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domenica 10 agosto 2014

diario toscano - appendice (er Kùbbricche de noantri)

Sul lungo viale di cipressi che porta all'abbazia San Galgano, un papà in bermuda, con un forte accento romano, dotato di barbetta e di un enorme ventre che straborda oltre la cintura, ha posato a terra una grossa telecamera. Accende il cellulare e parte con un'orrida musichetta dance. Poi dà il via, e sua figlia – una bimba sui dieci anni, decisamente sovrappeso, agghindata con un prendisolino a fiori ed enormi occhiali da sole rosa – percorre saltellando il viale, fino a scavalcare la telecamera, seguita da un bastardino scodinzolante.
Non contento, le fa ripetere la scena tre o quattro volte (“stai concentrata, pensa a quello che devi fare, pronta, vai!”). La mamma, a qualche metro, osserva soddisfatta, tenendo al guinzaglio altri due cani.

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diario toscano - ultima gita e rientro

Sabato 9 agosto

Ora che ci penso, in due settimane ho scritto una sola poesia. Ottimo segno.

Durante l'ultima colazione in campeggio, una grossa ghiandaia si apposta su un ramo a un paio di metri da noi e rimane lì tutto il tempo. Ottenuti due o tre pezzetti di fetta biscottata, vola via.

Mentre carichiamo i bagagli, viene a salutarci un ospite inatteso: un insetto stecco (Bacillus rossius) lungo quasi venti centimetri, che i bambini scoprono a camminare circospetto lungo il muro del bungalow. Non ne avevo mai visto uno dal vivo, non in libertà perlomeno.

Sosta a Piombino per il pranzo. Mangiamo panini su una spiaggetta sassosa, in fondo a una scogliera. Enormi navi incrociano al largo, dirette all'Elba.
Lorenzo si dedica ai suoi sport preferiti: inseguire i “pavoni” (leggi: piccioni) e tirare sassi (sassi... alcuni sono pietroni pesanti almeno quanto lui).

San Galgano. Gran pigolio di uccelli, passeri che incrociano sotto il tetto vuoto.
(Lorenzo: “Mamma, ma qui ci vuole una zanzaliela, tennò ci fanno la cacca i piccioni!”)
Una coppia di rondini ha fatto il nido sotto le volte a crociera dell'ingresso. Il maschio e la femmina fanno la spola per nutrire tre rondinini che si sporgono temerariamente dalla fragile struttura di fango, sospesa a quasi cinque metri d'altezza, con le gole rotonde spalancate. Uno (o una) dei genitori arriva, sfreccia sotto l'arco, fa un paio di giravolte e si posa a nutrire i piccoli. Poi va a fermarsi su un lampione a pochi passi da lì. Qualche minuto dopo, arriva l'altro (o altra), ripete la stessa operazione e ripartono insieme.
(Lorenzo, susssurrando alla mamma: “Mamma, io vollei uttidele quei due” “Ma chi?” “Gli uttellini!”).

I bimbi giocano nell'enorme cerchio di luce che il rosone vuoto proietta sul prato in ombra.

“Guadda, papà, la luna ti è tutta limontata!”
(Lorenzo, indicando la luna piena.)

Un luogo si impregna dei pensieri e delle sensazioni che esso stesso genera. Il contagio è immediato.
(Pensiero filosofico al momento del rientro a casa).


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venerdì 8 agosto 2014

diario toscano - quattordicesimo giorno

Venerdì 8 agosto

Postilla alla passeggiata di ieri mattina: un volo di anatre che sorvolano il mare per virare verso la foce del fiume. Cerco di fotografarle, ma sono troppo piccole e veloci per la mia modesta fotocamera automatica.

Appunti per un dizionario di lorenzese.
Le maree = le boe;
il manichino = il bagnino;
la luna ricostruita = la luna piena.

La mattina, anche Lorenzo vuole fare il percorso-avventura. Quello più facile, of course.
L'ultima giornata di mare scorre quieta, tra bagni, panini e passeggiate.
La mamma bicolore sta da sola sulla battigia, a costruire un'enorme piramide di sabbia. La figlia più grande le gironzola intorno, lei borbotta. Del marito e dell'altra figlia, nessuna traccia.

Il contatto prolungato e immediato (proprio nel senso di: privo di mediazioni) con l'aria. Una delle cose che più rimpiangerò.

“Ma quanto è ppocca quett'acqua di male: ma petté non la lavano?”

L'ambulante indiano che vende bigiotteria da ieri gira cantilenando: “Cocco bello! Macedonia!”.

Uno dei vantaggi dell'avere un bimbo addormentato in braccio è che hai un ottimo motivo per rifiutare, quando il cabarettista di turno cerca di farti salire sul palco.

1095 foto della vacanza (delle quali, 427 scattate ieri).


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giovedì 7 agosto 2014

diario toscano - tredicesimo giorno

Giovedì 7 agosto – tredicesimo giorno

Dall'inizio della vacanza, progettavamo di fare una passeggiata alla spiaggia la mattina presto. Oggi, approfittando del compleanno di Elena, ci siamo riusciti. Eravamo lì alle sei e quaranta, prima del sole.
Incrociamo la signora che incrocio ogni mattina, a passeggiare da sola. Famiglie di ambulanti africani, con papà mamme e figli, stanno sdraiate  o sedute su grandi teli; probabilmente hanno dormito al mare, in queste notti tutt'altro che temperate. Bagnanti che, alle sette, si prendono le prime file sulla spiaggia libera.

Per la prima volta, incontriamo il pakistano senza trespolo. Ci saluta tutto felice.
Il pakistano vende occhiali da sole e collanine, ma non ha i soliti carretti o i soliti zaini. Lui adopera un trespolone di metallo, stracarico di roba, e lo tiene su a forza di braccia, tutto il giorno. È anche vero che la pancia gli fornisce un appoggio notevole. Alle otto di mattina è già lì che va su e giù, instancabile.

“Mamma, ho tlovato il modo di fal mmettele il fligo di fale quel lumole fattidioto”
“Ah, e come hai fatto?”
“L'ho ppento!”

Nel bungalow dietro il nostro è arrivata una coppia che ha una bambina di un anno e mezzo o due, minuscola, sempre agghindata come una bambolina, con un visetto grande come una mela, quasi completamente occupato da due occhioni neri, sempre sorridenti.

“Il ramarro, se scocca / sotto la grande fersa / dalle stoppie...”

Colazione al bar, poi in spiaggia.
Il mare è una tavola: affittiamo un pedalò (anzi, un “pedalo”: io) e percorriamo la costa fino alla punta di Cala Violina. Durante il bagno, Elena prova maschera e boccaglio, regalo di compleanno (insieme al dvd di E.T. e a un libro di Geronimo Stilton).
La torta – o meglio, la crostata alla Nutella – a pranzo.

“Papà, quanti gionni mancano pecché io abbia cinquant'anni?”

Quanto possono essere litigiose le ghiandaie. Se ne vedi più di due insieme, puoi star sicuro che prima o poi una alzerà la cresta (letteralmente) e cercherà in tutti i modi di scacciare le altre.

Eli che gira per il bungalow con maschera e boccaglio.

"Papà, petté c'è una fommica tul mio piede?"
"Lasciala stare, starà cercando di tornare a casa sua."
(SBAM!!!)
"Ommai è tloppo taddi."

Pomeriggio: parco avventura. Eli sospesa su una corda in cima a un albero, a sei metri d'altezza.
(Con il papà dietro, ovviamente).
La sera, cena in pizzeria, gelatino, poi cinema in campeggio (“Il libro della giungla” della Disney, film tanto divertente quanto irritante per chi, come il sottoscritto, ha amato profondamente quel libro).
Alle undici torniamo al bungalow. I bimbi mettono i pigiami e lavano i denti in stato di sonnambulismo, poi stramazzano a letto.

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mercoledì 6 agosto 2014

diario toscano - dodicesimo giorno

Mercoledì 7 agosto – dodicesimo giorno

Domani la mia principessina compie sette anni. Preparativi di festa in corso.

“Quando il sole c'era già...”
“È già ora di mangiar...”
Conflittuali interpretazioni della canzone in tedesco della baby-dance.

Oggi le conversazioni fra le ghiandaie sembrano particolarmente fitte. I loro gracchi si incrociano da un capo all'altro della pineta.

