetrata
in un belletto di crepe
e capillari rotti.
Ha il dovere di tagliare
questo frutto
di questo tranquillo villaggio
e mentre arriva barcolla lentamente.

* * *

IL CANCELLO

Più vero del fioco
trapassare del tuo sospiro
io scruto sperando nella quiete.
La luce sta svanendo,
i miei occhi si abituano
al traffico, denso
nel suo moto folle.
Mentre scende il buio,
mi perdo nelle meccaniche
del suo sconfinare.
Se ne fossi capace
non lo tratterrei.
Donna, tu sostieni
di essere aperta
alla sfida che ti offro,
che la notte è nera come
il tuo più scuro grandioso desiderio,
e che tu canti
nella speranza eccezionale
che io sia il tuo compimento.

* * *

ATTERRAGGIO NEL MAINE

Mai prima d'ora,
e due volte in una settimana,
ho guardato fuori
nell'oblio e nella rabbia,
sonori e puntuali,
della vicina base aerea.
Bruciano il carburante
in eccesso, con rigore
di cecchini;
gli olmi stanno morendo
per qualche virus virulento;
eppure è metà marzo
la neve è arretrata
e ritornata,
e non c'è niente
nel vento; niente musica.

* * *

ECHI: DUE

Per cinque ore i due stampi
del tuo viso non spariranno.
Sento la forma della tua testa,
la superficie scura, le linee sottili
che gonfiano la nuca;
per quelle linee il tuo sorriso è un porto.
Amare è imparare a memoria l'amata,
fermarsi un momento spaventati
dal quel ricordo, non scordare
nulla di quel ricordo
di cui sono persi i dettagli.

(da "Dear John, Dear Coltrane", 1970 - traduzioni mie)

domenica 5 marzo 2017

quattro poesie di Jamie McKendrick

Giallo cromo

I tuoi tre coraggiosi girasoli sono pronti a cadere.
Ritti in una brocca d'acqua stantia
quasi tutti hanno raggiunto la parte scoscesa
nella curva del declino. Le loro teste di fiamma
dagli occhi scuri si fanno d'ocra in punta e si chiudono
poi, flosce come poltiglia o gramaglie, penzolano
sugli spessi peduncoli. Quell'olandese pazzo
che si riempì la bocca del giallo cromo
di cui consumava i tubetti per dipingerli
fece piombo tossico del suo oro commestibile.
Con il giallo ora piombo, i girasoli si voltano
verso il sole nero della terra.
Il loro tempo è passato, le grandi foglie drappeggiate
e scurite attorno a sé come un campo di corvi.

* * *

Sei personaggi in cerca di qualcosa

Un mio amico ha conosciuto il figlio di un uomo
che pare fosse stato mangiato da un orso polare
in Islanda dove l'orso era sbarcato dalla Groenlandia
trascinato su una zattera di ghiaccio.

Il padre dell'uomo che ha conosciuto il mio amico
vide l'orso che lo avrebbe mangiato aggirarsi
a riva e si affrettò e incontrò un altro uomo
che camminava in senso opposto verso l'orso.

Diede all'altro uomo il suo bastone da passeggio
ma nel frattempo l'orso era tornato indietro
e riapparve sulla strada di fronte
all'uomo che adesso era indifeso.

Potrebbe esserci una morale in questa storia
per l'uomo, suo figlio, l'uomo da lui incontrato,
per il mio amico, per me, persino per l'orso,
ma se c'è è meglio lasciarla inespressa.

* * *

Oltre

Ho parlato tutta la mattina al bar con uno
appena sopravvissuto a un incidente d'auto.
Avevano tagliato le lamiere per estrarlo, le gambe
spezzate ancora non guarite – il petto una mappa
di un qualche paese abbandonato e inabitabile,
visto dall'alto, ed è lì che era stato lui in quel momento,
o almeno lì si sentiva – guardava in basso al suo
corpo riconosciuto in un anello di luce anche se all'inizio
non c'era proprio luce soltanto una strada buia.
Cercava di spiegarmi quel senso di pace che aveva
provato, che ancora non l'aveva abbandonato,
ma l'aveva fatto quando aveva scelto (sembra che gli fosse
stata offerta una scelta) di rientrare nel proprio corpo,
stavolta in un'ambulanza. Era diventato dolore,
il dolore un intero orizzonte di fili roventi,
finché gli infermieri l'avevano riempito di morfina.
Gli ho raccontato del tuo incidente, Lee,
a che velocità andavi, non certo sessanta all'ora,
la strada, il muretto a secco, di fronte il piazzale
della stazione di servizio, la data, il cielo sereno,
come il fagiano si alzò in volo dal bordo erboso
verso la tua visiera o il tuo torace, come se li avessi visti io,
come se li avessi visti dall'alto o da un oltre.
Ho elencato le tue ferite e ho menzionato l'uomo
che ti aveva messo l'orologio, ancora funzionante, dentro
il guanto nero a coste, ti aveva avvolto in un plaid
e aveva chiamato aiuto con il cellulare mentre ti teneva
forte la mano... Volevo sentire
come oltre il momento che ha macchiato le nostre vite
e lasciato delle parti di noi incagliate su quel bordo,
oltre il fatale luccicante torso d'insetto della bici
tu fossi stato sollevato in ciò che l'uomo descriveva.

