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mercoledì 4 novembre 2015

una cagata pazzesca

"Per me.. La corazzata Kotiomkin è una cagata pazzesca!!!" ("novantadue minuti di applausi...").
La scena ce l'avete tutti in mente, no? Ovviamente, dal punto di vista drammaturgico tutto è costruito perché noi simpatizziamo con gli impiegati, oppressi dal tirannico Professor Guidobaldo Maria Riccardelli.
Sarebbe però il caso di riflettere sul fatto che, oggettivamente, avrebbe ragione Riccardelli e che la rivolta di Fantozzi (e dei suoi compagni che costringono il capo a guardare Giovannona Coscialunga, L'esorciccio e La polizia si incazza) è in realtà la rivincita dei mediocri. E anche vigliacchi, perché al primo fumogeno si arrendono e tornano più servi di prima. Forse proprio perché nessuno ha loro insegnato che La corazzata Kotiomkin può essere un grande film, se non è imposto dal capoufficio.
In quella scena c'è già tutta l'Italia craxiana, berlusconiana e post-berlusconiana. Il trionfo del trash, l'esibizione del becero, la marginalizzazione e neutralizzazione degli intellettuali, l'ignoranza come arma di dominio.
E c'è anche tutta l'etica del web e di Facebook: quella dei pirla che fanno passare la propria nullità culturale per indipendenza di pensiero.

mercoledì 2 settembre 2009

e poi dice che uno si butta a destra


- Comando dei vigili urbani di ***, desidera?
- Salve, io abito in via *** e volevo segnalare una cosa, posso dire a lei?
- Dica pure, signora.
- Guardi, da un po' c'è un gruppo di ragazzini che ha preso l'abitudine di fare su e giù con i motorini a tutta velocità lungo la strada, a tutte le ore, di giorno, di notte... Sa, qui c'è un parco giochi, ci sono bambini, anziani che attraversano...
- Sì, signora lo sappiamo.
- E allora?
- Allora cosa?
- Non so... se potete fare qualcosa...
- E che possiamo fare, signora?
- Beh, veda un po' lei: multarli... sequestrare i motorini...
- L'abbiamo fatto, signora, ma loro ci hanno messo i petardi nella cassetta della posta e ce l'hanno fatta saltare.
- E allora?
- E allora che altro possiamo fare?
- (...)
- Noi non ci possiamo far niente, signora. Stia attenta quando attraversa la strada.
- (...)
- Arrivederci.
- Arrivederci.

martedì 1 settembre 2009

dell'acquistare musica

Fino a una decina d'anni fa, Collestrada era un anonimo borgo in cima a un poggio, sulla strada tra Perugia e Assisi, e doveva il suo maggior motivo di gloria al fatto che proprio lì, nel 1202, fu combattuta la battaglia durante la quale Giovanni di Pietro Bernardone, allora chiamato Francesco, e più tardi San Francesco d'Assisi, cadde prigioniero dei Perugini. Oggi, se si cerca di andare a Collestrada nei fine settimana, bisogna rassegnarsi a fare almeno una mezz'oretta di fila prima di trovare parcheggio. La ragione è che ai piedi del poggio sorge il centro commerciale più grande della provincia.
Io ci sono andato qualche giorno fa per cercare un frullatore, un caricabatterie per la fotocamera digitale e un decoder satellitare. Passando alla cassa, ho notato dei dischi in offerta e, dopo aver rovistato un po', ho preso un box con le registrazioni complete di Bill Evans al Village Vanguard (3 cd a 12 euro e 90), uno con due dischi di James Brown ("Live at the Apollo" e "Soul on Top", totale 7 e 90) e uno della serie "Touchstones" della ECM ("Conception Vessel" di Paul Motian, con Keith Jarrett, Charlie Haden, Leroy Jenkins e Sam Brown, 9 euro e 90). Tre cd a 29 euro e 70, niente male.
Oggi sono andato alla Feltrinelli in Corso Vannucci perché era arrivata della roba che avevo ordinato e anche lì, facendo la fila alla cassa, ho notato, proprio dietro la scollatura ombelicale della biondina nella fila accanto, un'altra serie di cd ECM in offerta (a dimostrazione del fatto che la forza magnetica, per la quale la pupilla maschile va fatalmente a convergere con le ghiandole mammarie femminili, ogni tanto produce anche risultati utili). Ho aggirato la biondina in questione, rischiando di urtarla e guadagnandomi un sorriso divertito che, in tempi nei quali il mio anulare sinistro era privo di anello nuziale, avrei sfruttato come inizio di un approccio, e ho scelto altri tre cd: "Balladyna" di Tomasz Stanko, "Kultrum" di Dino Saluzzi e "Rambler" di Bill Frisell, a 9 e 90 ciascuno. Totale, di nuovo 29 euro e 70.
Ma la cosa che mi ha colpito non è tanto la coincidenza delle due cifre, né il fatto di non aver ancora mai comprato titoli praticamente imperdibili, né tantomeno il delicato avvallamento tra i seni della biondina (quello ho smesso di guardarlo dopo pochi decimi di secondi perché, che ci crediate o no, sono una persona seria), quanto il fatto che quel gesto, allungare la mano su uno scaffale per guardare dischi da comprare, un tempo così usuale, quasi quotidiano, non lo facevo da anni. Non so più nemmeno quanti anni, almeno cinque o sei credo.
In tutto questo tempo ho ascoltato solo dischi comprati su internet, o scaricati in modo più o meno legale, o copiati e masterizzati, o ricevuti dal giornale per recensirli.
Insomma, mi ha fatto una strana impressione.
Soprattutto se penso che, tempo qualche anno, potrebbero scomparire anche i cd. E allora valla a guardare, una scollatura, dietro un file mp3.