“Mamma, mi devi taiale le unghie, tennò ciò le unghie di un Velocilaptol!”

Regalino anticipato: una bambolotta battezzata Mandarina, per via del vestito arancione. Eli se la porta dietro ovunque, anche in spiaggia, anche durante la passeggiata.

Cavalloni alti quasi quanto me. Lorenzo inaugura un nuovo sport, il wave-wrestling: le onde arrivano e lui le prende a cazzotti. Variante: lui aspetta le onde, il papà ce lo lancia dentro.

Qualcuno in spiaggia deve avere spirito artistico: ieri c'era una scultura di sabbia che pareva un moai o il Volto-su-Marte, oggi una perfetta riproduzione di un cesso alla turca, precisa nei minimi dettagli.

Avevo dimenticato quanto fosse divertente nuotare in mezzo ai cavalloni.

Fino a ieri, in tutto il campeggio non c'era una zanzara a pagarla. Oggi è pieno.
Improvvisa schiusa di uova? Mah...

Cerco di fare un filmino a Lorenzo che balla. Devo spostarmi, causa papà tedesco obeso che emana un afrore misto di birra e sudore rancido.

Lo spettacolino di oggi è il maestro Luca Vattelappesca, in “Ballata dell'oceano” (o qualcosa del genere). Richard Claydermann è vivo e lotta insieme a noi: solo che è calvo, suona una tastiera Yamaha e acciacca una nota su cinque. Però devo ammettere che con Chopin se la cava meglio di Giovanni Allevi.
(Come? Non avete mai sentito Giovanni Allevi suonare Chopin? E che campate a fare?)

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martedì 5 agosto 2014

diario toscano - undicesimo giorno

Martedì 5 agosto – undicesimo giorno

Le sei e un quarto. Fra un po' il sole sorgerà, nell'intervallo tra quei due pini laggiù. Per ora, il cielo è luminoso e trasparente, la spiaggia compleamente deserta, il mare piatto fino all'orizzonte, acquerellato di rosa, celeste e arancio. Piccole onde tiepide lambiscono i miei piedi e si ritirano.

Dopo l'aria pungente della spiaggia, il fiato caldo della casa ancora addormentata.

Sara è partita. Senza troppa malinconia, apparentemente.
Aveva addosso lo stesso vestitino rosa che indossa da una settimana.

Aggiornamento: la coppia litigiosa nel bungalow di fronte litiga, in veranda. In francese. Stiamo pensando di organizzare una tifoseria. Lei insiste che l'anno prossimo, piuttosto che partire con lui, andrà in vacanza da sola. Mi sembra un'ottima idea.
L'altro giorno, la figlia grande ha cantato una canzoncina. La bimba più triste che io abbia mai visto in vita mia.

I due litiganti sono sulla trentina. Lui moro, tutto tatuato, lei con un caschetto bicolore, sopra di un biondo pressoché bianco, sotto castano e rasato quasi a zero.
Lei, parlando con una vicina: “Eh, i bambini sono una cosa meravigliosa. Anche noi genitori impariamo tante cose...” Consiglio urgentemente ripetizioni.

“Lorenzo, io me ne vado al noleggio bici da sola.”
“No, Eli, non devi: ti lubano!”

Primo bagno con i bimbi senza Sara fra i piedi. Lorenzo si fa lanciare in acqua, Elena no.
Verso l'una, approfitto del mare calmo e semideserto, rubo gli occhialini a Lorenzo (l'acqua di mare negli occhi me li irrita subito) e riporto a galla le memorie di una remota estate in piscina (quanto avrò avuto? quindici, sedici anni?). Respiro, soffiare, bracciata, bracciata, respiro, soffiare. Braccio proiettato in avanti, la mano entra in acqua di taglio, poi rema sotto il petto. I piedi in alternanza regolare, spingere in acqua, non fuori. Le bolle d'aria davanti al viso, i rumori attutiti, il fondo che scorre veloce.
Tendo sempre a dimenticare quanto sia rilassante l'attività fisica.

Coppia dell'est, entrambi sui quaranta. Lui moro, traccagnotto, peloso, con la pancia. Lei alta, bionda, elegante, bel fisico, petto abbondante; alla spiaggia sempre con tanga e bikini minimali, la sera coi tacchi, fasciata in vestitini attillati, scollata e scosciata. Hanno due belle bambine bionde con cui giocano tutto il giorno.

Le ragioni per cui compro la Settimana Enigmistica sono sostanzialmente due: le scenette surreali dei rebus e il ricordo delle interminabili ore di filosofia, rese sopportabili dal “giornale che vanta il maggior numero di imitazioni”.

Oui, messieurs, je suis Taoïste. Je l'aperçois aujourd'hui. 

Elena è nervosa, irritabile, alla spiaggia litiga con Lorenzo. Non vuole separarsi dall'orrendo pupazzetto (roba da ovetti Kinder, presumo) che le ha regalato Sara. La cui partenza, forse, è stata meno indolore di quel che sembrava.

Mentre il marito del bungalow di fronte asciuga i capelli alla bambina, la bicolore (ormai è questo è il nome in codice della mamma incazzosa) è sulla veranda, con addosso solo l'asciugamano, e si strofina elegantemente le chiappe. Dieci minuti dopo sta già sbraitando contro il marito, chissà per quale ragione.

Per la prima volta, Lorenzo si butta a ballare con gli altri bambini alla baby-dance. Meglio tardi che mai.

La cosa strana di Valentina, la capo-animatrice, è che non ha proprio il physique du rôle. Ecco, diciamo che il suo polpaccio è due volte il mio, e taccio pietosamente del giro-vita. Eppure, quando balla sfoggia un'insospettabile leggiadria, il suo corpo sembra ribellarsi alla forza di gravità e scivolare sul ritmo come su un tappeto d'olio.
Peccato la musica di merda.


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diario toscano - decimo giorno

Lunedì 4 gosto

Decimo giorno. O forse potrei dire: meno cinque. Ma, come cantavano i Monty Python, “always look on the sunny side of life”.

H sognato che dovevo registrare un disco. Dal vivo, con John Lee Hooker. Suonando la chitarra, e anche una specie di strano salterio.
Che vorrà dire?

Ruolino mattutino. Verso le sei e trenta, il papà apre gli occhi spontaneamente, senza bisogno di sveglia. Un'oretta dopo, suona quella della mamma; in quel preciso momento, Lorenzo salta subito giù dal letto e si precipita fuori a giocare. Elena invece rimane a letto e c'è bisogno di un lungo e complicato rituale perché, dopo un'altra oretta abbondante, apra finalmente gli occhi.

Gli altri anni avevo l'abitudine di fare una passeggiatina rinfrancante alla spiaggia, la mattina presto. Quest'anno, fra il maltempo e il fatto che ho da scrivere e studiare, non c'ero ancora riuscito. Oggi ce l'ho fatta.
Eravamo io, un venditore africano che andava chissà dove e una signora straniera dai capelli candidi che passeggiava sulla battigia. Dei gabbiani c'erano solo le impronte, a file e a cerchi. Alcune rondini disegnavano traiettorie imprevedibili, illuminate a lampi del primo sole. Mentre tornavo al bungalow, ho incrociato una ghiandaia che se ne andava al mare.

Passa il nonno di Sara, che accompagna dal dottore una nonna sempre più pallida e pencolante. I bimbi sono rimasti a giocare nel bungalow di fronte, a portata d'occhio. Accompagneremo noi Sara al mare, poi loro ci raggiungeranno.
Quando, dieci minuti dopo, vado a dare un'occhiata, trovo i bimbi affacciati alla finestra, allarmatissimi. Sara ha chiuso dall'interno e nessuno sa più riaprire. Lorenzo ha quasi i lacrimoni. Li prelevo dalla finestra e ci avviamo alla spiaggia.

Nuoto fino alle boe e ritorno, una cinquantina di metri in tutto.
“Bravo, papone!”, mi grida Sara al ritorno.

Lorenzo è stanco, lo prendo il braccio e gli racconto la favola del pesciolino d'oro. Sara smette di giocare e me ne chiede un'altra, con la sua vocina fessa da folletto. Racconto “L'usignolo dell'imperatore”. Me ne chiede un'altra ancora. Riesco a sviarla annunciando che è l'ora del bagno.