* * *

Necessario

La cosa necessaria manca dal giorno
ma tutti vanno avanti come fosse normale:
come quando aspettammo l'usignolo
e sentimmo soltanto il poligono di tiro militare;
o quando lo sposo non riusciva a trovare l'anello
frugava nel fondo basso della tasca
finché il prete arrischiò uno scambio di parole:
senza questo anello vi unisco comunque in matrimonio;
o quando la corona ferrea di Monza
con il suo unico chiodo della vera croce
non era a disposizione per l'incoronazione di Enrico
perché era in un qualche banco di pegni a Milano.

Jamie McKendrick (traduzioni mie)

gli originali sono qui

martedì 21 febbraio 2017

voci di donne dall'India

Femminilità

Ho pensato a lungo a quella ragazza
che raccoglieva sterco di vacca in un’ampia cesta rotonda
lungo la strada principale che passava da casa nostra
e dal tempio Radhavallabh a Maninagar.
Ho pensato a lungo al modo in cui lei
muoveva le mani e i fianchi
e all’odore di sterco e di polvere di strada e di gigli di canna umidi,
l’odore di fiato di scimmia e di abiti appena lavati
e la polvere dalle ali dei corvi che ha un odore diverso
ed ancora l’odore di sterco mentre la ragazza lo raccoglie
tutti questi odori che mi circondavano separatamente
e simultaneamente. L’ho pensata a lungo,
ma non volevo usarla per una metafora,
per una bella immagine, ma soprattutto non volevo
dimenticarla o spiegare a chiunque la grandezza
e la forza che rilucevano dai suoi zigomi
ogni volta che trovava un mucchio di sterco
particolarmente promettente.

Sujata Bhatt

* * *

A una poesia non ancora nata

Davanti a un tè ci domandiamo perché scriviamo poesie.
Dieci persone le leggono, in ogni caso.
A tre non piacciono
per partito preso.
Tre provano un vago struggimento
ma devono pensare ai rubinetti che perdono
e al traffico cittadino.
A due piacciono
e non avrebbero problemi a dirtelo,
ma non sanno come.
Un’altra è tutta presa a preparare domande
sulle facili ironie
e sulla politica dell’identità.
La decima si chiede
se porti le lenti a contatto.
E noi
corrotti come chiunque altro
da un mondo assuefatto
ai carboidrati
e alle parole,
brancoliamo ancora
fra tramonti, metrica e
schegge di speranza
per un istante
liberi
dal terribile contagio
dell’abitudine.

Arundhathi Subramaniam

(Qui e qui i testi originali in inglese)


Da:  L’India dell’anima – Antologia di poesia femminile indiana 
contemporanea in lingua inglese (Le Lettere, 2006)
traduzioni di Andrea Sirotti

martedì 25 ottobre 2016

che cos'è la musica?

È vero, amica, tutto cancellato
qualcosa resta. Le dita toccano
all'unisono corde, nell'invisibile.
I ricordi, i desideri le destano.

Che cos'è la musica? L'imminenza
di quest'isola che è e non esiste.
La non-trovabile, errante nello spirito,
e all'improvviso apparsa, quasi a riva.

Ella dice: sono il vostro altro mondo,
tutta la notte avrò cura di voi,
all'alba, nuda, andrò di stanza in stanza.

Io sono, io non sono. Dal non essere
fiorisce che io resti accanti a voi.
Voi dormirete: io sono in voi, io veglio.

* * *

Et c'est vrai, mon amie, quand tout s'efface
Quelque chose demeure. Nos doigts touchent
Conjointemente des cordes, dans l'invisible.
Nos souvenirs, nos désirs les éveillent.

Qu'est-ce que la musique? L'imminence
De cette île que est et n'existe pas.
La non-trouvable, errante dans l'esprit,
Et soudain l'aperçue, presque la rive.

Elle nous dit, je suis votre autre monde,
Je prenderai soin de vous toute la nuit,
À l'aube j'irai nue de salle en salle.

Je suis, je ne suis pas. De ne pas être
Fleurit que je demeure auprès de vous.
Vous dormirez, je suis en vous, je veille.

Yves Bonnefoy


da “Ensemble ancore suivi de Perambulans in noctem”, 
Mercure de France, Paris, 2016

(traduzione mia)

domenica 23 ottobre 2016

piccolo infinito_una poesia (erotica) di Pablo Neruda

Sonetto XII

Donna completa, mela carnale, luna calda,
denso aroma d’alghe, fango e luce pestati,
quale oscura chiarità s’apre tra le tue colonne?
Quale antica notte tocca l’uomo con i suoi sensi?

