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domenica 1 ottobre 2017

cinque poesie di Pierluigi Cappello

 Pierluigi Cappello è morto oggi, a cinquant'anni.

* * *

Elementare

E c'è che vorrei il cielo elementare
azzurro come i mari degli atlanti
la tersità di un indice che dica
questa è la terra, il blu che vedi è mare.

* * *

Lascio la camera com’era quando era nei tuoi occhi,
incontrarti è il sapore che trattengo nel sorso di caffè.

Tra il piacere e quel che resta del piacere
il mio corpo sta come un posto dove si piange
perché non c’è nessuno.

Un giorno settembre era limpido e ventoso
il silenzio ammutoliva, la terra tornava al cielo.

* * *

Piove

Piove, e se piovesse per sempre
sarebbe questa tua carezza lunga
che si ferma sul petto, le tempie;
eccoci, luccicante sorella,
nel cerchio del tempo buono, nell'ora
indovinata
stiamo noi, due sguardi versati in un corpo,
uno stare senza dimora
che ci fa intangibili, sottili come un sentiero
di matita
da me a te né dopo né dove, amore,
nello scorrere
quando mi dici guardami bene, guarda:
l'albero è capovolto, la radice è nell’aria.

* * *

Parole povere

Uno, in piedi, conta gli spiccioli sul palmo
l'altro mette il portafoglio nero
nella tasca di dietro dei pantaloni da lavoro.

Una sarchia la terra magra di un orto in salita
la vestaglia a fiori tenui
la sottoveste che si vede quando si piega.

Uno impugna la motosega
e sa di segatura e stelle.

Uno rompe l'aria con il suo grido
perché un tronco gli ha schiacciato il braccio
ha fatto crack come un grosso ramo quando si è spezzato
e io c'ero, ero piccolino.

Uno cade dalla bicicletta legata
e quando si alza ha la manica della giacca strappata
e prova a rincorrerci.

Uno manda via i bambini e le cornacchie
con il fucile caricato a sale.

Uno pieno di muscoli e macchie sulla canottiera
Isolina portami un caffé, dice.

Uno bussa la mattina di Natale
con una scatola di scarpe sottobraccio
aprite, aprite. È arrivato lo zio, è arrivato
zitto zitto dalla Francia, dice, schiamazzando.

Una esce di casa coprendosi un occhio con il palmo
mentre con l'occhio scoperto piange.

Una ride e ha una grande finestra sui denti davanti
anche l'altra ride, ma non ha né finestre né denti davanti.

Una scrive su un involto da salumiere
sono stufa di stare nel mondo di qua, vado in quello di là.

Uno prepara un cartello
da mettere sulla sua catasta nel bosco
non toccarli fatica a farli, c'è scritto in vernice rossa.

Uno prepara una saponetta al tritolo
da mettere sotto la catasta e il cartello di prima
ma io non l'ho visto.

Una dà un calcio a un gatto
e perde la pantofola nel farlo.

Una perde la testa quando viene la sera
dopo una bottiglia di Vov.

Una ha la gobba grande
e trova sempre le monete per strada.

Uno è stato trovato
una notte freddissima d'inverno
le scarpe nella neve
i disegni della neve sul suo petto.

Uno dice qui la notte viene con le montagne all'improvviso
ma d'inverno è bello quando si confondono
l'alto con il basso, il bianco con il blu.

Uno con parole proprie
mette su lì per lì uno sciopero destinato alla disfatta
voi dicete sempre di livorare
ma non dicete mai di venir a tirar paga
ingegnere, ha detto. Ed è già
il ricordo di un ricordare.

Uno legge Topolino
gli piacciono i film di Tarzan e Stanlio e Ollio
e si è fatto in casa una canoa troppo grande
che non passa per la porta.

Uno l'ho ricordato adesso adesso
in questo fioco di luce premuta dal buio
ma non ricordo che faccia abbia.

Uno mi dice a questo punto bisogna mettere
la parola amen
perché questa sarebbe una preghiera, come l'hai fatta tu.

E io dico che mi piace la parola amen
perché sa di preghiera e di pioggia dentro la terra
e di pietà dentro il silenzio
ma io non la metterei la parola amen
perché non ho nessuna pietà di voi
perché ho soltanto i miei occhi nei vostri
e l'allegria dei vinti e una tristezza grande.

* * *

Gattino

Se tu lo prendi in mano
è tutto peli ed ossa,
ma l’occhio è sveglio e sano
guardingo ad ogni mossa;
lasciato sul cuscino
si libera nel gioco
il piccolo felino
lampo d’astuzia e fuoco;
si lancia e caprioleggia
nel cuore della vita
la zampa che dardeggia
insegue le tue dita
e dopo, con ardore,
lui sfreccia per il letto
e ti conquista il cuore
quando ti salta in petto
e allora ti incatena
più dolce, l’infedele,
di una scodella piena
di latte con il miele.