Come ogni sera, mentre ceniamo, la testina di Sara si sporge da dietro l'angolo per controllare che abbiamo finito.

Non sarebbe tanto il fatto che Lorenzo si addormenta durante lo spettacolino serale. Quello, pazienza. Il problema è riportare una ventina di chili di peso morto fino al bungalow. Le mie vertebre lombari ringraziano.


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lunedì 4 agosto 2014

diario toscano - nono giorno

Domenica 3 agosto – nono giorno

Ieri sera verso le nove e mezza, all'improvviso, è saltata la luce in tutto il campeggio. Il povero Mago Robert, che stava facendo il suo spettacolo, si è trovato sul palco senza luci e musiche e ha dovuto arrangiarsi come poteva. Bravo, comunque, e professionale.
Siamo tornati al bungalow in un buio compatto, tagliato dalle luci delle biciclette e dei cellulari, oltre che di qualche lampione d'emergenza. Giusto in tempo, perché poi è scoppiato un temporale.
Ora, alle sei e mezzo del mattino, il cielo è mezzo grigio e mezzo celeste, la pineta è percorsa da un vento che suscita dai pini milioni di brusii, sopra il basso continuo del mare. Gridi e cinguettii arrivano in stereofonia da tutte le direzioni. Quattro o cinque merli passano dietro il bungalow, in fila, procedendo a saltelli frettolosi.

Ormai lo so: ogni volta, arriva il momento in cui bisogna smettere di prendere appunti e di pensare, e cominciare a scrivere. Now is the time.

Giornata ventosa. Cielo pezzato da nuvoloni grigi che costeggiano il litorale da sud verso nord. Verso mezzogiorno, mentre facciamo il bagno, cade qualche goccia, poi il cielo si riapre.
Nel pomeriggio le nuvole spariscono all'orizzonte, torna il sole, accompagnato da un vento sempre più forte, che solleva cavalloni verdastri. Elena, Sara e Lorenzo sono impegnati in complessi lavori di ingegneria sabbiosa.

La nonna di Sara ha il Parkinson. “Ma fa una vita da leone”, specifica il nonno.
Vabbè.

Ho sempre pensato che i seni al silicone fossero una delle cose più mostruose sulla faccia della terra. Ma vederne un paio dal vivo, una roba globulare, con la pelle tesa, che non cambia forma con i movimenti del corpo, beh, non fa che rafforzarmi nella mia convinzione.
(A me, poi, piacciono i seni piccoli, adolescenziali, figuriamoci.)

Nuova amichetta, Lavinia. Si avvicina chiedendo a Elena di giocare. Lei ci sta, il problema è che Sara è un po' restia (forse gelosa?). Vedremo come evolve nei prossimi giorni.
Lorenzo comincia a giocare a pallone con un bambino simpatico di nome Federico ma, appena Daniela cerca di lasciarli giocare da soli, lui la segue e torna all'ombrellone. Invece gioca senza problemi con le due bimbe.

Alla fine del pomeriggio, le torri di sabbia edificate ammontano a ventuno, in due file regolari, circondate da un enorme fossato.

Ustionato anche quest'anno. Tutto secondo i programmi.

Ieri è arrivata una nuova famiglia nel bungalow di fronte. Lui, nel pomeriggio, asciugava i capelli alla bambina con “Stairway to Heaven” sparato a tutto volume. Oggi, furiosa litigata. Urla, insulti, roba lanciata, mentre le bambine piangevano a squarciagola.


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sabato 2 agosto 2014

diario toscano - ottavo giorno

Sabato 2 agosto – ottavo giorno

- Mamma, lo tai che cota voio io?
- Che cosa vuoi?
- Voio una bici con due peni.
- Con due che?
- Due peni! Per penare meio!
- Ah, con due FReni!
- Tì, con due peni.

Eli e la sua nuova amichetta.
“Guarda, Sara, queste quattro sono le mie Barbie. Questo invece è Ken, che il fidanzato di tutte e quattro”.

“Ho dovuto aspettare i miei primi capelli bianchi, e i miei primi rimorsi, prima di convincermi che tutti gli uomini, compreso mio padre, hanno il diritto di fare dei passi falsi se credono di perseguire la felicità. Da allora, ho cominciato a provare affetto per i suoi errori, come spero che tu proverai affetto per i miei, figlio mio. Ti auguro di ingannarti a volte anche tu. E ti auguro di amare, come lui, fino alla tirannia, e di restare a lungo disponibile alle nobili tentazioni della vita”.
(Amin Maalouf, “Léon l'Africain”)

Sara è in vacanza con i nonni: un signore sui cinquantacinque-sessanta, panciuto e barbuto, con una vaga rassomiglianza con Umberto Eco, che passa il tempo a leggere libri di Giampaolo Pansa e a digitare sull'iPhone, e una signora che sorride sempre e non parla mai. Non è che i nonni stiano più di tanto dietro a Sara, anzi.
La bimba (cinque anni e mezzo, moretta, mingherlina, con un caschetto di capelli nerissimi e due guanciotte da criceto) ci ha praticamente adottato come genitori: non solo passa le giornate sotto il nostro ombrellone, ma oggi ha preso a chiamare me “papà” e Daniela “mamma”. La cosa ci risulta un pochettino inquietante, ma tant'è.
(Da ieri, la nonna è sparita. Parlando con il nonno, scopriamo che la signora ha problemi di salute – le manca un rene – e in più un paio di giorni fa ha rischiato di annegare – non sa nuotare – e da allora ha la febbre fissa a trentotto-trentanove. Insomma, una tragedia. Oggi ci hanno smollato Sara per due ore mentre il nonno portava la nonna dal medico).

Per fortuna, Lorenzo si è integrato nel gioco con le due bambine. Il suo compito è rifornire acqua e sabbia, facendo la spola tra ombrellone e mare con il suo “camioncione”, come lo chiama lui. “È un lavoro molto importante”, rimarca Elena.

Problemino non grave, ma fastidioso, che si ripresenta nei momenti meno opportuni. Ora, per esempio.
Faccio un salto all'infermeria del campeggio. Il medico è un bel giovanottone sulla trentina, moro, abbronzato, occhi verdi, che solo la classica borsa di pelle distingue da un bagnino. Mi prescrive delle compresse.
Vado a prenderle alla farmacia del paesino di Punta Ala. Anni che veniamo da queste parti, e non c'ero mai stato. Scopro che aveva ragione Annalisa, piombinese verace, a descrivermelo come “una succursale del Rotary”. Tutto ZTL, villette basse nascoste tra pini e palme, pratini curati, siepi di oleandro, viuzze acciottolate. Persino condomini e villette a schiera sanno di design, con delicati colori pastello e forme elegantemente asimmetriche. La farmacia è in un centro commerciale dal design country-chic, con eleganti boutique e bar dalle poltroncine in vimini nero. La mia Astra sabbiosa e impolverata fa una strana figura, in mezzo ad automobili tutte tirate a lucido.
Insomma, non mi ero perso niente.

Mentre il pomeriggio avanza, uno strato di cirri vela la luce del pomeriggio, donandole una consistenza polverosa e metallica.

Mentre ceniamo, Sara è lì, dietro l'angolo, che ci guarda. Da sola. Ogni tanto si sporge a sbirciare. Che fare? La invitiamo a sedersi a tavola con noi, ma scrolla la testa.
Il nonno è andato a fare la spesa, la nonna è in casa, malata. La situazione si fa sempre più dickensiana.

(A parte gli scherzi, Sara è una bambina molto dolce ed educata. E il nonno, una volta scioltosi un po', è una persona simpatica.)

Lorenzo che ogni sera vuol venire a vedere lo spettacolino serale. E poi, dopo dieci minuti, si addormenta come un sasso.


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diario toscano - settimo giorno

Venerdì 1° agosto – settimo giorno

Il libro è bellissimo. Peccato che per ora esista solo nella mia testa.