Ahi, amare è un viaggio con acqua e con stelle,
con aria soffocata e brusche tempeste di farina:
amare è un combattimento di lampi
e due corpi da un solo miele sconfitti.

Bacio a bacio percorro il tuo piccolo infinito,
i tuoi margini, i tuoi fiumi, i tuoi villaggi minuscoli,
e il fuoco genitale trasformato in delizia

corre per i sottili cammini del sangue
fino a precipitarsi come un garofano notturno,
fino a essere e non essere che un lampo nell’ombra.


* * *

Plena mujer, manzana carnal, luna caliente,
espeso aroma de algas, lodo y luz machacados,
qué oscura claridad se abre entre tus columnas?
Qué antigua noche el hombre toca con sus sentidos?

Ay, amar es un viaje con agua y con estrellas,
con aire ahogado y bruscas tempestades de harina:
amar es un combate de relámpagos
y dos cuerpos por una sola miel derrotados.

Beso a beso recorro tu pequeño infinito,
tus márgenes, tus ríos, tus pueblos diminutos,
y el fuego genital transformado en delicia

corre por los delgados caminos de la sangre
hasta precipitarse como un clavel nocturno,
hasta ser y no ser sino un rayo en la sombra.


Pablo Neruda
(da "Cento sonetti d'amore")

venerdì 21 ottobre 2016

cinque poesie di Luis Alberto de Cuenca

La colazione

Mi piaci quando dici una sciocchezza,
quando combini un guaio, quando menti,
quando vai a fare shopping con tua madre
e arrivo tardi al cinema per colpa tua.
Mi piaci di più quand'è il mio compleanno
e mi copri di baci e di torte
o quando sei felice e lo si vede,
o quando riesci a condensare tutto
in una frase geniale, o quando ridi
(la tua risata è una docca nell'inferno)
o mi perdoni una dimenticanza.
Però mi piaci anche di più, tanto che quasi
non so resistere da quanto mi piaci,
quando, piena di vita, ti risvegli
e come prima cosa mi sussurri:
“Ho una fame feroce stamattina.
Inizierò con te la colazione”.

* * *

Nausicaa

Il mare di Omero ride per te,
che ti appoggi nuda al parapetto
in cerca d'aria fresca, con la coppa
di nettare in mano, mentre d'intorno
vanno e vengono gli ospiti alla festa
che hai dato nel palazzo di tuo madre.
L'aria pura inonda i tuoi polmoni
e il nettare ti sale alla testa
ed ecco arrivare alla terrazza
l'uomo della tua vita. Unisce in sé
nobilmente la forza e la sapienza.
Ulisse è il suo nome. Tu non ignori
che non si tratterà. Già tante volte
sognasti il suo disprezzo... Tuttavia,
lo scintillare dei tuoi occhi insinua:
“Non mi sazio di vederti”. E le tue orecchie
reclaman: “Parlami, dammi parole
per vivere”. E con il sesso dici:
“Padrone fai di me ciò che ti piace”.
Tutto è abbandono in te, dolce Nausicaa.
Ma lui è annoiato dalla festa,
perso dietro al ricordo della patria,
e non considera te, né quel tuo corpo
di dea crivellato di messaggi
che non arriveranno mai a destinazione.

* * *

Elena: Palinodia

No, non è vera, amore, quella storia.
Non arrivò a sedurti quel demente
dai ricci profumati. Non fuggisti
precipitosamente dalla festa
del nostro anniversario, con lo sguardo
inchiodato sul pacco ch'emergeva
tra le sue gambe, e le narici sature
di droga. Non salisti a bordo
del suo lussuoso yacht con quanto avevi
indosso (quasi niente), mentre io
ti cercavo per strada come un pazzo,
temendo che ti fosse successo chissà cosa.
Non sei scomparsa dalla mia vita
come una meteora e per sempre.
Non può essere vera quella storia.

* * *

Bèvitela

Di' cose belle alla tua fidanzata:
“Hai un corpo da clessidra
e un'anima da film di Hawks”.
Diglielo a voce bassa, le tue labbra
attaccate al suo orecchio, e che nessuno
possa ascoltare ciò che stai dicendo
(ossia che le sue gambe sono razzi
diretti verso il centro della terra,
o che i suoi seni sono il nascondiglio
di un gambero di mare, o che la sua schiena
è argento vivo). E quando si convince
e inizia a sciogliersi tra le tue braccia,
non indugiare un attimo:
bèvitela