giovedì 23 aprile 2009

tessere


Ormai sono un po' di anni che scrivo sui giornali. Una decina circa, credo.
Quando ho cominciato, il direttore del primo giornale su cui scrivevo (un piccolo foglio di cronaca locale, destinato soprattutto agli studenti universitari) mi aveva proposto di fare la tessera da pubblicista, poi smisi di collaborare prima di raggiungere i due anni necessari a fare la richiesta, e in seguito non ci ho pensato più. Quindi non sono né pubblicista, né tantomeno giornalista.
Per anni mi sono detto che ero felice di non appartenere alla stessa categoria di Emilio Fede, Gianni Riotta, Aldo Biscardi, Maurizio Mosca, Pierluigi Battista, Giuliano Ferrara, Mario Giordano per non parlare di altra gentaglia che è o è stata tesserata all'Ordine, come Italo Bocchino (nomen omen), Giulio Andreotti e Loredana Lecciso (ebbene sì).
Oggi, dopo due settimane di servizi dall'Aquila in cui si è visto di tutto - pianti, lacrime, "grandi emozioni", nonnine salvate, cagnette salvate, bimbi partoriti nella tendopoli, matrimoni tra terremotati, persone a cui era appena morto un parente che si sentivano chiedere "come si sente in questo momento?", inviati che svegliavano la gente nelle macchine, che bloccavano i soccorsi per fare riprese, che litigavano con la gente che li scacciava dalle tendopoli, tutto, tutto, tranne uno straccio di servizio sulle vere responsabilità del disastro - dopo tutto questo, insomma, sono ancor più felice di non potermi dire giornalista.

mercoledì 22 aprile 2009

rabbie quotidiane


In autobus, stamattina verso le undici.
Fermata della stazione: salgono i controllori e iniziano a guardare i biglietti. Una signora di mezza età consegna il suo e il controllore le obietta che è scaduto. La signora dice che era valido quando è salita sull'autobus, che è scaduto da pochi minuti e che comunque ne ha un altro pronto da timbrare. Il controllore obietta che no, il biglietto è scaduto e deve farle la multa. Entrambi si incaponiscono sulla propria posizione, in breve si arriva alla lite, alle urla. La signora prova a dirigersi verso la macchinetta obliteratrice, il controllore dice all'autista di bloccarla e di chiudere le porte dell'autobus, chiede alla signora i documenti, lei si rifiuta di darglieli.
"Son quarant'anni che prendo 'l pullman", strilla, "ho sempre fatto il biglietto, son 'na persona onesta. La multa fatela a chi 'n fa mai il bijietto. I documenti 'gne li dò, me porti pure' n galera, me porti da la polizia, vedemo!".
Dopo qualche minuto scendono e, continuando a litigare, si dirigono verso la stazione.