Internet ha aumentato il rumore attorno a noi, ma non la nostra capacità di gestirlo. In mezzo a tutte le informazioni che ci circondano, è – paradossalmente – molto più facile non vedere. Il web è, un'enorme arma di distrazione di massa.
“Timeo homo unius libri”, diceva Tommaso d'Aquino. In genere il detto è inteso in senso dispregiativo (“temo l'uomo che ha un'unica idea in testa”), ma lo si può leggere anche al contrario: chi ha davvero approfondito un'idea è un avversario temibile. Ecco, oggi di libri ne abbiamo fin troppi. Quel che ci manca è l'appoggio sulla realtà.
L'antico ammonimento “conosci te stesso” è diventato sempre più difficile da praticare. Anche l'io è spezzettato, sempre più difficile da ridurre a unità, sempre più disperso in una realtà senza centro riconoscibile.

“COME-TI-CHIA-MIII!!!”
Lorenzo che gira in bicicletta, facendo le prove delle frasi per fare amicizia.

Il bambino tedesco bardato in un costume intero a strisce, stile belle époque, con un enorme giubbotto salvagente in aggiunta.
All'anima della prudenza.

La signora africana che fa le treccine si porta dietro, in un cestino, una testa di bambola come modello. Il tutto fa un effetto parecchio Marie Antoinette.

Il simpatico ambulante indiano che dall'anno scorso cerca di rifilarci la sua bigiotteria, scontrandosi ogni volta con il nostro sorridente ma incrollabile rifiuto.
“Signora, ti sei scelto bene”, fa a mia moglie, indicando me, “grande grande, ma cià braccino corto. Mi sa che lui non ha pagato tanti cammelli per te”.

Giornata di mare mosso. Giochi tra i cavalloni.

Per tutto l'inverno, abbiamo riso della signora che l'estate scorsa, ogni giorno, dopo il bagno, ci offriva il seguente spettacolino: si fasciava in un asciugamano e si cambiava il costume. Tutto normale, direte voi, lo fanno in tanti. Sì, ma lei si passava l'asciugamano dietro la schiena e ne teneva le cocche fra i denti, per poi effettuare l'operazione. Con il risultato che le falde svolazzavano liberamente al vento, mostrando a tutti l'intero apparato. Neanche un gran vedere, a dire il vero, perché la signora si avviava più per i cinquanta che per i quaranta. Il marito la imitava, con appena un po' di discrezione in più.
Il culmine lo raggiunse il giorno in cui indossò un minimo prendisolino svolazzante e si tolse tutto il resto, e girava per la spiaggia col culo beatamente all'aria.
Ironia della sorte, quest'anno ce la siamo ritrovati di nuovo come vicina d'ombrellone.
(Nota a margine, il suo assortimento di costumi si riduce a due: uno viola leopardato e uno nero con disegnate fette d'anguria di un triste color salmone).

La nuova amichetta di Elena.
“Sara, tu di dove sei?”
“Italia.”
“Sì, ma la città?”
“Torino.”
“Ah, noi siamo di Perugia.”
“E allora perché parlate italiano?”

Il vento forte oggi ha ripulito il cielo, tranne poche nuvolette sbiadite che caracollano all'orizzonte verso nord, seminascoste dalle alture. Verso ovest, il profilo dell'Elba è quasi completamente cancellato dalla luce accecante del sole ormai in piena discesa.

“Eli, Eli, tenti, ti volevo dile che... Eli, no, volevo dile... ELIII!!!”
Lorenzo che tenta di attrarre l'attenzione della sorella, completamente assorta dalla nuova amichetta.


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venerdì 1 agosto 2014

diario toscano - sesto giorno

Giovedì 31 luglio – sesto giorno

Sesto? Di già?

Ho da leggere e – possibilmente – anche da scrivere. E dormo poco. E il wireless del campeggio funziona bene solo la mattina presto. Tre ottimi motivi per svegliarmi di buon'ora.
Se il tempo è bello, è anche piacevole mettersi a leggere fuori, sul gazebo, mentre la pineta poco a poco si risveglia. Speriamo bene.

Pensavo a Eli che l'altro giorno pretendeva di portarsi dietro la torcia elettrica perché, mentre noi andavamo a buttare l'immondizia, lei così avrebbe continuato a leggere il suo libro. Di notte, camminando al buio. Il rischio di una capocciata contro un albero è nulla, di fronte all'ansia di finire il capitolo. La genetica a volte fa brutti scherzi.
Pensavo anche a Lorenzo, che con tutta la sua vivacità ciclonica poi non sta volentieri con i bambini suoi coetanei. È anche vero che gioca tutto il tempo con la sorellina e che i due sono molto legati. Forse lo frena il fatto che il suo linguaggio è ancora articolato in modo molto personale, con frequenti sostituzioni di consonanti che lo rendono difficilmente intelleggibile ai non-iniziati (“pelò petté la notta tata tta tulla ttata?”, frase tipo). Lo so, è piccolo, quattro anni e mezzo, e per il resto le frasi – lessico, sintassi – sono formulate benissimo, e quando glieli si chiede, con un po' di sforzo, i suoni mancanti riesce più o meno ad articolarli; ma a settembre dovremo vedere se consultare un logopedista o lasciare che la natura faccia il suo corso. La seconda probabilmente. Però, allo stesso tempo, il problema lo limita nei rapporti con sociali, perché gli altri bimbi spesso non lo capiscono, o lo prendono in giro. Del resto, a correggerlo noi rischiamo di far peggio.
Insomma, it's a Dad's life.

- Sul giornale c'è un articolo che si chiama “L'indifferenza che uccide”. L'hai letto?
- No, ovviamente.
(Scene di teatro dell'assurdo in casa Pasquandrea)

“Dieu, qui m'a créé faible, me reprochera-t-Il un jour ma faiblesse?”
(Amin Maalouf, “Léon l'Africain”)
("Dio, che mi ha creato debole, mi rimprovererà un giorno per la mia debolezza?")

Dopo un'intera giornata in felpa e jeans lunghi, mettersi a spazzare il piazzale a torso nudo è una bella soddisfazione.

“Fermati un attimo”, mi dice la gente che mi vede sempre con il naso in un libro.
“Rilassati, divertiti”, mi dice mia moglie quando, durante i pranzi in famiglia, staziono per ore su una sedia in silenzio, con gli occhi bassi e il muso lungo.
Non si rendono conto che gli altri chiamano “divertimento” ciò che per me è noia: smettere di pensare, ripetere gli stessi atti e le stesse parole (le da me detestatissime “tradizioni”, ossia la coazione a ripetere elevata a norma sociale). Detesto le repliche, le persone superficialmente spiritose, i discorsi già sentiti, i chiacchieroni, i luoghi comuni, i “signora mia”. Odio essere rassicurato. Mi diverte la novità, lo stimolo intellettuale, l'ostacolo da superare, il pensiero che ribalta il luogo comune.
In fondo, ho la fortuna di divertirmi lavorando.

Giornata estiva, finalmente.
La mattina, l'aria ancora limpida per le piogge dei giorni precedenti permette di distinguere tutto il cerchio della costa fino a Piombino (una quindicina di chilometri, in linea d'aria). Dall'Elba, si distacca il profilo di un'isoletta che credo sia Cèrboli.

Dopo pranzo, comincio ad avvertire un mal di testa accompagnato da nausea e un leggero capogiro. Un colpo di calore? Strano, perché il caldo è moderato e poi io sono come le lucertole: con il caldo mi rianimo. Comunque, un'oretta sul letto del bungalow risolve tutto.
Tornato alla spiaggia, trovo Lorenzo seduto sulla battigia, con l'aria insonnolita. La mamma sguazza lì davanti, nell'acqua bassa, mentre Eli gioca con una bimba, qualche metro più in là.
“Stavamo giocando a palla”, racconta la mamma, “quando quella bambina si è avvicinata e hanno cominciato a giocare. A quel punto, Eli si è girata verso di me e mi ha detto: Va bene, mamma, adesso puoi anche andare”.

L'abbronzatura procede secondo i piani: alla fase “mozzarella” è succeduta la fase “gambero”, che poi sarà seguita da quella finale, “leggermente brunito” (il massimo che mi consente la mia carnagione).

Problemi di socialità.
La nuova amichetta di Eli non vuole ballare, invece la bimba con cui ha fatto amicizia l'altroieri sì. Lei si divide diplomaticamente tra la pista da ballo e il parco-giochi.
Lorenzo: “Ma non capitti, mamma, è quetto il pobblema! Io non potto fale amititia, petté non pallo bene!”