* * *

La notte madrilena

Ricordi nella notte madrilena, in agosto,
quanto tutti erano via per le vacanze,
e non c'erano messaggi nella segreteria
né lettere da parte di nessuno (neppure
opuscoli pubblicitari), e il calore invadeva
la tua casa come un germe di cancro incurabile
(ancora non avevi l'aria condizionata),
e lei viaggiava con un altro al sud o al nord
(non ti ha mai detto dove), e tutt'a un tratto uscivi
a camminare, senza meta, per le vie deserte
con voglia di morire, pensando che la vita
era un racconto di Kafka o di Edgar Allan Poe
(almeno), ed ecco, senza sapere come,
vedevi oltre i negozi chiusi e i bar
uno spettro di luce che ti veniva incontro
e, una volta vicino, ti diceva: “Ragazzo,
sono il tuo angelo custode. Dio vuole che ti dica
che t'invidia: tu solo, e Madrid, e in agosto,
senza morosa e senza amici, con il caldo e senza lettere,
non dovresti ringraziare il Re dei Re
per tanta fortuna tutta insieme?”, e scompariva,
e appariva di nuovo la notte seguente,
dicendoti le stesse cose, e tu eri sul punto
di morire dal ridere, e una volta di più la notte
madrilena riusciva a liberare il tuo cervello
da stupide ansietà.


Luis Alberto de Cuenca (Madrid, 1950)
da “Senza paura né speranza”, 2002

Traduzioni di Stefano Belardinelli
da Poesia, XXIX, 317, Luglio/Agosto 2016

mercoledì 19 ottobre 2016

una poesia di Kuno Raeber

Cicala

Un giorno resterà
di me solo la voce.
Per tutte le stanze
mi cercherai,
per le scale, per i lunghi
corridoi, nei giardini,
mi cercherai in cantina,
mi cercherai sotto le scale.
Un giorno mi cercherai.
E ovunque sentirai la mia voce
soltanto, la mia alta monotona
voce che canta. Ovunque
ti raggiungerà, ovunque
ti befferà, in tutte
le stanze, per le scale, per i lunghi
corridoi, nei giardini, in cantina,
sotto le scale. Un giorno
mi cercherai. Un giorno
resterà di me solo la voce

Kuno Raeber
traduzione mia

sabato 15 ottobre 2016

contro la malinconia_di Warsan Shire

Warsan vs Malinconia
(I sette stadi dello stare soli)

* * *

l'insostenibile peso del restare (la fine della relazione)

non so quando l'amore è diventato sfuggente
ma so che non conosco nessuno che ce l'abbia
le braccia di mio padre attorno al collo di mia madre
frutto troppo maturo da mangiare, una porta mezza aperta
quando il tuo nome è solo una mano che non posso tenere
tutto ciò in cui ho sempre creduto diventa magia

penso agli amanti come a degli alberi, che crescono
da e verso l'un l'altro in cerca della stessa luce,
la risata di mia madre nella stanza buia,
una foto che ingrigisce al mio tocco,
è tutto ciò che so fare, portare in giro la perdita finché
comincio a somigliare a tutti i brutti ricordi,
tutte le terribili paure,
tutti gli incubi che ognuno abbia mai avuto.

ti chiedo mi hai mai amato?
mi dici certo, certo talmente in fretta
che mi sembri qualcun altro
ti chiedo sei fatto d'acciaio? sei fatto di ferro?
tu urli al telefono, mi fa male lo stomaco

ti lascio andare, ho bisogno di qualcuno che sa come restare.

* * *

cara luna (la distrazione)

ti incolpiamo per le piene
i flussi di sangue
gli uomini che sono anche lupi
e anche se potresti tirare
la marea per i capelli
diciamo alla gente che ti abbiamo
camminato sopra
ti incolpiamo per la notte
il buio
i fantasmi
cosa fredda e inimmaginabile
che ci segui a casa,
ti usiamo
per vederci l'un l'altro i fragili
corpi nudi sotto la tua luce azzurra,
ti lasciamo guardare; tu
gonfia contro il vetro
soffia un'alone di vapore
mentre andiamo l'uno contro l'altro
umidi disperati
come pesci sotto
un cielo allagato.

* * *

come portare il rossetto di tua madre (la disperazione)

devi portarlo come lei porta sulla faccia la delusione
devi nascondere la sorpresa di assaggiare altri uomini sulle labbra
tua madre è una donna e le donne come lei non si possono contenere.

trovi il tubo nero nel suo beauty case, dove tiene
le vecchie lettere di tuo padre dal carcere,
vuoi disperatamente somigliarle
bellezza da cinema, ti tieni una mano contro la gola
tua madre era bellissima quand'era stesa sul pavimento
mezza nuda e sanguinante.

vai in bagno a mettere il rossetto,
un posto in cui nessuno ti trovi
i tuoi denti appaiono fragili contro quel rosso profondo scivoloso
sorridi come un neonato, la tua bocca è una ferita
non somigli affatto a tua madre
sei identica a tua madre.

chiami il tuo ex fidanzato, siedi sul water e ascolti
il telefono che squilla, quando risponde dici lentamente il suo nome
lui dice pensavo di averti detto di smettere di chiamarmi
ti lecchi le labbra, hai il sapore d'anni di solitudine.

