Visualizzazione post con etichetta paternità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta paternità. Mostra tutti i post

domenica 21 marzo 2010

regali


Lorenzo comincia adesso a espandersi
ad accogliere il mondo al di là dei confini
di derma e mucose
Elena con il buio plasma lupi

per entrambi troverò un regalo

per lui il tragitto delle mani lungo
i meridiani delle vertebre
e la sincronia tra braccio
e respiro
per lei parole
e una mattina di sole e campane.

19 marzo 2010, festa di San Giuseppe

giovedì 18 febbraio 2010

LORENZO!


http://www.youtube.com/watch?v=wmn8qGn5zt8

lunedì 1 febbraio 2010

paternità (due poesie di michael s. harper)



Avere un figlio ti insegna l'incommensurabilità tra esperienza e parola.
Ad esempio: si dice che avere un figlio ti cambia la vita. Sbagliato: avere un figlio ti rivolta come un guanto, ti mette di fronte a una sorta di te stesso cubista, dove tutti i piani vengono sfalsati nella direzione e nella prominenza.

Amare un figlio, poi, è cosa ben diversa dall'amare un amico, o un amante, che sono entità separate da te, con una loro volontà, un loro passato, un loro destino, un loro humus di ricordi ed esperienze dalle quali tu sei, del tutto o in parte, escluso. Un figlio è – non saprei bene come spiegarlo – un pezzo della tua stessa carne estratto e posto lì fuori, nel mondo, a camminare da solo. E l'amore che gli si porta è qualcosa di definitivo, pre-razionale, torrentizio: una forza soverchiante, dalla quale si viene travolti senza scampo.

Avere un figlio può essere un'esperienza di puro terrore. Il pensiero che qualcosa – qualunque cosa – possa arrivare a ferire quella minuscola concrezione di vita – un germe, un intoppo nel respiro, un boccone andato storto, una qualsiasi delle infinite manifestazioni del Male – è in assoluto il più angoscioso che io abbia mai provato.

Queste due poesie sono tratte da “Dear John, Dear Coltrane” (1970), il primo libro di poesie di Michael S. Harper, uno dei più importanti poeti afroamericani contemporanei.


* * *

DIAMO PER INTESO: SULLA MORTE DI NOSTRO FIGLIO, REUBEN MASAI HARPER

Diamo per inteso
che in 28 ore,
vissute in un'incubatrice pieghevole,
tu abbia imparato ad accettare l'ossigeno puro
come cielo naturale;
gli scarsi stenti respiri
che hanno riempito quelle ore
non hanno potuto, non ti hanno fatto volare –
ma i sogni c'erano
come tortuose impronte di palmi sugli
spessi doppi vetri della nursery –
nelle ghiandole di tua madre.

Diamo per inteso
che mani sterili
abbiano aspirato sostanze chimiche
dentro e fuori dei tuoi polmoni opachi di muco,
abbiano pompato il tuo stomaco,
spinto bicarbonato dentro
tortuose vene alate di verde,
fuori nella maschera di plastica.

Una donna che aveva perso il suo primo figlio
ci consolava con un angelo andato avanti
a pregare per la nostra famiglia –
andato in quel cielo
in cerca di ossigeno,
andato nell'autopsia,
finissima polvere di zucchero bruno,
cremazione usa-e-getta.

Diamo per inteso
che non hai saputo che ti amavamo.

* * *

ANCORA INCUBI

Ancora incubi:
l'utero contratto,
una noce o una prugna schiacciata;
i seni trasudano
latte inutile
nel dolore del figlio perduto
fuori del suo corpo
fuori del mondo
in polvere finissima.
La nascita inflitta sui denti
ogni notte si trascina
a un'infinita, digrignante conclusione.
Ancora incubi:
Ancora incubi.