Okay, finché si tratta di guardare Eli che si diverte con la baby-dance, ci sto pure. Ma i balli di gruppo per adulti con l'istruttrice di zumba: no, no, no e ancora no.
Approfittando del fatto che Lorenzo è crollato addormentato, me la svigno al bungalow.
(Mi pare d'essere tornato ai miei quindici anni...)


(...qui le puntate precedenti)

giovedì 31 luglio 2014

diario toscano - quinto giorno

Mercoledì 30 luglio – quinto giorno

La pioggia ha continuato a venir giù, a secchiate, per buona parte della notte.
La mattina alle sei e mezzo, quando metto il naso fuori dal bungalow, tavoli e sedie sotto il gazebo sono fradici, il piazzale è cospaso di un misto di sabbia, aghi e corteccia di pino triturata, le strade del campeggio sono costellate dalle pozzanghere. Scopro che non mi serve solo la felpa, ma anche un giubbotto, perché l'aria punge.
Per fortuna, il cielo sembra limpido e le poche nuvole sono di un color rosa tenero e rassicurante. Le cime dei pini sono lambite da una luce dorata e i gridi rauchi delle ghiandaie si inseguono di ramo in ramo, sopra il basso continuo delle tortore. Soltanto verso il mare c'è un grosso fronte nuvoloso nerastro, che però non vedo chiaramente, semicoperto com'è dalla pineta.

Le misteriose vie del firewall. Mi blocca il sito della Repubblica, ma non quelli del Corriere, de La Stampa, l'Unità, il Manifesto, il Giornale ecc. Considera “pericoloso” anche il blog di un mio amico, che si chiama “Guardare e leggere” e si occupa perlopiù di semiotica.

Okay, come non detto. Ore 7:11, ricomincia a piovere.

I traffici degli uccelli.
Un minuscolo passero si posa, sotto la pioggia, sul filo dei panni. Getta piccoli zirli acuti e spaziati.
Una ghiandaia atterra a un metro da me, si guarda attorno con i grandi occhi rotondi, poi raccoglie una briciola di pane e va a mangiarsela su un ramo basso, poco più in là. Ne arriva subito una seconda, ma la prima si rizza, gonfia il petto, innalza una cresta di penne sulla cima del capo e la scaccia con un grido e un paio di beccate energiche e precise. La vincitrice rimane lì per un minuto, poi vola via, mentre la sconfitta resta a lungo per terra, con aria afflitta.

Lorenzo, spaparanzato sul letto in attesa della colazione:
“Ah, com'è bella la libertà!”

Piove piove piove. “Gesù, e comme chiove...”
Piove a scroscio, a catinelle, a secchiate. A sgrullate, come dicono a Perugia.
Piove come Dio (o chi per lui) la manda.
“Piove / in assenza di Ermione / se Dio vuole”.
Piove e una gazza risale le biforcazioni di un pino fino a perdersi nella chioma.

“Mamma, ciò una fame da bàlbalo!”

Ore undici e trentacinque.
La pioggia non smette, né sembra averne la minima intenzione. Aumenta, anzi.
I bambini giocano sul lettone, come su un enorme transatlantico assediato dagli squali.
(Lo squalo è, ovviamente, il papà).

- Per entrare, dovete dire la parola d'ordine!
- E qual è?
- “Per favore, posso entrare?”

Il wireless del campeggio oggi è lentissimo, nonostante il segnale si prenda chiaramente. La banda sarà occupata da orde di turisti tappati in casa dal maltempo.

Osservando la faccia di Daniela mentre, per la centesima volta, provo maldestramente a suonare il riff di “Tutta n'ata storia”, improvvisamente provo compassione per i nostri poveri vicini di bungalow.

“Con un tempo così, l'unica è mangiare”.
(Saggezza femminile.)

Verso le cinque e mezza, dopo dieci ore ininterrotte d'iradiddio, la furia degli elementi si placa, il cielo si apre, il sole spunta a far la conta dei danni. I campeggiatori rimettono la testa fuori da tende, camper e bungalow, come chiocciole dal guscio.
Ne approfittiamo per una passeggiata prima di cena.

mercoledì 30 luglio 2014

diario toscano - quarto giorno

Martedì 29 luglio 2014 – quarto giorno

Nottata di sogni frenetici, di cui ricordo molti particolari. Infatti*, quando mi sveglio scopro che il tempo è cambiato. Il cielo è grigio e quando esco sento il bisogno di una felpa. Un ticchettio sulla cima dei bungalow si trasforma ben presto in una pioggerella monotona e insistente, che mette a tacere persino l'eterno “uh-UH-uh” dei piccioni.

* Per comprendere questa congiunzione dichiarativa, bisogna sapere che di solito il mio sonno ha una consistenza granitica e quando ne riemergo non ricordo mai nulla dei sogni che ho fatto. Se li ricordo, significa che ho dormito male, e una delle cause può essere un improvviso cambiamento nel tempo, al quale, da bravo meteoropatico, sono estremamente sensibile.

Alla pioggia si aggiunge una notizia triste. È scomparso, a ottantaquattro anni, uno dei pionieri del jazz europeo: Giorgio Gaslini.
Non posso riassumere in poche righe la sua attività, che spazia lungo settant'anni di jazz e di musica contemporanea. Fu, tra l'altro, il primo a insegnare jazz in Conservatorio (poi il corso fu chiuso per eccesso di iscritti; eh, sì...). L'avevo intervistato un paio di mesi fa, per un servizio su Steve Lacy; era stato gentilissimo, di una lucidità e precisione invidiabili. Un vero signore, con tocco di narcisismo da artista, che non guastava. Parlava, come se niente fosse, di cene e chiacchierate con gente come Max Roach, Don Cherry, Cecil Taylor.
Chi non segue il jazz, ma ha almeno un minimo di interesse per il cinema, lo ricorderà ne “La notte” di Antonioni. Tutta l'ultima sequenza del film ha il suo gruppo che suona in scena, dal vivo. L'ultimissima scena è scandita dal suo lacerato “Blues all'alba”.

(Ah, sì, Gaslini ha scritto il temino di “Profondo Rosso”. Che peraltro a Dario Argento non piacque e lo fece rielaborare il stile progressive da quel gruppetto di carneadi. Ovviamente, su tutti i giornali c'è scritto solo quello. Vabbè...).

“Pulchra enim sunt ubera quae paululum supereminent et tument modice, nec fluitantia licenter, sed leniter restricta, repressa sed non depressa.*” (Gilberto di Hoyland, XII sec., citato nel “Nome della rosa”)
Questi medievali sì, che se ne intendevano...

* “Belli dunque sono i seni che sporgono un poco e si gonfiano leggermente, e non dondolano a piacere, ma sono un po' trattenuti, contenuti non schiacciati”. (Un vero peana al seno piccolo e sodo, che personalmente sottoscrivo in pieno).

Finito il libro di Tournier. Pausa di meditazione per scegliere il prossimo da leggere.
Finito di riguardare, per documentazione, “Il jazz classico. Gli anni Venti” di Schuller e “Il jazz e l'Africa” di Luigi Onori. Riguardo qualche capitolo della “Storia del jazz” di Zenni. Ho anche attaccato il tomone di “The Music of Black Americans” della Southern, e forse questa è la volta che me lo leggo tutto da cima a fondo.

Bene, nuovo libro scelto. “Léon l'Africain” di Amin Maalouf, pescato su una bancarella dell'usato qualche settimana fa. La biografia semi-romanzata di un personaggio straordinario: al-Hassan ibn Muhammad al-Wazzan al-Fasi, alias Leo Africanus, o Leone l'Africano, o Leone de' Medici. Se non sapete chi è, chiedete a Wiki.

Mattinata di relax. Tra una pausa e l'altra della pioggia i bambini giocano sul piazzale, la mamma sbriga qualche faccenda, il papà studia. Eli fa qualche compitino di inglese per le vacanze.
Dopo pranzo, in uno sprazzo di sereno, passeggiata sulla spiaggia. Il cielo è ancora rimescolato dal temporale. Nuvoloni sfrangiati color grigio scuro occupano un grande semicerchio proprio sopra la spiagga, aprendosi un po' solo verso il largo, in direzione dell'Elba. Il mare è una lastra di metallo grigio e increspato.