* * *

domande per la donna che ero ieri sera (la conversazione onesta)

quanto sei andata lontano per uomini che non hanno mai tenuto in grembo i tuoi piedi?
quanto spesso hai barattato ossa, solo per farti disprezzare?
perché sei così attratta da ciò che non puoi avere?
da dov'è iniziato?
che cos'è andato male?
e chi ti ha fatto sentire così inutile?
se ti volevano, perché non ti hanno scelta?
tutto questo tempo, hai mendicato amore in silenzio, pensando che non ti sentissero, ma te lo annusavano addosso,
avresti dovuto saperlo che ti assaggiavano la disperazione sulla pelle
e quegli altri che avrebbero fatto di tutto per te, perché hai fatto sì che ti amassero finché non ne potevi più?
come mai sei entrambe queste donne, quella volubile e quella indispensabile?
dove l'hai imparato, a volere ciò che non ti vuole?
dove l'hai imparato, a lasciare quelli che vogliono restare?

* * *

penso di aver capito che cosa abbiamo sbagliato (la consapevolezza)

ci amavamo come due
che non conoscevano dio.
(come se non avessimo usato
ogni preghiera
ogni sura
ogni ayah
per chiedere a dio
qualcosa del genere)
subhanallah,
che vergogna.

* * *

per le donne difficili da amare (l'affermazione)

sei un cavallo che corre da solo
e lui cerca di domarti
ti paragona a un’autostrada impossibile
a una casa in fiamme
dice che lo accechi
che non può lasciarti
dimenticarti
volere altro se non te
gli dai le vertigini, sei insopportabile
ogni donna prima o dopo di te
è inzuppata del tuo nome
gli riempi la bocca
i denti gli dolgono con memorie di sapori
il suo corpo una lunga ombra in cerca del tuo
ma tu sei sempre troppo intensa
spaventosa nel modo in cui lo desideri
spudorata e sacrificale
ti dice che nessun uomo può essere all’altezza di quello
che abita nella tua testa
e tu hai cercato di cambiare vero?
sei stata più a bocca chiusa
hai cercato di essere più dolce
più carina
meno irascibile, meno sveglia
ma anche nel sonno sentivi
che nei suoi sogni si allontanava da te
e che cosa volevi fare amore
aprirgli la testa?
non puoi trasformare un essere umano in casa
avrebbero dovuto averti già avvertito
e se vuole andarsene
lascialo andare
sei spaventosa
e strana e bella
qualcosa che non tutti sanno come amare.

* * *

(la preghiera)

ya allah,
se manterrà soffice il mio cuore,
spezza il mio cuore ogni giorno.


(traduzioni mie)


Qui i testi originali...

...e qui le poesie recitate dall'autrice. 



(per Ele,
perché ritorni presto 
a sorridere)

venerdì 2 settembre 2016

la più bella poesia

La più bella poesia?
Non l'ho mai scritta.
Dal fondo del fondo sorgeva.
L'ho zittita.

* * *

Mein schönstes Gedicht?
Ich schrieb es nicht.
Aus tiefsten Tiefen stieg es.
Ich schwieg es.

Mascha Kaléko
(traduzione mia)

venerdì 26 agosto 2016

amore giapponese (Nukata no Ōkimi)

Il Man'yôshû (“raccolta di diecimila foglie”) è la più antica antologia della poesia giapponese. Raccoglie quasi cinquemila componimenti, datati fra il V e l'VIII secolo d.C. e attribuiti a oltre cinquecento autori diversi, fra i quali settanta donne.
Nukata (Nukada) no Ōkimi fu una principessa imperiale, vissuta fra il 630 e il 690 circa, durante il periodo Asuka (538-710). Fu prima favorita e poi moglie dell'imperatore Tenmu (663-686), al quale diede una figlia. Secondo altre fonti, fu anche moglie di suo fratello, l'imperatore Tenji.
Il Man'yôshû conserva tredici sue poesie. Quelle qui riportate sono due scambi poetici: il primo con il principe Ôama (fratello minore dell'imperatore Tenji, che si innamorò di lei e continuò ad amarla anche quando lei andò in sposa al fratello) e il secondo con Yuge no Miko, altro membro della famiglia imperiale.

(I testi, nella traduzione di Aldo Tollini, sono ripresi da qui, dove ne trovate anche altri, insieme ad ulteriori informazioni sull'autrice e a un commento.)

* * *

Nukata ad Ôama

Mentre vai nei campi dall'erba color viola sfavillante,
mentre vai nella riserva dell'imperatore,
il guardiano della riserva
non ti starà osservando
mentre mi agiti la manica*?

* gesto di saluto, che la poetessa teme 
possa rivelare agli estranei il loro amore.

