domenica 27 marzo 2011
venerdì 19 febbraio 2010
doveva succedere...
Una fan di Giovanni Allevi ha detto che io ne parlo male perché "sono invidioso" (qui il commento).
Ebbene sì, lo confesso: sono invidioso.
Per quanto ci abbia provato, non sono mai riuscito ad ottenere una chioma come la sua.
Da tutta una vita, è questo il mio tarlo segreto.
mercoledì 6 gennaio 2010
ma chi l'ha detto che il jazz è palloso? (2)
E oltretutto, Luca/Checco è un jazzista con i controfiocchi (o, come dice lui stesso, "altro che Allevi!").
mercoledì 31 dicembre 2008
essere d'accordo

Non che sia necessario essere d'accordo con qualcuno. Ma se proprio devo esserlo, preferisco che sia con gente che stimo.
Che opinione ha di Allevi come esecutore?
«In altri tempi non sarebbe stato ammesso al Conservatorio».
mercoledì 22 ottobre 2008
Giovanni Allevi, autocritica
Mi sono ricordato di aver recensito, qualche anno fa, un disco di Allevi. Se non ricordo male era "No Concept", del 2005. Era prima dell'esplosione del fenomeno-Allevi alla sua massima magnitudo: lo Schoenberg di Ascoli Piceno era già moderatamente famoso, ma non un fenomeno di massa.
Venendo al dunque, la mia recensione era cautamente positiva. Non ho sottomano il testo, ma se la memoria non mi tradisce dicevo che il disco tutto sommato era gradevole, che c'era qualche scivolata nel kitsch, ma che il ricciolotto nel complesso se la sgamava. Facevo anche qualche considerazione sul suo aspetto da zazzerone della porta accanto e su come potesse aver influito sul suo già incipiente successo.
E allora, mi rimangerei il giudizio? No, questo no.
Però vedere Allevi categorizzato come "pianista jazz" (quando col jazz non c'entra una mazza), accostato a Keith Jarrett (ma per carità...), incensato (e auto-incensato) come genio, invitato su tutti i palcoscenici manco fosse il novello Mozart... beh, dopo un po' rompe.
Per non parlare delle banalità come "l'arte deve emozionare, e lui emoziona", o come "ha riavvicinato la musica contemporanea al grande pubblico".
Insomma: c'è un limite a tutto.
lunedì 20 ottobre 2008
Giovanni Allevi, che palle
Qualche giorno fa pensavo: Giovanni Allevi, il Richard Clayderman degli anni 2000.
Poi mi sono corretto. Perché almeno Clayderman faceva onesta musica da tappezzeria.
Giovanni Allevi è per la musica contemporanea un po' quello che Eric Clapton è per il blues.
Eric Clapton prende la musica potente, ruvida, viscerale, di Robert Johnson, Muddy Waters, Freddie King, Buddy Guy, e la trasforma in un prodotto adatto a un pubblico borghese: educato, risciacquato, smussato, senza spigoli né asprezze. Un compitino corretto e calligrafico. Che ti arriva anche corredato dalla sua edificante storia di caduta e redenzione dalla droga.
Clapton viene invocato come genio della sei corde, molto più di tanti altri chitarristi più bravi e importanti di lui: John Mayall, Jimmy Page, Jeff Beck, Duane Allman. Viene addirittura paragonato a Hendrix (esagerati...).
Giovanni Allevi prende quella che lui crede essere la “musica contemporanea” e la avvolge in una confezione da Baci Perugina. Lo completa con la caricatura del “genio”, così come lo se lo immagina la casalinga di Voghera: uno un po' strambo, scarmigliato, che magari esce di casa con i calzini spaiati e per strada dà di capo nei muri perché guarda gli uccellini e le nuvolette. Però un bravo ragazzo, timido, garbato. Gli daresti una pacca sulla spalla.
E ha successo, pur essendo mediocre. O forse proprio per questo.
Però qualche differenza c'è.
Clapton è un bravo musicista. Allevi una mezzasega.
Clapton il blues, quando vuole, lo sa suonare davvero. Allevi la musica contemporanea non sa manco dove sta di casa.
Clapton fra cinquant'anni sarà ricordato per qualche bel disco. Allevi ce lo dimenticheremo tra cinque anni.