Lorenzo vede la sua prima libellula; quasi trasparente tanto è sottile. Ogni volta che le vedo, mi chiedo come facciano a tenersi insieme questi organismi all'apparenza così delicati, i cui corpi sono tanto estesi in lunghezza e tanto poco in larghezza; le paragono alla struttura massiccia dei coleotteri, alle elitre spesse, agli addomi corazzati. Eppure, le libellule sono fra gli esseri più antichi sulla faccia della Terra, praticamente immutate da milioni di anni.

Leggo sulla pagina Facebook del musicologo Stefano Zenni che il TG1 ha avuto la bella idea di celebrare Giorgio Gaslini con un filmato di repertorio. Peccato che a suonare ci fosse non Gaslini, ma Enrico Intra, da lui cordialmente detestato.
Manco da morti si può aver pace...

Lorenzo corre sulla riva del mare, minuscolo con le sue ciabattone e con il suo caschetto di capelli biondi. La spiaggia è stata ripulita dalle onde, ma lui è fiero del tesoro che ha raccolto: due mezzi gusci di tellina, che a casa mostra tutto orgoglioso alla mamma e alla sorella.

“Lorenzo, che fai con quel sasso?”
“Ammazzo una fommica.”
“Ma perché, poveretta?”
“Pecché pottava da mangiare ai tuoi bambini.”
“E adesso?”
“Muoiono pule i bambini.”

Dopo la cena e il rituale salto alla baby-dance (Eli è una ballerina scatenata, Lorenzo invece, nonostante i suoi modi da teppa, è molto restio a stringere amicizie) facciamo appena in tempo a tornare al bungalow. Ci dà la buonanotte la pioggia che ha ripreso a scrosciare.

martedì 29 luglio 2014

diario toscano - terzo giorno

Lunedì 28 luglio 2014 – terzo giorno

I grossi uccelli di cui è popolata la pineta (che poi, in realtà, solo pineta non è, dato che conserva esemplari sparsi di querce da sughero, che erano la vegetazione originaria di queste coste, prima che l'uomo vi impiantasse i pini marittimi). “Gli uccelloni”, come li chiama Lorenzo. Hanno il corpo di un color caffellatte che sfuma nel violetto, le punte delle ali e della coda a strisce bianche e nere, un tozzo becco anch'esso nero. Il verso è simile a quello delle cornacchie. Ma il tratto più caratteristico è la striscia di piume blu elettrico, picchiettate di nero, sul lato esterno dell'ala.
Scopro trattarsi di ghiandaie (Garrulus glandarius).

Di notte leoni, di mattina coglioni. Si sa, no? Ma a sei anni?

“Lo incuriosiva l'armeggio di un imenottero maschio che visitava solo una certa varietà di orchidea ma non sembrava preoccuparsi in alcun modo di predarne il polline. Passò lunghe ore armato di lente per cercar di decifrare il comportamento dell'animaletto. Scoperse anzitutto che il fiore riproduceva esattamente in materia vegetale l'addome della femmina di questo insetto al punto di presentare una specie di vagina che molto probabilmente emanava lo specifico odore afrodisiaco atto ad attirare e sedurre l'innamorato. L'insetto non predava il fiore, lo stuzzicava, poi lo possedeva secondo i riti di fecondazione propri della sua specie. Nel far ciò si trovava in posizione adatta a che il polline riunito in due ricettacoli venisse a applicarglisi sulla fronte grazie a due capsulette vischiose, e ornato di questo paio di corna vegetali il beffato amatore continuava a passare da fiore maschile a fiore femminile e si affannava per il futuro dell'orchdea credendo di servire la propria specie. Simile parossismo di astuzia ingegnosa poteva far sorgere dubbi sulla serietà del Creatore. A modellare la natura era stato dunque un Dio infinitamente saggio e maestoso, o un demiurgo barocco spinto alle combinazioni più folli dall'angelo della stramberia? Respingendo tali scrupoli, Robinson immaginò che certi alberi dell'isola avrebbero potuto decidere di servirsi di lui – come le orchidee utilizzavano gl'imenotteri – per trasportare il polline. Allora i rami di quegli alberi si sarebbero trasformati in donne lascive e profumate dai corpi inarcati pronti ad accoglierlo.
Percorrendo l'isola in tutti i sensi, finì per scoprire infatti una quillaja il cui tronco – probabilmente abbattuto dal fulmine o dal vento – strisciava a poca distanza dal suolo dividendosi in due grosse ramificazioni principali. La scorza era tiepida e liscia, anzi soffice all'interno della biforcazione la cui ascella era rivestita d'un lichene fine e morbido come seta.
Per molti giorni Robinson esitò sulla soglia di quella che avrebbe chiamato in seguito la via vegetale. Tornava a girellare con aria subdola attorno alla quillaja, riuscendo a trovare un sottinteso in quei rami che si allargavano sotto l'erba come due enormi cosce nere. Infine si stese nudo sull'albero fulminato stringendone il tronco con le braccia, e il suo sesso si avventurò nella piccola cavità muschiosa che si apriva alla giuntura dei due rami. Una inerzia beata lo intorpidì. Con li occhi socchiusi vedeva una pioggia di fiori dalle carni cremose le cui corolle versavano pesanti effluvi che gli davano alla testa. Socchiudendo le umide mucose quei fiori sembravano aspettare un dono del cielo solcato dal pigro volo degl'insetti. Non era Robinson l'ultimo essere della stirpe umana chiamato a un ritorno alle origini vegetali della vita? Il fiore è il sesso della pianta, e la pianta offre a chiunque il suo sesso come ciò che ha di più billante e di più odoroso. Robinson immaginava un'umanità nuova in cui ognuno portasse sulla testa i propri attributi maschili o femminili – enormi, luminosi, profumati...
Ebbe lunghi mesi di relazioni felici con Quillaja”.
(M. Tournier, "Venerdì o il limbo del Pacifico", pp. 117-118)

“Bravo, amore, avete fatto un castello con il papà! E ora, che stai costruendo?”
“No, io dittluggo!”

“Lorenzo, mettiti il cappello, sennò ti cuoci il cervellino e stasera lo mangiamo per cena.”
“Ah ah! Ma tta nella tetta! Come facete a cuocìrlo?”

Utilità pedagogica dei castelli di sabbia, che forniscono nozioni di:
- architettura;
- geometrica teorica e applicata;
- meccanica;
- idraulica;
oltre ad allenare alla collaborazione, alla decisione democratica e al senso delle gerarchie.
Ovviamente, il senso profondo del tutto consiste nel fatto che a divertirsi più di tutti è il papà.

L'essenza della vacanza consiste innanzi tutto in un cambiamento nell'estensione del tempo, direi in una sua espansione elastica. Al tempo frammentario, nevrotico della vita normale si sostituiscono vasti territori di tempo uniformi, orizzontali, privi di cesure.
Esempio: ho cominciato il libro di Tournier sabato e sono (alle 16,30 di lunedì) a pagina 182. Non mi succedeva dai tempi dell'adolescenza, il cui tempo era ugualmente vasto, suddivisibile all'infinito e impiegabile a piacimento, senza che mai si esaurisse.

Nel libro di Tournier, Venerdì spezza la dialettica padrone-schiavo facendo – involontariamente, ma fatalmente – saltare in aria l'isola e tutte le ordinate costruzioni e coltivazioni impiantate da Robinson. Il quale osserva la rovina con un senso di liberazione, quasi di sollievo.
Sempre più mi convinco che i libri Tournier abbiano per me un valore oracolare.

Il “pùttalop”. Ossia, il bungalow, in lorenzese.

Pescare alla cieca, con le mani, nella sabbia del fondale. Trovare una tellina, spaccare il guscio con i denti, mangiarla ancora viva, condita solo con acqua di mare.
Gesti che riportano all'infanzia.

Ricordo d'infanzia: un gruppo di teppistelli che si divertivano a sfondare i castelli di sabbia a calci. Io che un giorno trovo un mattone ci costruisco intorno una splendida torre di sabbia.
Unico rammarico: non essere rimasto lì per assistere allo spettacolo.