* * *

Ôama a Nukata

Se provassi risentimento verso di te
che sei bella come il color viola,
mi sarei innamorato di te
che sei moglie d'altri?

* * *

Yuge no Miko a Nukata

È un uccello* che ha nostalgia del passato
quello che vola cantando
sopra il pozzo,
presso l'albero di dafne.

* l'uccello è qui controfigura dell'amante 
che ripiange l'amore passato.

* * *

Nukata a Yuge no Miko

L'uccello che ha nostalgia del passato
è un cuculo.
Forse ha pianto,
e come lui anch'io
per il mio amore.

venerdì 12 agosto 2016

quattro poesie (in versi e in prosa) di Jaime Sabines

Che cazzo posso fare con il mio ginocchio,
con la mia gamba così lunga e così debole,
con le mie braccia, con la mia lingua,
con i miei occhi deboli?
Che c'entro io con questo casino
di idioti di buona volontà?
Che c'entro io con intelligenti putrefatti
e con dolci bambine che non vogliono un uomo ma solo poesia?
Cosa posso io tra poeti uniformati
dall'accademia o dal comunismo?
Cosa, tra venditori o politici
o pastori di anime?
Che cazzo ci posso fare, Tarumba,
se non sono un santo, né un eroe, né un bandito,
né un adoratore dell'arte,
né un farmacista,
né un ribelle?
Che ci posso fare se posso fare tutto
e non voglio fare altro che guardare e guardare?

(da “Tarumba, 1956)

* * *

Ti amo alle dieci del mattino, e alle undici, e a mezzogiorno. Ti amo con tutta l'anima e con tutto il mio corpo, a volte, nei pomeriggi di pioggia. Però alle due del pomeriggio, o alle tre, quando mi metto a pensare a noi due, e tu pensi al pranzo o alle faccende domestiche o ai diversivi che non hani, comincio a odiarti sordamente, con la metà dell'odio che ho per me.
Poi ti amo di nuovo, quando dormiamo e sento che sei fatta per me, che in qualche modo me lo dicono il tuo ginocchio e il tuo centre, le mie mani me ne convincono, e non esiste altro luogo dove io venga, dove io vada, migliore del tuo corpo. Tu mi accogli con tutta te stessa, ed entrambi scompariamo un istante, ci mettiamo nella bocca di Dio, fino a che non ti dico che ho fame o sonno.
Tutti i giorni ti amo e ti odio irrimediabilmente. E ci sono anche giorni, ci sono ore, in cui non ti conosco, in cui mi sei estranea come la donna di un altro. Mi preoccupo degli uomini, mi preoccupo di me, mi distraggono le mie pene. È probabile che non penserò a te per molto tempo. Chi potrebbe amarti meno di me, amore mio?

(da “Diario settimanale e poesie in prosa”, 1961)

* * *

Si dice, si vocifera, dicono nei salotti, alle feste, uno o pochi informati, che Jaime Sabines è un grande poeta. O almeno un buon poeta. O un poeta decente, stimato. O semplicemente un vero poeta.
La notiza giunge a Jaime e lui si rallegra: che bellezza! Sono un poeta! Sono un poeta importante! Sono un grande poeta!
Convinto esce fuori, o va a casa, convinto. Ma per strada nessuno, e a casa ancora meno: nesuno si rende conto che è un poeta. Perché i poeti non hanno una stella sulla fronte o una luce visibile o un raggio che gli esce dalle orecchie?
Mio Dio!, dice Jaime. Devo essere un papà un marito, o lavorare in una fabbrica come uno qualsiasi, o camminare, come uno qualsiasi, come un pedone.
Proprio così!, dice Jaime. Non sono un poeta: sono un pedone.
E questa volta se ne sta sdraiato sul letto con un'allegria dolce e tranquilla.

(da “Altre poesie libere”, 1973-74)