L'autobus riparte.
Un signore sulla settantina comincia a imprecare ad alta voce: "Ma fatela alle persone disoneste la multa, che ce n'èn tante in giro. Fatela ai marocchini, che 'n pagano mai 'l bijetto".
Un ragazzo nordafricano seduto vicino a lui gli risponde, con tono piuttosto piccato, che lui il biglietto ce l'ha, e regolarmente timbrato. Il vecchio si gira con gli occhi fuori dalle orbite e lo aggredisce con un profluvio di insulti.
"Che cazzo volete in Italia, 'sti stronzi, tornatevene 'n Marocco e non rompete i cojoni a noantri. Che cazzo ce venite a fa qua, delinquenti?".
Una signora anziana si avvicina alle spalle del ragazzo, lo afferra per una manica e gli urla in faccia: "E tu àlzete da qua, che questo è 'l posto pe l'invalidi, me ce devo sède io che so' 'nvalida".
Il ragazzo si alza borbottando e viene a sedersi accanto a me. Sta per riprendere a litigare con il vecchio, io gli metto una mano sulla spalla e gli dico di lasciar perdere, che così si mette dalla parte del torto, che è solo un povero rincoglionito.
Il bigliettaio si avvicina, dice al vecchio che il ragazzo ha un biglietto regolarmente timbrato. "Se dovete dirvi qualcosa", aggiunge, "scendete e ditevelo fuori".
Intanto è salito un uomo sulla cinquantina, piuttosto male in arnese, che emana un lieve sentore di alcool. Sorride e strizza l'occhio al ragazzo nordafricano, poi si avvicina al vecchio e comincia a prenderlo per il culo.
"Aoh, ma te ce sei nato così? Ma in ottant'anni ancora non l'hai imparata, l'educazione? Ma guarda un po' se questo è sempre vissuto così".
"Che cazzo te metti in mezzo tu, morto de fame?", ribatte il vecchio. "Me l'hai da 'nsegnà tu l'educazione, con quella faccia? Ma l'hai fatto il biglietto tu?".
"No, io non lo faccio mai!" risponde l'uomo, e ridendo gli sventola sotto il naso il biglietto appena timbrato.
Poi torna verso il ragazzo nordafricano e comincia a ridacchiare con lui indicando il vecchio, che intanto continua a parlottare sottovoce tra sé e sé.
Una donna grassa, qualche sedile più dietro, ha osservato tutta la scena e scuote la testa con aria di disapprovazione, non si capisce nei confronti di chi (ma ho paura di saperlo).
Scendo alla fermata successiva.

Dopo pranzo passa a casa mia suocera. E' verde di rabbia, trema per il nervosismo.
Aveva un piccolo conto alla posta da chiudere e, dopo aver preso appuntamento, è andata all'ufficio postale per fare l'operazione, che avrebbe dovuto essere semplicissima (aveva già prelevato quasi tutti i soldi, si trattava di qualche firma).
L'impiegata, racconta, l'ha accolta con aria scocciatissima. Alle sue richieste di spiegazioni (documenti da firmare, libretti degli assegni da restituire) ha reagito in tono sempre più seccato, dicendo che aveva altri clienti da servire, oltre lei. Alla fine ha detto di non avere i documenti per l'annullamento del bancomat. Mia suocera le ha chiesto allora di tagliarlo e lei si è rifiutata, ha detto che non era compito suo, ha persino chiamato due colleghe a darle manforte.
E' finita con tre impiegate che inveivano contro di lei a voce spiegata, di fronte a tutta la clientela (e posso crederci: conosco quelle impiegate, ci ho già avuto a che fare, so che razza di cafone sono).
Mia suocera chiede di vedere la direttrice dell'ufficio postale, che arriva con tutta calma dopo dieci minuti. La accompagna nel suo ufficio, sbriga con chiaro fastidio le pratiche per la chiusura del conto e la invita sgarbatamente a uscire.