In effetti la casa dei doganieri non è il limite estremo della cala.
Lo sperone roccioso è ricoperto di macchia mediterranea (riconosco pini, agavi, fichidindia, forse dei ginepri o dei lentischi, più altre a cui le mie carenze botaniche mi impediscono di assegnare un nome) ed è separato dalla spiaggia da una scogliera artificiale, dietro cui si incunea la foce di un fiume dalle acque verdi, trasparenti e freddissime, popolate da granchi e da pescetti che si muovono in banchi disciplinati.
Al di là, c'è un'altra spiaggetta, e poi un'altra punta rocciosa, molto più grande, massiccia ed avanzata. Ancora dopo ci sono (ma da qui non si vedono) Cala Violina e Cala Martina, raggiungibili solo a piedi da una mulattiera (ci andammo con Daniela in una delle nostre prime vacanze qui: non c'erano i bambini, forse nemmeno eravamo ancora sposati). In fondo, si intavede Follonica, e più oltre un azzurreggiare di alture sempre più trasparenti nella distanza, che arrivano fino a Piombino.
Le ultime propaggini vanno quasi a fondersi con l'estremità dell'Elba, che con il suo profilo domina metà dell'orizzonte.

lunedì 28 luglio 2014

diario toscano - secondo giorno

27 luglio 2014 – secondo giorno

La mamma ha l'allergia. Elena pure. E Lorenzo è raffreddato. Ma il vero problema è che la sinfonia dei nasi soffiati è profondamente aritmica. Prima o poi il papà dovrà decidersi a dare ordine al tutto. Una bella partitura scritta è quel che ci vuole.

Il profumo dei pini alle sette e mezza del mattino. Oh, adesso cominciamo a ragionare...

“Mamma, lo tai? La tella sembla neve, ma neve mallone!”.

“Papà... pecché i camion che tlappottano la tella tlappottano la tella?”.

Pagine e pagine di appunti, che non finiranno mai nel libro, ma che ne costituiscono una parte essenziale.

Un grazie al meteo, che rende infinitamente ricche di sorprese le nostre giornate. Tempo così-così alle 7,30, nero cupo alle 9, magnificamente soleggiato a mezzogiorno.

“Lo slancio di allegria puerile che aveva trascinato Robinson ricadde mentre si dissipava anche quella specie di ebbrezza in cui lo aveva trattenuto il suo lavoro forsennato. Si sentiva sprofondare in un abisso di sconfortante abbandono, nudo e solo, senz'altra compagnia che quella di due cadaveri in putrefazione sul ponte di un relitto. Solo più tardi avrebbe capito la portata di quell'esperimento di nudità che faceva per la prima volta. Certo, né la temperatura né un qualsiasi senso del pudore l'obbligavano a portare abiti da uomo civile. Ma se fino ad allora li aveva conservati per abitudine, ora provava attraverso la disperazione il valore di quell'armatura di lana e di tela con cui la società umana lo teneva avvolto fino a un momento prima. La nudità è un lusso che solo l'uomo caldamente attorniato dalla moltitudine dei suoi simili può offrirsi senza pericolo. Per Robinson, fino a quando non avesse cambiato anima, era una prova mortalmente temeraria. Spoglia di quelle povere vesti – consunte, lacere, imbrattate, ma nate da molti millenni di civiltà e impregnate di umanità –, la sua carne era offerta vulnearabile e bianca all'infuriare degli elementi bruti. Il vento, gli spini, le pietre e perfino quella luce spietata accerchiavano, aggredivano e straziavano una preda indifesa. Robinson si sentì morire. Quale creatura umana era stata mai sottoposta a una prova tanto crudele?”
(Michel Tournier, “Venerdì o il limbo del Pacifico”, pagg. 32-33)

Mens sana in corpore sano. Quanti si rendono conto che non si tratta di un semplice complemento di luogo, bensì di una relazione causale?

Schiaccia e finocchiona. Il bouquet dei sapori estivi è quasi completo.

Non abbiamo TV: per scelta. La connessione è limitata dalla lentezza del mio computer e dalla limitata banda del wireless offerto dal campeggio. Pochi vestiti, pasti essenziali, spazi abitativi spartani, molta aria aperta. La costa, qui, è quasi sempre ventilata.
La patina della civiltà poco a poco si assottiglia. La mente comincia a levigasi, i pensieri si fanno più precisi.

“Qui non si tratta soltanto di sopravvivere. Sopravvivere equivale a morire. Occorre costruire, oganizzare, ordinare, pazientemente e senza tregua. Ogni fermata è un passo indietro”.
(Michel Tournier, ib., pag. 52)

“Oggi mi accorgo di quanto sia folle e malvagio chi calunnia questa istituzione divina: il denaro! Esso spiritualizza tutto quello che tocca dandogli una dimensione razionale – commensurabile – e nello stesso tempo universale – poiché un bene calcolato in denaro diventa spiritualmente accessibile per tutti gli uomini. La venalità è una virtù cardinale: l'uomo venale sa far tacere i propri istinti omicidi e asociali – senso dell'onore, amor proprio, patriottismo, ambizione politica, fanatismo religioso, razzismo – per lasciar parlare soltanto la propensione a cooperare, il gusto degli scambi fruttiferi, il senso della solidarietà umana. L'espressione età dell'oro va presa alla lettera, e ben vedo che l'umanità la raggiungerebbe rapidamente se alla sua guida vi fosseo soltanto uomini venali. Disgraziatamente, son quasi sempre uomini disinteressati quelli che fanno la storia, ed ecco il fuoco distruggere tutto, ecco il sangue scorrere a fiotti. I grandi mercanti di Venezia ci dànno l'esempio della felicità fastosa di uno Stato guidato dalla sola legge del lucro, mentre i lupi famelici dell'Inquisizione ci mostrano di quali infamie siano capaci gli uomini che hanno perduto il gusto dei beni materiali. Gli unni si sarebbero in breve fermati nella loro rovinosa irruzione, se avessero saputo profittare delle ricchezze conquistate. Appesantiti da queste si sarebbero stabiliti per goderne meglio e le cose avrebbero ripreso il suo corso naturale. Ma erano bruti disinteessati che disprezzavano l'oro. E si precipitavano sempre avanti, bruciando tutto lungo il loro passaggio.”
(ib., pp. 62-63)

“Venerdì o il limbo del Pacifico” è una riscrittura del “Robinson Crusoe”. Giuro che non l'ho scelto di proposito (il libro dormiva sullo scaffale da anni, da dove l'ho prelevato in base a un richiamo impellente, che ormai non tento nemmeno più di spiegarmi), ma è una lettura marina, singolarmente adeguata all'estate.
Per inciso: sempre più considero Tournier uno dei grandi del Novecento, soprattutto per come riesce a coniugare una forma all'apparenza tradizionale con la sperimentazione più raffianta, la concretezza realistica con la più ardua speculazione filosofica e la più febbrile elaborazione fantastica.
Forse il romanzo ha ancora frecce al suo arco e il secondo Novecento l'ha dichiarato morto troppo prematuramente. Di suo ho letto “Gilles e Jeanne” e “Il re degli ontani”, e dopo questo già mi aspetta “Lo specchio delle idee”.
Capisco anche perché Calvino amasse Tournier (è tramite suo che l'ho scoperto), e in particolare questo romanzo. Il Robinson di Tournier è l'eroe dell'esattezza geometrica contro la natura molle e avvolgente dell'isola tropicale. Tema calviniano quant'altri mai (vedi G. C. Ferretti, "Le capre di Bikini").

“Quel concetto di profondità di cui non avevo mai pensato a esaminare l'uso che se ne fa in espressioni come 'una mente profonda', 'un amore profondo'... Strano patito preso che valorizza ciecamente la profondità a scapito della superficie, pretendendo che 'superficiale' significhi non già 'di vasta estensione', ma 'di poca profondità', mentre invece 'profondo' vuol dire 'di gande profondità' e non 'di superficie ristretta'. Eppure un sentimento come l'amore si misura, mi sembra – ammesso di poterlo misurare – molto meglio dall'importanza della sua superficie che non dal suo grado di profondità. Così misuro il mio amore per una donna dal fatto che amo egualmente le sue mani, gli occhi, il passo, le vesti consuete, gli oggetti familiari, quelli che tocca di continuo, i paesaggi dove l'ho veduta muoversi, il mare dove ha preso il bagno... Tutto ciò è superficie, mi sembra! E invece un sentimento mediocre mira direttamente – in profondità – soltanto al sesso, lasciando tutto il resto in una penombra indifferente”.
(Michel Tournier, ib., pag. 69)

Ore quindici. Il cielo è diviso esattamente a metà. Sopra di noi e verso sud c'è una giornata estiva completamente serena, mentre verso nord-est il cielo è plumbeo ed emette minacciosi brontolii di tuono. Il confine tra le due metà coincide con il lato estremo della grande insenatura a semicerchio su cui si distende la spiaggia, e in particolare con l'alto e scosceso sperone di roccia che la delimita a nord, coperto i pini e di enormi agavi, sulla cui sommità sorge una vecchia casa (forse una villa? non l'ho mai capito) dotata di una sorta di tozzo torrione, che a me ha sempre fatto venire in mente la casa dei doganieri di Montale (“sul rialzo a strapiombo sulla scogliera”).