* * *

Adoro Dio. È un vecchio magnifico che non si prende sul serio. Gli piace giocare e gioca, e a volte perde definitivamente il controllo e ci rompe una gamba o ci schiaccia definitivamente. Però questo succede solo perché non vede bene ed è abbastanza goffo con le mani.
Ci ha inviato dei tipi eccezionali come Buddha o Cristo o Maometto, o mia zia Chofi, affinché ci dicano di comportarci bene. Ma lui non se ne preoccupa molto: ci conosce. Sa che il pesce grande mangia il pesce piccolo, che la lucertola grande mangia quella piccola, che l'uomo mangia l'uomo. E per questo ha inventato la morte: perché la vita – non tu né io – la vita sia per sempre.
Adesso gli scienziati se ne escono con la loro teoria del Big Bang... Però che importanza ha se l'universo si estende infinitamente o si contrae? Questo è un fatto che interessa solamente alle agenzie di viaggio.
Adoro Dio. Ha messo in ordine le galassie e distribuisce bene il traffico sul cammino delle formiche. Ed è così giocherellone e dispettoso che l'altro giorno ho scoperto che ha inventato – contro l'attacco degli antibiotici – dei batteri mutanti.
Vecchio saggio o bambino esploratore, quando smette di giocare con i suoi soldatini di piombo edi carne e ossa, crea campi di fiori o dipinge il cielo in modo incredibile.
Muove una mano e crea il mare, ne muove un'altra e crea le montagne. E quando passa sopra di noi, restano le nubi, pezzi del suo alito.
Dicono che a volte s'infuria e crea terremoti, e manda tempeste, flussi di fuoco, venti scatenati, acque sporche, castihi e disastri. Ma è tutto falso. È la terra che cambia – e si agita e cresce – quando Dio si allontana.
Dio è sempre di buon umore. Per questo è il preferito dei miei genitori, il prescelto dei miei figli, il più caro dei miei fratelli, la donna più amata, il cagnolino e la pulce, la pietra più antica, il petalo più tenero, l'aroma più dolce, la notte insondabile, lo sfarfallio della luce, la sorgente che sono.
Mi piace Dio, lo adoro. Che Dio benedica Dio.
(da “Altre poesie libere”, 1973-74)


Jaime Sabines (Tuxtla Gutiérrez, Chiapas, 1926 – Città del Messico, 1999)
Le traduzioni sono di Angela Saliani, da “Poesia”, XXIX, 315 (maggio 2016)

giovedì 21 luglio 2016

l'occhio di Dio_tre poesie di Rómulo Bustos Aguirre

Della difficoltà di acchiappare una mosca

La difficoltà di acchiappare una mosca
è dovuta alla complessa composizione del suo occhio

È il più simile all'occhio di Dio

Attraverso una rete di minuscoli ocelli
può osservarti da tutti gli angoli
sempre pronta al volo

Sembra che il grande occhio della mosca
non distingua i colori

Probabilmente non distingue nemmeno fra te
che cerchi di acchiapparla
e i resti putrefatti su cui si posa

* * *

Dattiloscopia

Proprio quando muovi il filo con il dito
appare il ragno con tutte le sue zampe, il suo addome, i suoi peli
e i suoi occhi quasi ciechi

Esamina attentamente il tuo dito
i meandri senza centro apparente della tua impronta
l'unghia incurvata e aggressiva, la piccola sporcizia che vi si accumula
Le pelli che si sono indurite a entrambi i lati e sembrano
piccoli corni, è quanto di più familiare gli risulta
Ma non riesce a intuire il resto misterioso su cui ti estendi
con tutte le tue zampe, il tuo addome, i tuoi peli e i tuoi occhi quasi ciechi

Gli appari come una preda strana

Troppo evidente per poterla ignorare
troppo ipotetica per poterla mangiare

Decide che tu devi essere Dio o qualcosa di simile
e si acquatta di nuovo ad aspettare un insetto meno complicato
più pulito e digeribile

* * *

Sacrificale

Il macellaio ha la lingua sciolta
quando parla delle bontà di ognuna delle carni dell'animale. Quasi
assapora le parole.
Il cliente indica un punto esteso nel disegno che è esibito sulla parete
dove sapientemente appare selezionato l'animale nelle sue diverse parti
per la golosa guida del mangiante
Senza dubbio il mangiato non è stato consultato sulla pubblicità
dei suoi visceri
Ah, il mangiatore
Con i suoi bei canini, i suoi raggianti incisivi e i suoi 356 molari

Ma c'è una certa torva beatitudine nella lentezza con cui, a volte, il macellaio
strappa una controfodera, contempla in controluce e separa delicatamente
un pezzo di pelle
Forse, in quegli istanti, qualcuno dentro di lui fantastica: qualche giorno
un arcangelo distratto, confuso nel tempo, verrà e mi libererà
da questo sporco grembiule, fermerà la mia mano nell'aria del mattino
e dirà folgorante:
basta, la tua fede è stata già messa alla prova
Il cliente, appoggiato al bancone, lo guarda con trepidante fulgore
E il fantasticatore vorrebbe indagare sei forse tu il mio liberatore?
ma dice offerente: noce o girello?

Adesso, il macellaio canticchia pigramente mentre pulisce i suoi enormi coltelli


Rómulo Bustos Aguirre 
(nato a Santa Catalina de Alejandría, Colombia, nel 1954)

martedì 19 luglio 2016

allontanati nel sogno_ quattro poesie di Horacio Benavides

Ascoltai il tuo pianto, madre
e raccolsi le forze per alzarmi
Era di notte
e mi avviai indovinando la strada
Volli orientarmi col suono
del ruscello
ma l'acqua non si udiva,
solo i cani abbaiavano al mio passare
Questa è la casa di Juan Chilito mi dicevo
infatti erano tre i cani che abbaiavano
Come non dovevano abbaiare se mi mancava la testa
Vado da Pedro Daza
infatti sono quattro o sei ad abbaiare
tornavo e mi dicevo
Come non dovevano abbaiare
se mi mancavano le gambe
Alla fine trovai la tua casa, madre
La tua casa come una nube bianca
fra tanta nerezza
Pensai che dormisse spossata dalla pena
e non volli svegliarti
e me ne andai da dove ero venuto

* * *

– Non smettono di passare le mule,
passano nella mia testa
o sono mule in carne e ossa
cariche di caffè verso il porto?