"Che brutti tempi", commenta mia suocera salutandoci.

sabato 18 aprile 2009

grancassa


C'è una strana sensazione che mi prende ogni volta che torno al Sud.
La sensazione è che il Sud sia una specie di enorme cassa di risonanza in cui tutti gli stereotipi italiani (quelli positivi come anche quelli negativi) vengono amplificati a dismisura.
E' una sensazione che mi prende, non so, a Bari, o a Napoli, o a Catania, o al massimo a Roma, ma non a Firenze o Bologna o Milano o Verona.
Non ho ancora capito se sia solo un fatto personale, magari dovuto a una mia ipersensibilità di meridionale, o se ci siano delle basi oggettive.

giovedì 16 aprile 2009

natura umana


E' di qualche giorno fa la notizia di una rissa nel napoletano, pare originata da un complimento a una ragazza, finita con una coltellata e con un ragazzo morto. Ieri a Roma un automobilista ne ha accoltellato un altro durante una lite per un parcheggio.
Queste storie mi hanno fatto tornare in mente un sacco di cose.
Pensavo, ad esempio, a quando ero bambino, ai bulletti che per divertimento si piantavano in mezzo a un vicolo e ti dicevano "di qua non si passa", e tu dovevi accettare di venire alle mani oppure cambiare strada (io, che sono sempre stato una persona pacifica, cambiavo strada). O a quella volta, alla festa patronale, quando un amico fu preso in mezzo e picchiato a calci sulla testa, perché a un gruppo di teppistelli andava di passare così la serata. O a quell'altra volta che si sfiorò la rissa perché un tizio pretendeva a tutti i costi di voler parlare "a tu per tu" con la ragazza di uno di noi, e a noi toccò schierarci tutti dietro, in fila, cercando di fare le facce più truci possibili. O a quando, al mare, cinque o sei ragazzotti dall'accento milanese circondarono me e un altro e cominciarono a sputarci addosso perché, dicevano, "li avevamo guardati". O a una lontana vacanza-studio in Inghilterra, a Bournemouth, dove il venerdì sera bande di hooligans ubriachi uscivano a caccia di italiani da pestare. O a quella volta in macchina che uno stava per tagliarmi la strada, io gli suonai il clacson e lui mi inseguì, mi si affiancò al semaforo, contromano sull'altra corsia, per vomitare insulti con la faccia deformata dall'odio. O a quando un idiota in Vespa non vide che avevo messo la freccia per girare e mi si schiantò sullo sportello, e poi mi disse con un sorrisetto "io sono un brigadiere dei carabinieri, vedremo a chi daranno ragione".
Oppure pensavo a un libro di Jared Diamonds letto anni fa. Diamonds, naturalista e antropologo, raccontava di una sua visita a una sperduta tribù nell'interno del Borneo, e di come tutte le donne, intervistate sul loro albero genealogico, menzionassero immancabilmente un padre, o un fratello, o un marito, uccisi dalla tribù nemica o sgozzati nel corso di una faida familiare. Raccontava anche di due suoi amici antropologi, i quali avevano studiato una popolazione di cacciatori-raccoglitori che viveva in un immenso acquitrino, punteggiato di isole e coperto da una giungla di mangrovie. Durante la stagione delle piogge la natura del territorio impediva alle diverse bande di avere contatti, perciò una volta all'anno, nella stagione secca, si riunivano tutti per commerciare, concludere matrimoni, risolvere questioni lasciate in sospeso. I due antropologi la raccontavano come un'esperienza allucinante: in un accampamento popolato da centinaia di persone, tra uomini abituati a passare la maggior parte del tempo da soli o in gruppi piccolissimi, la mancanza di solide regole sociali faceva sì che ogni lite potesse degenerare in violenza, com'era già successo in passato. A un certo punto un uomo riconobbe, o credette di riconoscere, l'uccisore di suo padre, afferrò un'ascia e gli si scagliò contro. Ci vollero una decina di persone per separarli, e alla fine sfogarono la rabbia con gli insulti. I due antropologi sudavano freddo, perché era a rischio anche la loro pelle.
E poi pensavo anche a quanto sono belli (e falsi) quei versi del Tasso, nel coro dell'Aminta:

O bella età dell'oro [...]
perché quel vano
nome senza soggetto,
quell'idolo d'errori, idol d'inganno

quel che dal volgo insano

onor fu poscia detto,

che di nostra natura 'l feo tiranno,

non mischiava il suo affanno

fra le liete dolcezze
de l'amoroso gregge
[...]
Allor tra fiori e linfe
traen dolci carole

gli Amoretti senz'archi e senza faci;
sedean pastori e ninfe

meschiando a le parole

vezzi e susurri, ed ai susurri i baci

strettamente tenaci...

martedì 7 aprile 2009

con il cuore in mano

"Che cosa prova?" è ormai la domanda standard degli inviati, in ogni situazione. La fanno alla madre che ha perso il figlio in un incidente automobilistico, al tizio a cui è crollata la casa per il terremoto, al padre del ragazzo immigrato pestato a sangue, ai familiari delle vittime che vedono l'ennesimo processo-farsa.
"Che cosa prova?" è l'unica cosa che sanno dire. Emozioni, non pensieri; sensazioni, non discorsi. E' questo che conta.
E il bello è che la gente risponde. Solo un paio di volte mi è capitato di sentire qualcuno che ribatteva con un "si immagini lei che cosa provo, che domande sono?" o con un sano e liberatorio "andate via, sciacalli". La gente, anche nelle peggiori tragedie, sembra ubriacata dall'opportunità di apparire in TV. Si mette subito in posa.
Lo chiamano "diritto di cronaca" e non, come sarebbe più giusto, "imbarbarimento dei costumi".

lunedì 6 aprile 2009

idiosincrasie verbali



Vero
, spontaneo.
Parole che dovrebbero funzionare come garanzie, sigilli di bontà.
“Quella canzone mi piace perché è vera”.
“In TV oggi ci va la gente vera, il pubblico vuole sentimenti veri.”
“Non sono maleducato, sono spontaneo”.
“Mi piaceva Funari perché era una persona spontanea”.

Nessuno è più vero dei cattivi poeti.
Nessuno era più spontaneo di Mengele.

venerdì 20 marzo 2009

padri bambini

I genitori-bambini venivano ai colloqui in bermuda e camicia hawaiana, mi davano del tu e grandi pacche sulle spalle.
Pretendevano di venir ricevuti in qualunque momento, anche se ero in commissione a correggere i compiti della maturità. Quando chiedevo perché non erano venuti prima a ritirare le pagelle, rispondevano che erano in vacanza con i figli. Vacanza-premio di fine anno, anche se il figlio era stato bocciato o aveva quattro debiti formativi.
Oppure, in seconda media, mandavano i figli in gita con cinquecento euro in tasca, o l’intera carta di credito per togliersi il pensiero.
Quando raccontavo che avevo trovato i figli tutti intorno al compagno handicappato a gridargli “mongoloide, ritardato”, rispondevano “Professò, e ce l’emo avuto tutti ‘l compagno cicciottello che lo pijavamo 'n giro, no?”.
Erano in maggioranza quarantenni, figli degli anni Sessanta e Settanta, ma ce n'era anche qualcuno che si avvicinava alla cinquantina.
I loro figli li riconoscevi: a undici anni pensavano di sapere già tutto sul sesso, avevano spesso le occhiaie per aver dormito poco, se mettevi un’insufficienza ti rispondevano “non la voglio”, e ridevano sempre, sempre, ma di una risata sinistra, vuota come le loro teste.

mercoledì 11 marzo 2009

vox populi


Sentita l'altro giorno in autobus. Mi scuso con chi non conosce il vernacolo perugino.

"E pu' dice che 'sti stranieri 'n vengheno a rubacce 'l lavoro. I mi fiji evno fatto domanda p'entrà a la Coppe e 'n l'hon pijati. A mo vè giue ta la Coppe d'la Stazione e èn tutti stranieri. E pecché ai mi fiji je farebbe schifo d' lavoracce a la Coppe, che è come avecce 'l post' fisso?".

lunedì 2 marzo 2009

metafisica di sanremo


Sanremo di quest’anno è stato un avvenimento di portata quasi metafisica. L’ha vinto un cantante che non esiste, se non in forma catodica. E’ fisicamente insignificante, non ha alcun talento, cantava una delle canzoni più brutte del festival, ma è bastata la sua forza mediatica (anche senza tirare in ballo inciuci e call-center comprati) a farlo vincere.
Se qualcuno aveva ancora dubbi circa il fatto che la TV contemporanea non imita né riproduce la realtà, ma semplicemente la sostituisce, credo che questa ne sia la prova definitiva, l’experimentum crucis.