Il contatto diretto della pelle con la sabbia, senza il filtro dell'asciugamano, senza le palafitte delle sdraio. I bambini lo fanno naturalmente, per gli adulti serve uno sforzo razionale, in senso uguale e contrario alla trazione esercitata dalle abitudini civilizzate.

L'ozio affina i pensieri. L'otium.

Temporale improvviso, accompagnato da sole e frinire di cicale. Torniamo al bungalow e ne approfittiamo per un giretto in bici per il campeggio.

La stanchezza che si sente dopo una giornata di mare. Un particolare tipo di stanchezza. Non quella nervosa e anchilosante di un giorno lavorativo, piuttosto un torpore diffuso, languido, odoroso di sale. La doccia lo trasforma in un placido invito a sprofondare nel sonno.

Vabbè, noi italiani saremo mammoni. Ma voi ce lo mandereste un bambino di sei anni a prendere l'acqua alla fontana, da solo, di sera, con il buio? Che poi si perde e piange disperato, povera creatura.

Per qualche strano motivo, suonare la chitarra, che strimpello atrocemente, mi dà più piacere che non suonare il pianoforte, strumento dal quale – con un po' di impegno – riesco a tirar fuori qualcosa di vagamente ascoltabile.

domenica 27 luglio 2014

diario toscano - primo giorno

26 luglio 2014 – Partenza

Mattina.
“Sta' come torre ferma, che non crolla / già mai la cima per soffiar di venti”.
E io sto. Il vento ha soffiato, tutta la notte, anzi continua ancora. A dirla tutta, ha proprio diluviato, a secchiate. Il piazzale, appena spazzato, è di nuovo pieno di foglie cadute. Nuvoloni gonfi e iracondi si inseguono per il cielo. Ma io sto.
Stamattina Lorenzo ha vomitato, quattro volte. Una a letto sulle lenzuola, due sul divano, una sul tappeto. Ma noi (resi)stiamo.
Non si dica che i Pasquandrea si sono arresi davanti ai virus e alle alte pressioni cicloniche.
S'ha da partire, e si partirà.
Punta Ala, here we come.

Mattina, un po' più tardi.
Primo Teorema del Contenitore.
Dato un recipiente qualunque di volume A, il valore del suo contenuto sarà sempre pari ad A + x.

Primo Corollario, o Regola di Fulvio
Quale che sia la dimensione di un bagagliaio, quelle del bagaglio lo supererà sempre di almeno 1 unità.

Secondo Corollario, noto anche come ricorsività del teratonimo.
Il caricamente di un'automobile alla partenza per le ferie provocherà l'occorrenza di almeno un termine estratto dall'insieme “Nomi di esseri sacri”, accompagnato da un'apposizione appartenente all'insieme “Nomi di animali”.
Esempi: “Bacco capriolo”, “Visnù micetto”, “Odino ornitorinco”, o simili.

Terzo Corollario
Appena inventano il teletrasporto, io sarò il primo acquirente.

“Mamma, guadda, ho pleto una macchina della politia per integuile i ladli!”
“No, mamma, senti, io ho più fantasia. Ho preso tre Barbie, Ken e la Puffetta. Se c'è un pericolo, le difende Ken. Se il pericolo è grande, le difende la Puffetta. Se il pericolo è enorme, le difendono Ken e la Puffetta insieme”.

Primo pomeriggio
“Mamma, lo tai? Mangiando la patta, mi ti sono allunghiti un po' i piedini”.

Ore 15,30 circa
Che cosè questo groviglio di minuscole membra intrecciate sul muro?
Mi avvicino: è un ragnetto (un ragnetto minuscolo, lungo pochi millimetri, con l'addome nero, tondo e lucido come una biglia*) che si sta pappando beatamente una formica.
Provo a soffiare e il ragno si allontana spaventato, ma solo di pochi centimetri, e tenendo sempre sott'occhio il suo pasto. Che riprende dopo pochi secondi.

* Apprendo da Wikipedia che si chiama Euryopis, genere Teridiidae, 
predatori specializzati delle formiche.

Pomeriggio
Le Crete, colline grigiastre scavate dalle isoipse dei solchi. La grana di questa terra è inconfondibile, secca e ruvida, la riconoscerei tra mille. Mi ricorda il paesaggio del Guidoriccio da Fogliano di Simone Martini. Anche la vegetazione sembra condividere la stessa scabra scontrosità.

Superata Siena, il Tomtom partorisce una delle sue idee balzane. Invece della comoda strada che ci porterebbe a Grosseto e poi, lungo l'Aurelia, fino a Follonica, ci spedisce dritti nel bel mezzo della Maremma.
Attraversiamo pianure orlate da cieli gipiani (si dirà “gipiani”? ), poi paesini dai nomi pittoreschi (Volte Basse, Sovicille, Pian dei Mori, Malignano, Boccheggiano, Chiusdino), quindi alte colline ricoperte da boschi maestosi, apparentemente impenetrabili, di un verde quasi fosforescente.
Costeggiamo San Galgano, ma essendo in ritardo sulla tabella di marcia decidiamo di vederla al ritorno.

Ore 18,00
Nel momento esatto in cui varchiamo la soglia del campeggio, il mio cellulare si rompe. Morto, senza speranza.
Se questo non è un segno del destino...

Ore 18,30
“Papà, petté invece di abitale nella nostla bella catetta, tiamo venuti qua?”

“Mamma, io pensavo di divertirmi di più venendo qui.”

Ore 19
Quel momento in cui, appena arrivato, tutti sono in costume, tranne te.
Per fortuna, subito dopo il cielo si oscura e scoppia un temporale. Tiè.

Ore 21
“Eli, guarda che fligo piccolo!”
“È un cucciolo, deve ancora crescere.”
“Ma i flighi non mangiano!”
“Sì, mangiano le bottiglie.”

Ore 23
– Taglia e volta la prima carta, – gli disse.
Poi si lasciò ricadere sulla poltrona e aspirò una boccata dalla pipa di porcellana.
– È il Demiurgo, – commentò. – Uno dei tre arcani maggiori fondamentali. Rappresenta un giocoliere in piedi davanti a un banco coperto di oggetti eterocliti. Cosa significa? In te c'è un organizzatore che lotta contro un universo in disordine sforzandosi di dominarlo con mezzi di fortuna. Sembra riuscirci, ma non dimentichiamo che questo demiurgo è anche un giocoliere: la sua opera è illusione, illusorio il suo ordine. Disgraziatamente, lo ignora. Lo scetticismo non è il suo forte.
Un urto sordo scosse la nave, mentre il fanale accusava un angolo di quarantacinque gradi con il soffitto.
[…]
– Un ordine fatto a tua immagine, – ripetè con aria pensosa. – Nulla può farci penetrare l'anima di un uomo come immaginarlo investito di un potere assoluto grazie al quale può imprre senza ostacolo la propria volontà. […] Sei pio, avaro e puro. Il regno di cui potrai essere sovrano dovrebbe rassomigliare a quei nostri grandi armadi di casa dove, da noi, le donne ripongono pile i lenzuola e di tovaglie immacolate e profumate di sacchetti di lavanda. Non ti adirare. Non arrossire. Ciò che ti dico potrebbe mortificarti solo se tu avessi vent'anni di più. Sta di fatto che hai tutto da imparare. Non arrossire e scegli un'altra carta...
(Michel Tournier, “Venerdì o il limbo del Pacifico”, Einaudi 1983, pp. 9-10)

Mezzanotte
Ecco, questa me l'ero scordata: il chiù.
Ogni sera, è lui a darci la buonanotte, con la sua unica nota acuta e monotona.