Verifica dalla finestra

– Alla finestra sto
è da un po' infatti che le sento,
quelle mule portano un altro carico,
lo stesso che ti toglie il sonno

– Portano oro?

– Qualcosa che vale più o meno dell'oro,
cadaveri sulle loro groppe

Le teste senza sangue dei morti
illuminano le strade deserte

* * *

– Sicuro che sono le api a ronzare
intorno ai cavalli che mangiano la canna?

– Sì, figlio, sono le api

– Sicuro che uno è il cavallo nero
e l'altra la puledra saura?

– È così, uno è il cavallo al passo di tuo padre
e l'altra la puledra saura di tuo nonno

– Sicuro che è una mattina di sole
e i cavalli ciondolano la testa mentre mangiano?

– Dici bene, figlio, i cavalli sonnecchiano
e ciondolano la testa per la calura

(Come dirgli che non si vede niente
e che a ronzare sono le mosche
sui nostri colpi insepolti)

* * *

Sono cessate le grida di dolore
e di spavento
e la notte scende
sopra i monti orfani

Chiudo i tuoi occhi
bacio la tua fronte,
gli assassini dormono ubriachi
sulle tavole delle osterie

Allontanati nel sogno, figlio
e non volgere lo sguardo
a questa terra maledetta



Horacio Benavides
(nato a Bolívar, Colombia, nel 1949)

domenica 17 luglio 2016

fanciulle e seni_quattro poesie di Andreas Embirikos

Ragazza

La casa brulica di gioia
Come una brocca piena di latte al sole
Una fanciulla alla finestra di nascosto
Offre i suoi seni ai colombi.

Le mammelle pulsano ricolme
E i capezzoli sono eretti
Gli uccelli le succhiano
E il latte trabocca all'improvviso.

* * *

I dardi

Una fanciulla in un giardino
Due donne in un vaso di fiori
Tre fanciulle nel mio cuore
Senza limiti senza condizioni.

Una palma di mano su un vetro
Una palma di mano su un seno
Un bottone che si sbottona
Una mammella che si scopre
Mentre il Sagittario con i dardi
Brilla lassù in cielo
Senza limiti senza condizioni.

* * *

Sipario notturno

La tramontana coprì la notte
All'inizio non c'era altra voce
Poi i massi rotolarono sui pendii
Fuori dalle camicette bianche sgusciarono seni
Con capezzoli appuntiti nel creato
Poi silenziosamente
Delicatamente
Impercettibilmente
Si scostò il sipario
Perché sulla scene apparisse il melodramma.

* * *

Quando sotto la stoffa si mosse il tuo seno,
Mentre correvi a prendere la palla con la racchetta
I sussulti formarono quella piega
Che ancora mi fa trasalire l'anima
Quando una folata di vento scuote la cortina della mia stanza.

Questo all'inizio attrasse la mia attenzione –
Tanto che, anzi, distinsi subito tra tutte le altre
La curva dei tuoi glutei
E vidi improvvisamente una striscia nuda del tuo corpo
Sopra la calza,
E mentre distendevi una tibia e un braccio
Vidi descriversi fugacemente ma rettamente
L'angolo delle tue cosce.
E così, prima di vederlo
Sentii che mi sarebb piaciuto molto il tuo viso –
E questo accadde.


Andreas Embirikos 
(Brăila, Romania, 1901 – Atene, 1975)

sabato 16 luglio 2016

amore nell'immondezzaio

dici: amo amare nell'immondezzaio
no la città immondezzaio circonda me e te
ci amano i colombi, spelacchiati come topi
i topi tra la carta si agitano frusciando come colombi

qui dietro i garage accanto a serbatoi arrugginiti
Dio! finalmente... Signore! siamo soli...
mattoni pietre bottiglie rotte -
la natura stupenda e il campo per l'amore

ah questi bottonicini bottoncini bottoncini...
la lampo! - ed esci dal bozzolo
abbracciandoci accarezzandoci siamo sempre bachi
aspetta aspetta! diventeremo farfalle

un quadrato di cielo spicca in alto sull'immondezzaio
il Suo alto Occhio è benevolo verso di noi:
tetti e finestre a mo' di pozzo - e sul fondo -
due vermi bianchi - l'Unità - l'Essere

Genrich Veniaminovič Sapgir (1928 - 1999)
(trad. P. Galvagni)