lunedì 23 febbraio 2009

fenomenologia di paolone


Quest'ultimo festival di Sanremo, che non ho visto ma i cui echi mediatici non ho potuto evitare, mi ha fatto riflettere sul personaggio-Bonolis.
Quando dico che Bonolis non mi piace, in genere mi si risponde con due obiezioni: "è simpatico" ed "è bravo".
Ora, la prima obiezione coglie proprio uno dei punti fondamentali: Bonolis incarna uno dei tipi umani che maggiormente detesto, quello del "simpaticone". Ossia, colui che ha come scopo principale il piacere agli altri, e che non esita a usare qualsiasi mezzo per raggiungere lo scopo.
Il simpaticone è, in un certo senso, un narcisista al contrario: il narcisista subordina tutti gli sguardi altrui al proprio, riesce a pensarsi solo come oggetto dell'altrui contemplazione, come centro di una raggiera di sguardi convergenti; il simpaticone subordina se stesso allo sguardo altrui e ritiene di esistere solo rifrangendosi e scomponendosi nelle altrui risate. Il narcisista è centripeto, il simpaticone centrifugo. Il narcisista si pone su un piedistallo e pretende di essere adorato, rimanendo sostanzialmente solo; il simpaticone scende da qualunque piedistallo per arrivare alla portata delle spalle altrui, per darci sopra delle gran pacche, per essere abbracciato, incluso nel gruppo.
In fondo, il simpaticone è un manipolatore ancor più subdolo e protervo del narcisista: riesce ad abbindolarti con il mimetismo, fingendo di essere come te, persino al di sotto di te. Quel che dice è secondario, l'importante è dirlo, dar fiato alla bocca, non lasciare a nessuno tempo o modo per riflettere, sommergere l'ascoltatore con una raffica di informazioni, ognuna delle quali oblitera le precedenti.
E qui veniamo al secondo punto: Bonolis è bravo? Certo che è bravo, è una macchina da guerra, uno schiacciasassi massmediologico. La più diabolica delle sue abilità è il saper cogliere gli umori del pubblico e saperglieli rilanciare, compressi in una pastiglia televisiva di agevole ingestione. E non sto parlando dei gusti di una parte del pubblico, ma di tutto il pubblico, contemporaneamente. Bonolis è ubiquo, proteiforme: conservatore e progressista, difende i gay ma anche la buona famiglia di una volta, intervista Hugh Hefner ma è un marito fedele, fa parlare la pornostar seminuda e poi la fa portare via ma raccomandandosi di trattarla bene, è ammiccante ma anche moralista, fa lo scemo ma sembra intelligente, suda ma non dà mai l'idea di puzzare, non dice niente ma sembra che abbia detto tutto, guadagna miliardi ma ti pare che possa essere il tuo vicino di casa, si agita come un tarantolato pur rimanendo, in fin dei conti, un manichino.
Paolo Bonolis è la summa della televisione contemporanea, e in questo è il perfetto rappresentante della società liquida, in cui l'importante non è avere una forma, ma essere in grado di assumerle tutte. Se possibile, tutte nello stesso momento.

martedì 9 dicembre 2008

emergenza! emergenza!


“Gomorra” si chiude con un'immagine biblica. Nelle campagne del napoletano è scesa una pioggia torrenziale, che ha smosso la terra e ha fatto riemergere tutto ciò che vi era contenuto: tonnellate di rifiuti, seppelliti abusivamente dalla camorra.

Rileggendo quelle pagine, mi sono trovato a pensare che l'immagine in fondo abbia un valore allegorico.

L'etimologia non mente: “emergenza” è deverbale di “emergere”, che deriva dal latino ex (fuori) + mergere (tuffarsi), quindi “tuffarsi fuori”. Se ci si tuffa “fuori”, significa che prima ci si è tuffati “dentro”, ci si è immersi (in + mergere). In questo senso l'italiano è portatore di un'ambiguità semanticamente feconda, perché ad esempio in inglese l'atto dell'emergere (emergence) è indicato da una parola distinta rispetto all'emergenza (emergency). In italiano invece la parola è la stessa.