 (Pierluigi Cappello, 1967 - 2017)

lunedì 24 ottobre 2016

bestiario

La marmotta

Dormire, dormire nel chiuso del covo
per ridestarmi, consunta, da una morte
così sospesa e così dolce,
al primo soffio di primavera!
È nuovo il mondo, allora;
ma ripete i ricordi di passate stagioni:
(sole che offende gli occhi, cibo ottenuto
per caccia paziente).
Vengono cauti e feroci i maschi;
più tardi partorisco i figli inermi
e l'istruisco a vivermi lontano.
Il grasso fa lucente il pelo smorto;
però mai basta all'intimo comando
di più indossarne pel nuovo letargo.
Ecco: è già tempo. Si annunciano le nevi.
Scòstati. Voglio chiudere la tana.
Tu guardi i vetrici già rossi sul greto
e mesto mi sorridi e abbrividisci...
ma che accade di voi, mentr'io dormo?

* * *

L'asino

Calura e mosche intorno a te,
mentre il padrone contratta o beve.
Ma ecco l'evasione del tuo grido
che si sprigiona dalle mille pelli
di un mantice rotto di pena
nella piazza dell'erbe
e spazza l'aria d'ilarità.
Sei fermo tra gli orecchi, gli occhi fissi
alla cavalla baia. Il carrettino
proietta l'ombra di una nuova stanga.


Arturo Loria (1902 - 1957)
(da "Bestiario", 1959)

domenica 5 giugno 2016

non tornano i conti

"Addio monti sorgenti"...
Un magnifico detto (non servono commenti)
che ci serba la mente che non erra.
Ma non sempre però tornano i conti:
da nessun'acqua a noi sorgono monti
e non abbiamo terra.


Tommaso Landolfi, Des mois

lunedì 21 marzo 2016

cinque poesie di Sandro Penna

Deserto è il fiume. E tu lo sai che basta
ora con le solari prodezze di ieri.
Bacio nelle tue ascelle, umidi, fieri,
gli odori di un'estate che si guasta. 


* * *

(a Eugenio Montale)

La festa verso l'imbrunire vado
in direzione opposta della folla
che allegra e svelta sorte dallo stadio.
Io non guardo nessuno e guardo tutti.
Un sorriso raccolgo ogni tanto.
Più raramente un festoso saluto.

Ed io non mi ricordo più chi sono.
Allora di morire mi dispiace.
Di morire mi pare troppo ingiusto.
Anche se non ricordo più chi sono.

* * *

Sempre fanciulli nelle mie poesie!
Ma io non so parlare d’altre cose.
Le altre cose son tutte noiose
io non posso cantarvi Opere Pie.

* * *

È l’ora in cui si baciano i marmocchi
assonati sui caldi ginocchi.
Ma io, per lunghe strade, coi miei occhi
inutilmente. Io, mostro da niente.

* * *

È pur dolce il ritrovarsi
per contrada sconosciuta.
Un ragazzo con la tuta
ora passa accanto a te.

Tu ne pensi alla sua vita
- a quel desco che l'aspetta.
E la stanca bicicletta
ch'egli posa accanto a sé.

Ma tu resti sulla strada
sconosciuta ed infinita.
Tu non chiedi alla tua vita
che restare ormai com'è.

lunedì 17 settembre 2012

silenzi


La morte, sabato scorso, di  Roberto Roversi, è stato solo l'ultimo di una serie di lutti, che hanno colpito il mondo della poesia italiana nel giro di pochi mesi: a marzo di quest'anno ci hanno lasciato, a qualche giorno l'uno dall'altro, Elio Pagliarani e Tonino Guerra, ad agosto Luciano Erba. L'anno scorso aveva visto la scomparsa di Andrea Zanzotto, ad ottobre, e di Giovanni Giudici, a maggio, che aveva seguito, a un anno quasi esatto, quella di Edoardo Sanguineti (maggio 2010).
Volendo andare ancora più indietro, nell'ultimo decennio se ne sono andati Alda Merini (2009), Mario Luzi (2005), Giovanni Raboni (2004), Elio Fiore (2002), Attilio Bertolucci (2000), e può darsi benissimo che mi stia dimenticando qualche nome.
A pensarci bene, sembra inevitabile: si tratta di poeti pressoché coetanei, distribuiti lungo un paio di generazioni nate più o meno fra il secondo e il terzo decennio del Novecento (i più anziani erano Bertolucci e Luzi, del 1911 e 1914, i più giovani Raboni e Fiore, 1932 e 1935). Quasi tutti sono morti in età avanzata, a ottanta o novant'anni, dopo una vita lunga e operosa.
Sembra inevitabile, naturale. Eppure, pensare a queste voci di poeti ormai consegnate alla carta (o al supporto che la seguirà), di cui non si potrà più sentire il suono vivo, mette un bel po' di tristezza.
Ma il vero problema, forse, è un altro: con loro muore un'idea di poesia, un'idea di letteratura, e in fin dei conti un certo modo di intendere il lavoro intellettuale. Zanzotto, Sanguineti, Roversi, Pagliarani, sono stati - al di là dei giudizi e dell'apprezzamento che si può avere per la loro poesia - forse l'ultima generazione a credere nella possibilità di esercitare un ruolo nella cultura. A credere - diciamo meglio - che la poesia potesse farsi sentire con la sua propria voce, agire con i propri mezzi specifici.
Non mi pare che oggi manchino le grandi voci. Manca, piuttosto, uno spazio in cui possano farsi ascoltare, uno spazio in cui la poesia sia accolta in quanto tale. Oggi, più che mai, i poeti gridano nel deserto. Oppure, più opportunamente, praticano l'arte saggia del silenzio.