mercoledì 9 settembre 2009

flânerie


Tutto torna, tutto cambia. Il Sole esce dalla Vergine ed entra nella Bilancia, oppure abbandona i Pesci per avvicinarsi all'Ariete. Le stagioni declinano e risorgono, le foglie virano verso le varie gradazioni di giallo o di verde, a seconda.
Amo i cambi di stagione: quando le giornate si allungano dopo il buio invernale e gli umori ricominciano a fermentare e ribollire, o quando i primi freschi dell'autunno purificano lo spirito dal languore estivo.
Ma si tratta di un amore masochistico. Ogni anno, appena la bella stagione comincia o finisce, mi trovo ad affrontare un'ammutinamento dei neuroni. Il mio organismo ci mette qualche giorno (se va bene) ad abituarsi al nuovo clima, il cervello molto di più. Per dirla brutalmente, in questi giorni sono del tutto rincoglionito e incapace di concentrarmi. Però che bello. La mente è leggera, e il malessere fisico è compensato da un rinnovato rigoglio dei sensi, acuti come non mai, tesi verso l'esterno come vibrisse.
Poi, in questa stagione, amo particolarmente i pomeriggi. Anzi, i pomeriggi li amo sempre, perché le ore tra il pranzo e la cena sono le meno produttive della giornata, dal punto di vista lavorativo, ma le più attive sul piano fantastico. Il pomeriggio ha sempre stimolato la mia più intima natura di flâneur. Da ragazzo adoravo i pomeriggi d'estate, quella che al Sud si chiama la controra, le ore infuocate in cui il solleone arroventa i selciati; passavo pomeriggi interi a girare per i vicoli deserti, silenziosi, echeggianti, pieni solo del profumo dei panni stesi.
Ora il fisico non è più quello di una volta, la pressione ogni tanto sbalza, e quindi preferisco i pomeriggi di aprile, all'inizio della primavera, o – come adesso – quelli di settembre, quando l'autunno comincia a dare i primi segnali. Amo le città, le strade trafficate, quanto più anonime tanto meglio. È lì che passa la vita, ma solo chi sa guardare se ne accorge.
Nelle ore finali del pomeriggio, quelle in cui le ombre hanno appena iniziato ad allungarsi, la luce assume spesso una consistenza tiepida e netta, avvolge gli oggetti e li fa splendere nitidi come in un paesaggio fiammingo. È l'ora ideale per uscire. Il rincoglionimento del pomeriggio, combinato con il rincoglionimento del cambio di stagione, produce un senso di piacevole ebetudine, una frizzante sensazione di leggera follia. Le prime brezze fredde sgusciano sotto la maglietta strofinandosi contro la pelle nuda. Si potrebbe camminare all'infinito, solo che poi arriva l'ora funebre del tramonto, quel confine di penombra che separa la luce apollinea del giorno dal buio utero della notte. Allora si inverte la rotta, si guadagna la soglia di casa, si chiude fuori l'oscurità che sta inghiottendo il mondo e ci annusa i calcagni come un cane rognoso.
Tutto cambia, però. Prima passeggiavo seguendo i miei piedi, ora sono i miei piedi a seguire un passeggino nel quale è alloggiato un minuscolo essere, che comincia ad affermare imperiosamente la propria presenza: canta, strilla, scalcia, pretende di fermarsi quando vede altri bimbi.
La osservo mentre collauda le membra ancora nuovissime, prende le misure del mondo.
Anche lei, in fondo, sta solo seguendo i suoi piedi; solo che per lei la strada è ancora una mappa tutta da svelare. Io ripeto un copione, lei lo recita per la prima volta ed è ancora convinta che l'universo sia un immenso pacco regalo e che basti solo scostare un po' di carta crespata per impadronirsene.

martedì 11 agosto 2009

lampi - 2


Dopo una vita passata a combattere gli automatismi della lingua, si accorge di aver appena ripetuto a suo figlio, parola per parola, una frase che suo padre diceva sempre a lui.
Sì, quella frase.