Dove voglio arrivare? È presto detto. L'Italia è il paese dell'emergenza. Tutto è un'emergenza: la sanità, la droga, il maltempo, la neve, la siccità, il Vesuvio, il bullismo, la questione morale, i rifiuti, il buco nel bilancio, le slavine d'inverno, la siccità d'estate, il traffico e lo smog in qualunque stagione.

Siamo un paese che vive sull'orlo di una crisi di nervi, dal quale ogni tanto sale lo stridore di una nuova emergenza. Però poi tutto s'azzitta. E c'è un motivo: quei problemi non sono affatto emergenze, anzi sono fatti usuali, che hanno cause ben precise, prevedibili nel lungo termine. È normale che ci sia la neve d'inverno, che piova poco d'estate, che le auto generino smog, che i rifiuti non smaltiti finiscano per accumularsi nelle strade. Solo che nessuno si preoccupa di risolvere i problemi, di troncarne le radici prima che diventino troppo robuste e profonde.

E qui si inserisce l'ambiguità di cui parlavo: l'emergenza/emersione è tale perché, prima, qualcuno ha sommerso il problema, ha evitato di risolverlo, l'ha occultato. Sperando, forse, che la patata bollente scottasse le mani di qualcun altro.

Quando poi l'emergenza scoppia, non si prendono provvedimenti sostanziali, ma ci si limita ai palliativi, o si invocano interventi palingenetici, che dovrebbero risolvere il problema all'istante, ora e sempre, e nessuno dovrà più preoccuparsene.

Un esempio classico di emergenza è la scuola: che in Italia è sempre, costantemente in emergenza. Emergenza bullismo, emergenza precari, emergenza analfabetismo di ritorno, emergenza nelle conoscenze matematiche, emergenza perché mancano i fondi o perché i muri sono pieni di fessure.

Le soluzioni sarebbero semplici ma impegnative: monitorare la qualità della scuolain maniera costante e onesta; premiare i più bravi; cacciare gli incapaci; distribuire fondi con criteri ragionevoli; trasformare i professori da reietti sociali con deficit d'autostima, o missionari sempre impegnati a combattere sulla trincea con le unghie e con i denti, in professionisti seri, preparati, orgogliosi del proprio lavoro; migliorare i contatti tra scuole, provveditorati e ministeri; far tenere i corsi d'aggiornamento a gente in gamba e non a grigi e inetti funzionari; ridurre la burocrazia; assicurare ai docenti un posto fisso e non decenni di precariato; far sì che i professori si aggiornino, invece di mummificarsi sulle cattedre.

E invece si preferisce ricorrere alle grandi riforme, che – si promette – saneranno una volta per tutte la disastrata scuola italiana. Salvo che poi la montagna partorisce il topolino, il quale di volta in volta si chiama “riforma Moratti” o “riforma Gelmini”.

Dopodiché, l'emergenza si sommergerà nuovamente. I controsoffitti continueranno a scricchiolare, ma la speranza è sempre che cadano in testa a qualcun altro.

martedì 18 novembre 2008

questione di galateo


Se:
- sono le 14,50;
- sei appena riuscito a far addormentare tua figlia di un anno, dopo mezz'ora di tentativi;
- sei nel pieno dell'abbiocco postprandiale;
- sei steso sul divano, con l'ultimo numero di Tex aperto davanti, e con la tv accesa su uno di quei vecchi film che danno a quest'ora sul La7;

e se:
- ti suonano alla porta;
- la bambina si sveglia;
- tu sei costretto a strapparti dal tuo nirvana e raggiungere la porta con la cintura dei calzoni ancora slacciata e i capelli che sulla nuca formano un'onda anomala;

e se:
- alla porta trovi un signore brizzolato sulla cinquantina che sorridendo ti propone un opuscolo intitolato: "vuoi conoscere la verità?";

in questo caso, sbattergli la porta in faccia spedendolo in posti dove il sole non batte mai:
- è maleducazione (come sostiene mia moglie),
- oppure è solo la legittima reazione a una maleducazione uguale e contraria (quella del fanatico che ritiene di possedere la Verità e si sente in diritto di propinartela in orario postmeridiano)?