venerdì 20 marzo 2009

padri bambini

I genitori-bambini venivano ai colloqui in bermuda e camicia hawaiana, mi davano del tu e grandi pacche sulle spalle.
Pretendevano di venir ricevuti in qualunque momento, anche se ero in commissione a correggere i compiti della maturità. Quando chiedevo perché non erano venuti prima a ritirare le pagelle, rispondevano che erano in vacanza con i figli. Vacanza-premio di fine anno, anche se il figlio era stato bocciato o aveva quattro debiti formativi.
Oppure, in seconda media, mandavano i figli in gita con cinquecento euro in tasca, o l’intera carta di credito per togliersi il pensiero.
Quando raccontavo che avevo trovato i figli tutti intorno al compagno handicappato a gridargli “mongoloide, ritardato”, rispondevano “Professò, e ce l’emo avuto tutti ‘l compagno cicciottello che lo pijavamo 'n giro, no?”.
Erano in maggioranza quarantenni, figli degli anni Sessanta e Settanta, ma ce n'era anche qualcuno che si avvicinava alla cinquantina.
I loro figli li riconoscevi: a undici anni pensavano di sapere già tutto sul sesso, avevano spesso le occhiaie per aver dormito poco, se mettevi un’insufficienza ti rispondevano “non la voglio”, e ridevano sempre, sempre, ma di una risata sinistra, vuota come le loro teste.

venerdì 12 dicembre 2008

paternità, ancora

Un vecchio commento a un post di Nazione Indiana, ripescato in fondo alla memoria del portatile.
E una poesia, sempre di quell'epoca (febbraio 2007).



Mio figlio è ancora da qualche parte nel buio della pancia di mia moglie. Comincia a premere oltre l’osso pelvico, a protrudere in fuori, a influire sul baricentro di lei. A darle nausee.
Io per ora l’ho visto in ecografia: un segmento di due centimetri circa, al centro del quale batteva una virgola luminosa. Il cuore.
Mio figlio non è ancora mio figlio, e io non sono ancora suo padre. Non ho ancora la sua presenza fisica che mi impone di misurare il mio tempo (quello quotidiano, per non parlare del futuro) sul suo, le mie esigenze sulle sue.
Mio figlio (o mia figlia? perché uso il maschile?) è ancora un bolo di cellule (anche mie, in parte) che prendono forma e si differenziano in mezzo ad altre cellule. Quando nascerà sarà un fascio di nervi scossi dal dolore e dalla fame e io sarò un’ombra indistinta che gli cambierà i pannolini sporchi e lo rivestirà di panni lavati e disinfettati.
Dovrò dare una forma alle sue sensazioni e ai suoi pensieri, imporgliela probabilmente, e poi accettare che lui la rifiuti e, odiandomi, si renda (forse) conto di amarmi.
Quando morirò, sarà tutto ciò che resterà di me, nel bene e nel male.



Se riuscirà a smarcarsi
a dribblare le pozze vuote i voli sudici
se attraverserà la soglia intasata
e solleverà dagli specchi la prima pellicola

fino a guardarsi il duro delle ossa

allora
forse

vedrà l’interno dei rumori
e potrà leggere anche sulle labbra di suo padre lo stigma
urticante la paura

attraverso di me conoscerà il boccone
amaro
gli sarà reso noto
che nessuno muore pronto tutti lasciano
una casa abitata. Dovrà rendersi sensibile
ai ruderi alle vene estratte dalla polvere

non saranno suoi i brividi i tendini rotti
né i percorsi obbligati delle mani
dovrà prima imparare ad accogliere le spalle
di chi si abbandona all’abbraccio.

Il suo vero futuro saranno le lunghezze
che mi darà al traguardo.

giovedì 11 dicembre 2008

continuità, paternità


Niente come il diventare padre ti dà il senso della continuità.

Fin quando si è giovani – o comunque, fin quando si ha la responsabilità solo di se stessi, che è più o meno la stessa cosa – ci si rappresenta come il segmento di una semiretta che parte dalla propria nascita e punta verso il futuro. Non si pensa mai a se stessi come punto medio, o peggio ancora come termine di un processo.

Avere un figlio ti mette davanti alla necessità di trasmettere qualcosa: o, come si dice comunemente, educare. Trasmettere che cosa? Come? Questo è il problema. Ma soprattutto ci si rende conto di quanta parte di se stessi derivi da ciò che è stato prima, di come si tenda sempre a replicare stampi preesistenti, insomma di quanto si sia incastonati in un continuum che c'era prima di noi e che proseguirà dopo.

Edipo insegna che, se si uccide il padre, è sempre per poi prenderne il posto.